December 1918

La lenta fine dell'impero austro-ungarico - The slow ending of the Austro-Hungarian Empire

Alessandro Chebat

Molto spesso il collasso della duplice monarchia viene genericamente ascritto alla sconfitta sul campo di Vittorio Veneto, tuttavia questo fu solo l'atto ultimo di una lenta morte che traeva origine da motivazioni di ordine politico, sociale ed economico.

 

Il 2 novembre 1918 – a Vienna – un reggimento ungherese di guardia al palazzo imperiale di Schönbrunn abbandonò la propria posizione e fece ritorno in Ungheria.

Era un atto estremamente simbolico del collasso della duplice monarchia.

Il crollo, tuttavia, non giunse né improvviso né repentino, ma fu frutto dell'erosione dall'interno di un'elefantiaca struttura, minata da contraddizioni e forze centrifughe interne che la guerra e il suo cattivo andamento avevano reso ancor più evidenti.

Spesso il collasso dell'impero autro-ungarico viene genericamente ascritto alla sconfitta sul campo di Vittorio Veneto, malgrado esso sia solo l'atto ultimo di una lenta morte che trae origine da motivazioni di ordine politico, sociale ed economico.

Una parte della storiografia che si è occupata della fine dell'impero austro-ungarico ha posto in enfasi l'incapacità della duplice monarchia di soddisfare le rivendicazioni delle varie etnie che la componevano. La base dualistica uscita dall'Ausglich nel 1867 aveva lasciato l'impero in una stato di profonda debolezza: da una parte la porzione ungherese dell'impero (la Transleitania), la quale perseguiva una politica estremamente nazionalista volta ad affermare le prerogative economiche e politiche della componente magiara. Dall'altra parte la Cisleitania dove i tedeschi, pur controllando ampiamente il settore politico-economico, non possedevano una forza pari a quella detenuta dagli ungheresi in Transletania, dovendo confrontarsi con la nascente élite slava che reclamava un maggior protagonismo. Ogni tentativo da parte delle autorità imperiali di rifondare l'impero su base trialistica, al fine di permettere l'ingresso degli altri gruppi etnici nella scena politica, trovò sempre la netta opposizione del governo magiaro, l'unico che traeva convenienza dall'ordine uscito dal compromesso del '67. Un ulteriore elemento di debolezza a livello politico giungeva dalla presenza di due distinti parlamenti: tra il 1914 e il 1918 a Vienna il parlamento fu sciolto, mentre a Budapest esso continuò a riunirsi e a difendere le proprie prerogative e gli interessi della parte magiara della monarchia, assestando un duro colpo alla compattezza dell'impero di fronte al conflitto. Di fatto, l'unico elemento di unità era rappresentato dalla figura del vecchio imperatore Francesco Giuseppe, attorno alla quale si concentrarono tutti gli sforzi della propaganda dinastica.

Nonostante questi dissidi interni, allo scoppio della Grande guerra la mobilitazione avvenne senza particolari intoppi o proteste. Lo stesso sbandamento di alcuni reparti cechi nei primi mesi di guerra sul fronte orientale era essenzialmente ascrivibile alla durezza dei combattimenti, più che ad una precisa volontà politica e nazionalista di “sabotare” lo sforzo bellico.

In realtà, furono l'andamento alterno della guerra e le severe restrizioni provocate da essa nell'accesso ai beni di prima necessità a determinare la progressiva disaffezione della popolazione sia alle ragioni della guerra che infine alla monarchia stessa. Tale aspetto fu in particolar modo evidente tra la popolazione civile nel fronte interno - dove le condizioni di vita peggiorarono progressivamente - per poi diffondersi tra i soldati solo in un secondo tempo. Fu in particolare nel penultimo anno di guerra che la penuria di generi alimentari raggiunse il suo apice: un tragico paradosso se si pensa alla risonanza data dalla propaganda austriaca all'ampio bottino catturato dopo la vittoria di Caporetto.

