Dicembre 1917

Il blocco navale agli Imperi centrali come strumento di guerra - The naval blockade of the Central Powers as an instrument of war

Gustavo Corni

"Il blocco britannico trattò l'intera Germania come se fosse una fortezza assediata, e cercò dichiaratamente di affamare l'intera popolazione - uomini, donne e bambini, vecchi e giovani, feriti e sani - sottomettendoli".

(Winston Churchill - Primo Lord dell'Ammiragliato)

La Prima guerra mondiale conta, fra le sue caratteristiche salienti, un forte peggioramento delle condizioni alimentari per le popolazioni coinvolte nella guerra, oltreché degli eserciti schierati sui fronti. Questo peggioramento è legato in termini generali alla difficoltà di mantenere intatto i flussi di derrate alimentari, di cui i paesi europei erano da tempo deficitari; le rotte marittime dai grandi produttori d’oltreoceano (Stati Uniti, Canada, Austrialia, Argentina e altri) furono gravemente danneggiate dai reciproci blocchi navali: quello attuato dalla flotta britannica e francese ai danni delle importazioni tedesche, e quello – speculare- messo in atto attraverso la flotta sottomarina dal Reich contro le importazioni di prodotti e merci, fra cui anche derrate alimentari, trasportate via nave attraverso l’Atlantico.

La guerra bloccò altresì una nevralgica via di rifornimento via terra, soprattutto verso Germania e Austria-Ungheria, che prima del 1914 era rappresentata dalle importazioni dalla Russia. Ora, l’impero zarista era un nemico ed evidentemente non intendeva più esportare derrate alimentari (o altre materie prime) verso gli Imperi Centrali.

Se tutti i paesi belligeranti europei soffrirono di penuria di cibo, nel corso del conflitto, la situazione divenne ben presto particolarmente grave per Germania e Austria-Ungheria. Il commerci via terra erano interrotti, quelli per via marittima fortemente ridimensionati. Almeno fino al 1915 fu possibile in qualche misura aggirare il blocco navale britannico sul Mare del Nord attraverso navigli di paesi neutrali, che trasportavano merci destinate ai neutrali: Svizzera e Paesi Bassi in primo luogo. Ma l’Intesa si rese conto ben presto che questo commercio non era altro che una copertura, per fare arrivare derrate alimentari e merci verso Germania e Austria-Ungheria.

Il Reich germanico, che pur era dotato di una moderna produzione agricola, fra le più redditizie del continente, era deficitario di circa il 20% del suo fabbisogno alimentare; un deficit particolarmente pesante e gravoso nel settore dei mangimi e dei grassi. I mangimi rappresentavano la base cruciale per la zootecnia; il venir meno delle importazioni ebbe perciò una pesante ripercussione sulla produzione zootecnica, dalla carne al latte e derivati. La popolazione civile, soprattutto nelle città, era abituata a buoni livelli medi di alimentazione, che ora vennero messi in crisi dalla carenza di importazioni.

La situazione era apparentemente migliore nell’impero asburgico, che aveva complessivamente un deficit alimentare piuttosto modesto. Ma qui il problema era rappresentato dal netto divario fra la parte austriaca (Cisleitania) e quella magiara (Transleitania); quest’ultima godeva di un ricco surplus agricolo e alimentare. In tempi normali fra le due parti vi era un armonico interscambio. Nel corso della guerra il governo magiaro, dotato di una forte indipendenza, accentuò sempre di più il suo egoismo nazionale. Sul finire della guerra, a Vienna si moriva di fame e a Budapest no; ma i magiari fino all’ultimo resistettero alle richieste viennesi di cedere il proprio surplus, adducendo come scusa la necessità di preparare delle scorte per un’eventuale emergenza.

