Giuseppe Ungaretti

Alexandria, Egypt 1888 - Milan 1970

Figlio di genitori di origini lucchesi, Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria l’8 febbraio del 1888. Il padre si era trasferito in Egitto per fare lo sterratore nel cantiere del Canale di Suez. Un lavoro logorante, che lasciò Ungaretti orfano di padre all’età di due anni. Toccò alla madre, una donna di carattere e volontà, mantenere la famiglia grazie al forno che aveva aperto nei sobborghi della città.

Una madre a volte severa, ma dedicata ai propri figli, al punto che nonostante le difficoltà assicurò a Giuseppe e al fratello la giusta istruzione. Fu tra i banchi di scuola della prestigiosa École Suisse Jacot che Giuseppe conobbe la parola scritta, la poesia e i poeti di quella patria lontana - l’Italia - che a lungo rimarrà per lui ‘luogo di immaginazione e non di memoria’. 

Poeti e pensatori dell’epoca furono per il giovane fonte di ispirazione anche attraverso le pagine della rivista La Voce, dove futuristi e intellettuali scrivevano articoli, saggi e poesie. Il lungo e produttivo scambio epistolare con lo scrittore e giornalista Giuseppe Prezzolini è un altro tassello per comporre il puzzle degli anni di formazioni di Ungaretti, vissuti in una città ospitale, luogo di incontri e incroci, ma inadeguata a mettere radici - Alessandria, un porto del mondo. 

Compiuta la maggiore età, dopo un breve periodo di impegno politico in compagnia dell’anarchico e socialista Enrico Pea, nel 1912 Ungaretti parte per Parigi, dove la madre lo iscrisse alla facoltà di diritto della Sorbone. Ma uno spirito libero come quello del poeta non poteva farsi imbrigliare: nella città francese frequentò corsi di tutt’altro genere - dalla filologia alla filosofia -, e fece delle lezioni di Henri Bergson delle vere e proprie lezioni di vita.

Una vita che lo condurrà nel 1914 - quando infine si trasferisce in Italia - a prendere parte alla campagna interventista. Quando il suo paese entrò in guerra ebbe qualche problema a partire volontario, ma nel dicembre del 1915 venne infine arruolato nel 19° Reggimento di Fanteria. Il battesimo del fuoco nel Carso non si fece attendere, e Ungaretti si trovò a lottare per la propria vita, ma anche per la convivenza di due sentimenti contrastanti: la tragedia della morte e la gioia del sopravvivere - quel sentimento ben definito da Cortellessa come lo ‘strazio di chi resta’.

Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro / Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto / Ma nel cuore nessuna croce manca È il mio cuore il paese più straziato.

(San Martino del Carso, Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916)

Durante la Grande Guerra, Ungaretti tenne un taccuino, un diario di pensieri e poesie, nel quale presero forma la sua poetica e i suoi temi. Nel 1916 a Udine, l’amico e commilitone Ettore Serra fece stampare 80 copie di questo taccuino, con il titolo di Il Porto Sepolto. È la prima raccolta ungarettiana, che fece di Giuseppe il ‘poeta della guerra’. 

Un’intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio ho scritto lettere piene d’amore / Non sono mai stato tanto attaccato alla vita.

(Veglia, Cima Quattro il 25 dicembre 1915)

Nel versi asciutti e provi di punteggiatura di stampo futurista si narra la sostanza vera del conflitto: gli odori nauseabondi, il boato dei colpi, le ruvide rocce giaciglio dei soldati, il colore rosso della terra che si confonde con il rosso del sangue.

Quella terra che nel 1966 - quando per la prima volta torna sul Carso - fu al centro dell’attenzione del poeta, come racconta Claudio Maraini. ‘Poi, l’occhio strizzato del poeta […] fu attratto da un angolo di terra viva, rossiccia. Il suo piede gli fu sopra: quella, esclamò, era la terra rossa d’allora, quella che produceva il fango in cui per tanto tempo i fanti vissero mescolati!’.

L’esperienza della guerra trasformò Ungaretti e la sua poesia, la fece dolorosamente maturare. Il senso di contentezza ubriaca per l’essere sopravvissuto si mescola al dolore e alla sofferenza. Ungaretti è negli anni del conflitto un ‘dolorante poeta’ e lo resterà per tutta la sua vita.

Alla fine della guerra, Ungaretti pubblicò una nuova antologia, Allegria di naufragi, dove oltre alle poesia del Porto, nuovi brani fecero capolino. Tra le due guerre frequentò ambienti vicini al Fascismo, e nel 1923 Mussolini scrisse la prefazione per la ristampa de Il Porto sepolto.

La vita del poeta della Grande Guerra continuò a trascorrete tra un porto e l’altro: Roma, San Paolo, Parigi, i viaggi, la famiglia, l’università, l’insegnamento ma soprattutto la poesia. Fino al 1970, quando a ‘ poco più di quattro volte vent’anni’ si spense a Milano.

La figura di Ungaretti e la sua poetica sono al centro della costruzione della memoria condivisa della Grande Guerra. A lui è dedicato un parco letterario a Salgado, sul Carso.