La carenza di generi alimentari innescò un confronto serrato tra austriaci e ungheresi. Da sempre la Transleitania era il “granaio” dell'impero che riforniva principalmente la porzione austriaca della monarchia. In questa fase i magiari furono accusati di affamare l'impero trattenendo per sé numerose derrate alimentari. In risposta, gli ungheresi accusavano l'Austria di applicare una coscrizione più rigida tra i contadini magiari, innescando così una crisi produttiva nel comparto agricola a causa della mancanza di manodopera. Tale crisi fu estremamente simbolica poiché non solo accentuò la crisi tra città e campagna, operai e contadini e produttori e consumatori, ma generò una diffusa delegittimazione dell'ordine costituito – agli occhi dei civili incapace di far fronte alla distribuzione dei beni di prima necessità – e una profonda scollatura della solidarietà tra i civili nel fronte interno e i sacrifici dei soldati sui campi di battaglia. Di fatto i cittadini austroungarici risultarono sempre meno propensi a farsene carico.

Per rendersi conto dei gravi livelli di denutrizione della popolazione dell'impero è sufficiente affermare come nella sola città di Vienna tra il 1915 e il 1917 il livello di calorie giornaliere scese da 1300 a 830. Alla fine della guerra il 91% degli allievi delle scuole elementari della capitale si trovava in condizioni di denutrizione. La situazione nelle città divenne tale che nei primi mesi del 1918 ebbe luogo una vera e propria “guerra delle patate”. In Austria una enorme folla di persone si riversò nelle campagne in cerca di cibo e terrorizzando i contadini. Da Vienna furono inviati dei reparti militari per mantenere l'ordine. Contemporaneamente in Ungheria si segnalavano sempre più frequenti resistenze da parte dei contadini alle requisizioni dei prodotti agricoli.

Il fatto che la duplice monarchia- impegnata su numerosi fronti – fosse costretta a distogliere unità militari per sorvegliare i propri stessi cittadini era sintomo di uno stato di profonda crisi.

In questo scenario, la linea di demarcazione tra la fame dilagante nell'impero e la conflittualità sociale innescata dagli scioperi risulta estremamente sottile. La drastica riduzione delle razioni di farina – il 14 gennaio 1918 – provocò lo sciopero di 10 mila operai dello stabilimento Daimler di Wiener Neustadt, presto imitati da altri 113 mila lavoratori a Vienna e 153 mila in Bassa Austria. L'industria austriaca rischiò la paralisi. Secondo una relazione del ministero degli interni all'imperatore, tali scioperi iniziavano come moti di protesta per gli approvvigionamenti alimentari per evolvere poi in dimostrazioni di carattere pacifiste che richiedevano una rapida uscita dal conflitto. Episodi simili si ebbero in Boemia ed Ungheria.

La “fame” non è tuttavia sufficiente a spiegare il collasso repentino dell'impero nel 1918. Malgrado l'uscita di scena della Russia e il “miracolo” di Caporetto, furono infatti gli avvenimenti del 1917 che, paradossalmente, determinarono i destini della duplice monarchia per un serie di ragioni di natura politica, sociale ed economica. La pace di Brest-Litovsk, pur liberando l'impero di un temibile avversario, innescò numerosi problemi di varia natura: da un punto di vista economico l'enorme massa di prigionieri russi impiegati come forza lavoro diede vita a numerose proteste e scioperi a causa della lentezza dei rimpatri, volutamente dilatati dalle autorità austro-ungariche per non privarsene. A livello sociale, il ritorno dei 670 mila ex prigionieri in mano russa sconvolse non poco la società austro-ungarica. In primo luogo, su questa massa pesava il sospetto che dietro la condizione di ex prigioniero vi fossero la diserzione o sentimenti anti-patriottici. Questa “pregiudiziale” creò forti tensioni etniche e contribuì non poco alla radicalizzazione delle tendenze nazionaliste tra i vari popoli dell'impero. In secondo luogo, era diffuso il timore - a torto o a ragione - che gli uomini avessero subito “contaminazioni” da parte della propaganda bolscevica, diffondendo le idee rivoluzionarie all'interno dell'impero. Va infatti sottolineato che da subito i bolscevichi dichiararono i prigionieri di guerra liberi cittadini e trasformarono i campi di detenzione in cooperative di produzione. Gli ex prigionieri di guerra furono posti alla pari con i lavoratori russi e ricevevano rappresentanza a tutti i livelli politici. Per queste ragioni un gran numero di prigionieri  accolse favorevolmente i bolscevichi, non tanto per ragioni politiche quanto per il desiderio di pace e di un rapido rimpatrio. Questa massa di uomini demotivati, con il morale basso e che non si aspettavano di essere nuovamente arruolati non potevano essere immediatamente impiegati in combattimento. Essi furono perciò consegnati in caserme e depositi nelle retrovie, dove gradualmente accrebbe il malcontento.

