Luigi Capello

Intra 1859 - Rome 1941

Luigi Capello nacque a Intra il 14 aprile 1859. Allievo dell’Accademia militare nel 1875, sottotenente di fanteria nel 1878, iniziò la sua carriera militare nel 46° reggimento di fanteria. Promosso tenente nel 1881 prestò servizio nel corpo degli Alpini e raggiunse il grado di capitano nel 1885.

Militare anticonformista - non nascondeva la sua opposizione allo spirito di casta del corpo ufficiali, collaborava con Nitti e D’Annunzio e nutriva simpatie per la causa socialista (nota la sua amicizia con Leonida Bissolati) – si attirò ben presto l’antipatia di diversi militari di carriera, tanto da essere trasferito a Cuneo per punizione. Tuttavia, la sua carriera non fu compromessa e nel 1898 divenne colonnello al comando del 50° fanteria. In questi anni entrò nella massoneria, raggiungendovi posizioni di responsabilità e stringendo rapporti con personalità politiche. Divenuto maggiore generale, partecipò alla campagna di Libia alla testa di una brigata di fanteria dislocata a Derna. Qui diede prova di energia e decisione, distinguendosi per spirito aggressivo, severità e per la sua devozione all’offensiva ad oltranza.

All’indomani dell’intervento italiano nella Grande guerra, Capello comandava la XXV divisione di stanza a Cagliari, assegnata poi alla III armata. Dopo le prime sfortunate offensive sul Carso, il 28 settembre 1915 fu promosso tenente generale, e destinato al comando del VI corpo d’armata che fronteggiava la testa di ponte austro-ungarica di Gorizia. Prese le redini del comando, Capello poté finalmente mettere in pratica le sue teorie lanciando un reggimento dopo l’altro in sanguinosi e sterili attacchi contro Gorizia, le alture del Sabotino e del Podgora, senza riuscire a intaccare minimamente la linea di resistenza nemica. Il prestigio di Capello, tuttavia, non fu scosso da questi insuccessi, poiché il regno d’Italia, in quanto stato aggressore, era costretto per ragioni politiche, strategiche e morali a condurre una guerra offensiva, anche in mancanza dei mezzi bellici in grado di cogliere concreti successi strategici o tattici.

Il rafforzamento dell’esercito durante la pausa invernale del 1915/1916 permise a Capello di impostare su nuove basi la conquista della testa di ponte di Gorizia, potendo ora contare su 1176 bocche da fuoco, delle quali 463 di medio-grosso calibro. Con la VI battaglia dell’Isonzo il 9 agosto le truppe di Capello occuparono Gorizia e conquistarono quasi senza perdite il Sabotino, conseguendo il primo netto successo della guerra italiana. La popolarità di Capello crebbe così rapidamente da metterlo in urto con Cadorna. Gli avversari del Generalissimo vedevano infatti in Capello un possibile successore, capace di imprimere un nuovo dinamismo offensivo alla guerra italiana e di stabilire rapporti più intensi tra paese, esercito e classe politica.

Cadorna decise così di colpire il potenziale rivale e, poiché non poteva silurarlo all’indomani della vittoria di Gorizia, nel settembre 1916 lo rimosse dal Comando del VI corpo passandolo a quello di assai minor rilievo del XXII corpo d’armata sugli Altopiani. Tuttavia l’esilio dal fronte isontino durò poco, sia per la nomina di Capello a grand’ufficiale dell’Ordine militare di Savoia sia alla luce del fatto che Cadorna, nonostante le differenze politiche e caratteriali, lo considerava il migliore dei suo generali, tanto da richiamarlo sul fronte dell’Isonzo affidandogli nuovamente il comando della zona di Gorizia, nel marzo del 1917.

Nei piani di guerra del 1917, il settore di competenza di Capello assumeva un’importanza decisiva nell’economia della guerra italiana, ciononostante Cadorna, divenuto scettico sull’opportunità dell’offensiva ad oltranza, intendeva spostare il centro di gravità dell’offensiva più a sud, contro l’Hermada, settore della III armata del Duca d’Aosta. Nonostante la superiorità di forze e l’accurata preparazione, l’attacco portò solo alla conquista del monte Kuk. Tuttavia Capello, forte del suo prestigio, ottenne l’autorizzazione a protrarre gli sforzi e, a prezzo di forti perdite, riuscì a occupare anche il Vodice. In questo caso, trattenendo per se le artiglierie destinate al Duca d’Aosta, Capello decretò l’insuccesso degli attacchi della III armata al monte Hermada. Malgrado la parzialità del successo, Capello fu promosso al comando della II armata.

