Aprile 1918

La legione cecoslovacca: dal fronte orientale alla guerra civile russa - The Czechoslovak Legion: from the Eastern Front to the Russian Civil War

Alessandro Chebat

Contrariamente alle analoghe formazioni cecoslovacche operanti in Europa occidentale – le quali combatterono per il comune obiettivo dell'indipendenza nazionale - le vicende della Legione in Russia furono decisamente più complesse, valicando i limiti del Primo conflitto mondiale, per inserirsi da protagonista nella Rivoluzione d'ottobre e nella Guerra civile russa.

Come è noto, il primo conflitto mondiale fu combattuto, oltre che sui campi di battaglia, anche in ambito socio-culturale, dando vita ad una vera e propria guerra delle idee. Fin dall'inizio del conflitto entrambe le parti in campo si presentarono come difensori e portatori di culture e ideologie differenti: gli imperi centrali rivendicarono il loro diritto di difendersi dall'accerchiamento diplomatico e militare cui erano stati sottoposti da francesi inglesi e russi, formulando inoltre un'idea di Mitteleuropa, influenzata dalla Kultur tedesca, entro la quale sarebbe sorta una confederazione politico-economica di stati sotto egida germanica. Per contro gli alleati dell'Intesa si presentarono fin da subito come paladini delle libertà democratiche – forti in ciò della tradizione liberale inglese e del richiamo alla rivoluzione francese – e difensori delle nazionalità oppresse dagli imperi centrali.

Tale polarizzazione del conflitto – pur basandosi su rispettive e contrastanti idee di civilizzazione del mondo – agli occhi dell'opinione pubblica internazionale finì per favorire principalmente le potenze dell'Intesa. La strategia estremamente aggressiva degli imperi centrali, con la dura occupazione della Serbia, la violazione della neutralità belga e l'invasione della Francia contribuirono a gettare una luce negativa sull'operato degli imperi centrali e della politica da essi perseguita. Ancor più, nel caso dell'Impero austro-ungarico, era il suo stesso costrutto socio-politico multietnico - saldamente controllato dagli elementi tedesco e magiaro e le cui tensioni nazionaliste al suo interno erano state il casus belli scatenante della guerra – a prestarsi come bersaglio per le offensive propagandiste dell'Intesa.

La duplice monarchia fu così presentata come gabbia dei popoli e oppressore delle nazionalità. Per gli Alleati dell'Intesa divenne perciò un obiettivo strategico il favorire quelle forze centrifughe nazionaliste che potessero contribuire alla disgregazione dall'interno dell'impero asburgico. La formazione di unità militari composte da sudditi dei paesi nemici, pur trascurabili dal punto di vista dell'impatto militare, era la risposta a questa strategia.

All'interno della monarchia asburgica il gruppo etnico slavo rappresentava circa la metà della popolazione. I gruppi ceco e slovacco, in particolare, si erano dimostrati tra i più attivi nella riscoperta delle proprie radici storiche e culturali, nonché nello studio e nella diffusione di idee nazionaliste e panslaviste. Nel 1882 fu fondato a Praga il Sokol, un'associazione sportiva e ricreativa riservata ai cechi che, in realtà, oltre a perseguire attività ginniche, diffondeva la storia ceca e la mitologia nazionale, divenendo presto un vero e proprio centro didattico e intellettuale con tratti paramilitari. I suoi membri indossavano infatti un'uniforme comune mutuata dalla tradizione slava ed adottarono una propria bandiera rossa decorata con un falco bianco. Allo scoppio della Grande guerra l'associazione – vista dalle autorità imperiali come sovversiva e antipatriottica – fu chiusa con la forza.

A livello politico, il partito che maggiormente rappresentava le istanze di cechi e slovacchi era il Partito progressista ceco, fondato nel 1900 da Tomáš Garrigue Masaryk, intellettuale e studioso della cultura boema e fautore di una maggiore collaborazione tra cechi e slovacchi, dei quali rimarcava le similitudini e le comuni origini. Inizialmente, il partito perseguiva l'obiettivo di una maggiore autonomia all'interno dell'impero attraverso la lotta parlamentare e ripudiando soluzioni radicali. Lo scoppio della guerra, tuttavia, modificò profondamente gli obiettivi del partito. Masaryk intravide nel conflitto in atto la possibilità di cogliere l'indipendenza nazionale perorando la causa cecoslovacca tra le potenze dell'Intesa e attirando a sé quanti più connazionali possibile. Pur essendo deputato al parlamento di Vienna, egli fuggì in Francia per organizzare una centrale dell'indipendentismo cecoslovacco. Qui giunse a contatto con altre due importanti figure, Milan Štefánik e Edvard Beneš, con i quali fondò il consiglio nazionale cecoslovacco, dichiarando simbolicamente guerra all'Austria Ungheria nel novembre 1915.