La situazione non era delle migliori nemmeno per le truppe al fronte. L'eco dei disordini all'interno del paese inizialmente non raggiunse le truppe al fronte, tuttavia iniziò ad intaccare il morale dei soldati nelle retrovie. Nel giungo 1918 il fallimento dell'ultima grande offensiva tra il Piave e le Alpi consumò le residue forze della KuK Armee, con gravi conseguenze sul morale dei soldati, i quali si aspettavano una "nuova" Caporetto. Malgrado godessero di un'alimentazione migliore rispetto alla popolazione civile, anche tra tra le truppe fame e malattie iniziarono a mietere numerose vittime. A metà agosto tra le forze schierate sul Piave si registrarono 600/800 casi di malaria al giorno, ai quali si aggiungevano dissenteria e inedia. Al contempo, tra il 1 luglio e la fine di settembre circa 250 mila soldati austro-ungarici disertarono o si resero irreperibili.

A partire dal settembre 1918 il collasso ebbe una repentina accelerazione a causa della rottura del fronte macedone. La disillusione per una guerra ormai persa, la stanchezza per le privazioni e le voci dei disordini all'interno dell'impero favorirono la diffusione di idee nazionaliste, bolsceviche e pacifiste tra i soldati. L'esigenza di aprire trattative di pace che garantissero al contempo l'uscita dalla guerra e l'integrità dell'impero divenne sempre più impellente. Il 16 settembre l'imperatore Carlo chiese agli Alleati un incontro per “uno scambio di idee confidenziale e non vincolante” al fine di esplorare le possibilità di pace sulla base dei 14 punti e del principio di nazionalità. La trattativa naufragò poiché gli Alleati posero come base l'abdicazione del sovrano.

Il 26 settembre il governo bulgaro chiese l'armistizio agli Alleati, le cui truppe dilagarono in Serbia, minacciando direttamente i confini dell'Ungheria. Numerose unità ceche, polacche e magiare si ammutinarono, principalmente in Galizia e nei Balcani, mentre sul fronte italiano esse tesero a mantenere i propri posti. Il 14 ottobre, la tenuta dell'impero si fece più precaria: le potenze alleate riconobbero il consiglio nazionale cecoslovacco di Tomáš Garrigue Masaryk quale governo provvisorio della futura Cecoslovacchia indipendente. Due giorni dopo, in un disperato tentativo di preservare l'unità dell'impero, l'imperatore Carlo concesse completa libertà federale a tutte le principali nazionalità della Cisleitania. Tuttavia, il 20 ottobre Wilson affermò come la concessione dell'autonomia ai popoli dell'impero non fosse più sufficiente a soddisfarne i diritti nazionali, poiché gli obblighi ormai assunti con le nazionalità sottomesse andavano ben oltre una federazione entro i confini dell'impero. Lo stesso giorno, a seguito delle dichiarazioni dell'ex primo ministro ungherese István Tisza il quale proclamò che la guerra era ormai persa, il parlamento di Budapest proclamò la repubblica, guidata da Mihály Károlyi. Atto primo del governo fu il richiamo dell'Honvéd in patria.

La situazione precipitò in pochi giorni: il 24 ottobre gli italiani attaccarono sul fronte del Piave. Le truppe imperiali inizialmente si difesero in modo accanito, tuttavia, già il 26 tre divisioni ungheresi furono rimpatriate. Il giorno successivo gli italiani attraversarono il Piave catturando 7000 prigionieri. Due divisioni austriache si ammutinarono rifiutandosi di contrattaccare, permettendo così agli italiani di consolidare e ampliare la breccia aperta nelle difese.

Quel giorno l'imperatore Carlo telegrafò al Kaiser Guglielmo. “il mio popolo non può e non vuole continuare la guerra […]. Ho preso la decisione di chiedere la pace separata e un armistizio immediatamente”. Il 28 ottobre la KuK Armee ricevette l'ordine di abbandonare la linea del Piave per attestarsi sul Tagliamento. Le lente colonne in ritirata furono attaccate e devastate dall'aviazione alleata. Lo stesso giorno l'imperatore chiese l'armistizio agli alleati, che tuttavia sarebbe entrato in vigore solo il 4 novembre, protraendo inutilmente i combattimenti.

