Erwin Rommel: dal Matajur a El Alamein

Heidenheim an der Brenz 1891 - Herrlingen 1944

Erwin Rommel nacque nel 1891 nella cittadina di Heidenheim an der Brenz (nel Baden-Württemberg) dall’insegnante di scuola superiore e successivamente preside Erwin e da Helene Lutz. Una tipica famiglia della media borghesia colta. La propaganda nazionalsocialista costruì una storia famigliare molto diversa, presentandolo come proveniente da un ambiente operaio e quindi come modello della possibilità per i figli delle classi sociali inferiori di assurgere alle carriere più elevate, nel Terzo Reich hitleriano.

Entrò giovanissimo nella carriera militare per pressione del padre. La sua passione sarebbe stata però quella di diventare ingegnere aeronautico. Nel 1910 entrò come cadetto nel reggimento di fanteria nr. 6 dell’esercito del Württemberg. Va ricordato che l’impero guglielmino continuava a essere un stato federale e che i singoli stati avevano ciascuno un proprio esercito.

Allo scoppio della guerra, con il suo reggimento di fanteria e con il grado di tenente combatté sul fronte occidentale con grande valore, conseguendo due croci di ferro: una di prima e una di seconda classe. Passato a comandare una compagnia nel battaglione württemberghese di alpini, partecipò alla campagna dei Vosgi e poi a quella in Romania. Alla vigilia di Caporetto il battaglione di Rommel venne aggregato ….all’interno della XIV armata austro-tedesca appositamente costituita per l’offensiva e comandata dal generale germanico Otto von Below. Partecipò così all’offensiva in una posizione delicata. Con la compagnia da lui comandata compì una profonda avanzata nello schieramento italiano, conquistando il Monte Matajur e arrivando fino a Longarone. L’azione offensiva, successivamente raccontata da Rommel nel suo libro di memorie Infantrie greift an (1937, edito in italiano con il titolo: Fanteria d’attacco, Gorizia, 2004), gli valse la massima onorificenza militare: l’Ordre pour le mérite e la nomina a capitano. Terminò la guerra in una comoda posizione nei comandi arretrati.

Durante la profonda infiltrazione dietro le linee italiane, Rommel e i suoi 150 alpini del Württemberg fecero quasi 9000 prigionieri e un ricco bottino di guerra. Negli anni seguenti, anche grazie al grande successo di pubblico del libro, le tattiche di penetrazione in profondità da lui descritte con vivacità di stile, e insegnate alla scuola di fanteria di Dresda,  gli valsero la fama di tattico innovativo e audace (il libro veniva studiato nelle accademie militari di mezzo mondo), pronto ad assumersi in prima persona la responsabilità del comando e a lasciare spazi di iniziativa ai sottoposti e alla truppa. Allo stesso tempo, la narrazione di Rommel riflette una umana partecipazione verso le truppe italiane, lasciate senza ordini e mal organizzate dai loro comandanti, ma comunque coraggiose e leali.

Nel primo dopoguerra, come molti altri ufficiali, Rommel risentì dello shock della sconfitta e della drastica riduzione del ruolo delle forze armate in seno alla società tedesca. Ma continuò la sua carriera militare, con fedeltà verso la repubblica. L’avvento al potere del nazionalsocialismo fu salutato da Rommel in modo positivo.  Venne così in contatto con Hitler, dal quale fu affascinato. Il suo eroismo in guerra, lo spirito dinamico, intollerante verso le regole, le sue idee tattiche anticonformiste, imperniate sul movimento di unità autotrasportate in collaborazione con i carri armati, lo fecero diventare un beniamino di Hitler e della propaganda. D’altra parte, con il Führer egli condivideva un malcelato disprezzo verso la casta degli alti ufficiali prussiani, perlopiù nobili. Nei tardi anni Trenta ebbe il comando del battaglione addetto alla protezione di Hitler. A questi, promosso nel frattempo a maggiore generale, Rommel chiese di poter avere il comando di una divisione di Panzer. Fu accontentato. Per la campagna di Francia gli fu affidata la 7a divisione Panzer, con la quale operò con azioni rapide e incisive sul fronte settentrionale. Spesso ignorando gli ordini superiori Rommel conquistò alla sua unità la definizione di “divisione fantasma”. Terminò la campagna con una prestigiosa medaglia: la Croce di cavaliere.