Nonostante questo retroterra di pulsioni nazionalistiche, allo scoppio del conflitto mondiale la maggioranza dei sudditi cechi e slovacchi rispose alla chiamata alle armi e la mobilitazione si svolse senza particolari disordini. Fu l'andamento generale della guerra – con la dura sconfitta nella battaglia di Galizia, la costosa conquista della Serbia e le enormi perdite subite - a minare la combattività e la coesione dei reparti boemi. Secondariamente, il trovarsi contro nemici quali russi e serbi, rispetto ai quali cechi e slovacchi avevano non poche affinità linguistiche e culturali, innescò una stretta disciplinare da parte degli ufficiali austriaci e magiari, cosa che non favorì la motivazione tra i soldati.

Intanto, dall'altro lato del fronte, nell'agosto del 1914, i circa 100 mila cechi residenti entro i confini dell'impero russo inviarono una petizione allo zar per richiedere la formazione di un'unità militare composta esclusivamente da cechi – chiamata Družina– per volgere le armi contro austriaci e tedeschi.

L'unità, composta inizialmente da 720 reclute, prestò giuramento nel settembre del 1914 a Kiev, raggiungendo il fronte il mese successivo. I compiti della Družina erano principalmente di infiltrazione, esplorazione e agitazione politica, con azioni volte a convincere i reggimenti slavi della KUK Armee a disertare. Per agevolare le defezioni, lo stesso Masaryk – in accordo con lo STAVKA – stabilì che i soldati russi non avrebbero aperto il fuoco contro quei soldati cechi e slovacchi che si fossero arresi indossando una divisa verde e cantando l'inno "Hej Slovane".

Ciononostante, la Česká Družina cresceva lentamente, poiché erano gli stessi vertici russi a non voler fomentare un'aperta ribellione contro un'autorità imperiale per molti aspetti simile a quella zarista, creando così un pericoloso precedente per l'ordine interno. La stessa defezione di due reggimenti austroungarici, a prevalenza ceca, tra aprile e maggio del '15, era più da ascriversi alla durezza dei combattimenti che a sentimenti antipatriottici da parte delle truppe. Tuttavia, tali episodi innescarono un'ondata repressiva degli ufficiali austriaci e magiari che sparpagliarono i soldati cechi in reggimenti plurilingue, non favorendo la coesione e la tenuta dei militari.

Malgrado ciò la crescita della Družina fu costante, grazie all'afflusso di volontari tratti dai cechi residenti entro i confini dell'impero russo e tra i numerosi prigionieri catturati durante la campagna di Galizia. A questo scopo è interessante la memoria del soldato imperial-regio Giuseppe Bresciani, il quale descrive il campo per prigionieri austro-ungarici di Darnica (Ucraina) come un luogo dove le contraddizioni della duplice monarchia emergevano, con i prigionieri che si dividevano per gruppo etnico, inastando le proprie bandiere nazionali e intonando i propri inni patriottici.

Nella prima metà del 1916 la consistenza dei battaglioni cecoslovacchi era tale da consentire la formazione della Československa Střelecká Brigáda (Brigata fucilieri cecoslovacchi), forte di 7500 uomini. Nel maggio del 1917 giunse a Pietrogrado Masaryk, che fu riconosciuto rappresentante ufficiale, politico-militare, dei legionari cecoslovacchi in Russia. Spostatosi a Kiev, presiedette al primo congresso nazionale ceco, durante il quale presentò la mappa della futura repubblica cecoslovacca, annunciando il sostegno del presidente Wilson all'iniziativa.

La brigata cecoslovacca diventava il primo nucleo dell'esercito nazionale ceco e slovacco e a breve avrebbe partecipata in massa alla prima vera offensiva contro gli imperi centrali. Nel luglio del '17 ebbe inizio l'ultima azione dell'esercito russo sul fronte orientale - l'offensiva Kerensky – alla quale prese parte l'intera brigata cecoslovacca. Questa fu impegnata nel settore di Zborov dove 7000 cecoslovacchi misero in fuga 12 mila soldati austro-ungarici, catturandone 4200. Fu nel corso della battaglia che Jan Syrový, il futuro comandante della legione, perse un occhio, venendo paragonato al leggendario generale Hussita Jan Žižka.

In un momento di profonda crisi dell'esercito russo, attraversato da moti rivoluzionari, ammutinamenti e diserzioni, Kerensky decise di sfruttare la fedeltà e la combattività delle forze cecoslovacche, avvallandone l'ampliamento. Nel luglio del '17 fu formata una seconda brigata e in settembre un vero e proprio corpo d'armata cecoslovacco, forte di 40 mila uomini: era nata la Legione.

In una Russia scossa dai disordini, le unità cecoslovacche furono schierate in Ucraina nell'attesa di ordini, precisi. Qui, nell'ottobre del '17 giunse la notizia della presa del potere da parte dei Bolscevichi. Masaryk e il consiglio nazionale cecoslovacco manifestarono la propria fedeltà al governo provvisorio, dichiarandosi comunque neutrali rispetto agli affari interni russi.