All’indomani dell’undicesima battaglia dell’Isonzo la II armata di Capello era destinata ad investire l’altipiano della Bainsizza. Ciononostante, egli ottenne di estendere l’attacco alla pericolosa testa di ponte austroungarica di Tolmino, fiducioso nell’eccezionale concentramento di forze: 51 divisioni con 5.200 pezzi d’artiglieria. L’offensiva della 2° armata ottenne un rapido successo sulla Bainsizza, ma fallì verso Tolmino. Capello decise comunque di insistere, lanciando in questo settore tutte le sue riserve. Ignorando gli ordini di Cadorna che prevedevano di bloccare l’offensiva quando questa si faceva troppo “costosa” e malgrado l’aumento vertiginoso delle perdite, egli decise di prolungare la battaglia con una serie di sanguinosi attacchi al San Gabriele. Ne conseguì un doloroso logoramento di truppe già provate, che non riuscirono a espugnare nessuna delle posizioni austriache. Tuttavia, i successi tattici del Kuk, del Vodice e della Bainsizza - pagati a caro prezzo - accrebbero ancor più la fama di Capello.

In realtà tutto il comportamento sul campo di Capello era da considerarsi negativo, dall’aperta disobbedienza a Cadorna, alla ripetizione degli attacchi verso Tolmino e il San Gabriele, tutti falliti. Da parte sua Cadorna, non potendo attendersi sostegno dal governo che aveva spesso duramente attaccato, subì la crisi della sua autorità, coprendo la disobbedienza di Capello per salvare il proprio posto.

Con l’undicesima battaglia il rateo delle perdite era salito al terribile record di 160 mila morti, feriti e dispersi in sole due settimane. Malgrado l’ottimismo dei generali e i discreti risultati ottenuti, soprattutto se paragonati a quanto avveniva sul fronte occidentale, il Regio esercito era attraversato da una profonda crisi morale e materiale. La mancanza di riserve umane, l’esaurimento delle truppe - sfinite dagli attacchi e dai lunghi turni in trincee poste su posizioni esposte e difficilmente difendibili - la cieca fiducia dei comandanti nell’offensiva ad oltranza e l’impreparazione a combattere una battaglia difensiva, rendevano l’esercito italiano una facile preda per un attacco concentrato austro-tedesco, nonostante la superiorità numerica e materiale.

Si arrivò così alla notte di Caporetto e alla terribile disfatta delle armi italiane, nonché alla caduta di Capello. All’indomani del 24 ottobre 1917 egli ignorò completamente gli ordini di Cadorna di porsi sulla difensiva (ordini spesso aleatori e dei quali non ne veniva controllata l’effettiva esecuzione) mantenendo le sue truppe in posizione d’attacco, non predispose riserve di settore efficienti e sottovalutò fino all’ultimo le notizie sull’attacco in preparazione. Tale passività può essere spiegata dalla volontà di Capello a non rinunciare al suo ruolo di sostenitore dell’offensiva ad oltranza. Per di più una grave forme di nefrite ne pregiudicò la possibilità di tenere il comando con la continuità necessaria. Ritenuto tra i principali responsabili della disfatta, seguì la sorte di Cadorna, terminando di fatto la sua carriera militare.

Nel dopoguerra fu tra i primi ad aderire al movimento fascista e nel 1922 prese parte alla Marcia su Roma. Nel febbraio 1923 si dimise dal PNF a seguito del voto del Gran Consiglio che dichiarava incompatibile l'adesione al Fascismo e alla Massoneria. Emarginato al regime - del quale forse non volle accettare la deriva reazionaria – e completamente rimosso dalle celebrazione che il fascismo tributò ai generali della Grande guerra (nello 1924 Cadorna e Diaz furono nominati marescialli d’Italia), Capello prese parte all'organizzazione del fallito attentato contro Mussolini (1925), organizzato dal deputato socialista Tito Zaniboni. Condannato a trent'anni di carcere nel 1927, ne scontò solo dieci, venendo liberato nel 1936. Scarcerato, morì dimenticato a Roma nel 1941.

Comandante duro ed energico verso i suoi ufficiali, ma capace di suscitare entusiasmo in quanti lo avvicinavano, Capello non trascurava l’addestramento delle truppe e la loro preparazione morale, ma le sottoponeva senza esitazione a sanguinosi sforzi, che non potevano non avere gravi conseguenze. Pur trattandosi di un logoramento comune a tutto le unità del Regio esercito, esso fu ancora più sentito nella II° armata poiché su di essa era ricaduto il peso maggiore delle battaglie del 1917. Capello era inoltre un ufficiale sempre interessato a tutte quelle innovazioni tecniche che potessero portare al successo delle operazioni, favorendo l’introduzione della bombarda e la creazione dei reparti di Arditi. Tuttavia, sul piano strategico egli non abbandonò mai le sue convinzioni offensiviste né si interessò di tattiche alternative agli sterili e sanguinosi attacchi frontali. Per quanto riguarda i rapporti con Cadorna, essi si mantennero sufficientemente buoni: tra i due uomini c’era senza dubbio un rapporto di stima, ma non amicizia né comprensione, con il risultato che Cadorna – che non fu mai in grado di controllare i suoi subordinati - lasciò troppa libertà d’azione all’ambizioso e autonomo comandante della II armata. Una mancanza di coordinamento che fu fatale ad entrambi e portò al disastro di Caporetto.

Bibliografia:

Dario Ascolano, Luigi Capello: biografia militare e politica, Longo, 1999

Angelo Mangone, Luigi Capello: da Gorizia alla Bainsizza, da Caporetto al carcere, Mursia 1994

Mario SIlvestri, Isonzo 1917, Rizzoli, 2014