Disordini scoppiarono in tutte le principali città dell'impero. A Praga, il Consiglio nazionale ceco proclamò l'indipendenza della Cecoslovacchia: la guarnigione imperiale cedette tutti i poteri senza colpo ferire. Il 29 ottobre il consiglio nazionale slovacco, riunitosi a Turčianske Teplice, si associò alla nuova entità statale. Quello stesso giorno, a Zagabria, fu proclamata l'unione di Croazia e Dalmazia ad uno "Stato nazionale di sloveni, croati e serbi" che costituiva una ulteriore nuova entità statale nella carta geografica europea. Simili dichiarazioni pronunciate a Lubiana e Sarajevo legarono anche Slovenia e Croazia allo stato slavo meridionale. Disordini scoppiarono a Vienna e a Budapest. Nella capitale austriaca, il 30 ottobre, un'assemblea provvisoria proclamò la repubblica che raccoglieva le aree tedescofone dell'impero. A Budapaest i soldati ammutinati assassinarono István Tisza, accusato di essere uno dei fautori della guerra.

Intanto, sul fronte italiano, dopo una serie di duri combattimenti, ritirate e ammutinamenti l'esercito imperial-regio cessava di esistere come forza combattente. Il 4 novembre entrò in vigore l'armistizio di Villa Giusti, segnando la capitolazione di un impero che nella realtà dei fatti era in via di dissoluzione già da qualche mese.

Dalle ceneri della duplice monarchia nascevano Austria, Ungheria, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Polonia, mentre la Romania e l'Italia assorbivano diverse regioni che ne avevano fatto parte. Il destino dei nuovi stati riservava per essi un dopoguerra turbolento caratterizzato da guerre, tentativi rivoluzionari e dispute territoriali.

Per concludere, la caduta della monarchia è nel complesso ascrivibile ad una molteplicità di ragioni. L'influsso dei vari movimenti nazionalisti presenti all'interno dell'impero già prima della guerra fu trascurabile. Cionostante, in ultima analisi, i movimenti nazionalisti crearono un uditorio pronto ad accoglierne le idee, nonchè fornirono agli Alleati ulteriori argomentazioni nel descrivere la monarchia Asburgica come un'anacronistica gabbia dei popoli. É indicativo che nel pur grave ammutinamento della base navale di Cattaro - a soli otto mesi di distanza dal termine del conflitto - i marinai slavi richiedessero un'autonomia federale entro i confini dell'impero, non certo la totale indipendenza. Sette mesi dopo tutto era ormai cambiato. Dopo il maldestro e tardivo "Manifesto" del 16 ottobre, l'esasperazione per una guerra persa e le drammatiche privazioni materiali di civili e militari fecero emergere le contraddizoni dell'impero in tutta la loro prepotenza. Le forze centrifughe prevalsero nettamente su quelle centripete, complice anche la totale sfiducia della popolazione nell'istituzione monarchica – unico elemento che fino ad allora aveva tenuto unito l'impero - ritenuta responsabile di una guerra che non era riuscita a vincere e sulla quale aveva scommesso tutte le sue possibilità di sopravvivenza.

 

Links:

https://www.britannica.com/event/World-War-I/The-collapse-of-Austria-Hun...

http://www.iwm.at/publications/5-junior-visiting-fellows-conferences/vol...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/Crumbling_of_Empires_a...(Multi)national_Countries

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/Between_Acceptance_and...(Austria-Hungary)

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/Social_Conflict_and_Co...(Austria-Hungary)

 

Bibliografia:

Laurence Cole, Daniel L. Unowsky, The Limits of Loyalty: Imperial Symbolism, Popular Allegiances, and State Patriotism in the Late Habsburg Monarchy, Berghahn Books, 2007

Adam Kozuchowski,The Afterlife of Austria-Hungary: The Image of the Habsburg Monarchy in Interwar Europe, University of Pittsburgh Press, 2013

John W. Mason, The Dissolution of the Austro-Hungarian Empire, 1867-1918, Routledge, 2014

Paolo Pombeni, La Grande Guerra e la dissoluzione di un Impero multinazionale, Fondazione Bruno Kessler Press, 2017

Often the collapse of the Austro-Hungarian empire is generically ascribed to the defeat on the field of Vittorio Veneto, however this was only the last act of a slow death that originated from political, social and economic reasons.