Tuttavia, ciò nella pratica risultò impossibile. L'Ucraina proclamò la propria indipendenza formando un consiglio nazionale (la Rada), scontrandosi con le guardie rosse e coinvolgendo nei combattimenti gli stessi legionari cecoslovacchi. Nel dicembre del '17 le autorità bolsceviche firmarono la pace di Brest-Litovsk con gli imperi centrali, seguite dalla Rada ucraina nel gennaio del '18. La Legione, di colpo, si trovava in una situazione spinosa, ovvero essere una forza armata straniera, schierata in una nazione in preda all'anarchia, la quale aveva firmato la pace con un avversario contro il quale vi era ancora la volontà di combattere. Il consiglio nazionale cecoslovacco, intenzionato anch'esso a proseguire la guerra contro gli imperi centrali, aveva raggiunto un accordo con le autorità russe e ucraine per il trasferimento della legione sul fronte occidentale. Le operazioni di trasferimento furono però rese difficoltose dalla chiusura del porto di Murmansk lasciando come unica via il lungo percorso attraverso la Transiberiana fino a Vladivostok. Da qui i legionari si sarebbero imbarcati per gli Stati Uniti, giungendo infine in Europa.

Fin da subito, le condizioni imposte dalle autorità bolsceviche per il trasferimento generarono un diffuso malcontento. Secondo gli accordi le unità cecoslovacche dovevano consegnare un certo quantitativo di armi alle guardie rosse. Ogni reggimento poteva conservare i propri fucili, cinquanta mitragliatrici Colt e Maxim e una batteria con due cannoni. Tuttavia, con il proseguire del viaggio verso est le requisizioni di armi crescevano ad ogni sosta del convoglio, destando numerose preoccupazioni.

A metà aprile 16 mila uomini della legione erano dislocati sul tratto della Transiberiana tra Penza e Cheljabinsk-Mass. Altri 4500 erano stanziati a Novosibirsk e 14 mila a Vladivostok. Il 14 maggio, presso la stazione di Cheljabinsk, le crescenti tensioni tra i legionari e le autorità bolsceviche si trasformarono in rivolta. Durante il transito verso ovest di un convoglio di ex prigionieri ungheresi, questi ultimi inveirono contro i cecoslovacchi, accusandoli di tradimento e lanciando sassi contro di loro. Scoppiarono degli scontri, nel corso dei quali un soldato magiaro rimase ucciso. Le autorità russe arrestarono alcuni legionari e imposero la consegna delle armi. Nel corso di una riunione tra i delegati della Legione, emersa una ormai insanabile l'ostilità nei confronti dei bolscevichi, fu deciso di liberare con la forza i legionari in mano russa e aprirsi con le armi la via per Vladivostok, presidiata dai legionari del generale Mikhail Diteriks. I vertici della Legione avevano infatti compreso come le autorità bolsceviche, strette da una collaborazione forzata con gli imperi centrali, non avrebbero mai permesso l'evacuazione pacifica dei militari cecoslovacchi verso il fronte occidentale. Iniziava la campagna della Transiberiana. Da parte sua Trotskij, sotto pressione tedesca, ordinò il disarmo e la resa della legione.

Il compito per i legionari era arduo: essi dovevano mettere in sicurezza i 10 mila km di ferrovia che separavano Penza dal Pacifico, raccogliendo i gruppi di commilitoni scaglionati lungo la linea. Malgrado le difficoltà, già il 29 maggio i legionari al comando del generale Stanislav Čeček avevano sconfitto a Penza un gruppo di Guardie rosse, rimpossessandosi delle armi sequestrate precedentemente. Aveva inizio una sorta di "guerriglia ferroviaria" che comprendeva l'interruzione dei binari per non essere raggiunti dai treni blindati sovietici, assalti ai convogli per requisire materiale rotabile, aggiramenti delle città sfruttando le linee extraurbane e utilizzo di convogli esplosivi.

Pur subendo un crescente attrito di perdite, a causa della sempre maggiore organizzazione della nascente Armata rossa, i legionari espugnarono uno dopo l'altro i punti strategici lungo la Transiberiana. Il primo settembre 1918 la Legione celebrò il collegamento simbolico tra i gruppi occidentale e orientale. Essa controllava l'intero tratto della ferrovia dal Volga al Pacifico e poteva contare su 259 treni, 531 vagoni passeggeri e 10287 carri merci. La Legione era pronta per essere trasferita sul fronte occidentale.

Tuttavia, i piani degli alleati erano intanto cambiati: l'afflusso dei militari americani rendeva meno necessaria la presenza della Legione in Francia, mentre, per contro, le posizioni da essa tenute sulla Transiberiana ne rendevano conveniente l'utilizzo per un duplice scopo. Da una parte impedire il rientro dei prigionieri austro-ungarici e tedeschi verso casa e tenere lontani gli imperi centrali dalle risorse minerarie russe, costringendoli a mantenere truppe ad oriente. Dall'altra, la Legione – forte ora di 70 mila uomini ben addestrati e armati - poteva contrastare efficacemente l'Armata rossa e supportare le forze bianche controrivoluzionarie ed era di fatto l'unica vera forza militare organizzata in Russia. La Legione, suo malgrado, diveniva così la “punta di lancia” dell'intervento alleato nella rivoluzione russa.

