October 1918

Verso la fine della monarchia. L’armata austro-ungarica prima di Vittorio Veneto - Heading towards demise. Austria-Hungary’s armed forces prior to Vittorio Veneto

Joachim Bürgschwentner

Con l’offensiva di giugno sul Piave l’ultimo tentativo da parte dell’Austria-Ungheria di salvarsi dall’imminente fine con una vittoria militare era finito in catastrofe. Nell’estate 1918 la monarchia asburgica era così andata incontro alla sconfitta ormai inevitabile. L’armata era irreversibilmente sfiduciata e scoraggiata, i soldati e gli ufficiali del fronte risentivano di forti carenze di vettovagliamento ed equipaggiamento e infine l’esercito come pure la monarchia si sfaldarono nelle loro singole componenti etniche.

Anziché concretizzare la speranza di svincolarsi in qualche modo, attraverso un successo militare sull’Italia, dalla drammatica situazione politica, economica e militare, il fallimento dell’offensiva di giugno, come ha espresso Manfried Rauchensteiner, assunse “le proporzioni di una catastrofe nella misura in cui era stato inferto il colpo mortale all’ultimo strumento di potere, intatto, della monarchia asburgica” ovvero l’armata.

La seconda battaglia del Piave aveva ancora una volta evidenziato come l’armata imperiale e regia giunta fosse allo stremo: pur con grandissimi sforzi, le truppe potevano essere alimentate, equipaggiate e armate solo in modo del tutto insufficiente. L’offensiva doveva autoalimentarsi; l’avanzata avrebbe portato alle truppe (come già accaduto nella dodicesima battaglia dell’Isonzo) viveri, equipaggiamento e armi. Il suo fallimento comportò, invece, l’esaurimento delle ultime riserve. I soldati erano denutriti e senza forze e, quindi, estremamente esposti al rischio di malattie che, nell’estate 1918, provocarono perdite maggiori delle stesse operazioni belliche. Nel suo diario, lo Standschütze Karl Mayr annotava come molti soldati avessero un aspetto “emaciato, imbarbarito”, “con le uniformi che cadevano lungo il corpo ormai a brandelli e le scarpe che avevano qua e là buchi oltre i quali facevano capolino i diti nudi”.

L’industria degli armamenti soffriva di una serie di problemi. Ad esempio, le scorte di ottone, nonostante la fusione delle campane delle chiese e persino la raccolta delle maniglie di porte e finestre, erano praticamente esaurite. Dove erano presenti materie prime, spesso mancava il carbone per lavorarle o per trasportare su rotaia i prodotti finiti al fronte. A ciò si aggiunsero gli scioperi e le rivolte degli operai. Ne conseguì che sia la quantità sia la qualità dei rifornimenti di armi diminuirono sempre più. Aerei e cannoni erano soggetti a guasti a causa di difetti dei materiali. Rispetto all’Intesa, la monarchia versava pertanto sempre più in una condizione di inferiorità tecnica. Nella battaglia di Vittorio Veneto, l’Austria-Ungheria schierò 30 aerei, contro i 600 dell’Intesa. Anche le munizioni erano scarse: secondo un corrispondente di guerra ucraino, i colpi sparati dall’Italia e dall’Austria-Ungheria erano nel rapporto di 150 a 1. Nella battaglia di Vittorio Veneto, il Gruppo Belluno riferì di avere munizioni ancora solo per un giorno. Eppure, prima portò avanti un riuscito contrattacco, mentre in seguito, giunto ormai alla fine della sua potenza di fuoco, non gli rimase altro che attendere la stipula di un armistizio.

Il fallimento dell’offensiva di giugno era dovuto anche a gravi errori strategici, al disordine e a un comando miserabile. La conoscenza di questi errori era ampiamente diffusa e andò a minare la fiducia all’interno dell’armata a tutti i livelli: dai soldati semplici, alle cariche di grado intermedio fino ai vertici del comando dell’armata. La volontà di resistere e di continuare a combattere aveva subito forti lacerazioni. Se prima i soldati avevano già sfruttato licenze e malattie per rimanere per più tempo possibile lontani dal fronte, nell’estate 1918 le defezioni si trasformarono in un fenomeno di massa. Spinti dalla fame e dallo sconforto, i soldati si consegnavano al nemico o si imboscavano nell’entroterra. Persino ufficiali di alto rango disertarono. In singoli casi si verificarono violenti ammutinamenti, molto più spesso, però, episodi di disobbedienza, in cui i comandi venivano semplicemente ignorati. Nell’ottobre 1918 diverse unità si rifiutarono di essere trasferite al fronte di combattimento, ad esempio il Reggimento Landsturm (milizia territoriale) sloveno-tedesco n. 27, che avrebbe dovuto essere distaccato in Serbia.

