Gennaio 1918

L'Austria-Ungheria quale potenza occupante nell’Europa centro-orientale e sud-orientale - Austria-Hungary as an occupying power in Central Eastern and South Eastern Europe

Joachim Bürgschwentner

Superata la crisi militare verso la fine del 1914, nel 1915/16 le offensive degli Imperi centrali portarono, sia sul fronte orientale, sia su quello sud-orientale, a occupazioni durature di estesi territori da parte della monarchia asburgica. Accanto alla necessità di stabilire un clima di tranquillità e ordine pubblico, gli aspetti economici assunsero una posizione di primo piano, mentre mancavano sostanzialmente indirizzi politici.

La strada verso la potenza occupante. Come è noto, le pianificazioni anteguerra da parte degli Imperi centrali, con previsioni di rapide vittorie sul fronte orientale e sud-orientale, si rivelarono nel 1914 essere conclusioni errate. Infatti, le offensive non solo vennero prontamente bloccate, ma perdipiù, nell’autunno 1914, le truppe russe occuparono, con la Galizia e la Bucovina, parti della metà austriaca dell’Impero, minacciando altresì l’Ungheria settentrionale. Solo con l’aiuto tedesco la monarchia poté impedire il collasso e stabilizzare nell’inverno il fronte lungo i Carpazi. La situazione cambiò drasticamente nel 1915. Dopo la vittoriosa battaglia di sfondamento degli Imperi centrali presso Gorlice–Tarnów, la minaccia sul confine orientale era praticamente allontanata. Il fronte si spostò di 300 chilometri a est. Una conseguenza fu, nell’estate 1915, l’occupazione dell’intero territorio della “Polonia russa”, la cui parte più grande veniva amministrata, sotto forma di governorato generale di Varsavia, dalla Germania, mentre quella più piccola, sotto forma di governorato generale militare di Lublino, dalla monarchia asburgica. Poco dopo, il 6 ottobre, ebbe luogo l’offensiva sui Balcani. Ancora una volta con l’ausilio degli alleati tedeschi – e, in misura minore, di quelli bulgari, da poco schieratisi al suo fianco – la monarchia riuscì, verso la fine del 1915, a occupare la Serbia e, successivamente, il Montenegro (23 gennaio 1916). Conseguentemente, le truppe austro-ungariche invasero, senza combattimenti, la parte settentrionale dell’Albania, un tempo occupata dalla Serbia. Parti significative dell’Europa centro-orientale e sud-orientale furono così per oltre due anni occupate dalla monarchia asburgica. Nell’amministrazione della Romania a partire dall’autunno 1916, l’Austria-Ungheria era invece coinvolta solo marginalmente. Nel 1918 la Duplice alleanza occupò infine anche l’Ucraina.

Alla luce di questi sviluppi, gli Imperi centrali si trovarono a fronteggiare nuove sfide: mossi dall’idea di una guerra breve e vittoriosa, la pianificazione militare anteguerra non includeva alcun piano, nemmeno rudimentale, riguardante l’amministrazione dei territori occupati. Il Regolamento relativo alle leggi e agli usi della guerra terrestre annesso alla Convenzione adottata all’Aja [Haager Landkriegsordnung] imponeva agli occupanti divieti e obblighi, sebbene la formulazione poco chiara degli articoli lasciasse grande spazio all’interpretazione. Alcune disposizioni – ad esempio la garanzia di ordine pubblico e sicurezza – erano senz’altro anche nell’interesse degli occupanti. Il loro adempimento richiedeva in ogni caso apparati d’occupazione ben strutturati. Tanto più che le amministrazioni militari austriache si trovavano in mezzo tra direttive da Vienna ed esigenze della popolazione locale, tra ordini militari e pretese di politica (estera). In primo piano vi erano due aspetti: la pacificazione dei territori occupati e il tentativo di trarne dei vantaggi materiali.

