Aprile 1918

La Legione Cecoslovacca e l'Italia - The Czechoslovak Legion and Italy

Sergio Tazzer

La prima formazione militare composta solamente da cechi e da slovacchi vide la luce a Kiev il 12 agosto 1914, ricevendo solennemente la bandiera di guerra bianco-rossa, i colori della futura Cecoslovacchia, propugnata in esilio dal giurista e politico Tomáš G. Masaryk. Egli sosteneva che nessuna idea nazionale avrebbe potuto avere successo senza poter disporre di un braccio armato, in grado di partecipare al conflitto mondiale accanto alle potenze dell'Intesa.

Il 31 agosto del '14, volontari cechi residenti in Francia furono raggruppati, nell'ambito della Legione Straniera, nella Compagnia Nazdar. In quel periodo altri cechi vennero inquadrati nelle truppe serbe che contrastavano l'offensiva austro-ungarica. L'altissimo tributo di sangue versato in battaglia, portò allo scioglimento della Compagnia Nazdar; i superstiti finirono distribuiti in altri reparti della Legione Straniera, alcuni mandati nei presidi in Africa e Indocina.

In Russia il reparto cecoslovacco andò ingrossandosi, grazie alla scelta di numerosi prigionieri cechi e slovacchi di arruolarsi, pur consapevoli che – se catturati – sarebbero stati impiccati per alto tradimento.

In Italia alcuni prigionieri di guerra cechi vennero utilizzati come esploratori, collegati soprattutto ai servizio informazioni.

Da Parigi, dove Masaryk aveva stabilito la sede del suo Consiglio nazionale cecoslovacco, veniva proposta al governo di Roma la creazione di reparti armati formati da cechi e slovacchi, in gran parte prigionieri di guerra o disertori. La proposta cadde nel vuoto: Cadorna era contrario, e con lui gli alti gradi militari, che non comprendevano il concetto stesso di “volontario”. A sostegno di Cadorna c'era anche il ministro degli Esteri, Sonnino.

Nonostante il Italia il concetto di soldato volontario vantasse una lunga tradizione (si pensi alle camice rosse di Garibaldi), gli ufficiali di carriera dell'esercito dimostravano costante diffidenza nei confronti del volontariato in armi: gerarchia e disciplina mal si conciliavano con la vitalità del volontario, considerato portatore di disordine. Durante la Grande Guerra il reclutamento di volontari tra gli stessi irredenti fu limitato al massimo.

Nel caso poi dei cechi e degli slovacchi, suscitava dubbi e ostilità l'idea di una formazione armata di volontari senza patria, combattenti contro l'esercito di provenienza. In effetti questo comportava problemi di varia natura, sia politici (convenzione internazionale dell'Aja del 1899) che etici, legati alla concezione dell'onore militare. Per un generale, avere alle dipendenze una truppa di “disertori e traditori” non era facilmente accettabile, nonostante essi volessero combattere per obiettivi e scopi che alla fin fine erano comuni e condivisi. Andava poi aggiunto il rischio della pena capitale per alto tradimento in caso di cattura. Altro tipo di ostilità proveniva dal ministro Sonnino, per il quale l'Austria-Ungheria andava sì sconfitta, ma non cancellata. Un disegno politico-diplomatico che andava via via indebolendosi, fino a quando giunse a tagliare la testa al toro il presidente americano Wilson, il quale inserì nei suoi 14 punti quello favorevole alla nascita degli stati nazionali. Si aggiunse, in Italia, il proclama di Delenda Austria enunciato dal ministro-soldato Leonida Bissolati, commemorando a Cremona Cesare Battisti. Con Bissolati erano d'accordo il côté mazziniano, socialista riformista o più semplicemente internazionalista umanitario.

Nel frattempo, per cercare di far accettare il mutamento ideologico, Masaryk aveva inviato più volte in Italia un ufficiale slovacco, naturalizzato francese, Milan Rastislav Štefánik. Oramai il gioco era fatto. Nei primi mesi del 1918 il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando fu persuaso dell'opportunità politica offerta dalla creazione di una Legione.