 

On 2 November 1918 - in Wien - a Hungarian regiment guarding the imperial palace of Schönbrunn abandoned its position and returned to Hungary.

It was an extremely symbolic act of the collapse of the double monarchy.

The collapse, however, did not come suddenly, but was the result of erosion from within an elephant structure, undermined by contradictions and internal centrifugal forces that the war and its bad progress had made even more evident.

Often the collapse of the double monarchy is generically ascribed to the defeat on the field of Vittorio Veneto, however, this was only the last act of a slow death that originates from political, social and economic motivations.

A part of the historiography that dealt with the end of the Austro-Hungarian empire, emphasized the inability of the dual monarchy to satisfy the demands of the various ethnic groups that composed it. The dualistic base emerged from Ausglich in 1867 had left the empire in a state of profound weakness: on the one hand the Hungarian portion of the empire (the Transleitania), which pursued an extremely nationalist policy, aimed at affirming the economic prerogatives and policies of the Magyar component. On the other hand, the Cilseitania, which although largely controlled by the German group, did not possess a force equal to that held by the Hungarians in Transletania, having to deal with the nascent Slavic elite who demanded greater political and economic prominence. Any attempt by the imperial authorities to refound the empire on a trial basis, in order to allow the entry of other ethnic groups into the political scene, always found the clear opposition of the Magyar government, the only one that drew convenience from the order made up of the compromise of '67. A further element of weakness at the political level came from the presence of two distinct parliaments: between 1914 and 1918 in Wien the parliament was dissolved, while in Budapest it continued to meet and defend its prerogatives and the interests of the Magyar part of the monarchy, dealing a blow to the compactness of the empire in the face of conflict. In fact, the only element of unity was represented by the figure of the old emperor Franz Joseph, around which all the efforts of dynastic propaganda were concentrated.

Despite these internal disagreements, at the outbreak of the Great War the mobilization took place without particular hitches or protests. The same disorientation of some Czech regiments in the first months of war on the Eastern front was essentially due to the harshness of the fighting rather than to a precise political and nationalist will to "sabotage" the war effort.

In reality, it was the alternate course of the war and the severe restrictions caused by it in accessing basic necessities that determined the progressive disaffection of the population both from the reasons of war and finally from the monarchy itself. This aspect was particularly evident among the civilian population in the internal front - where the conditions of life progressively worsened - and then spread among the soldiers only at a later time. It was in particular in the penultimate year of war that the food shortage reached its peak: a tragic paradox if one thinks of the resonance given by the Austrian propaganda to the large booty captured after Caporetto's victory.

The lack of food triggered a close confrontation between Austrians and Hungarians. Transleitania has always been the "granary" of the empire that mainly supplied the Austrian portion of the monarchy. At this stage the Magyars were accused of starving the empire by holding back numerous foodstuffs for themselves- In response, the Hungarians accused Austria of applying a more rigid conscription among the Magyars, thus triggering a productive crisis in the agricultural sector due to the lack of labour force. This crisis was extremely symbolic, as it not only accentuated the crisis between city and country, workers and peasants and producers and consumers, but generated a widespread delegitimization of the established order - in the eyes of civilians unable to cope with the distribution of basic necessities. - and a deep cleavage of solidarity among the civilians in the internal front and the sacrifices of the soldiers on the battlefields. In fact, the Austro-Hungarian citizens were less and less inclined to take charge of them.

To realize the serious levels of malnutrition of the empire's population, it is sufficient to state that in the city of Vienna, between 1915 and 1917, the level of daily calories dropped from 1300 to 830. At the end of the war, the 91% of the elementary schools' students in the capital were in conditions of malnutrition. The situation in the cities became such, that in the first months of 1918 a real "potato war" took place. In Austria a huge crowd of people poured into the countryside looking for food and terrorizing the farmers. Military units were sent from Wien to maintain order. At the same time in Hungary there were more and more frequent resistance from the farmers to the requisitions of agricultural products. It was a symptom of a state of profound crisis that the dual monarchy - committed on many fronts - was forced to divert military units to oversee its own citizens.