In tutti i paesi belligeranti le difficoltà produttive dell’agricoltura furono accentuate da svariati altri fattori: l’arruolamento di milioni di soldati, che in misura prevalente erano contadini, tolse preziosa forza lavoro soprattutto ai poderi contadini. Solo parziale poteva essere l’impiego di prigionieri di guerra e di salariati stagionali stranieri; centinaia di migliaia di “polacchi”, che lavoravano stagionalmente nell’agricoltura d’Oltrelba, furono bloccati contro la loro volontà al momento dello scoppio della guerra e forzati (seppure con un salario) a lavorare nei campi fino a guerra finita. Mancavano anche concimi, macchinari, attrezzi. Una mancanza che si aggravò con il prolungarsi della guerra, dato che tutte le risorse disponibili dovevano essere concentrate per produrre armi e altri beni essenziali per combattere. Particolarmente gravosa fu anche la sottrazione di milioni di quadrupedi (cavalli, muli, asini), indispensabili per i lavori agricoli, ma indispensabili anche per le esigenze della guerra. E queste erano prioritarie.

Insomma, le conseguenze della guerra, così lunga e costosa, furono pesanti per tutti, ma soprattutto per gli Imperi Centrali. In Germania le cifre sono chiare: la produttività agricola crollò nel 1918 al 25% rispetto all’anteguerra, il patrimonio zootecnico ebbe un declino del 65%. Il raccolto di patate (fra gli alimenti principe sulle tavole dei tedeschi), che nel 1913 era stato di 52,9 milioni to, nel 1918 era crollato della metà: al 29,5%.

Il governo, fin dallo scoppio delle ostilità, cercò di ovviare a questa situazione imponendo un sistema di prezzi massimi per i principali prodotti alimentari, dal pane, alla farina, al latte, alle patate. Prezzi massimi fissati su scala nazionale, che avrebbero dovuto offrire una sorta di equilibrio fra la capacità d’acquisto della popolazione urbana e le necessità economiche dei produttori. Ma un sistema di prezzi così rigido non teneva conto delle differenze regionali, delle consuetudini alimentari. In alcune regioni il prezzo massimo favoriva i produttori, in altre li danneggiava. Si sviluppò così rapidamente un sistema di mercato nero, clandestino, in cui i produttori offrivano a prezzi molto alti beni alimentari introvabili, o quasi, nei mercati e negli spacci ufficiali. Un esempio: nella primavera del 1915, temendo un aggravarsi del deficit di grassi alimentari, le autorità decisero di effettuare una massiccia macellazione di suini. I suini erano considerati concorrenti alimentari dell’uomo, perché consumavano cibi d’ogni sorta, fra cui patate e cereali. Il dimezzamento del patrimonio suino tedesco passò alla storia come Schweinemord, assassinio dei maiali. Per un breve tempo sui mercati legali ci fu abbondanza di carni suine a buoni prezzi; ma rapidamente queste sparirono per ricomparire a prezzi molto più elevati sul mercato illegale. Negli anni seguenti, inevitabilmente la carne suina divenne sempre più rara e costosa per le tavole dei cittadini del Reich. Se i contadini ritenevano che i prezzi massimi di un prodotto non li soddisfacevano, oltre al ricorso al mercato nero, potevano anche fare scelte produttive differenti: quando i prezzi massimi dei cereali scesero aldisotto dei costi di produzione, molti produttori ritennero più conveniente dare i cereali più nobili, destinati al consumo umano, come mangime per il loro bestiame. Una delle conseguenze fu che nell’inverno 1916/1917 in mancanza di prodotti più nobili ed energetici, al consumo umano furono destinate le rape normalmente riservate al consumo degli animali. E’ l”inverno della rapa”, che ha dato indubbiamente un contributo a incrinare la fiducia della popolazione verso lo stato imperiale.

La conseguenza di questa situazione che diventava sempre più caotica erano code sempre più lunghe davanti a spacci e negozi dove si potevano acquistare legalmente i pochi prodotti alimentari disponibili, mentre un numero crescente di persone cercava nei momenti liberi, o nei fine settimana, di recarsi nelle aree rurali circostanti ai centri urbani, spesso raggiungibili con il treno, per fare incetto di prodotti alimentari sul mercato nero. Non era tanto il denaro il mezzo più conveniente per questi acquisti, che si svolgevano sempre più con il sistema del baratto.

