Luigi Cadorna: luci e ombre

Pallanza 1850 - Bordighera 1928

Luigi Cadorna, il generale che guidò il Regio esercito fino a Caporetto, nacque a Pallanza il 4 settembre del 1850. Figlio del conte Raffaele Cadorna, generale che guidò l’esercito alla conquista di Roma nel 1870, Cadorna fu presto avviato alla carriera militare, frequentando la scuola militare Teuliè di Milano e l’accademia militare di Torino. Fece rapidamente carriera, scalando la gerarchia  fino ad occupare la carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito, nel luglio del 1914.

Con l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Cadorna ebbe finalmente modo di mettere in pratica le sue convinzioni sulla bontà dell’offensiva ad oltranza. Egli si presentava di fronte al conflitto come un generale stimato, tuttavia privo di esperienza. Infatti nel corso delle varie guerra dell’Italia liberale, campagne militari dai risultati spesso incerti e a volte disastrosi,  egli mai aveva occupato posizioni di comando.

Chiamato a guidare un esercito scarsamente addestrato e in cronica crisi di armamenti pesanti, egli comunque si ostinò nel proseguire la strategia degli attacchi frontali in colonne compatte, che costava un terribile stillicidio di perdite. Pervaso da un radicale senso del dovere e dalla convinzione che tutto andasse sacrificato per la vittoria, Cadorna si guadagnò l’odio della truppa e di non pochi ufficiali.

L’inclinazione autoritaria del generalissimo e i continui siluramenti di quegl’ufficiali che contestavano le direttive superiori, lo portarono a circondarsi di collaboratori di scarse qualità, elemento che paradossalmente contribuì ad allentare il controllo di Cadorna su altri generali autorevoli come Luigi Capello. Al contempo i rapporti tesi con il governo e il parlamento gli fecero guadagnare ben pochi sostegni politici.

Nonostante questi elementi negativi occorre sottolineare come Cadorna seppe gestire diverse situazioni critiche. In occasione della Strafexpedition, nel maggio del 1916, di fronte al rischio di un crollo del fronte egli reagì con determinazione, arrestando l’offensiva con l’afflusso di rinforzi e concentrando le truppe di riserva nella pianura vicentina: in sintesi una manovra logistica di grandi dimensioni condotta con decisione ed intelligenza. Scongiurato il pericolo di uno sfondamento in Trentino fu sempre Cadorna ad ordinare l’approntamento di postazioni difensive e logistiche sul Monte Grappa, scelta che si rivelerà vincente dopo Caporetto.

Dopo la conquista di Gorizia, a causa del costante aumento delle perdite, Cadorna iniziò timidamente a mettere in dubbio la validità dell’offensiva ad oltranza, adottando la strategia alternativa di arrestare l’attacco frontale quando esso iniziava a diventare troppo “costoso” in termini di vite umane. Tuttavia questa soluzione si dimostrò fallimentare, sia per l’aumento delle capacità difensive degli austro-ungarici, che per l’incapacità dei generali italiani di trovare soluzioni alternative all’attacco frontale. Ancor più grave era che Cadorna avesse un controllo sempre più ridotto sui sottoposti, cosa che rendeva difficile arrestare l’offensiva anzitempo. Fu così che le successive spallate sull’Isonzo ebbero il solo effetto di conquistare pochi chilometri di terreno difficilmente difendibile, nonché dissanguare ulteriormente reparti già provati dalla durezza del fronte.

La scarsa attenzione del generalissimo nei confronti delle condizioni morali e materiali delle truppe, ormai giunte allo stremo delle forze e incapaci di sostenere altri sforzi offensivi, contribuì al disastro di Caporetto, il 24 ottobre 1917. Cadorna fu oggetto di violente accuse, dalle quali si difese maldestramente incolpando i soldati di viltà e scarsa resistenza. In effetti alcuni reparti si erano arresi con eccessiva facilità, mentre altri avevano combattuto valorosamente, tuttavia il disastro di Caporetto fu dovuto in primis dalla strategia velleitaria di Cadorna, condivisa dagli altri vertici militari. Trincee situate su posizioni troppo esposte, reparti lasciati in prima linea per lunghi periodi, nessuno svago che potesse rendere meno penosa la guerra, le poche licenze, minarono il morale la combattività delle truppe. Da attribuire unicamente all’operato di Cadorna fu invece la sottovalutazione dell’attacco, nonostante le informazioni fornite da disertori autro-ungarici. La mancanza di truppe di riserva e la disorganizzazione della catena di comando trasformono un attacco tutto sommato modesto in una disfatta. E’ indicativo il fatto che già il 27 ottobre Cadorna abbandonò il quartier generale di Udine trasferendosi a Treviso, a oltre cento chilometri di distanza dal fronte, senza lasciare alcun alto ufficiale a gestire la ritirata.

Accusato di essere il principale responsabile del disastro, Cadorna ebbe tuttavia il tempo di organizzare le difese sul Piave, prima di essere sostituito da Armando Diaz. Isolato dall’ambiente militare e politico, Cadorna si ritirò a vita privata chiudendosi in uno sdegnoso silenzio e affidando la difesa del suo operato a due volumi di memorie. Dopo la guerra non aderì al fascismo, tuttavia Mussolini lo nominò, assieme a Diaz, Maresciallo d’Italia. Morì a Bordighera il 21 dicembre del 1928.