In this scenario, the dividing line between rampant hunger in the empire and the social conflict triggered by strikes is extremely subtle. The drastic reduction of the flour rations – on 14 January, 1918 - caused the strike of 10 thousand workers of the Daimler factory in Wiener Neustadt, soon imitated by another 113 thousand workers in Wien and 153 thousand in Lower Austria. The Austrian industry risked paralysis. According to a report by the ministry of the interior to the emperor, these strikes began as protests for food supplies to then evolve into pacifist demonstrations that required a rapid exit from the conflict. Similar episodes occurred in Bohemia and Hungary.

However, the "hunger" is not sufficient to explain the sudden collapse of the empire in 1918. They were the events of 1917 that, paradoxically, determined the destinies of the double monarchy - despite the exit of Russia and the "miracle" of Caporetto - for a series of political, social and economic reasons. The peace of Brest-Litovsk, while freeing the empire of a formidable adversary, triggered numerous problems of various kinds: from an economic point of view the enormous mass of Russian prisoners employed as a labour force, gave rise to numerous protests and strikes to because of the slowness of repatriation, deliberately dilated by the Austro-Hungarian authorities in order not to be deprived of it. On the social level, the return of the 670 thousand former prisoners in the Russian hands upset the Austro-Hungarian society. In the first place, on this mass weighed the suspicion that behind the condition of former prisoner there were desertion or anti-patriotic sentiments. This “prejudice” created strong ethnic tensions and contributed greatly to the radicalization of nationalist tendencies among the various peoples of the empire. Secondly, there was a widespread fear - rightly or wrongly - that these men had suffered the "contamination" by the Bolshevik propaganda, spreading revolutionary ideas within the empire.
It should be stressed that immediately the Bolsheviks declared the prisoners of war free citizens and turned the detention camps into production cooperatives. The former prisoners of war were placed on a par with the Russian workers and received representation at all political levels. For these reasons a large number of prisoners of war welcomed the Bolsheviks, not for political reasons but for the desire for peace and rapid repatriation. This mass of demotivated men, with low morale and who did not expect to be recruited again, could not be immediately used in combat. They were therefore confined in to barracks and depots in the rear, where discontent and tensions gradually increased.

The situation was not even better for the troops at the front. The echo of these unrest within the country initially did not reach the troops at the front, yet began to erode the morale of the soldiers in the rear. In 1918 the failure of the last great offensive between the Piave and the Alps, consumed the remaining forces of the KuK Armee, with serious consequences on the morale of the soldiers, who expected a "new" Caporetto. Although they enjoyed a better diet than the civilian population, even among the troops, hunger and disease began to reap many victims. In mid-August, 600/800 cases of malaria per day were recorded among the forces on the Piave front, to which were added dysentery and starvation. At the same time, between 1st July and the end of September, around 250 thousand Austro-Hungarian soldiers deserted or became untraceable.

Starting from September 1918, the collapse suddenly accelerated due to the breaking of the Macedonian front. The disillusionment with a war now lost, the weariness of the privations and the rumours of the unrest within the empire favoured the spread of nationalist, Bolshevik and pacifist ideas among the soldiers. The need to open peace talks that guaranteed the exit from the war and the integrity of the empire became more and more urgent. On 16 September, the emperor Karl asked the Allies for an "exchange of confidential and non-binding ideas" in order to explore the possibilities of peace on the basis of the 14 points and the principle of nationality. The negotiation failed as the Allies laid the abdication of the emperor as the basis for opening the debate.

On 26 September, the Bulgarian government requested an armistice: the allied troops swept into Serbia, threatening directly the Hungarian border. Numerous Czech, Polish and Hungarian units mutinied - mainly in Galicia and the Balkans - while on the Italian front they tended to hold their posts. On 14 October, the empire's endurance became more precarious: the allied powers recognized the Czechoslovak national council of Tomáš Garrigue Masaryk as the provisional government of the future independent Czechoslovakia. Two days later, in a desperate attempt to preserve the unity of the empire, Emperor Karl granted complete federal freedom to all the major nationalities of the Cisleitania. However, on 20 October, Wilson stated that the granting of autonomy to the peoples of the empire was no longer sufficient to satisfy their national rights, since the obligations now assumed with the subjugated nationalities went well beyond a federation within the old borders of the empire. The same day - following the statements of the former Hungarian Prime Minister István Tisza, who proclaimed that the war was now lost - the Parliament of Budapest proclaimed the republic, led by Mihály Károlyi. The first act of the new government was the call of the Honvéd in his homeland.

