Agosto 1917

Il problema alimentare e il ruolo delle donne in Germania - The German food-crisis and the role of women

Alessandro Salvador

“Diventiamo sempre più magre, giorno dopo giorno, e le rotondità della nazione tedesca sono diventate una leggenda del passato.”

(Una donna tedesca, citata in: Vincent, C.P., The Politics of Hunger: The Allied Blockade of Germany, 1915-1919, p. 127)

L’approvvigionamento alimentare fu uno dei problemi principali che i paesi coinvolti nella Grande Guerra dovettero affrontare. La coscrizione di massa privò le campagne di una quota consistente di lavoratori qualificati e l’economia di guerra tolse risorse importanti all’agricoltura. In questo ultimo caso basti pensare all’uso di fosfati e azoto per la fabbricazione di esplosivi invece che di fertilizzanti.

Il problema alimentare fu ancor più grave negli imperi centrali, in particolare in Germania, a causa dell’isolamento dal commercio internazionale seguito alla guerra.

Nel periodo precedente alla guerra, la Germania stava vivendo un periodo di rapido sviluppo economico e industriale che aveva modificato le abitudini alimentari e le modalità di approvvigionamento. La richiesta di beni di qualità come le carni e i latticini, era aumentata e il paese iniziò a dipendere dalle importazioni sia per i mangimi, sia per i cereali e altri prodotti per l’alimentazione umana. A dispetto della modernizzazione, però, l’agricoltura tedesca rimase largamente dipendente dal lavoro umano e impiegava, alla vigilia del conflitto, circa il 30% della popolazione lavorativa rispetto, ad esempio, ad un 8% della Gran Bretagna.

Per queste ragioni il reclutamento diffuso incise in modo consistente sulla forza lavoro nelle campagne, con circa il 40% dei lavoratori rurali reclutati nell’esercito. Questo fenomeno, assieme al blocco navale e delle importazioni e alla carenza di fertilizzanti, produssero un crollo della produzione alimentare.

In una situazione di questo genere, le condizioni di vita delle donne e delle famiglie peggiorarono in modo consistente. Private del sostentamento degli uomini che lavoravano, le donne dovettero sopravvivere grazie ai sussidi pubblici e lavorando. Tuttavia, l’accesso femminile al mondo del lavoro non fu così consistente come si potrebbe immaginare. Vi erano forti e diversificate resistenze all’impiego diffuso di donne nel lavoro industriale. I sindacati erano fortemente contrari, dal punto di vista culturale si riteneva che questo potesse danneggiare il ruolo femminile tradizionale tra le mura domestiche e le stesse donne prediligevano il lavoro domestico a quello industriale.

In linea di massima le donne che già lavoravano prima della guerra, soprattutto in settori come il tessile e l’industria del tabacco che entrarono in crisi a causa del blocco navale, furono reimpiegate nelle industrie militari. In altri settori in cui le donne giocarono un ruolo importante come sostitute degli uomini, prevaleva un approccio familistico: le mogli, in sostanza, prendevano il posto di lavoro del marito arruolato.

Le autorità tentarono, piuttosto, di avviare le donne delle aree urbane verso il lavoro nelle campagne. Campagne di propaganda, i cui risultati furono piuttosto deludenti, cercarono di convincere le donne che il lavoro agricolo avrebbe giovato non solo al paese ma anche alla loro salute. Purtuttavia, con esclusione delle donne che già vivevano nelle campagne e che portarono avanti l’attività dei mariti, non furono in molte a scegliere di abbandonare le città.

In linea di massima, ogni tentativo di rimpiazzare i lavoratori agricoli mandati al fronte, circa il 40% del totale, si rivelò inadeguato. Prigionieri di guerra e civili dei paesi occupati erano poco motivati e difficili da gestire, donne e adolescenti erano poco preparati. Ad un certo punto si arrivò a concedere licenze speciali ai soldati durante le fasi cruciali del lavoro nelle campagne, come la mietitura.