Tra luglio e settembre 1918, le unità cecoslovacche operarono lungo il Volga a sostegno del governo socialista rivoluzionario del KOMUCH, occupando Kazan e le relative riserve auree dell'ex impero zarista. Tuttavia, una controffensiva dell'Armata Rossa spazzò via il governo del KUMOCH che fu costretto a ritirarsi ai piedi degli Urali, a Omsk, dando vita alla Repubblica di Siberia, sostenuta anche dai reparti della Legione. Intanto, in Europa, la Grande guerra volgeva al termine e nasceva la repubblica cecoslovacca. Il nuovo ministro degli affari militari Štefánik si recò in Russia per rinsaldare il morale della Legione e a riconfermare il sostegno alle armate bianche.

Nel frattempo, una nuova figura si andava imponendo nella guerra civile, l'ammiraglio Aleksandr Kolčak, il quale rovesciò il governo di Omsk autoproclamandosi “governatore supremo di tutte le russie”. Questi diede vita ad una dittatura strettamente militare, delegando molti poteri ai propri ufficiali, che instaurarono un regime del terrore. Su pressione anglo-francese, la Legione inizialmente supportò il regime dell'ammiraglio, tuttavia una serie di eventi misero in crisi la tenuta e il morale dei reparti cecoslovacchi, così come la volontà di proseguire la guerra a fianco di Kolčak.

La nascita della Cecoslovacchia, per altro impegnata in un conflitto con l'Ungheria comunista di Bela Kun, spinse molti legionari a voler rientrare in patria e a porre termine ad una guerra che non li riguardava e che in molti ritenevano senza senso. Inoltre, al termine del conflitto in Europa, le potenze dell'Intesa non formularono alcuna dichiarazione di guerra nei confronti della Russia bolscevica, limitandosi ad inviare piccoli contingenti militari a presidiare i propri interessi economici. Molti legionari si sentirono sempre più come pedine in un gioco delle grandi potenze europee, senza alcun riconoscimento internazionale, utilizzati come truppe mercenarie. Ultimo, ma non meno importante, Kolčak impiegò la Legione in dure e violente operazioni di contro-guerriglia lungo la Transiberiana, deprimendo ulteriormente il morale e allentando la disciplina dei soldati cecoslovacchi, tra i quali emerse sempre più chiara la volontà di svincolarsi dall'ammiraglio.

Lo stesso governo di Kolčak si avviava al suo epilogo. L'offensiva di primavera contro l'Armata Rossa era stata respinta, mentre le armate bianche subivano continue defezioni. Nella seconda metà del 1919 iniziò inoltre il disimpegno degli alleati dalla Siberia, privando l'ammiraglio di preziosi supporti. Nell'ottobre del '19 fu la volta della Legione: Masaryk ordinò il ritiro dei reparti cecoslovacchi e il loro rientro in patria.

Nel novembre del '19 l'Armata Rossa travolse le truppe di Kolčak, che fu costretto ad una precipitosa ritirata. Nel dicembre dello stesso anno i comandi alleati ordinarono ai reparti della Legione stanziati a Nizhnendinsk di catturare il treno sul quale viaggiava l'ammiraglio e una parte consistente delle riserve auree russe. L'ammiraglio fu posto sotto la custodia preventiva dei legionari durante il viaggio verso Vladivostok.

Giunto a Irkutsk il convoglio fu bloccato dai bolscevichi, che intimarono la consegna dell'ammiraglio. Il 30 gennaio 1920 il generale Syrový, in accordo con il comandante nominale della Legione, il francese Maurice Janin, decisero di consegnare Kolčak ai bolscevichi in cambio del libero passaggio. L'ammiraglio fu fucilato il 7 febbraio successivo. Questo fu l'atto ultimo della Legione in Russia. Tra marzo e settembre 1920, 56 mila legionari, 6000 civili cechi e 2000 donne e bambini lasciarono Vladivostok dirette in Europa. Durante quasi due anni di operazioni la Legione aveva subito oltre 4000 caduti in combattimento.

Contrariamente alle analoghe formazioni cecoslovacche operanti in Europa occidentale – le quali combatterono per il comune obiettivo dell'indipendenza nazionale - le vicende della Legione in Russia furono decisamente più complesse, dato il suo coinvolgimento nelle traumatiche vicende politiche, sociali e ideologiche della Rivoluzione d'ottobre e della successiva guerra civile tra bianchi e rossi. Tuttavia, sarebbe riduttivo descrivere la Legione unicamente come una formazione antibolscevica, con quelle tendenze reazionarie che spesso caratterizzarono le armate bianche.

Indubbiamente, anch'essa fu coinvolta nelle brutalità perpetrate da entrambe le parti nella guerra civile, ciononostante la Legione mantenne sempre una forte autonomia nel perseguire i propri obiettivi rispetto alle forze in campo. Il sostegno ai governi socialisti rivoluzionari, avversi sia ai bolscevichi che ai bianchi, ne è la dimostrazione.