At this point the situation precipitated in a few days: on 24 October the Italians attacked on the Piave front. The imperial troops initially defended themselves fiercely, however, already on the 26, three Hungarian divisions were repatriated. The next day the Italians crossed the Piave capturing 7000 prisoners. Two Austrian divisions mutinied refusing to counter-attack, thus allowing Italians to consolidate and expand the breach opened in the defences.

That day the emperor Karl telegraphed to the Kaiser Wilhelm. "My people can not and do not want to continue the war [...]. I made the decision to ask for separate peace and an armistice immediately". On 28 October the KuK Armee received the order to leave the Piave line and take sides on the Tagliamento. Slow retreating columns were attacked and ravaged by Allied aviation. On the same day the emperor asked the armistice who would come into force only on 4 November, unnecessarily extending the fighting.

Unrest broke out in all the main cities of the empire. In Prague, the Czech National Council proclaimed the independence of Czechoslovakia: the imperial garrison surrendered all its powers without a blow. On 29 October, the Slovak National Council, meeting in Turčianske Teplice, joined the new state entity. That same day, in Zagreb, Croatia and Dalmatia proclaimed to join the "National State of Slovenes, Croats and Serbs" which constituted a further new state entity on the European map. Similar statements made in Ljubljana and Sarajevo also linked Slovenia and Croatia to the new southern Slavic state. Unrest broke out in Vienna and Budapest. In the Austrian capital, on 30 October, a temporary assembly proclaimed the republic, which collected the German-speaking areas of the empire. In Budapest the mutineer soldiers assassinated István Tisza, accused of being one of the war's supporters.

Meanwhile, on the Italian front, after a series of hard fights, retreats and mutinies, the imperial-royal army ceased to exist as a fighting force. On 4 November, the armistice of Villa Giusti came into force, marking the capitulation of an empire that in reality had been dissolving since some months.

From the ashes of the double monarchy were born Austria, Hungary, Yugoslavia, Czechoslovakia and Poland, while Romania and Italy absorbed several regions that had been part of it. The fate of the new states reserved for them a turbulent post-war period characterized by wars, revolutionary attempts and territorial disputes.

To conclude, the fall of the monarchy can be attributed to a multiplicity of reasons. The influence of the various nationalist movements present within the empire already before the war was negligible. Nevertheless, in the final analysis, the nationalist movements created an audience ready to accept their ideas, as well as providing the Allies with further arguments in describing the Habsburg monarchy as an anachronistic "cage of peoples". It is indicative that in the serious mutiny of the Kotor naval base - only 8 months after the end of the conflict - the Slavic sailors demanded federal autonomy within the confines of the empire, certainly not total independence. Seven months later everything had changed. After the clumsy and tardive "Manifesto" of 16 October, the exasperation of a lost war and the dramatic material deprivation of civilians and soldiers, highlighted the contradictions of the empire in all their intensity. The centrifugal forces prevailed abruptly over those centripetals, also because of the total distrust of the population in the monarchical institution - the only element that until then had united the empire - that was now held responsible for a war that had failed to win and on which he had bet all his chances of survival.

 

Links:

https://www.britannica.com/event/World-War-I/The-collapse-of-Austria-Hun...

http://www.iwm.at/publications/5-junior-visiting-fellows-conferences/vol...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/Crumbling_of_Empires_a...(Multi)national_Countries

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/Between_Acceptance_and...(Austria-Hungary)

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/Social_Conflict_and_Co...(Austria-Hungary)

 

Bibliography:

Laurence Cole, Daniel L. Unowsky, The Limits of Loyalty: Imperial Symbolism, Popular Allegiances, and State Patriotism in the Late Habsburg Monarchy, Berghahn Books, 2007

Adam Kozuchowski,The Afterlife of Austria-Hungary: The Image of the Habsburg Monarchy in Interwar Europe, University of Pittsburgh Press, 2013

John W. Mason, The Dissolution of the Austro-Hungarian Empire, 1867-1918, Routledge, 2014

Paolo Pombeni, La Grande Guerra e la dissoluzione di un Impero multinazionale, Fondazione Bruno Kessler Press, 2017