Gennaio 1918

L'occupazione di Francia e Belgio 1914-1918 - The Occupation of France and Belgium 1914-1918

Helena Trnkova

Il 4 agosto 1914 le armate tedesche entrano in guerra attaccando il Belgio e violando così la sua neutralità. A metà mese, le truppe del Kaiser penetrano nel nord della Francia. Durante i quattro anni di conflitto, quattordici dipartimenti del nord e dell’est subirono l’occupazione in modi tanto diversi quanto lo erano i rapporti dei civili nei confronti dell’occupante.

La Germania entra in guerra sul fronte occidentale mettendo in pratica il piano Schlieffen. Il 2 agosto, il granducato di Lussemburgo è occupato senza che venga opposta alcuna resistenza; il 4 agosto le armate del Kaiser attaccano il Belgio, violando in tal modo il suo statuto di neutralità. La manovra mira a occupare una posizione strategica per accerchiare l’armata francese sul confine tra i due paesi. Dopo aver conquistato una vasta fetta del territorio belga (Liège capitola il 16 agosto, Bruxelles quattro giorni più tardi), l’armata tedesca penetra in Francia dando il via alla prima Battaglia di frontiera. L’avanzata dei soldati con la pickelhaube viene arrestata soltanto a 70 km da Parigi (prima battaglia della Marne, 6-12 settembre 1914). L’estensione delle terre occupate evolve al ritmo delle operazioni militari. In alcune zone, tuttavia, la relativa immobilità del fronte occidentale tra ottobre 1914 e primavera 1918 implica la costante presenza dei Tedeschi.

In Belgio, le truppe tedesche controllano la maggior parte dei territori prima dell’inverno 1914. Il governo belga si esilia a Londra, mentre il re Alberto e l’armata combattono a fianco degli alleati. Il Belgio occupato è scisso in tre zone: quella di un “governo generale”, che ricopre la parte più grande del territorio, e due zone più vicine al fronte, sottoposte al controllo diretto di un’amministrazione militare.

In Francia, invece, ancor prima della fine dell’inverno 1914, i Tedeschi penetrano in dieci dipartimenti dell’est e del nord. Ciononostante persistono differenze sensibili relative all’estensione e alla durata dell’occupazione. Le Ardenne sono controllate completamente dai Tedeschi, mentre il nord al 70%, e l’Aisne al 55%; nel resto dei dipartimenti, invece, meno di un terzo dei territori è occupato. Se a Amiens il presidio nemico non dura più di qualche giorno, a Lille, Roubaix o Laoun i tedeschi restano per più anni.

Sul piano della memoria storica, l’invasione tedesca s’impone come apice di sofferenza e violenza belliche. Infatti, solo da agosto a settembre 1914, circa 6.500 civili, tra belgi e francesi, vengono uccisi e numerose località distrutte (Andenne, Dinant, Louvain). Gli alleati denunciano immediatamente queste azioni come “atrocità tedesche”, sfruttandole come argomento principale della propaganda bellicista. Esse diverranno il simbolo della “barbarie tedesca”. Eppure, in nessun caso la documentazione di questi atti di violenza può bastare a riassumere la complessa realtà dell’occupazione. Per l'odierna ricerca storica, si tratta di una violenza dai molti volti e non priva di controversie.

In effetti, il rinnovato approccio all’occupazione mette in risalto l’eteronomia  delle situazioni collettive e delle espressioni personali.  L’approccio micro-storico si basa sulle testimonianze al fine di sciogliere il complesso nodo  di rapporti sociali tra occupanti e occupati, ma anche di vagliare il repertorio d’azioni in cui s’inscrivono le strategie degli uni e degli altri, valutando così i margini di manovra di cui disposero. Il prolungarsi di una situazione pensata d’ambo le parti come provvisoria, costringe i rispettivi attori a trovare un modus vivendi perpetuabile. Episodi di violenza diretta sono perciò legati soprattutto all’avanzata frenetica delle truppe imperiali all’inizio della guerra. Tra i soldati ormai spossati, prolifera una concreta paura, nutrita dal ricordo del 1870: quello dei franchi tiratori tra i civili.

Nel suo studio storico-sociale dell’occupazione dell’Aisne, Philippe Salson mostra assai bene l’evoluzione delle modalità d’amministrazione così come del modo di gestire la situazione. In un primo momento (settembre 1914 – primavera 1915), gli ordini strategici dell’occupante consistono nel “neutralizzare” i soldati mobilitati ma anche quelli “mobilitabili”; inoltre, prevedono la sistemazione delle truppe sul territorio. Il prolungarsi del conflitto costringe così i tedeschi a impostare un’organizzazione duratura  (1915 – primavera 1916) e a “normalizzare”, di conseguenza, il funzionamento stesso delle società occupate. A fronte di una guerra che richiede l’impiego sempre più massiccio di risorse, lo sfruttamento dei territori occupati si radicalizza a partire dal 1916. Questi periodi, strettamente legati all’evoluzione stessa del conflitto, coinvolgono direttamente i civili colpendoli nella vita quotidiana. A momenti di tragica ristrettezza – nell’inverno 1914, in  quello tra il 1916 e il 1917, e durante la crisi del 1918 –  se ne alternano altri, “relativamente” normali, come quello dalla primavera 1915 all’inverno 1916.