Unità cecoslovacche, soprattutto nelle fasi iniziali della guerra civile, in taluni casi collaborarono con i bolscevichi e fino alla fine intavolarono con essi trattative, tregue e accordi. Inoltre, fino al novembre 1918, si segnalarono diverse defezioni tra i legionari, che si unirono ai rivoluzionari russi. Successivamente, la scelta di campo a favore dei bianchi fu obbligata dalla volontà della legione di giungere sui campi di battaglia europei e in seguito in patria, cosa che i trattati di Brest-Litovsk prima e la guerra civile poi negavano ad essa.

Anche quando – su pressione anglo-francese – i vertici della Legione decisero di supportare timidamente la dittatura dell'ammiraglio Kolčak, numerose voci critiche si levarono contro lo schieramento bianco. Nel novembre del 1919 - meno di un mese dopo l'ordine di ritiro della Legione - i rappresentanti in Russia del consiglio nazionale cecoslovacco inviarono agli Alleati un memorandum nel quale denunciavano il regime del terrore instaurato da Kolčak e la volontà dei legionari di non collaborare con esso, attendendosi al non intervento negli affari interni russi. Ciò andava a rimarcare ulteriormente il carattere autonomo della Legione, solo formalmente sotto comando alleato.

Nel dopoguerra, la memoria delle Legioni divenne un mito fondatore della Cecoslovacchia indipendente, celebrato con numerosi monumenti. In Russia, dopo la vittoria dei bolscevichi, i memoriali eretti in Siberia nei vari cimiteri di guerra della Legione furono sistematicamente distrutti, con l'eccezione di Vladivostok, dove tutt'oggi sopravvive il monumento originale. Solo nel primo decennio degli anni Duemila i numerosi memoriali in terra russa sono stati ripristinati.

Ciò ha contribuito ad una ripresa dell'interesse attorno alle vicende della legione nella guerra civile russa, andando oltre la collaborazione con le forze bianche. Una vicenda che uscì dai limiti del Primo conflitto mondiale, per inserirsi da protagonista nella Rivoluzione d'ottobre e nella Guerra civile russa.
Link:

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/czechoslovak_legions_r...

https://en.wikipedia.org/wiki/Czechoslovak_Legion

http://blogs.bl.uk/european/2017/08/a-czechoslovakian-epic-the-czechoslo...

http://www.radio.cz/en/section/czechs/the-czechoslovak-legions-myth-real...

http://militaryhistorynow.com/2013/06/02/a-long-way-from-home-the-czech-...

Bibliografia:

Orlando Figes, A People's Tragedy: Russian Revolution 1891–1924, Jonathan Cape, London, 1996

David Bullock, The Czech Legion 1914–20, Osprey Publishers, Oxford, 2008

Brent Mueggenberg, The Czecho-Slovak Struggle for Independence, 1914–1920, McFarland, 2014

Contrary to the similar Czechoslovak formations operating in Western Europe - which fought for the common goal of national independence - the Legion's vicissitudes in Russia were much more complex, crossing the limits of the First World War to become a protagonist in the October Revolution. and in the Russian Civil War.

As is known, the First World War was fought not only on the battlefields, but also in the social-cultural arena, giving rise to a real war of ideas. From the beginning of the conflict, both sides in the field presented themselves as defenders and standard bearers of different cultures and ideologies: the Central Powers claimed the right to defend themselves from the diplomatic and military encirclement they had been subjected to by the French, English and Russians, even formulating a concept of ​​Mitteleuropa, influenced by the German Kultur, within which a political and economic confederation of states would have arisen under the Germanic aegis. On the other hand, the Allies of the Entente immediately presented themselves as champions of democratic liberties - steeped in the English liberal tradition and the appeal of the French revolution - and defenders of the nationalities oppressed by the Central Powers.

This polarization of the conflict - although based on the respective and contrasting ideas of world civilization - in the eyes of international public opinion ended up mainly favouring the powers of the Entente. The extremely aggressive strategy of the Central Powers, with the harsh occupation of Serbia, the violation of Belgian neutrality and the invasion of France contributed to casting a negative light on the work of the Central Powers and the policy they pursued. Moreover, in the case of the Austro-Hungarian Empire, it was precisely its  multi-ethnic socio-political construct - firmly controlled by the German and Hungarian elements and whose internal nationalist tensions had been the casus belli triggering the war - that lent itself to the propaganda offensive of the Entente.

The dual monarchy was thus presented as a cage of peoples and oppressor of nationalities. For the Allies of the Entente it thus became a strategic objective to favour those centrifugal nationalist forces that could contribute to the internal disintegration of the Hapsburg Empire. The formation of military units made up of subjects from enemy countries, although negligible from the military impact point of view, was the answer to this strategy.

Slavs represented about half of the population within the Habsburg empire. The Czechs and Slovaks, in particular, proved to be among the most active in the rediscovery of their historical and cultural roots, as well as in the study and dissemination of nationalist and Pan-Slavic ideas. In 1882, Sokol, a Czech sports and recreational association was founded in Prague. This association, in addition to promoting athletic activities, engaged in the promotion of Czech history and national mythology, soon becoming a real educational and intellectual centre with paramilitary features. In fact, its members wore a uniform that they took from Slavic tradition and adopted their own red flag adorned with a white hawk. At the outbreak of the Great War the association - seen by the imperial authorities as subversive and anti-patriotic - was forcefully shut down.

