Alice Schalek

Wien 1874 - New York 1956

Alice Schalek nacque il 21 agosto 1874 a Vienna da una famiglia ebrea dell‘agiata borghesia liberale. Dopo le prime pubblicazioni con lo pseudonimo di Paul Michaely, dal 1903 scrisse per più di 30 anni per il noto quotidiano viennese Neue Freie Presse. A partire dal 1905 la Schalek intraprese numerosi viaggi in terre remote, tra cui in Africa settentrionale, nel Vicino Oriente e in Asia sudorientale, che rielaborò in rubriche, libri e resoconti.

Per la Schalek, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale significò inizialmente un ostacolo al lavoro: da un lato, infatti, non si poteva quasi più intraprendere viaggi verso destinazioni lontane, specie negli “Stati nemici”, e dall‘altro, l‘interesse dei media era quasi interamente focalizzato sugli eventi politici e militari. Dopo essersi dedicata con impegno e successo, nell‘autunno 1914, a opere di assistenza di guerra (Kriegsfürsorge), in linea con il ruolo delle donne in quell‘epoca, nella primavera 1915 la Schalek si adoperò per essere accreditata come reporter di guerra. Non da ultimo grazie al supporto di figure influenti, come Maximilian von Hoen, il direttore del k.u.k. Kriegspressequartier (KPQ ovvero l’imperialregio Ufficio della Stampa di Guerra) – l‘istituzione a tal fine competente − fu la sola donna, accanto alla giornalista ungherese Margit Vészi, a essere ammessa come corrispondente di guerra al KPQ. Dal 1915 al 1917 fu inviata sul fronte alpino tirolese, in Serbia, nel territorio isontino e in Galizia. Per i suoi articoli, le sue foto, i suoi libri e i suoi resoconti la Schalek ottenne diversi riconoscimenti, tra cui, nel febbraio 1917, la “croce d’oro al merito con la corona sul nastro della medaglia d’onore al valore militare”.

Alice Schalek coniugò abilmente la sua carriera professionale con le esigenze del tempo in cui viveva. Diversamente da molti altri autori e autrici, nei suoi testi si trovano solo di rado invettive cariche di odio rivolte al nemico; piuttosto, ella ritrasse costantemente immagini del tutto acritiche, colorite ed eroicizzanti della guerra e dell’esercito. Nella sua rappresentazione del fronte alpino tirolese si rammaricava ad esempio "che la regione non possa essere fatta vedere a tutti in mostra mondiale, mentre si trova in queste condizioni. […] L’intero sistema difensivo è organizzato in modo tanto grandioso […] che chi lo ispeziona […] finisce per provare una sorta di diabolica soddisfazione". Anziché sobrie rappresentazioni di operazioni militari, ella restituì soprattutto scene folcloristiche ispirate al giornalismo di viaggio e vivide immagini suggestive dal fronte. Nei suoi articoli feuilletonistici la Schalek entrò attivamente in scena come osservatrice, recitando il suo ruolo particolare di donna curiosa che si faceva spiegare il mondo della guerra dagli uomini. Ciò abbracciava, oltre alla parte tecnica, soprattutto la componente emozionale, alla quale, secondo il parere della Schalek, veniva rivolta troppo poca attenzione nei resoconti di guerra scritti da uomini. La Schalek si considerava quindi come un’importante mediatrice tra i militari attivi sul fronte e i riceventi civili dell’entroterra, dei quali ella mirava a mantenere vivo l’interessamento al conflitto.

La precoce fine della “carriera” della Schalek come corrispondente di guerra, dopo nemmeno due anni, fu proprio la conseguenza di questo suo particolare ruolo, peraltro da lei stessa coltivato. Che una donna, infatti, facesse ingresso nel dominio maschile del fronte e si prefiggesse di raccontare in modo autentico gli accadimenti bellici diretti costituì sin dagli inizi una provocazione per le cerchie conservatrici. Già dopo pochi mesi l’antimilitarista Karl Kraus, che commentava le aberrazioni della cultura bellica con penna sferzante e tagliente, aveva scelto di bersagliare in particolare Alice Schalek, soprattutto perché donna. Sulla Fackel del maggio 1916 egli definì ad esempio uno “spettacolo della degenerazione” che questa “femmina […] non sapesse procurarsi, per la sua femminilità, altro campo di stimolo che quello dell’onore, per l’appunto! Che ribrezzo!“ Simili critiche aumentarono e un anno dopo i deputati social-cristiani esortarono il ministro della difesa austriaco a far sì che “il sensazionalismo e la voglia di avventura femminili” non andassero a toccare il fronte, “dove gli uomini si accollano di buon grado l’obbligo di soffrire e persino di morire per la loro patria”. Furono soprattutto queste polemiche a far sì che verso la fine del 1917 la Schalek perdesse l’accreditamento come corrispondente di guerra presso l'ufficio della stampa di guerra.

Al termine della prima Guerra mondiale, la Schalek riprese la sua attività di giornalista e fotografa di viaggio e si impegnò per il movimento femminile. Dopo esser stata arrestata dalla Gestapo nel 1939, scappò in Svizzera ed emigrò a New York, dove condusse una vita appartata e morì il 6 novembre 1956. Con la sua figura letteraria della “Schalek”, Kraus fece passare alla storia un’immagine poco lusinghiera della cronista di guerra, mentre la persona di Alice Schalek, pioniera del (foto)giornalismo, finì pressoché nel dimenticatoio fino agli anni ’90. 

Bibliografia:

Alice Schalek, “Tirol in Waffen: Kriegsberichte von der Tiroler Front“, Monaco 1915. online: http://sophie.byu.edu/print/node/3572

Elke Krasny et al. (ed.), “Von Samoa zum Isonzo. Die Fotografin und Reisejournalistin Alice Schalek”, Vienna 1999.

Elisabeth Klaus, “Rhetorics of War. Karl Kraus versus Alice Schalek”, in: Feministische Studien 26/1 (2008), pagg. 65-82

Edizioni italiane delle opere della Schalek: Alice Schalek, “Tirolo in armi: corrispondenze di guerra dal fronte tirolese”, a cura di Paolo Pozzato e Augusto Bernardini, Bassano del Grappa, Itinera progetti, 2002; Alice Schalek, “Isonzofront”, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2003; Alice Schalek, “Isonzofront: marzo-luglio 1916”, traduzione di Renato Ferrari, tavole e illustrazioni di Ferdinand Pamberger, introduzione di Mario Silvestri Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2014