Una via d’uscita, almeno parziale, fu ricercata dalle autorità governative nell’individuazione di surrogati ai prodotti sempre più radi. La farina per la panificazione era sempre più rara; così fu deciso di introdurre per legge un “pane di guerra” (Kriegsbrot) fatto con una quota di patate. Era un prodotto assai meno digeribile del pane tradizionale. Altrettanto insapori, scarsamente energetici e spesso indigesti erano i surrogati inventati in gran numero. Si è calcolato che in quegli anni siano stati inventati più di ottocento tipi di insaccati fatti senza usare carne.

L’inverno successivo, 1917/18, fu ancora più duro soprattutto nei centri urbani e industriali che erano il cuore della produzione industriale per la guerra. Le donne, spesso costrette a lavorare per rimpiazzare gli uomini mobilitati, erano costrette a sforzi sempre più pesanti per mettere insieme qualcosa da mettere in tavola, in famiglia. Con il passare del tempo divenne sempre più evidente che la disponibilità (o meno) di prodotti alimentari era un’arma di guerra di grande importanza. Il blocco navale britannico era sempre più impenetrabile. Modesto sollievo potè venire agli imperi centrali dalla pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) con la Russia rivoluzionaria. Fu presentata dalla propaganda come la “pace del pane”, che avrebbe finalmente consentito di migliorare le importazioni di cibo dalla fertile Ucraina; di fatto gli esiti furono molto più modesti, a causa delle gravi difficoltà per le autorità militari tedesche di estrarre risorse alla popolazione contadina ucraina, assolutamente refrattaria a cedere.

Quando la guerra ebbe termine, ai primi di novembre del 1918, la situazione alimentare della popolazione tedesca non migliorò affatto. Ora il blocco navale serviva ai vincitori per costringere il nuovo governo repubblicano ad accettare dure condizioni di armistizio e poi di pace. Il blocco navale da micidiale strumento di guerra, divenne strumento di ricatto per concludere la pace alle condizioni volute dai vincitori. Il costo in vite umane del blocco navale e della crisi alimentare tedesca è difficile di stimare con precisione; allora da parte tedesca si parlò di oltre 700.000 vittime, soprattutto anziani e bambini. Più realistica è la cifra di mezzo milione di vittime. Ma gli effetti della denutrizione, o malnutrizione, hanno influito indirettamente anche sul diffondersi, sul finire delle ostilità, della influenza “spagnola”, in Germania e in tutto il mondo. Lo strumento di guerra rappresentato dal blocco navale e dall’affamamento della popolazione civile negli Imperi centrali ha sicuramente rappresentato uno dei fattori che hanno incrinato la tenuta del fronte interno e portato, nel novembre del 1918, alla resa tedesca non a seguito di una sconfitta sul campo, ma di un crollo strutturale del sistema sociale ed economico interno.

Bibliografia:

Archibald Colquhoun Bell, A history of the blockade of Germany and the countries associated with her in the Great War, Austria-Hungary, Bulgaria, and Turkey, 1914-1918, Her Majesty's Stationery Office, London 1937.

C. Paul Vincent , The Politics of Hunger: The Allied Blockade of Germany, 1915-1919, Ohio Univ. Press, 1985

N. P. Howard,  The social and political consequences of the allied food blockade of Germany, 1918-19 in German History 11.2 1993, pp. 161-88.

Eric W. Osborne, Britain's Economic Blockade of Germany, 1914–1919, London, Routledge, 2004.

​Nicholas A. Lambert, Planning armageddon. British economic warfare and the First World War, Cambridge-London, Harvard Univ. Press, 2012.

 "The British blockade treated the whole of Germany as if it were a beleaguered fortress, and avowedly sought to starve the whole population - men, women and children, old and young, wounded and sound - into submission.

