Armando Diaz

Naples 1861 - Rome 1928

Armando Vittorio Diaz nacque a Napoli il 5 dicembre 1861. Figlio di un ufficiale di marina, fu avviato giovanissimo alla carriera militare, frequentando l’accademia militare di Torino dalla quale uscì con il grado di sottotenente d’artiglieria. Nel 1884 entrò in servizio attivo nel 10° Reggimento di artiglieria e, nel 1890, si unì con il grado di capitano al 1° Reggimento. Nel 1894 si specializzò alla scuola di guerra, iniziando poi a lavorare nella segreteria del generale Alberto Pollio, futuro capo di Stato Maggiore dell’esercito. Allo scoppio della guerra italo-turca venne posto a capo del 93° Reggimento di fanteria, rimanendo ferito lievemente nella battaglia di Zanzur. Nel maggio del 1915, alla viglia dell’intervento italiano nella Grande guerra, venne nominato maggior generale da Luigi Cadorna con l’incarico di addetto al Comando Supremo del reparto operazioni. Stanco di una carriera fino ad allora passata all’interno degli uffici dello Stato maggiore, nel 1916 Diaz chiese ed ottenne di essere spostato in un reparto combattente, venendo assegnato al comando 49° Divisione (III Armata) con il grado di tenente generale. Nel 1917, mentre era al comando del XXIII corpo d’armata, fu nuovamente ferito ad una spalla. All’indomani di Caporetto le truppe di Diaz erano inquadrate all’interno della III armata, comandata da Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, che riuscì a sottrarsi all’annientamento, ritirandosi in buon ordine. Tra il 2 e il 3 novembre le forze austro-tedesche, dopo aver sbaragliato le prime linee italiane tra Plezzo e Tolmino, forzarono anche il Tagliamento. Le truppe della III armata ripiegarono sul Piave e sul Monte Grappa, dove Cadorna stava organizzando la linea di resistenza, la cui ossatura era costituita proprio dalle forze del Duca d’Aosta. Il mattino del 9 novembre, mentre il passaggio delle ultime truppe italiane era quasi ultimato, Diaz ricevette la nomina a Capo di stato maggiore dell’esercito, sostituendo l’ormai screditato Cadorna al Comando Supremo. Egli disse in proposito: «Assumo la carica di capo di Stato Maggiore dell’esercito. Conto sulla fede e sull’abnegazione di tutti», aggiungendo poi, riguardo alle condizioni dell’esercito: «L’arma che sono chiamato a impugnare è spuntata: bisognerà presto rifarla pungente: la rifaremo». In questa delicata fase Diaz poteva schierare solo 33 divisioni pronte al combattimento, circa metà di quelle disponibili prima di Caporetto. Per rimpinguare i ranghi si ricorse alla mobilitazione dei diciottenni della classe 1899 e, per il febbraio 1918, altre 25 divisioni erano state ricostituite. Con queste esigue forze riuscì a bloccare l’ultima fase dell’offensiva austro-tedesca nella cosiddetta battaglia d’arresto. La sua lunga esperienza presso lo Stato maggiore aveva fatto acquisire a Diaz una certa dimestichezza nell’organizzazione delle truppe e degli ufficiali suoi subalterni. Dietro la linea del Piave e sotto la guida di Diaz, l’esercito fu così prontamente riorganizzato e riequipaggiato, riuscendo a parare l’ultimo assalto austriaco tra il Grappa e il mare. La cosiddetta battaglia del Solstizio, che nell’ottica dei comandi austro-ungarici doveva assestare il colpo definitivo agli italiani, si concluse in una disfatta per l’imperial-regio esercito. Malgrado il vigore e la violenza dell’attacco, tutte le teste di ponte austriache oltre il Piave furono riconquistate dai contrattacchi italiani, mentre le perdite subite furono talmente gravi da rendere impossibile qualsiasi nuovo slancio offensivo. Dopo il successo del Solstizio, Diaz iniziò a pianificare una grande offensiva che liquidasse l’ormai agonizzante imperial-regio esercito e scongiurasse il pericolo che l’Italia venisse tagliata fuori dalla vittoria dai continui successi alleati sul fronte occidentale. L’offensiva finale fu scatenata il 24 ottobre: alle 51 divisioni italiane e 7 alleate si opponevano altrettante austriache. Diaz, tuttavia, poteva contare su una netta superiorità nelle artiglierie: 7700 bocche da fuoco italiane contro poco più di 6000 pezzi austro-ungarici. Il piano non prevedeva attacchi frontali, ma un colpo concentrato su un unico punto - Vittorio Veneto - per spezzare in due il fronte nemico. Con una manovra diversiva, Diaz attirò tutti i rinforzi austriaci lungo il Piave, che il nemico credeva essere il punto d’attacco principale, per