La decisione di autorizzare e di armare la Legione cecoslovacca rappresentò per il governo di Roma un fatto politico di svolta, nel senso dell'apertura al sostegno concreto delle nazionalità schiacciate, come chiedeva il Congresso dei popoli oppressi dell'Austria-Ungheria, svoltosi a Roma dall'8 al 12 aprile 1918, in cui si proclamò il diritto all'autodeterminazione dei popoli, denunciando la duplice monarchia come ostacolo al libero sviluppo delle nazioni. Impedimento da abbattere intensificando lo sforzo bellico con migliaia di volontari cechi e slovacchi.

Il 21 aprile 1918 il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, firmò assieme al suo ministro della Guerra ed al colonnello Milan Rastislav Šefánik, la Convenzione tra il Governo Italiano e il Consiglio Nazionale dei Paesi cecoslovacchi. Con questo atto diplomatico la Legione “italiana” fu riconosciuta di diritto corpo militare dello Stato cecoslovacco, il quale ebbe così il suo primo riconoscimento formale a livello internazionale.

Esiste una fotografia, emblematica, della nascita della Legione: reparti inquadrati, in grigioverde, ormai ex prigionieri di guerra cechi e slovacchi che escono dal portone della Certosa di San Lorenzo, a Padula, in provincia di Salerno, che era stata trasformata in campo di concentramento.

Questi uomini, ormai liberi, furono trasferiti in Umbria, dove la Legione di cui facevano parte fu addestrata in diversi centri. Si trattava di sei reggimenti, 18 mila uomini, con l'uniforme italiana, mostrine biancorosse, gli allora colori nazionali cecoslovacchi, prive però delle stellette. Armamento individuale, buffetterie, corredo e trattamento economico dei militari italiani. Ai legionari vennero affidati due simboli di quella che allora era considerata l'eccellenza militare: il cappello alpino ed il pugnale degli arditi. Sul cappello, al posto dell'aquila, venne cucito il falco, il sokol, che rinviava alla ideologia dell'omonimo movimento irredentista cecoslovacco, fondato nel 1862.

Il 24 maggio la Legione ricevette la bandiera di guerra a Roma, all'Altare della Patria. Subito venne inviata al fronte, dove prese parte ai combattimenti sul Piave e sul Montello durante la battaglia di giugno. I cecoslovacchi si distinsero anche sul Grappa e sugli Altipiani, mentre il 21 settembre furono protagonisti di un'epica battaglia sul Doss Alto, contrafforte del Monte Altissimo di Nago.

In tutti i fatti d'arme, accanto ai caduti, la Legione dovette registrare la cattura e l'esecuzione capitale di numerosi suoi soldati: Davanzo-San Donà di Piave e San Stino di Livenza, Piavon, Oderzo, Conegliano e Collato, ad Arco e a Riva del Garda.

Il 4 novembre ad Abano il Comando supremo diramava il Bollettino di guerra n. 1268, che per la storia italiana è quello della vittoria. In Esso, Armando Diaz elencò chi aveva dato vita al giorno memorabile scrivendo: «La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantun divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco-slovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita».

Per i legionari però la guerra non era terminata: furono rafforzati da altri soldati cechi e slovacchi che nei campi dove erano stati radunati dopo la confitta dell'Austria-Ungheria avevano scelto di indossare la nuova divisa ed accorrere a difendere i confini della nuova patria, la Cecoslovacchia, nata il 28 ottobre.

Si tratto di ben 60 mila uomini che si arruolarono tra la fine del 1918 ed i primi mesi del 1919: essi non avevano le caratteristiche dei veri e propri legionari che avevano combattuto contro l'Austria-Ungheria a rischio della vita: ma questi, definiti soldati della Milizia territoriale cecoslovacca in Italia, furono sicuramente utili. Tutti vennero armati con fucili, pistole, mitragliatrici e pezzi di artiglieria dell'esercito della defunta duplice monarchia, poiché in patria avrebbero trovato munizionamento adatto.

L'8 dicembre 1918, prima di salire sulle tradotte ferroviarie alla stazione di Padova, i legionari sfilarono davanti a re Vittorio Emanuele III in Prato della Valle.

Le tradotte, che dovevano attraversare l'Austria in preda al disordine postbellico, avevano una scorta armata italiana, a garanzia dei termini armistiziali.

Pochi giorni dopo, partì per ritornare a Praga lo stesso fondatore della nuova repubblica, Tomáš Garrigue Masaryk, assieme al generale Luigi Piccione, comandante dei legionari “italiani”.