La fame e la carestia cronica che caratterizzarono gli anni della guerra in Germania, produssero però un fenomeno opposto alla sperata migrazione delle donne nelle campagne. Si poté assistere alla riruralizzazione di parte delle aree urbane, con casi molto ben studiati nelle città di Berlino e Friburgo. Gli attori principali di questo fenomeno furono proprio quelle donne che, private del sostentamento dei mariti e lasciate a gestire il bilancio famigliare con sussidi il cui valore scendeva di giorno in giorno, si impegnarono per trovare ulteriori fonti di approvvigionamento.

Vennero utilizzati tutti i lotti di terreno disponibili nelle aree urbane per creare degli orti per l’autoconsumo e vennero allevati piccoli animali nei giardini di casa o, in molti casi, negli appartamenti. La risposta alla crisi alimentare, quindi, venne dal ritorno ad una economia di sussistenza, evidentemente ritenuta più adeguata piuttosto che il ricorso ad un lavoro mal pagato e per fronteggiare la decrescita del potere d’acquisto del denaro. Per capire l’entità del fenomeno, basti pensare che a Friburgo circa un terzo delle abitazioni urbane aveva degli spazi utilizzati per la coltivazione o l’allevamento.

Durante la peggiore delle crisi alimentari della guerra, quella che avvenne in Germania nell’inverno tra il 1916 e il 1917, gli orti urbani furono cruciali. Nel cosiddetto “inverno delle rape”, in tedesco “Kohlruebenwinter”, l’elemento principale della dieta tedesca, la patata, fu sostituita dalle rape e le coltivazioni urbane giocarono un ruolo fondamentale in questa transizione temporanea.

In conclusione, l’ipotesi che la guerra, con l’arruolamento di massa degli uomini e la loro sostituzione con le donne nelle attività lavorativa, abbia comportato un cambiamento stabile nei rapporti sociali tra i generi è recentemente discussa nella storiografia. Nel caso tedesco abbiamo visto come la mobilitazione dall’alto fu caratterizzata da scarsa convinzione e scarsi risultati e il ruolo della donna nel mondo del lavoro, sia agricolo sia industriale, fu meramente quello di sostituta.

Questo, però, non deve portare a minimizzare il ruolo della donna nell’economia di guerra. Al contrario, la capacità di tornare ad una gestione di sussistenza e la ruralizzazione degli spazi urbani si dimostrarono efficaci, anche se insufficienti, nel contrastare la profonda crisi alimentare causata dalla guerra.

Link

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/organization_of_war_ec...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/food_and_nutrition_ger...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/womens_mobilisation_fo...

https://mises.org/library/world-war-i-home-front

Bibliografia

Susan R. Grayzel, Women and the First World War, London, New York, 2002.

Belinda Davis, “Konsum im ersten Weltkriege” in: Haupt, Heinz-Gerhard / Torp, Claudius (Hrsg.): Die Konsumgesellschaft in Deutschland 1890-1990, Frankfurt a. M., Campus, 2009: pp. 232-249.

Belinda J. Davis, Home fires burning. Food, politics, and everyday life in World War I Berlin, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 2000.

C. Paul Vincent, The politics of hunger. The allied blockade of Germany, 1915-1919, Athens, Ohio University Press, 1985.

 

“We are all growing thinner every day, and the rounded contours of the German nation have become a legend of the past.”

(German woman, quoted in: Vincent, C.P., The Politics of Hunger: The Allied Blockade of Germany, 1915-1919, p. 127)
 

The food supplies represented one of the biggest issues for the belligerent countries in World War I. Mass recruitment deprived the countryside of a significant number of qualified workers and war economy subtracted important resources from agriculture. For example, nitrogen and phosphate, used as fertilizer, were largely redirected to produce explosives, thus causing an important decrease in agricultural production.

The scarcity of food hit the Central Empires harder than other countries, mostly because of the naval blockade and the isolation from the international markets.