At the political level, the party that best responded to the Czech and Slovak petitions was the Czech Progressive Party, founded in 1900 by Tomáš Garrigue Masaryk, an intellectual and scholar of Bohemian culture and a supporter of greater collaboration between Czechs and Slovaks, whose similarities and common origins he noted. Initially, the party pursued the goal of greater autonomy within the empire by engaging in the parliamentary struggle and repudiating radical solutions. However, the outbreak of the war profoundly changed the party's objectives. Masaryk saw in the conflict the possibility of grasping national independence by advocating the Czechoslovak cause to the powers of the Entente and attracting as many compatriots as possible. Although he was a member of the Vienna parliament, he fled to France to organize a centre for Czechoslovak independence. Here he came into contact with two other important figures, Milan Štefánik and Edvard Beneš, with whom he founded the Czechoslovak National Council, symbolically declaring war on Austria-Hungary in November 1915.

Despite this background of nationalistic impulses, at the outbreak of the world war the majority of Czech and Slovak subjects answered the call to arms and mobilization took place without any particular unrest. It was the general course of the war - with the bitter defeat in the battle of Galicia, the costly conquest of Serbia and the enormous losses - that undermined the combativeness and cohesion of the Bohemian units. Secondly, finding themselves fighting against enemies such as Russians and Serbs, with whom the Czechs and Slovaks shared many linguistic and cultural affinities, led to harsh discipline being imposed by the Austrian and Hungarian officers, which did not help with the motivation among the soldiers.

Meanwhile, on the other side of the front, in August 1914, the approximately 100,000 Czechs residing within the borders of the Russian Empire sent a petition to the Tsar to request the formation of a military unit composed exclusively of Czechs - called Družina- to fight against the Austrians and Germans.

The unit, initially composed of 720 recruits, took its oath of allegiance in Kiev in September 1914, and was sent to the front the following month. The Družina was tasked mainly with infiltration, exploration and political agitation, its actions aimed at convincing Slavic regiments of the Austro-Hungarian Army to desert. To facilitate defections, Masaryk himself - by agreement with STAVKA - established that Russian soldiers would not open fire on those Czech and Slovak soldiers who surrendered wearing a green uniform and singing the hymn "Hej Slovane".

Nevertheless, the Česká Družina grew slowly, since the same Russian leaders did not wish to foment open rebellion against an authority in many ways similar to the Tsarist, and thereby create a dangerous precedent for domestic order. The defection of two predominantly Czech Austro-Hungarian regiments in April and May of 1915, could thus be more ascribed to the harshness of the fighting than to anti-patriotic sentiments among the troops. However, such incidents triggered a repressive wave among Austrian and Hungarian officers who scattered Czech soldiers among multi-lingual regiments, which did not promote cohesion and solidarity among the soldiers.

Despite this, the Družina continued to grow thanks to the influx of volunteers drawn from Czechs residing within the borders of the Russian Empire and from among the numerous prisoners captured during the Galician campaign. As relates to this the memoirs of the Austro-Hungarian soldier Giuseppe Bresciani are interesting, describing the camp for Austro-Hungarian prisoners at Darnica (Ukraine) as a place where the contradictions of the dual monarchy emerged, with prisoners separating themselves by ethnic group, planting their national flags and singing their own patriotic hymns.

In the first half of 1916, the strength of the Czechoslovakian battalions was such as to allow for the formation of the Československa Střelecká Brigáda (Czechoslovak Rifle Brigade), made up of 7,500 men. In May 1917, Masaryk arrived in Petrograd, and was recognized as the official, political and military representative of the Czechoslovak legionaries in Russia. He moved to Kiev and presided over the first Czech national congress, during which he presented the map of the future Czechoslovak republic, announcing President Wilson's support for the initiative.

The Czechoslovak Brigade became the initial core of the Czech and Slovakian national army and would soon participate en masse in the first real offensive against the Central Powers. In July 1917, the last action of the Russian army on the Eastern Front began - the Kerensky offensive - in which the entire Czechoslovak Brigade took part. The Brigade was engaged in the Zborov sector, where 7,000 Czechoslovaks put 12,000 Austro-Hungarian soldiers to flight, capturing 4,200 of them. It was during the battle that Jan Syrový, the future commander of the legion, lost an eye, and was compared to the legendary Hussite general Jan Žižka.

At a time of deep crisis for the Russian army, which was being swept by revolutionary movements, mutinies and desertions, Kerensky decided to exploit the loyalty and the combativeness of the Czechoslovak forces and endorsed their expansion. In July 1917, a second brigade was formed and, in September, an actual Czechoslovak army corps, consisting of 40,000 men: the Legion was born.

In a Russia shaken by the unrest, the Czechoslovak units were deployed in Ukraine awaiting precise orders. It was here, in October 1917, that the news of the Bolsheviks seizure of power arrived. Masaryk and the Czechoslovak National Council expressed their loyalty to the interim government, declaring themselves neutral in Russian internal affairs.