Appena scesi dalle tradotte essi dovettero accorrere a combattere contro i polacchi che volevano impadronirsi del bacino minerario di Tešin, e a sud per proteggere i nuovi confini dalle ostilità ungheresi. Il mito dei legionari, fondante della Cecoslovacchia prima e delle Repubbliche Ceca e della Slovacca poi, rimane ancora vivo, nonostante i tentativi di cancellazione prima dei nazisti e poi del regime comunista, e soprattutto dell'oblio dei tempi.

Va però ancora approfondito e sottolineato il ruolo che ebbe l'Italia in questo quadro di rinascita nazionale dei popoli cechi e slovacchi.

The first military unit composed solely of Czechs and Slovaks was formed in Kiev on 12 August 1914, solemnly receiving the white-red war flag, the colors of the future Czechoslovakia, advocated by the jurist and politician in exile Tomáš G. Masaryk. He argued that no national idea would succeed without having an armed wing capable of participating in the world war alongside the Entente powers.

On 31 August 1914, Czech volunteers residing in France were grouped, as part of the Foreign Legion, in the Nazdar Company. At that time, other Czechs were framed in the Serbian troops that contrasted the Austro-Hungarian offensive. The very high tribute of blood poured into battle, led to the dissolution of the Nazdar Company; the survivors ended up distributed in other units of the Foreign Legion, some transferred in the garrisons in Africa and Indochina.

In Russia, the Czechoslovakian units went swelling, thanks to the choice of numerous Czech and Slovak prisoners to enlist, even though they knew that - if caught - they would have been hanged for high treason.

In Italy some Czech prisoners of war were used as explorers, mainly connected to the information service.

From Paris, where Masaryk had established the headquarters of its Czechoslovak National Council, the creation of armed military units of Czechs and Slovaks, mostly war prisoners or deserters, was proposed to the government of Rome. The proposal fell on deaf ears: Cadorna was displeased, and with him the other military leaders, who did not understand the concept of "volunteer". In support of Cadorna there was also the Minister of Foreign Affairs, Sonnino.

Although in Italy the concept of voluntary soldier boasted a long tradition (think of Garibaldi's red shirts), the army's career officers showed constant distrust of volunteering in arms: hierarchy and discipline were not reconciled with the vitality of the volunteer, considered a carrier of disorder. During the Great War the recruitment of volunteers among the same Italian “Irredenti” was limited to the maximum.

In the case of the Czechs and Slovaks, the idea of an armed formation of volunteers without homeland, fighting against the army of origin, raised doubts and hostility. In fact this involved problems of various kinds, both political (Hague international convention of 1899) and ethical, linked to the concept of military honor. In the eyes of an Italian general, having a troop of "deserters and traitors" wasn't easily acceptable, although they wanted to fight for goals and purposes that were ultimately common and shared. Then, was added the risk of capital punishment for high treason in case of capture. Another kind of hostility came from Minister Sonnino, for whom Austria-Hungary had to be defeated, but not canceled. A political-diplomatic plan that was gradually weakening with the decisive proposal of the American president Wilson, who inserted in its 14 points the one favorable to the birth of the national states. In Italy was added the proclamation of "Delenda Austria" enunciated by the minister-soldier Leonida Bissolati, commemorating Cesare Battisti in Cremona. They agreed with Bissolati also the Mazzinian group, the reformist socialist group, and humanitarian internationalist.

Meanwhile, in an attempt to get accepted the ideological change, Masaryk sent several times in Italy a Slovakian official, Milan Rastislav Štefánik. By now the game was done. In the first months of 1918 the president of the Council Vittorio Emanuele Orlando was persuaded of the political opportunity offered by the creation of a Legion.

The decision to authorize and arm the Czechoslovak Legion represented for the government of Rome a turning point in the sense of openness to the concrete support of the crushed nationalities, as requested by the Congress of the oppressed peoples of Austria-Hungary, held in Rome from 8 to 12 April 1918, in which the right to self-determination of peoples was proclaimed, denouncing the double monarchy as an obstacle to the free development of nations. An impediment to break down by intensifying the war effort also with thousands of Czech and Slovak volunteers.

On 21 April 1918 the president of the Council Vittorio Emanuele Orlando, together with his Minister of War and Colonel Milan Rastislav Šefánik, signed the Convention between the Italian Government and the National Council of Czechoslovak Countries. With this diplomatic act the "Italian" Legion was recognized as a military corps of the Czechoslovak State, which had its first formal recognition at the international level.