Sfiducia, defezione e rifiuto di obbedienza erano strettamente connessi alla disgregazione etnico-politica dell’impero multietnico: il clima tra le varie nazionalità era inevitabilmente compromesso. Sul fronte, tale mancanza di coesione si manifestò, ad esempio, in reciproche accuse di inaffidabilità, disparità di trattamento e sabotaggio dei propri sforzi bellici. L’imperatore Carlo intraprese un ultimo disperato tentativo di salvare il proprio impero, prospettando una ristrutturazione della duplice monarchia in uno stato federale. Il suo proclama del 16 ottobre, che era inteso come un piano di riordino post-bellico oltre che come un invito a resistere, fu tuttavia interpretato come un segnale della fine della monarchia. Ciò a sua volta rafforzò la resistenza opposta dai soldati al proseguimento dei combattimenti.

Gli Stati che ora stavano per formarsi invitarono i “loro” soldati a difendere la diretta madrepatria ponendo gli uomini, soprattutto gli ufficiali, di fronte a conflitti di lealtà. Cosa contava di più: il giuramento all’imperatore o l’obbligo assunto nei confronti della propria terra di origine? Con l’avanzare del crollo della monarchia, quest’ultima opzione acquisì un peso sempre maggiore. Con la caduta della monarchia, per molti soldati il fronte divenne privo di significato e prese piede una “mentalità del ciascuno per sé”. Unità slovene, croate e ceche si rifiutarono di essere trasferite in zone di combattimento. Il 23 ottobre, gli Ungheresi e gli Slavi del sud del gruppo d’armata Boroević dichiararono la loro intenzione di non voler continuare a combattere. Il giorno successivo, all’inizio della battaglia di Vittorio Veneto, l’Ungheria richiamò in patria i suoi cittadini arruolati per proteggere il suo confine meridionale minacciato in seguito alla capitolazione bulgara e al cedimento del fronte balcanico. Nei giorni successivi, reparti cechi, moravi, sloveni, croati e polacchi manifestarono la loro contrarietà a combattere e imboccarono la via del ritorno a casa. Nel momento in cui soldati e unità dei territori alpini austriaci come i Kaiserjäger e i Kaiserschützen furono chiamati a coprire tali ammanchi, anch’essi si ribellarono.

Tale essendo la situazione, quasi sorprende come il 24 ottobre l’esercito imperiale e regio fosse ancora in grado di opporre resistenza alle truppe dell’Intesa attaccanti. Ciò è da ricondursi al fatto che, da un lato, il mondo militare, considerato il fronte vicino al collasso e il futuro incerto, perlomeno offriva ancora un ultimo baluardo di sicurezza e, dall’altro, che i soldati non combattevano più per l’Impero nel suo complesso, ma, molto probabilmente, per la loro stessa sopravvivenza. Parallelamente al declino politico della monarchia asburgica, nell’ottobre 1918 si assistette in brevissimo tempo al collasso anche della sua armata e del fronte.

 

Bibliografia:

Brandauer, Isabelle: Kriegserfahrungen. Soldaten im Gebirgskrieg, in: Hermann Kuprian, Oswald Überegger eds.), Katastrophenjahre. Der Erste Weltkrieg und Tirol, Innsbruck: Universitätsverlag Wagner 2014, S. 385-400.

Rauchensteiner Manfried, The First World War and the End of the Habsburg Monarchy, 1914-1918, Vienna/Cologne/Weimar: Böhlau 2014.

Schubert, Peter, Piave 1918. Österreich-Ungarns letzte Schlacht, Klagenfurt/Wien: Hermagoras/Mohorjeva 2000.

With the June offensive (the Second Battle of the Piave River), Austria-Hungary’s last attempt to secure a military victory and save itself from imminent demise failed catastrophically. Therefore by the summer of 1918 defeat for the Habsburg Monarchy had become inevitable. Trust and confidence within the armed forces were irreversibly shaken. Soldiers and officers on the front suffered from acute shortages of supplies and eventually the Army, just like the Monarchy, disintegrated into its individual ethnic groups.

Rather than fulfilling the hope of still being able to free itself in some way from the dramatic political, economic and social situation by securing a military victory over Italy, the failed June offensive had as Manfried Rauchensteiner put it “thus turned into a catastrophe, the last remaining instrument of power of the Habsburg Monarchy “ – namely the Army – „had been dealt a deadly blow“.

The Second Battle of the Piave River showed once more that the Austro-Hungarian army was exhausted. Even with the greatest of efforts, the troops only received inadequate supplies of food, equipment and weaponry. The offensive had been intended to be self-supporting; the advance had meant to bring the troops food, equipment and weaponry (as it had in the Twelfth Battle of the Isonzo). Its failure meant however exhausting the last reserves. The soldiers were undernourished and weak, and therefore highly susceptible to disease, which claimed more victims in the summer of 1918 than did combat operations. The Standschütze Karl Mayr noted in his diary that many soldiers resembled „haggard, savage figures“ “whose uniforms hung from their bodies in shreds and whose shoes had holes here and there with bare toes peeping through“.