Al generale più popolare della Wehrmacht Hitler fece ricorso nel febbraio 1941 quando decise di mandare un contingente dotato di mezzi moderni in Africa settentrionale per dare una mano agli italiani, costretti nei messi a una profonda ritirata: l’Afrikakorps. Composto da due divisioni corazzate, il corpo sarebbe stato alle dipendenze dei comandi italiani. Ma nei due anni seguenti Rommel agì sempre di propria iniziativa, provocando non poche proteste da parte dei comandi italiani in Libia. Ma le vittorie stavano dalla sua parte: la riconquista della Cirenaica e di Tobruk e l’avanzata (luglio 1942) fino a El-Alamein, località situata a poco più di 100 km di distanza dall’agognato canale di Suez, che era l’obiettivo strategico della campagna d’Africa. Hitler gli conferì il bastone di feldmaresciallo, ma non gli mandò le truppe e i mezzi che Rommel chiedeva con forza, per concludere vittoriosamente la campagna.

Una serie di vittorie conseguite attraverso audaci penetrazioni in profondità con colonne motorizzate e corazzate, cogliendo di sorpresa le difese avversarie. Nella seconda e decisiva battaglia di El Alamein, combattuta dal 23 ottobre al 3 novembre sotto la pressione dell’8. Armata del generale Montgomery, dotata di mezzi molto più consistenti e che godeva della supremazia aerea, Rommel decise la ritirata, che coinvolse anche le truppe italiane. Da Berlino era giunto un perentorio ordine di non ritirarsi, ma Rommel disubbidì, consapevole che la situazione era compromessa. Nel frattempo (8 novembre) truppe britanniche, americane e del Commonwealth erano sbarcate sulle coste algerine. La vittoria alleata era solo questione di tempo. Per evitare a Rommel una resa sul campo, il 6 marzo su ordine di Hitler venne riportato in patria. Solo nei mesi seguenti l’opinione pubblica, che aveva verso il brillante generale una venerazione, venne a sapere della sua messa in salvo, accompagnata dalla più alta onorificenza mai attribuita: la croce di cavaliere, con brillanti, corona d’alloro e spade.

Nei mesi seguenti gli fu affidato il ruolo di comandante delle truppe tedesche in Italia. In questa veste non solo preparò l’occupazione del territorio italiano in vista del probabile armistizio, che fu infine reso noto l’8 settembre. Ma coordinò anche la cattura di ciò che restava delle forze armate italiane e la loro deportazione.

 

Da novembre 1943 fu trasferito nella Francia settentrionale, al comando della Heeresgruppe B, a nord della Loira. Gli fu anche affidata la supervisione delle opere difensive del Vallo Atlantico. Lo sbarco alleato in Normandia lo colse in una breve licenza a casa, per riprendersi da una malattia. Il 17 luglio la sua vettura subì un mitragliamento da parte di un caccia britannico. Rommel riportò alcune ferite. Il 20 luglio si ebbe il tentativo di attentato contro Hitler, accompagnato da un maldestro colpo di stato, represso in poche ore. Quale fu il ruolo di Rommel nel complotto non è chiaro. Per molto tempo è stato inserito fra i vertici del complotto e si è sostenuto che nel futuro governo post-hitleriano avrebbe dovuto svolgere un incarico importante. In anni più recenti ha prevalso la tesi che egli non avesse approvato il colpo di stato o addirittura che non fosse neppure a conoscenza della volontà di uccidere Hitler. La vedova aveva scritto che Rommel era stato fino all’ultimo un soldato, che obbediva agli ordini e che non si occupava di politica. Fatto sta che agli occhi dei vertici nazionalsocialisti Rommel doveva essere eliminato. Gli fu offerta la possibilità di un suicidio, mascherato da cause naturali, per non compromettere moglie e figli. L’alternativa era un processo davanti alla corte marziale per alto tradimento. Il 14 ottobre 1944 Rommel si suicidò. Al pubblico venne data la notizia di una morte per emorragia cerebrale. Nei giorni seguenti si svolsero i solenni funerali. L’onore era salvo. Nei libri di storia militare Rommel è generalmente considerato uno dei tattici più abili e intelligenti nella storia di tutte le guerre.