However, in practice this was impossible. Ukraine proclaimed its independence by forming a national council (the Rada), clashing with the Red Guards and involving the Czechoslovak legionaries in the fighting. In December 1917, the Bolshevik authorities signed the peace of Brest-Litovsk with the Central Powers, followed by the Ukrainian Rada in January 1918. The Legion was suddenly in a prickly situation - that of being a foreign armed force deployed inside a nation in anarchy, which had signed peace with an opponent against whom they still had the desire to fight. The Czechoslovak National Council, also intent on continuing the war against the Central Powers, had reached an agreement with the Russian and Ukrainian authorities for the transfer of the Legion to the Western Front. However, the transfer operations were made difficult by the closure of the port of Murmansk, leaving the only route open that of the long Trans-Siberian journey to Vladivostok. From here the legionaries would board ships for the United States, eventually arriving in Europe.  

From the outset, the conditions imposed by the Bolshevik authorities for the transfer generated widespread discontent. According to the agreements the Czechoslovak units had to deliver a certain quantity of weapons to the Red Guards. Each regiment could keep its rifles, fifty Colt and Maxim machine guns, and a battery of two cannons. However, as the journey to the east continued, the requisitions of weapons grew at each stop along the way, arousing numerous concerns.

In mid-April, 16,000 men of the legion were deployed along on the Trans-Siberian line between Penza and Cheljabinsk-Mass. Another 4,500 were stationed at Novosibirsk and 14,000 in Vladivostok. On 14 May, at the Cheljabinsk station, the growing tensions between the legionaries and the Bolshevik authorities turned into revolt. During the passage to the west of a convoy of former Hungarian prisoners, the latter raged against the Czechoslovaks, accusing them of treason and throwing stones at them. Clashes broke out, during which a Hungarian soldier was killed. The Russian authorities arrested some legionaries and forced them to hand over their weapons. During a meeting of the Legion's delegates, the irrepressible hostility felt towards the Bolsheviks emerged, and it was decided to free the legionaries held by the Russians by force and open the way to Vladivostok, guarded by the legionaries of general Mikhail Diteriks. The leaders of the Legion had in fact understood that the Bolshevik authorities, bound in to a forced collaboration with the Central Powers, would never have allowed the peaceful evacuation of the Czechoslovak military to the Western Front. The Trans-Siberian campaign began. For his part, Trotsky, under German pressure, ordered the disarmament and surrender of the Legion.

The task for the legionaries was arduous: they had to secure the 10,000 km of railway that separated Penza from the Pacific, picking up groups of their comrades staggered along the line. In spite of the difficulties, on 29 May, legionaries under the command of General Stanislav Čeček defeated a group of Red Guards in Penza, retaking the weapons previously seized from them. A sort of "railway guerrilla warfare" began which included the pulling up of tracks so as to avoid being reached by armoured Soviet trains, assaults on convoys to requisition rolling stock, by-passing the cities by making use of rural lines and by using explosive convoys.

Despite suffering a growing number of losses, due to the ever-increasing organization of the nascent Red Army, the legionaries took the strategic points along the Trans-Siberian one after the other. On 1 September 1918, the Legion celebrated the symbolic link up between the Western and Eastern groups. It controlled the entire section of the railway from the Volga to the Pacific and could count on 259 trains, 531 passenger cars and 10,287 freight cars. The Legion was ready to move to the Western Front.

However, in the meantime the plans of the Allies had changed: the influx of the American military made the presence of the Legion less necessary in France, while, on the other hand, the positions it held on the Trans-Siberian made its use convenient for a dual purpose. On the one hand, to prevent Austro-Hungarian and German prisoners from returning home and keep the Central Powers away from the Russian mining resources, forcing them to keep troops in the east. On the other hand, the Legion - now a force of 70,000 well-trained and armed men - could effectively counter the Red Army and support the counter-revolutionary White forces, and was in fact the only real organized  military force in Russia. The Legion, in spite of itself, thus became the "spearhead" of the Allied intervention in the Russian revolution.

Between July and September 1918, the Czechoslovak units operated along the Volga to support the revolutionary socialist government of the KOMUCH, occupying Kazan and the relative gold reserves of the former Tsarist Empire. However, a counter-offensive by the Red Army wiped out the KUMOCH government, which was forced to retreat to Omsk at the base of the Urals, giving life to the Republic of Siberia, also supported by the Legion's units. Meanwhile, in Europe, the Great War was drawing to a close and the Czechoslovak Republic was created. The new Minister of Military Affairs, Štefánik, went to Russia to re-instil the Legion's morale and to reconfirm its support of the White armies.

Meanwhile, a new figure came to bear in the civil war, Admiral Aleksandr Kolčak, who overthrew the Omsk government by proclaiming himself "supreme governor of all the Russias". These gave rise to a strictly military dictatorship, delegating many powers to their officers, who established a regime of terror. Under Anglo-French pressure, the Legion initially supported the admiral's regime, however a series of events threw the solidarity and morale of the Czechoslovakian units into crisis, as well as their willingness to continue the war alongside Kolčak.