Occupanti e popolazione. Il rapporto tra occupanti e popolazione si profilava estremamente variegato. In generale, la monarchia mirava a conquistarsi il favore di parti della popolazione, il che riduceva l’onere connesso ai compiti militari e amministrativi, con conseguente liberazione di risorse da destinare al fronte di guerra. In Polonia, certi partiti riposero speranze per il futuro nella monarchia e anche nel Sangiaccato di Novi Pazar l’occupazione venne concepita piuttosto come una liberazione, con prospettive di amministrazione autonoma. In Polonia, già nel novembre 1915, fu ammessa una milizia polacca e furono riaperte due università polacche. Albania e Ucraina furono titolate, usando un’espressione tipica di quell’epoca, “Paesi amici occupati” e ricevettero un trattamento speciale. Al contrario, in Serbia, dove la monarchia si trovava a combattere con resistenti e criminali, essa instaurò un regime estremamente repressivo, con esecuzioni di massa. Nonostante queste diverse gradazioni, tutte le occupazioni erano caratterizzate da coercizione e limitazione dei diritti dei cittadini. Le valutazioni degli storici come Stephan Lehnstaedt o Tamara Scheer risultano a tal proposito differenziate. Numerosi elementi della repressione cui la popolazione occupata era esposta interessavano anche i cittadini della monarchia. Anche se nei territori occupati si esigevano forzatamente prestazioni lavorative e risorse, queste venivano generalmente saldate con somme di denaro.

Ricostruzione e sfruttamento. Tutti i territori occupati della monarchia dovevano assolvere una funzione economica. In primo luogo, essi dovevano rifornire sia la popolazione locale sia le truppe occupanti, inoltre, conferire delle eccedenze alla popolazione austroungarica e al suo esercito. Per citare un memorandum del governorato generale militare in Serbia del 1916, tali esigenze “imposero l’obbligo cogente di sfruttare al massimo le forze economiche del territorio occupato”. Nell’estate 1915, nel governorato generale militare di Lublino gli occupanti austro-ungarici si fecero consegnare tutto il raccolto; cibi e semenze furono severamente razionati. Dal momento che i risultati – anche sulla base di aspettative eccessive – non corrispondevano a quanto auspicato dall’amministrazione, l’anno successivo fu adottata una politica meno rigida e si puntò maggiormente sull’offerta di incentivi. L’obiettivo di uno sfruttamento più intenso possibile si contrapponeva a quello di conquistare il favore della popolazione.

Molti territori, essendo stati, subito prima dell’occupazione, zone di guerra, presentavano infrastrutture completamente distrutte, come ad esempio la Polonia, che nell’estate 1915 aveva alle spalle un anno caratterizzato dalla frequente alternanza di fronti e da una politica della terra bruciata. La ricostruzione perlomeno parziale era quindi una necessità assoluta. Essa riguardava in particolare strade e linee ferroviarie, che, come in Serbia, erano state ripristinate costringendo la popolazione ai lavori forzati; dal momento che esse soddisfacevano anche lo scopo di poter approvvigionare più rapidamente il fronte dall’entroterra, questa strumentalizzazione della popolazione civile per interessi di guerra era di fatto in contrapposizione con il Regolamento dell’Aia. Non da ultimo per questo motivo, nei resoconti della stampa la monarchia asburgica presentava la propria occupazione come un’opera di ricostruzione culturale di tipo colonizzatorio, per il benessere della popolazione locale. A tal proposito va considerato che strutture civili come mense popolari, farmacie e ospedali venivano costruite per motivi pratici, oltre che umanitari: una popolazione cui venivano forniti cibo e assistenza medica riduceva il rischio di ribellioni e aumentava le prestazioni lavorative. Nel complesso, gli investimenti degli occupanti si mantennero molto contenuti, visto che, per mancanza di piani di lungo periodo, l’attenzione era focalizzata su una massimizzazione dei profitti a breve termine.

Presente e prospettive future. Per la monarchia asburgica, il futuro dei territori occupati era un affare spinoso a causa della questione delle nazionalità. Una Polonia indipendente nascondeva ad esempio il pericolo di una perdita territoriale e di lealtà della Galizia, abitata per la maggioranza da polacchi. Determinate cerchie politiche e militari iniziarono a paventare l’idea di un’integrazione permanente dei territori occupati, vale a dire Polonia e Serbia, nella monarchia asburgica. Questa, però, poneva la problematica che l’equilibrio politico, comunque labile, avrebbe dovuto essere completamente ricostituito. In entrambi gli scenari, il dualismo austro-ungarico si sarebbe trasformato in un trialismo, rigettato in particolare dall’Ungheria. “Un vizio fondamentale delle amministrazioni militari austro-ungariche è consistito nell’assenza di obiettivi di guerra chiari e di strategie per il futuro dei territori occupati” ha constatato la storica Tamara Scheer. Se la popolazione non poteva aspettarsi ufficialmente nulla dagli occupanti, era più sensibile a informazioni e speculazioni, messe in circolazione tra l’altro dall’“estero ostile”. Per quanto riguarda la Polonia, i due alleati riuscirono ad esempio ad accordarsi per poco più del suo distacco dall’Impero zarista. Circa un anno dopo l’occupazione, il 5 novembre 1916, fu sì proclamato il Regno di Polonia, cosa che però non ebbe quasi conseguenze pratiche per l’occupazione. Il proseguimento del rigido controllo tedesco e austro-ungarico e le timide concessioni portarono a un senso di frustrazione e a un cambio di atteggiamento. A differenza di altri territori soggetti ad amministrazione militare, lo sgombero della Polonia alla fine della guerra nel 1918 si verificò senza incidenti di rilievo.

