Pietro Badoglio

Grazzano Monferrato 1871 - Grazzano Badoglio 1956

Il 6 agosto 1916, alle ore 7, si scatenò il fuoco di sbarramento delle artiglierie italiane da Tolmino al mare. Era iniziata la Sesta battaglia dell’Isonzo, che si sarebbe conclusa con la conquista di Gorizia, rappresentando la prima vittoria italiana dopo più di tredici mesi di guerra.

Sul monte Sabotino cinque battaglioni di fanteria, in soli 38 minuti, riuscirono ad espugnarne la vetta e a sorpassarla scendendo verso la sponda destra dell’Isonzo sul costone di San Mauro. Fino a quel momento il Sabotino aveva rappresentato uno dei principali ostacoli all’avanzata italiana: brullo, difeso da una solida rete di trincee, capisaldi e ricoveri in caverna e fortemente presidiato dagli austriaci, contro di esso si erano scagliati le sanguinose, quanto inefficaci, spallate di Cadorna. Vista l’impossibilità di prendere la montagna con un assalto frontale l’alto comando decise di cambiare strategia: facendo brillare quasi 2500 cariche di mina per notte fu costruita un’estesa rete di trincee e gallerie fin sotto le postazioni austriache, a circa 20 metri di distanza. Il balzo che gli attaccanti dovevano compiere allo scoperto veniva così notevolmente accorciato, permettendo ai soldati italiani di irrompere nelle trincee austriache prima che esse fossero guarnite dai difensori, i quali restavano fino all’ultimo nei ricoveri per proteggersi dal bombardamento.

Ideatore del piano e colui che diresse l’attacco fu il giovane colonnello Pietro Badoglio. Nato a Grazzano Monferrato il 28 settembre 1871 da una famiglia della medio-alta borghesia, Badoglio entrò all’accademia militare di Torino nel 1888, uscendone con il grado di Tenente nel 1892. Entrato in servizio attivo, tra il 1896 e il 1898 fu in Eritrea, dove partecipò alla spedizione su Adigrat. Tornato in Italia, partecipò alla guerra italo-turca distinguendosi nelle azioni di Ain Zara e Zanzur, venendo così promosso Maggiore.

Allo scoppio della Grande Guerra il Tenente Colonnello Pietro Badoglio fu assegnato allo stato maggiore della II° Armata, a comando della 4° Divisione, nel settore del monte Sabotino. La tendenza di Cadorna a “silurare” frequentemente i propri sottoposti permise a giovani ufficiali come Badoglio di far carriera rapidamente, tanto che nell’aprile era già divenuto colonnello e capo di stato maggiore del VI° corpo d’armata. Nell’agosto del 1916 la conquista del monte Sabotino rappresentò l’inizio di una folgorante carriera. Promosso maggiore generale nello stesso anno, nel maggio 1917 fu posto al comando del II° Corpo d’Armata, distinguendosi ancora nella conquista de monti Vodice e Kuk. In seguito a questi successi il generale Luigi Capello propose e ottenne la promozione di Badoglio a Tenente Generale destinandolo al comando del XXVII° Corpo d’Armata.

Il 24 ottobre 1917, all’inizio della battaglia di Caporetto, il corpo d’armata di Badoglio presidiava un settore di fronte al Tolmino pesantemente difeso da ben 56 battaglioni di fanteria, appoggiati da 560 artiglierie. Gli attacchi della XIV° armata austro-tedesca nei settori meno difesi tra Plezzo e Tolmino ebbero scarso successo tuttavia lo sfondamento avvenne proprio nell’area di competenza di Badoglio. Allo stesso modo di Capello, Badoglio mantenne ostinatamente truppe e artiglieria su posizioni troppo avanzate e indifendibili, non preparando alcuna seconda linea difensiva alle spalle. L’artiglieria del XXVII° corpo d’armata non aprì il fuoco, probabilmente a causa dell’incapacità di Badoglio di comprendere l’entità dell’attacco e comunicare ordini alle proprie unità: di fatto il generale piemontese fu da subito tagliato fuori dalle proprie truppe, rendendosi poi irreperibile nei giorni più drammatici della rotta.

Dopo la stabilizzazione del fronte lungo la linea del Piave e l’esonero di Cadorna, sostituito da Armando Diaz, malgrado il pesante coinvolgimento nella rotta di Caporetto, Badoglio riuscì ad entrare nel Comando supremo, divenendo il vice del nuovo capo di stato maggiore dell’esercito. Nel gennaio del 1918 una commissione d’inchiesta istituita per indagare sui fatti di Caporetto, pur indicando i generali Cadorna e Capello come i principali responsabili della disfatta, conteneva diverse gravi accuse sull’operato dello stesso Badoglio. Tuttavia l’importante ruolo ricoperto all’interno del nuovo Comando supremo e il fondamentale appoggio di Diaz fecero sì che le responsabilità di Badoglio fossero taciute, salvando di fatto la carriera del generale piemontese

Ciononostante il giudizio sull’operato di Badoglio nell’ultimo anno di guerra è in genere molto positivo, curò maggiormente l’addestramento dei soldati, ne migliorò le condizioni di vita e in particolare potenzò il servizio informazioni e la propaganda tra le truppe.

Nel dopoguerra divenne senatore e successe a Diaz come capo di stato maggiore dell’esercito. Pur non essendo un sostenitore del fascismo riuscì comunque intraprendere una brillante carriera durante il Ventennio, forte del prestigio e dell’autorevolezza derivanti dall’essere uno dei “generali della vittoria”. Nel 1925 fu nominato Capo di stato maggiore generale delle forze armate - carica che mantenne fino al 1940 – nel 1926 fu maresciallo d’Italia e nel 1928 divenne governatore della Tripolitania e della Cirenaica. Nel novembre del 1935 partecipò alla conquista dell’Etiopia, sostituendo De Bono come comandante generale delle truppe in Eritrea. Conclusa brillantemente l’esperienza in Africa orientale, rientrò in patria carico di onori.

Contrario all’ingresso in guerra dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale, egli tuttavia non vi si oppose, pur essendo conscio dell’impreparazione delle forze armate. Dopo i primi rovesci militari in Francia e Grecia, Badoglio diede le dimissioni da capo di stato maggiore generale. Durante gli anni di guerra perse il figlio, pilota sul fronte libico, e la moglie.

Il 25 luglio 1943 dopo la caduta di Mussolini fu incaricato da Vittorio Emanuele III di formare un nuovo governo. Gestì mediocremente l’armistizio con gli alleati e la caotica fase dell’8 settembre 1943, fuggendo da Roma – minacciata dall’occupazione tedesca - assieme alla famiglia reale e rifugiandosi a Brindisi. Nel 1944 le sue collusioni con il regime fascista e la mutata situazione politica provocata dalla guerra civile lo costrinsero alle dimissioni, ritirandosi a vita privata. Nel dopoguerra fu accusato di crimini contro l’umanità per l’utilizzo dei gas durante la campagna d’Etiopia.

Figura legata a numerosi episodi controversi, tra i quali Caporetto, la connivenza con il fascismo, l’Iprite in Africa orientale e non ultime, la mancata difesa di Roma e il caos dell’8 settembre, Badoglio morì indisturbato il 1° novembre 1956.

Letture:

Piero Pieri-Giorgio Rochat, Pietro Badoglio maresciallo d'Italia, Milano, Mondadori, 2002