The armament industry suffered from a series of problems. For instance, brass stocks were practically exhausted despite the fact that church bells had been smelted and even door and window handles requisitioned. Where raw materials were available, there was in many cases no coal to process them or transport the finished products by train to the front. Moreover, there were strikes and mutinies of workers. As a result, both the quantity and quality of weapons supplies declined more and more. Aircraft and guns were prone to defects due to the faulty materials. The Monarchy therefore fell increasingly behind in technology in comparison with the Allies. In the Battle of Vittorio Veneto 30 Austro-Hungarian aircraft were deployed against the Allies’ 600. Ammunition was also in short supply. According to a Ukrainian war correspondent, the Italians fired 150 shots to every one that Austria-Hungary fired! In the Battle of Vittorio Veneto, the Army group Belluno reported that they only had ammunition for one more day. Nevertheless they managed to launch a successful counter-attack, then when their firepower ran out, all they could do was wait for a ceasefire to be established.

The June offensive also failed because of major strategic errors, chaos and poor leadership. Awareness of these failures was widespread and eroded confidence within the army at all levels, from the ordinary soldiers, through the middle ranks up as far as the top levels of command of military leadership. The will to resist and continue fighting had started to crumble. After soldiers had used up their leaves of absence or sick leave in order to stay away from the front as long as possible, in the summer of 1918 desertion became a mass phenomenon. Driven by hunger and despair, soldiers handed themselves over to the enemy or they vanished in the hinterland. Even a number of high-ranking officers deserted. Occasionally there were violent mutinies, far more often however simply cases of disobedience for ignoring commands. In October 1918 several units refused to be transferred to the battlefront, such as the Slovenian-German Landsturm regiment No. 27, which should have been sent to Serbia.

Loss of confidence, desertion and insubordination were closely tied with the ethnic and political disintegration of the multi-racial Empire. The sentiment between the various nationalities was deeply poisoned. This became apparent on the front for example in the reciprocal recriminations of unreliability, unequal treatment and sabotage of their own war efforts. Emperor Karl made a final desperate attempt to save his Reich by raising the prospect of reorganising the Dual Monarchy into a federal state. His proclamation of 16 October, which was intended as a plan for a post-war order and an appeal to resist, was however interpreted as a sign that the Monarchy had come to an end. This in turn encouraged the soldiers to desist from further fighting.

The now newly emerging states called on “their own“ soldiers to defend their immediate homeland causing the men, especially the officers, to be faced with a conflict of loyalties. What was more important: the oath they swore to the Emperor or their duty towards their own people and home country? With the progressive break-up of the Monarchy, the latter increasingly prevailed. With the collapse of the Monarchy the front for a great number of soldiers had lost its significance, an “every man for himself” mentality became rife. Slovene, Croatian and Czech units refused to be transferred to combat zones. On 23 October Hungary and South Slavs in the army group Boroević declared that they would no longer fight. The next day, when the Battle of Vittorio Veneto began, Hungary ordered its citizens-in-arms to return home to protect its southern border, which was under threat as a result of the surrender of Bulgaria and the collapse of the Balkan front. Over the following days Czech, Moravian, Slovene, Croatian and Polish formations refused to continue fighting and started out on their way home. When soldiers and units from Austria’s Alpine regions, such as the Kaiserjäger and Kaiserschützen, were called up to fill the gaps, these also rebelled.

Under these circumstances it is quite astonishing that the Austro-Hungarian armed forces were in any position at all on 24 October to resist the attacking Allied troops. This might be explained on the one hand by the fact that in the light of the collapsing front and uncertain future, at least the armed forces still offered a last remnant of security, and on the other, that the soldiers were indeed no longer fighting for the empire in its entirety but actually for their very own survival. Parallel to the political break-up of the Habsburg monarchy in October 1918, within a very short time its Army and front also collapsed.

 

Bibliography:

Brandauer, Isabelle: Kriegserfahrungen. Soldaten im Gebirgskrieg, in: Hermann Kuprian, Oswald Überegger eds.), Katastrophenjahre. Der Erste Weltkrieg und Tirol, Innsbruck: Universitätsverlag Wagner 2014, S. 385-400.

Rauchensteiner Manfried, The First World War and the End of the Habsburg Monarchy, 1914-1918, Vienna/Cologne/Weimar: Böhlau 2014.

Schubert, Peter, Piave 1918. Österreich-Ungarns letzte Schlacht, Klagenfurt/Wien: Hermagoras/Mohorjeva 2000.