There is an emblematic photograph of the Legion's birth: a unit in gray-green uniforms, now former Czech and Slovakian prisoners of war that come out of the gate of the Certosa di San Lorenzo, in Padula, in the province of Salerno, which had been transformed into a concentration camp. These men, now free, were transferred to Umbria, where the Legion they were part of was trained in various centers. It consisted of six regiments, 18 thousand men, with the Italian uniform, red and white shields, the then Czechoslovak national colors, but without stars. Individual armament, uniforms and economic treatment of the Italian soldiers. The legionnaires were entrusted with two symbols of what was then considered military excellence: the alpine hat and the dagger of the brave. On the hat, instead of the eagle, the hawk was sewn, the Sokol, which referred to the ideology of the homonymous Czechoslovakian irredentist movement, founded in 1862.

On 24 May the Legion received the flag of war in Rome, at the Altare della Patria. Immediately was sent to the front, where it took part in the fighting on the Piave and Montello during the battle of June. The Czechoslovaks also distinguished themselves on the Grappa and on the Asiago Plateau, while on September 21st they were the protagonists of an epic battle on the Doss Alto, the buttress of Monte Altissimo di Nago. With this diplomatic act the "Italian" Legion was recognized as a military corps of the Czechoslovak State, which had its first formal recognition at the international level.

There is an emblematic photograph of the Legion's birth: a unit in gray-green uniforms, now former Czech and Slovakian prisoners of war that come out of the gate of the San Lorenzo Monastery, in Padula, (province of Salerno), which had been transformed into a concentration camp.

These men, now free, were transferred in Umbria, for the military training. The Legion now consisted of six regiments, 18 thousand men, with Italian uniform, red-and-white sheaths, but without stars. Individual armament, accoutrements, uniforms and economic treatment were the same of Italian soldiers. The legionnaires were entrusted with two symbols of what was then considered military excellence: the alpine hat and the dagger of the brave. On the hat, instead of the eagle, the hawk was sewn, the “Sokol”, which referred to the ideology of the homonymous Czechoslovakian irredentist movement, founded in 1862.

On 24 May the Legion received the flag of war in Rome, at the Altare della Patria. Immediately was sent to the front, where it took part in the fighting on the Piave and Montello during the battle of June. The Czechoslovaks also distinguished themselves on the Grappa and on the Altipiani, while on September 21st they were the protagonists of an epic battle on the Doss Alto, the buttress of Monte Altissimo di Nago.

In all the events of arms, beside the fallen, the Legion had to record the capture and execution of many of its soldiers: Davanzo-San Donà di Piave, San Stino di Livenza, Piavon, Oderzo, Conegliano, Collato, Arco and Riva del Garda.

On 4 November in Abano the Supreme Command issued the War Bulletin no. 1268, which for Italian history is that of the victory. In it, Armando Diaz listed who had taken part in the memorable day, writing: "The gigantic battle hired on the 24 of last October and which took part fifty one Italian divisions, three British, two French, a Czech-Slovak and an American regiment, against seventy-three Austro-Hungarian divisions, it's over."

However, for the legionaries the war was not over: they were strengthened by other Czech and Slovak soldiers who in the camps where they were gathered after the defeat of Austria-Hungary had chosen to wear the new uniform and rush to defend the borders of the new homeland, Czechoslovakia, born on 28 October.

It was about 60 thousand men who enrolled between the end of 1918 and the first months of 1919: they did not have the characteristics of the true legionaries who had fought against Austria-Hungary at risk of life: but these, defined soldiers of the Czechoslovak territorial militia in Italy, were certainly useful. All were armed with rifles, pistols, machine guns and artillery pieces of the army of the deceased double monarchy, because they would find suitable ammunition in their homeland.

On December 8, 1918, before getting on the railway trains at the station of Padua, the legionaries paraded before King Vittorio Emanuele III in Prato della Valle.

The train convoy, who had to cross Austria in the grip of post-war disorders, had an armed Italian escort, to guarantee the terms of the armistice. A few days later, the founder of the new republic, Tomáš Garrigue Masaryk, left to return to Prague, together with General Luigi Piccione, commander of the "Italian" legionaries.

As soon as they got off the train, they had to rush to fight the Poles who wanted to seize the Tešin mining basin, and to the south to protect the new borders from Hungarian hostilities.