poi scatenare l’offensiva tra il 28 e 29 ottobre, con teste di ponte isolate che avanzarono rapidamente lungo il centro del fronte, facendo allargare le ali per coprirne l’avanzata. A questo punto la linea tenuta dall’esercito austro-ungarico - già in piena crisi morale e materiale - si spezzò, innescando una reazione a catena ingovernabile che portò interi reparti a ritirarsi, abbandonando le proprie posizioni. Il 30 ottobre l’esercito italiano arrivò a Vittorio Veneto, mentre altre armate passarono il Piave giungendo a Trento il 3 novembre. Il 4 novembre 1918 l’Austria-Ungheria capitolò e per l’occasione Diaz stilò il celebre Bollettino della Vittoria, riprodotto poi in centinaia di caserme, edifici pubblici e monumenti in tutta Italia. Diaz concluse l’esperienza del Primo conflitto mondiale carico di onori e prestigio, tanto che nel 1921 gli fu conferito il titolo di Duca della Vittoria. Pur non allineandosi al nascente movimento fascista, nel 1922 Diaz sconsigliò una soluzione militare della crisi innescata dalla marcia su Roma, aprendo così la strada al ventennio mussoliniano. Dopo essere entrato nel primo governo Mussolini, su pressione di Vittorio Emanuele III assunse l’incarico di Ministro della Guerra, varando la riforma delle forze armate e accettando la costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale sottoposta al potere personale di Mussolini. Terminata l’esperienza governativa il 30 aprile del 1924, si ritirò a vita privata. Nello stesso anno venne insignito, insieme al generale Cadorna, del grado di Maresciallo d’Italia. Armando Diaz morì a Roma il 29 febbraio 1928. L’intervento di Diaz all’indomani di Caporetto fu indubbiamente importante. Al momento della sua nomina a capo di stato maggiore egli aveva un’esperienza diretta della guerra di trincea sul Carso e di conseguenza un’idea molto più realistica e moderna della guerra in corso. Era inoltre 11 anni più giovane di Cadorna il quale, già poco flessibile di suo, aveva sì compreso le dimensioni del conflitto ma non le sue complessità socio-politiche quali: il mantenimento di buoni rapporti con la classe politica e l’avere un’idea meno astratta dei soldati di truppa e del terribile logorio fisico e psicologico al quale erano sottoposti. Ai vertici dell’esercito, la riforma di Diaz si adoperò nel decentrare molte funzioni ai sottoposti, riservandosi un ruolo di controllo ed appoggiandosi ai due sotto-capi di Stato Maggiore che lo affiancavano, i generali Gaetano Giardino e, soprattutto, Pietro Badoglio. Ne uscì un comando supremo ben più efficiente rispetto alla gestione di Cadorna. Come afferma Giorgio Rochat, lo stile di comando di Diaz lo avvicinava molto di più ad un generale come Eisenhower: non era un accentratore, sapeva organizzare bene il suo comando, dare fiducia ai suoi collaboratori e intratteneva buoni rapporti con i politici. Fu, inoltre, potenziato il servizio informazioni che divenne un elemento decisivo nella pianificazione delle operazioni, mentre l’Ufficio Operazioni assicurò il controllo effettivo di quanto accadeva al fronte, grazie anche a una rete di ufficiali di collegamento. Diaz e Badoglio cercarono, con discreti risultati, di migliorare l’addestramento della fanteria e di potenziarne l’armamento. Sotto Diaz furono sperimentati i primi moschetti automatici, furono distribuite maschere antigas inglesi, più efficienti di quelle italiane, e fu potenziata l’aviazione fino a conseguire il dominio dell’aria. Fu inoltre rafforzata l’artiglieria migliorando l’addestramento e le tecniche d’impiego. Si procedette anche alla riorganizzazione ed al potenziamento degli Arditi. L’elemento che qualificò principalmente il comando di Diaz fu lo sforzo nel migliorare le condizioni di vita dei soldati: la giustizia militare rimase severa ma furono abbandonate le pratiche più rigide come la decimazione. Furono altresì migliorati il vitto - portato a 3.500 calorie - e l’allestimento di postazioni più confortevoli e meno esposte. Al contempo, i turni in prima linea divennero più brevi con avvicendamenti frequenti, fu migliorata la paga e le licenze furono aumentate per frequenza e durata. Fu inoltre creata una polizza gratuita d’assicurazione di 500 lire per i soldati e di 1.000 per i graduati. Importante fu la disposizione per la quale i feriti e i malati dimessi dagli ospedali militari venissero fatti rientrare ai reparti d’origine, anziché essere