Bibliografia:

Gustavo Corni, Occupation during the War, in: 1914-1918-online. International Encyclopedia of the First World War, ed. by Ute Daniel, Peter Gatrell, Oliver Janz, Heather Jones, Jennifer Keene, Alan Kramer, and Bill Nasson, issued by Freie Universität Berlin, Berlin 2014-10-08. DOI: 10.15463/ie1418.10119.

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Stephan Lehnstaedt, Two Kinds of Occupation? German and Austro-Hungarian Economic Policy in Congress Poland 1915-1918, in: Other Fronts, Other Wars? First World War Studies on the Eve of the Centennial, ed. by Joachim Bürgschwentner, Matthias Egger, and Gunda Barth-Scalmani, Leiden: Brill 2014, pp 197-217.

Tamara Scheer, Zwischen Front und Heimat. Österreich-Ungarns Militärverwaltungen im Ersten Weltkrieg (Neue Forschungen zur ostmittel- und südosteuropäischen Geschichte 2), Frankfurt a. M.: Peter Lang 2009.

After the threatening situation towards the end of 1914, in 1915/16 the Central Powers’ offensives on both the eastern and south-eastern fronts led to the Habsburg monarchy occupying vast territories over the long term. Along with the need to establish a climate of tranquillity and law and order, economic aspects took on a predominant role, while political direction was essentially lacking.

The Road to Becoming an Occupying Power. As we know, pre-war planning by the Central Powers, with forecasts of rapid victories on the eastern and south-eastern fronts, proved in 1914 to be wrong. As a matter of fact, not only were offensives swiftly blocked, but in addition, in the autumn of 1914, Russian troops occupied, along with Galicia and Bukovina, parts of the Austrian half of the Empire, also threatening northern Hungary. Only with German help was the monarchy able in the winter to prevent collapse and stabilise the front along the Carpathians. The situation changed drastically in 1915. After the victorious battle at Gorlice–Tarnów, which resulted in the breakthrough of the Central Powers, the threat on the eastern border was practically dispelled. The front shifted 300 kilometres eastwards. A consequence of this was occupation in the summer of 1915 of the entire territory of “Russian Poland”, the larger part of which was administered under the form of a Governorate-General in Warsaw, by Germany, while the smaller part, under the form of a military Governorate-General in Lublin, by the Habsburg monarchy. Shortly after that, on 6 October, the offensive on the Balkans took place. Once again with the aid of their German allies – and, to a lesser extent, Bulgarian allies, who had recently joined forces on their side – the monarchy managed, towards the end of 1915, to occupy Serbia and then Montenegro (23 January 1916). Consequently, the Austro-Hungarian troops without any fighting invaded the northern part of Albania, once occupied by Serbia. Considerable parts of Central Eastern and South Eastern Europe were thus occupied for over two years by the Habsburg monarchy. Austria-Hungary was involved only marginally however in the administration of Romania from the autumn of 1916 onwards. Finally, in 1918 the Dual Alliance also occupied Ukraine.

In the light of these developments, the Central Powers found themselves facing new challenges: spurred on by the idea of a short, successful war, pre-war military planning did not include any arrangements, however rudimental, for the administration of the occupied territories. The Regulations concerning the Laws and Customs of War on Land annexed to the Convention adopted at the Hague [Haager Landkriegsordnung] imposed prohibitions and obligations on the occupiers, although the rather vague wording of the articles left much room for interpretation. Some provisions – for example the guarantee of law and order and security – were undoubtedly also in the interests of the occupiers. Their fulfilment required in any case well-structured occupation apparatuses. Especially since the Austrian military administrations found themselves torn between directives from Vienna and the requirements of the local population, between military orders and (foreign) policy pretensions. Two aspects prevailed: building peace in the occupied territories and the attempt to reap material benefits from this.

