D’Annunzio e la Sagra di Quarto

Pescara 1863 - Gardone Riviera 1938

Il 24 maggio 1915 il regno d’Italia rompeva con la Triplice alleanza e dichiarava guerra all’Austria-Ungheria. Nei mesi di neutralità il paese assisté al confronto tra la maggioranza neutralista formata da socialisti, cattolici e giolittiani e la minoranza interventista presente in tutte le forze politiche ma che traeva maggiore sostegno tra nazionalisti e repubblicani e in particolare dalle due figure più importanti del governo: il presidente del consiglio Salandra e il ministro degli esteri Sonnino. A determinare l’affermazione della minoranza interventista fu una concatenazione di cause. In primis la disorganizzazione del fronte neutralista: i liberali presentavano più o meno evidenti spaccature al loro interno, i cattolici privi di un vero partito politico non potevano esprimere appieno la propria opposizione all’intervento, mentre i socialisti, spiazzati dal voto favorevole della socialdemocrazia tedesca ai crediti di guerra, si chiudevano in un ambiguo “né aderire né sabotare”. Al contrario il fronte interventista seppe far valere le proprie ragioni sfruttando il sostegno di monarchia e liberali, e portando lo scontro politico sul piano delle idee e della mobilitazione di piazza.

Buona parte dell’élite intellettuale, da D’Annunzio, a Salvemini, ai futuristi, fece il proprio ingresso nella lotta politica come parte attiva, che fornisse motivazioni ideali e morali ad una scelta di intervento che non poteva esaurirsi ad una mera politica di potenza. Il retroterra culturale dell’interventismo si basava sul mito risorgimentale e irredentista che vedeva l’entrata in guerra come il completamento dell’unità nazionale nonché sulla tradizione democratica e mazziniana che considerava l’intervento come un aiuto fornito alla Francia, patria della rivoluzione del 1789 e dei diritti dell’uomo. Una parte stessa del movimento socialista capitanata da Mussolini e Corridoni si dichiarò favorevole alla scelta delle armi. Presero posizione a favore anche importanti quotidiani come il Corriere della Sera di Luigi Albertini. A creare un vasto uditorio attorno all’intervento vi era infine il movimento futurista, che glorificava la guerra come “unica igiene del mondo”.

Nel fronte interventista spiccò in particolare la figura di Gabriele D’Annunzio (1863-1938). Già noto per la propria attività letteraria e poetica, D’Annunzio fu uomo del suo tempo, pervaso da un atteggiamento ottimistico e di esaltazione, e influenzato da un’interpretazione personale del superomismo nietzschiano. Il poeta pescarese intuì le potenzialità offerte dai mezzi di comunicazione di massa, dai pamphlet ai quotidiani, e se ne servì per creare attorno alla sua figura una sorta di culto della personalità, nonché a conseguire i propri obbiettivi politici. Tramite un’oratoria condita di parole ricercate, l’ostentazione della fisicità e il gusto per l’azione spettacolare, D’Annunzio fu una figura centrale per la vittoria della causa interventista, fornendo motivazioni storiche e culturali più o meno forzate, e un apparato di simboli, significati e parole d’ordine che trovarono grande eco nell’opinione pubblica. Più efficace nell’oratoria e nella comunicazione del “poeta della mitragliatrice” Filippo Tommaso Marinetti, D’Annunzio seppe forgiare un’ideologia interventista dove si fondevano e confondevano varie prospettive che tuttavia univano figure di estrazione politica diversa: il mito di Roma e la retorica risorgimentale tanto care a nazionalisti e repubblicani, la guerra come rito collettivo in grado di creare cesure epocali nel quale si ritrovava quella parte del movimento socialista e sindacale che aveva aderito all’interventismo, il gusto per il pericolo, l’irriverenza e l’esaltazione della guerra prospettate dal movimento futurista. In questo contesto D’Annunzio diveniva il capo o Vate che di volta in volta tendeva a dominare le masse o a confondersi in esse.

Episodio simbolo della retorica dannunziana fu il comizio tenuto in occasione della Sagra di Quarto, il 5 maggio 1915, durante l’inaugurazione del monumento alla spedizione dei Mille. Il discorso fu un trionfo di retorica populista e nazionalista: con esso D’Annunzio richiamava la nazione, “dalla maestà del Re all’operaio rude”, alla necessità di un intervento in guerra a fianco dell’Intesa. Il testo, un’accorata esaltazione della guerra, comprendeva riferimenti alla romanità, ai miti risorgimentali, alla necessità di liberare Trento e Trieste, facendo appello alle superiori forze morali e culturali degli italiani. D’Annunzio inoltre elevava Garibaldi ad eroe mitico, rilanciando la necessità di una nuova impresa che portasse a compimento ciò che era stato iniziato dai Mille.

L’intento attualizzante risulta evidente nel passo in cui pronuncia: “Quando nella selva epica dell'Argonna cadde il più bello tra i sei fratelli della stirpe leonina, furono resi gli onori funebri al suo giovine corpo che fuor della trincea il coraggio aveva fatto numeroso come il numero ostile”. Tale passaggio faceva riferimento ai volontari italiani della Legione Garibaldina, impeganta in Francia sul fronte delle Argonne, dove erano caduti Bruno e Costante Garibaldi, nipoti dell’eroe dei due mondi. Fu persino ventilata l’idea di far sbarcare sullo scoglio di Quarto i reduci della Legione, cui nel frattempo era giunto l’ordine di ritirarsi dal fronte francese. La proprosta fu tuttavia rifiutata da Ricciotti Garibaldi e ad occupare la scena restò solo D’Annunzio, che concluse la sua dichiarazione di guerra con “Beati i bentornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma”. Il discorso fu accolto con uno scroscio di applausi coronati da “Viva Trento e Trieste, Viva la guerra”.

La “grande vigilia” del “maggio radioso” era giunta: il 26 aprile erano stati firmati in segreto i patti di Londra che legavano l’Italia all’Intesa. Il discorso, riportato sulla stampa il giorno seguente, accese ulteriormente gli animi: tre settimane dopo l’Italia entrava in guerra.