The birth of Czechoslovakia, and its entanglement in a conflict with Bela Kun's communist Hungary, prompted many legionaries to want to return home and to stop fighting a war that did not concern them and that many considered nonsensical. Moreover, at the end of the conflict in Europe, the Entente powers did not make any declaration of war against Bolshevik Russia, but merely sent small military contingents to look after their own economic interests. Many legionaries felt more and more like pawns in a game of the great European powers, without any international recognition, used as mercenary troops. Last, but not least, Kolčak employed the Legion in harsh and violent counter-guerrilla operations along the Trans-Siberian railway, further diminishing morale and relaxing the discipline of the Czechoslovak soldiers, among whom the desire to cut ties with the Admiral became increasingly apparent.

The Kolčak government was already entering its twilight. The spring offensive against the Red Army had been repulsed, and the White armies suffered from continuous defections. In the second half of 1919 the Allies also began to disengage from Siberia, depriving the Admiral of valuable support. In October 1919 it was Legion's turn: Masaryk ordered the withdrawal of the Czechoslovakian units and their return home.

In November 1919, the Red Army overwhelmed Kolčak's troops and forced him into a hasty retreat. In December of the same year the Allied command ordered the Legion units stationed in Nizhnendinsk to capture the train on which the Admiral and a substantial part of the Russian gold reserves were travelling. The Admiral was placed in the protective custody of the legionaries on their journey to Vladivostok.

Upon arrival in Irkutsk the convoy was blocked by the Bolsheviks, who ordered the Admiral to be handed over to them. On 30 January 1920, General Syrový, in agreement with the nominal commander of the Legion, the French Maurice Janin, decided to surrender Kolčak to the Bolsheviks in exchange for free passage. The Admiral was shot on 7 February. This was the final act of the Legion in Russia. Between March and September 1920, 56,000 legionaries, 6,000 Czech civilians, and 2,000 women and children left Vladivostok headed for Europe. During almost two years of operations the Legion had suffered more than 4,000 losses in combat.

Contrary to the similar Czechoslovak formations operating in Western Europe - which fought for the common goal of the national independence - the Legion's vicissitudes in Russia were much more complex given its involvement in the traumatic political, social and ideological events of the October Revolution and of the subsequent civil war between Whites and Reds. However, it would be simplistic to describe the Legion solely as an anti-Bolshevik formation with the reactionary tendencies that often characterized the White armies.

Undoubtedly, it, too, was involved in the brutalities perpetrated by both sides in the civil war, nevertheless the Legion always maintained great autonomy in pursuing its objectives with respect to the forces in the field. The support for revolutionary socialist governments, which fought against both the Bolsheviks and the Whites, is proof of this.

Czechoslovak units, especially in the early stages of the civil war, in some cases collaborated with the Bolsheviks and until the end they negotiated treaties, truces and agreements. Moreover, until November 1918, several defections were reported among the legionaries, who joined the Russian revolutionaries. Subsequently, the choice of sides favouring the Whites was necessitated by the Legion's desire to reach the European battlefields and later home, which first the Brest-Litovsk treaties and then the civil war denied it.

Even when - under Anglo-French pressure - the leaders of the Legion decided to timidly support the dictatorship of Admiral Kolčak, numerous critical voices rose against the decision to support the White. In November 1919 - less than a month after the Legion's order to withdraw - representatives of the Czechoslovak National Council in Russia sent the Allies a memorandum in which they denounced the regime of terror established by Kolčak and the desire of the legionaries not to cooperate with it, as they had no intention of intervening in Russian internal affairs. This further emphasized the autonomous character of the Legion, which was only formally under Allied command.

After the war, the story of the Legions became a founding myth of independent Czechoslovakia, celebrated with numerous monuments. In Russia, after the victory of the Bolsheviks, the memorials erected in Siberia in the various war cemeteries of the Legion were systematically destroyed, with the exception of Vladivostok, where the original monument still survives. Only in the first decade of the 2000s the numerous memorials on Russian soil were restored.

This has contributed to a renewed interest in the Legion's vicissitudes in the Russian civil war, extending beyond collaboration with the White forces. It is a story that went beyond the limits of the First World War, to become a key factor in the October Revolution and in the Russian Civil War.
Links:

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/czechoslovak_legions_r...

https://en.wikipedia.org/wiki/Czechoslovak_Legion

http://blogs.bl.uk/european/2017/08/a-czechoslovakian-epic-the-czechoslo...

http://www.radio.cz/en/section/czechs/the-czechoslovak-legions-myth-real...

http://militaryhistorynow.com/2013/06/02/a-long-way-from-home-the-czech-...

Bibliography:

Orlando Figes, A People's Tragedy: Russian Revolution 1891–1924, Jonathan Cape, London, 1996

David Bullock, The Czech Legion 1914–20, Osprey Publishers, Oxford, 2008

Brent Mueggenberg, The Czecho-Slovak Struggle for Independence, 1914–1920, McFarland, 2014