Occupiers and the Population. Relations between the occupiers and the population proved to be extremely diverse. Generally speaking, the Habsburg monarchy aimed to win the favour of parts of the population, thereby reducing the burden of military and administrative duties, which resulted in resources being freed for use on the war front. In Poland, certain parties placed their hopes for the future in the monarchy; and also in the Sanjak [Ottoman administrative unit N.T.] of Novi Pazar, occupation was perceived rather as a liberation, with prospects for self-government. In Poland, as early as November 1915, a Polish militia was permitted and two Polish universities were reopened. Albania and Ukraine were granted the title, using a typical expression of the time, of “friendly occupied countries” and received special treatment. On the contrary, in Serbia, where the monarchy found itself combatting resistors and bands of brigands, it established an extremely repressive regime, with mass executions. Despite these different gradations, all the occupations were characterised by coercion and the limitation of citizens’ rights. The evaluations of historians such as Stephan Lehnstaedt or Tamara Scheer differentiate in this regard. Many of the elements of the repression to which the occupied population was exposed also affected the citizens of the monarchy. Although the people in the occupied territories were forced to provide labour and resources, these were generally paid for with money.

Reconstruction and Exploitation. All the territories occupied by the Habsburg monarchy were obliged to fulfil an economic function. Firstly, they had to provide for both the local population and the occupying troops, as well as hand over surpluses to the Austro-Hungarian population and its army. To quote a memorandum from the military Governorate-General in Serbia from 1916, these requirements “imposed a firm obligation to exploit the economic strengths of the occupied territories to the maximum”.1 In the summer of 1915, in the military Governorate-General of Lublin, the Austro-Hungarian occupiers made the people hand over the whole harvest; food and seeds were strictly rationed. Since the results – also due to excessively high expectations – did not correspond with what the administration had hoped, the following year a less rigid policy was adopted and there was a greater emphasis on offering incentives. The objective of the most intense exploitation possible clashed with winning the favour of the population.

Many territories had been war zones immediately prior to occupation and their infrastructures had been completely destroyed, especially in Poland, which, in the summer of 1915 had a year of frequently alternating fronts and a scorched earth policy behind it. Reconstruction, at least partial, was therefore an absolute necessity. This concerned in particular roads and railway lines which, like in Serbia, had been restored using forced local labour; since these also fulfilled the purpose of being able to supply the front more rapidly from the hinterland, such instrumentalisation of the civilian populations in the interests of war was in fact in contrast with the Hague Regulations. Not least for this reason, in its statements to the press, the Habsburg monarchy presented its occupation as a sort of “colonising” reconstruction of the cultural heritage for the benefit of the local population. In this respect, it should also be borne in mind that civilian facilities such as canteens for the people, chemists and hospitals were built for practical as well as humanitarian reasons: providing a population with food and medical assistance reduced the risk of rebellion and increased work performance. On the whole, investment by the occupiers was kept very low, seeing that, due to a lack of long-term planning, attention was focussed on maximising profits in the short-term.

Present and Future Prospects. For the Habsburg monarchy, the future of the occupied territories was a thorny issue due to the question of nationalities. An independent Poland, for example, concealed the danger of loss of territory and loyalty from Galicia, which was inhabited for the most part by Poles. Certain political and military circles started to suggest the idea of permanently integrating the occupied territories, that is to say Poland and Serbia, into the Habsburg monarchy. This, however, posed the problem that the political balance, however unstable, would have had to be completely rebuilt. In both scenarios, the Austro-Hungarian dualism would have been transformed into trialism, which was rejected in particular by Hungary. “A fundamental flaw of the Austro-Hungarian military administrations was the absence of clear war objectives and strategies for the future of the occupied territories” notes the historian Tamara Scheer.2 If the local population could not officially expect anything from the occupiers, it was more sensitive to information and speculation circulated amongst others by “hostile foreigners”. As regards Poland, the two allies managed for example to agree on little more than its separation from the Tsarist Empire. The Kingdom of Poland was proclaimed approximately one year after occupation, on 5 November 1916, though this was however barely of any practical consequence for the occupation. The continuation of strict German and Austro-Hungarian control and the timid concessions led to a sense of frustration and a change in attitude. Unlike other territories subject to military administration, withdrawal from Poland at the end of the war in 1918 took place without any major incidents.

Bibliography:

Gustavo Corni, Occupation during the War, in: 1914-1918-online. International Encyclopedia of the First World War, ed. by Ute Daniel, Peter Gatrell, Oliver Janz, Heather Jones, Jennifer Keene, Alan Kramer, and Bill Nasson, issued by Freie Universität Berlin, Berlin 2014-10-08. DOI: 10.15463/ie1418.10119.

Gerhard Hirschfeld, Gerd Krumeich, Irina Renz (eds.), Enzyklopädie Erster Weltkrieg, Paderborn 2009.

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