In the immediate pre-war period, furthermore, the German economy saw a rapid growth and an impressive modernization process that modified the food habits of the population and the channels of supply. Consumers required more high-value goods, such as meat and dairies and the agriculture in Germany turned from a mere producer of food to a transformation industry that relied on importations for animal fodder and basic goods: Russian barley and American corn, for instance. Despite this modernization, however, German farms still highly relied on workforce. Compared to the 8% of British workers employed in the countryside, the 30% of Germany resembled more the quotes of less developed countries rather than those of advanced economies.

For these reasons, the mass recruitment in the army severely affected the agricultural production by cutting the workforce of 40%. This process, alongside the naval blockade and the lack of fertilizer induced a collapse in farms’ productivity.

This situation worsened particularly the life conditions of women and families deprived of their income sources with the recruitment of men. Women usually had to live with public subsidies or working, or both. However, employing women in the factories and in usually men-dominated jobs faced surprisingly severe resistances. Trade-unions usually opposed the massive employment of women in the industries and there were cultural resistances to protect the “traditional role” of the woman in the households as well. Women also preferred domestic rather than industrial work.

Generally speaking, the women already working in the factories before the war, mainly in sectors in crisis because the blockade – such as textile and tobacco industries – kept on working in the military industries. In other sectors, families played a crucial role, as many women simply substituted their husband in his job until he remained at the front.

The authorities, instead of pushing the women in the industries, tried to move them towards the countryside with specific propaganda targeting them and claiming that farming was as good for the Fatherland as it was for women’s health. However, except the wives and relatives of farmers and agricultural workers, that took over their men’s positions, very few women from the cities moved to the countryside.

As a general statement, one can say that every attempt to replace rural workers sent to the front proved inadequate. The first choices, represented by POWs and civilians from occupied countries, were usually not well motivated and hard to control. Women and teenagers, on the other hand, were not well suited or qualified for farming. At the end of the day, the German authorities preferred to give special licenses to the soldiers to send them back in the countryside for important work, as the harvest.

Hunger and chronic lack of supplies during the war years in Germany produced, however, a phenomenon opposite to the expected migration to the countryside: the ruralization of urban spaces. In many cities, among them Berlin and Freiburg as important case studies, the women re-organized the urban spaces to provide for food.

Every available piece of terrain was used and transformed into a vegetable garden for self-sustainment. Also small livestock was kept into private households, gardens and apartments. To understand the spread of those experiences would suffice to say that one third of private households in Freiburg used spaces for small cropping or livestock. This kind of practices proved to be more efficient, or at least preferred, to provide for sustainment in a context of decreasing value of money and economic crisis.  

In the worst German food crisis, during the winter of 1916-17, the urban gardens proved their importance. The so-called “turnip winter”, “Kohlruebenwinter” in German, saw the main ingredient of German diet, potatoes, being substituted by turnips, largely cultivated in the countryside as well as in the urban gardens.

Summarizing, the idea that the war produced a significant and permanent change in the gender relations because of the massive recruitment of men and the subsequent employment of women in the job market, is largely challenged by current historiography. In the German case we can conclude that the attempts to mobilize women for work or volunteering showed scarce determination and poor results. Women in the agricultural and industrial work were mere temporary substitutes for men.

However, this should not minimize the role that women played in the war economy. The capability to return to a self-sustaining model of economy in the maintaining of the households and the ruralization of urban spaces showed, despite their insufficiency, some significant results in opposing the deep food crisis caused by the war.

Links

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/organization_of_war_ec...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/food_and_nutrition_ger...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/womens_mobilisation_fo...

https://mises.org/library/world-war-i-home-front

Bibliography

Susan R. Grayzel, Women and the First World War, London, New York, 2002.

Belinda Davis, “Konsum im ersten Weltkriege” in: Haupt, Heinz-Gerhard / Torp, Claudius (Hrsg.): Die Konsumgesellschaft in Deutschland 1890-1990, Frankfurt a. M., Campus, 2009: pp. 232-249.

Belinda J. Davis, Home fires burning. Food, politics, and everyday life in World War I Berlin, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 2000.

C. Paul Vincent, The politics of hunger. The allied blockade of Germany, 1915-1919, Athens, Ohio University Press, 1985.