(Winston Churchill - First Lord of the British Admiralty)

The First World War included, among its salient features, a marked worsening of the dietary conditions of the populations involved in the war, in addition to the armies deployed on the fronts. This worsening was connected in general terms to the difficulty of keeping food streams, which European countries had long been deficient, intact; the sea routes from the large overseas producers (United States, Canada, Australia, Argentina and others) were severely impaired by mutual naval blockades: one effected by the British and French fleet against German imports, and the other - mirror image - put in place by the Reich using its submarine fleet against imports of products and goods, including foodstuffs, transported by ship across the Atlantic.

The war also blocked a crucial land supply route, especially to Germany and Austria-Hungary, which before 1914 had conveyed imports from Russia. Now, the Tsarist empire was an enemy and evidently no longer wanted to export foodstuffs (or other raw materials) to the Central Powers.

Though all the European belligerent countries suffered from food shortages over the course of the conflict, the situation soon became particularly serious for Germany and Austria-Hungary. Trade by land was interrupted, that by sea greatly reduced. At least until 1915, it was possible in some measure to circumvent the British naval blockade on the North Sea by means of ships of neutral countries, which transported goods destined for neutrals: primarily Switzerland and the Netherlands. But the Entente soon realized that this trade was nothing more than a cover to get food and goods to Germany and Austria-Hungary.

The German Reich, which was endowed with some of the most profitable modern agricultural production on the continent, was unable to meet about 20% of its food needs; a particularly serious and severe deficit in the feed and fats sector. Feed was the critical basis for animal husbandry, and the loss of imports therefore had a heavy impact on livestock production, from meat to milk and dairy products. The civilian population, especially in the cities, was used to good average dietary levels, which were now put at risk by the lack of imports.

The situation was apparently better in the Habsburg empire, which had a rather modest food deficit overall. But here the problem was represented by the sharp gap between the Austrian (Cisleithania) and the Magyar (Transleithania) parts of the empire; the latter enjoying a rich agricultural and food surplus. There was a harmonious exchange between the two parts in normal times. During the course of the war, the Hungarian government, with its strong independent nature, increasingly emphasized its national egoism. At the end of the war, Vienna was starving and Budapest was not; but the Magyars resisted the Viennese demands to sell their surplus right up to the end, citing the need to lay up stores against a possible emergency as an excuse.

In all belligerent countries the productive difficulties with agriculture were accentuated by several other factors: the enlistment of millions of soldiers, who were predominantly peasants, took away precious work force above all from the peasant farms. Prisoners of war and foreign seasonal workers could only make up for this loss in part. Hundreds of thousands of "Poles", who were seasonal agricultural workers "across the Elbe", were unwillingly trapped at the time of the outbreak of war and forced (even receiving pay) to work in the fields until the war was over. Fertilizers, machinery, and tools were also lacking. These shortages were aggravated with the prolongation of the war, given that all available resources had to be concentrated to produce weapons and other essential goods to fight. The removal of millions of quadrupeds (horses, mules, and donkeys) that were indispensable for agricultural work, but also indispensable for the needs of the war, was particularly burdensome. And these were priorities.

In short, the consequences of the war, that was so long and expensive, were weighty for everyone, but especially for the Central Powers. The figures for Germany are clear: agricultural productivity collapsed in 1918 to 25% compared to the pre-war level, and livestock saw a decline of 65%. The potato crop (one of the staple foods on German tables), which in 1913 had been 52.9 million tons, had fallen in 1918 to 29.5% of its pre-war-level.