destinati dove capitava, aumentando così l’affiatamento tra i soldati. Alle unità che scendevano dal fronte furono assicurati turni di vero riposo, alloggiamenti più confortevoli e possibilità di svago con l’istituzione delle "case del soldato", l’organizzazione di spettacoli e una rete di “case chiuse”. Memore del vero o presunto tracollo morale di Caporetto, Diaz curò il morale delle truppe facendo leva sui giovani intellettuali in forza nell’esercito, i quali furono concentrati nel Servizio P (Propaganda), il cui scopo era curare il morale, intrattenere le armate impegnate nella difesa del Piave e i soldati nelle retrovie. Disegnatori, illustratori e pittori furono incaricati di creare vignette per i giornali delle armate, manifesti propagandistici e cartoline allo scopo di rendere più efficace e comunicativo l’immaginario della guerra e delle vicende al fronte. Il ritorno degli intellettuali diede vita ad una capillare campagna di promozione dello spirito patriottico, utilizzando la psicologia, la pedagogia di massa e la retorica. Tra i compiti del servizio P vi era altresì un maggior “filtraggio” delle notizie tramite la riorganizzazione della censura. Le notizie veicolate dai cosiddetti “giornali di trincea”, destinati alle truppe, erano più semplici e meglio comprensibili ai soldati, mentre il messaggio inviato e filtrato veniva ridotto alle tematiche di difesa della patria, della terra e della propria famiglia. Per facilitare l’efficacia dei contenuti molto spesso questi giornali erano gestiti dai soldati stessi, che li pubblicavano a livello di reggimento o brigata. Questi elementi positivi furono indubbiamente merito della gestione di Diaz, tuttavia, ad oggi la sua immagine - al pari di quella di Cadorna - va rivalutata con uno sguardo più obbiettivo, tralasciando le ovvie celebrazioni dell’epoca. Va infatti notato come il contributo di Diaz sul piano strategico e militare fu molto modesto. L’importante decisione di ripiegare sul Piave, evitando inutili difese ad oltranza, fu presa dal generale Cadorna. Sempre Cadorna, con buona lungimiranza, fece approntare importanti strutture difensive e logistiche sul monte Grappa (punto strategico della difesa italiana) già ai tempi della Strafexpedition (una camionabile dalla pianura alla vetta, una strada campestre, due teleferiche e un impianto di sollevamento dell’acqua). Va altresì rilevato come la netta inferiorità numerica dell’esercito di Diaz durante la battaglia d’arresto, fosse ben compensata da un accorciamento della linea del fronte di 170 km e dall’afflusso di divisioni francesi e cinque britanniche con artiglieria e supporti (in totale 130.000 francesi e 110.000 britannici), rinforzi che in passato erano sempre stati negati a Cadorna. Queste truppe, pur non entrando in azione durante la battaglia, funsero da riserva strategica permettendo a Diaz di concentrare tutte le proprie truppe in prima linea. Va inoltre evidenziato come la migliore efficienza del comando supremo italiano fosse legata all’evoluzione della guerra in atto, grazie ad una curva di apprendimento positiva che, generalmente, portava gli ufficiali ad apprendere dai propri errori. Tutti gli alti comandi del 1917-1918 erano più efficaci di quelli di due anni prima, poiché erano gestiti da ufficiali più giovani che avevano una conoscenza diretta della guerra di trincea e ne conoscevano le complessità e le esigenze. Non faceva eccezione l’esercito italiano, nel quale il generale Cadorna, con suoi continui siluramenti, ebbe l’inconsapevole merito di far emergere ufficiali giovani e temprati dal fronte. Ciononostante, è assodato come Diaz seppe cogliere, meglio del suo predecessore, le complessità del conflitto in atto le cui dimensioni e intensità non potevano più essere gestite in stile autoritario e napoleonico dall’interno di uno stato maggiore formato da generalissimi. Una guerra moderna che varcava la dimensione unicamente militari e strategiche per intersecarsi con la politica, la propaganda e la pedagogia di massa: elementi che Diaz riuscì a gestire sapientemente e che si dimostrarono importanti per cogliere la vittoria finale.

 

Bibliografia

Mario Isnenghi,Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, il Mulino, 2008

Luigi Gratton, Armando Diaz: duca della Vittoria: da Caporetto a Vittorio Veneto, Bastogi, 2001

Raffaele Riccio, Armando Diaz. Il generale e l'uomo, Edizioni dell'Ippogrifo, 2018