Since the outbreak of hostilities the government had tried to remedy this situation by imposing a system of price limits on the main food products including bread, flour, milk, and potatoes. Price limits set nationally should have offered a sort of balance between the purchasing capacity of the urban population and the economic needs of producers. But such a rigid price system did not take into account regional differences or eating habits. In some regions the price limit benefitted the producers, in others it hurt them. So, there quickly developed a clandestine, black market system, in which producers offered food products that were scarce or hard to find in markets and official stores at exorbitant prices. An example: in the spring of 1915, fearing a further loss of edible fats, the authorities decided to carry out a massive slaughter of pigs. Pigs were considered to be competitors to humans for food, because they consumed all sorts of food, including potatoes and grains. The halving of the German pig population went down in history as the Schweinemord, or pig massacre. For a brief time, plenty of pork was to be found in legal markets, and at good prices; but these quickly disappeared and reappeared at much higher prices on the black market. In the years that followed, pork inevitably became increasingly rare and expensive for the tables of citizens of the Reich. If farmers thought that the price limit on a product was unsatisfactory, in addition to recourse to the black market, they could also make different production choices: when the price limits on grains were lower than the production costs, many producers considered it more convenient to use the better grains, intended for human consumption, as feed for their livestock. One of the consequences was that, in the winter of 1916/1917, in the absence of more generous and energy-yielding products, the turnips normally reserved for the consumption of the animals were used for human consumption. It was the "Turnip Winter" that undoubtedly contributed to breaking the bond of trust between the people and the imperial state.

A consequence of this situation, that became more and more chaotic, were the increasingly long queues in front of shops where you could legally buy the few food products available, while an increasing number of people were using their free time, or weekends, to go to the rural areas surrounding urban centres, often reachable by train, to stockpile food on the black market. Money was not the most convenient means for these purchases, which took place increasingly by means of the barter system.

A way out, at least partially, was sought by government authorities in identifying substitutes for increasingly scarce products. Flour for making bread was increasingly scarce, so it was decided to introduce by law a type of "wartime bread" (Kriegsbrot) made in part with potatoes. It was a far less digestible product than traditional bread. Equally flavourless substitutes were invented in large numbers, which were low in energy content and often indigestible. It has been calculated that in those years more than eight hundred types of sausages made without using meat were invented.

The following winter, 1917/18, was even harder especially in the urban and industrial centres that were the heart of industrial production for the war. Women, often forced to work to replace the mobilized men, had to make heavy efforts to put together something to put on the table for the family. With the passage of time it became increasingly evident that the availability (or lack) of food was a weapon of great importance. The British naval blockade was increasingly impenetrable. Slight relief would come to the Central Powers with the Treaty of Brest-Litovsk (3 March 1918) with revolutionary Russia. It was presented by the propaganda as the "Bread Peace", which would finally allow greater imports of food from the fertile Ukraine; in fact the results were much more modest, due to the serious difficulties experienced by the German military authorities in extract resources from the Ukrainian peasant population, which was absolutely unwilling to give them up.

When the war ended in early November 1918 the food situation of the German population did not improve at all. Now the naval blockade was used by the victors to force the new Republican government to accept the harsh conditions of the armistice and later peace. From a deadly instrument of war, the naval blockade became an instrument of blackmail to bring peace on the conditions desired by the winners. The cost in human lives of the naval blockade and the German food crisis is difficult to estimate accurately; at that time on the German side there was talk of over 700,000 victims, especially among the elderly and children. A figure of half a million victims is more realistic. But the effects of undernourishment, or malnutrition, also indirectly influenced the spread of the "Spanish" flu in Germany and around the world at the end of the hostilities. The instrument of war represented by the naval blockade and the starvation of the civil population of the Central Powers was certainly one of the factors that broke the resistance of the home front and brought about the German surrender in November 1918, not by defeat on the field, but rather through a structural collapse of the internal social and economic system.

Bibliography:

Archibald Colquhoun Bell, A history of the blockade of Germany and the countries associated with her in the Great War, Austria-Hungary, Bulgaria, and Turkey, 1914-1918, Her Majesty's Stationery Office, London 1937.

C. Paul Vincent , The Politics of Hunger: The Allied Blockade of Germany, 1915-1919, Ohio Univ. Press, 1985

N. P. Howard,  The social and political consequences of the allied food blockade of Germany, 1918-19 in German History 11.2 1993, pp. 161-88.

Eric W. Osborne, Britain's Economic Blockade of Germany, 1914–1919, London, Routledge, 2004.

​Nicholas A. Lambert, Planning armageddon. British economic warfare and the First World War, Cambridge-London, Harvard Univ. Press, 2012.