Allo stesso modo si evolvono i rapporti tra la popolazione civile e l’occupante. La loro analisi mostra un ampio spettro di atteggiamenti individuali e collettivi rivelatori in parte dell’habitus, ossia di una configurazione del micro-campo sociale e dei suoi aspetti specifici, ma anche dei singoli caratteri individuali. I sindaci dell’Aisne approfittano dei margini ristretti di manovra consentiti dai comandanti tedeschi. In assenza di manifestazioni di aperto dissenso, essi sviluppano delle pratiche elusive comportandosi talvolta per inerzia, altre volte aggirando gli ordini, o dissimulando perfino i propri reali intenti. A seconda delle rispettive dinamiche locali, la popolazione civile oscilla così tra l’obbedienza e la deflessione.

L’occupazione ha lasciato indubbiamente tracce dolorose nella memoria delle popolazioni coinvolte. Ora, la ricerca storica più recente ha contribuito a superare posizioni troppo semplificate, sulla cui base si era soliti ridurre una così complessa realtà sociale alla sola sua dimensione violenta. Innegabilmente reale, questa violenza merita d’essere ricollocata in un contesto preciso. Allo stesso modo, l’approccio storico-sociale censente di sostituire la dicotomia stereotipata resistente/collaboratore con un’ampia gamma di strategie individuali che compongono nella zona grigia uno scenario più articolato ma anche più ambiguo.

Bibliografia:

Philippe Nivet, La France occupée 1914-1918, Paris, Armand Colin, 2011.

Philippe Salson, L'Aisne occupée. Les civils dans la Grande Guerre, Rennes, PUR, 2015.

Rémy Cazals, Emmanuelle Picard, Denis Rolland (dir.), La Grande Guerre. Pratiques et expériences, Toulouse, Editions Privat, 2005.

Annette Becker, Les cicatrices rouges 14-18. France et Belgique occupées, Paris, Fayard, 2010.

http://www.france24.com/fr/reporters/20160623-video-premiere-guerre-mond...

http://data.bnf.fr/12265650/france_--_1914-1918__occupation_allemande_/

On 4 August 1914, the German armies entered into war by attacking Belgium thereby violating its neutrality. In mid August, the Kaiser’s troops invaded northern France. Over the four years of war, the fourteen departments in northern and eastern France under occupation experienced situations as equally varied as the attitudes of the inhabitants towards the occupier.

Germany engaged in war on the Western front by launching the Schlieffen Plan. On 2 August, the Grand Duchy of Luxembourg was occupied without encountering any opposition; on 4 August the Kaiser’s armies attacked Belgium, thus violating its status as a neutral country. The reason for the manoeuvre was to occupy a strategic position in order to surround the French army on the border between the countries. Having taken a large part of Belgian territory (Liège fell on 16 August, Brussels four days later), the German army penetrated into France triggering the first Battle of the Frontiers. The advance of the soldiers wearing Pickelhauben was not halted until it was 70 km from Paris (the First Battle of the Marne, 6-12 September 1914). Occupation of land proceeded at the same pace as military operations. The relative immobility of the Western front between October 1914 and spring 1918 implied however that German presence in certain areas was to continue for some time.

German troops in Belgium controlled most of the country before the winter of 1914. The Belgian government went into exile in London, while King Albert I and the army continued to fight alongside their allies. Occupied Belgium was divided into three zones: the “General Government”, which covered the most of the country and two zones closer to the front lines and under direct military administration.

In France, by the end of 1914 the Germans had penetrated ten departments in eastern and northern France. There were considerable differences however in terms of the extent and duration of occupation. Under German control were all the Ardennes, 70% of the North, 55% of Aisne and less than a third of the other departments. While the Germans stayed in Amiens for a few days only, they installed themselves in Lille, Roubaix or Laon for several years.

In terms of remembrance, the German invasion is remembered as a culmination of suffering and violence. Indeed, between August and September 1914 alone around 6 500 Belgian and French civilians were killed and numerous communities were destroyed (Andenne, Dinant, Louvain). These crimes were immediately denounced by the Allies, who exploited the “German atrocities” for their war propaganda. They became the symbol of “German barbarism”. These documented acts of violence however cannot by themselves sum up the complex reality of the occupation. Today, this violence with its numerous avatars constitutes a subject of historical research, not without evading controversy.

In effect, the renewed approach to the occupation underlines the diversity of group situations and personal experience. The micro-historical approach relies on first-hand accounts to unravel the complex web of social relations between the occupiers and the occupied and to sift through the repertoire of contention, in which each side’s strategies are advanced and the margins for manoeuvre they have at their disposal are assessed. The prolonging of a situation that both sides had initially thought to be temporary, forced both camps to find a modus vivendi that was sustainable in the long term. Direct violence stemmed primarily from the frenetic way the Imperial German Army advanced at the onset of the war. The fear of civilian snipers had proliferated amongst the exhausted soldiers, reinforced by memories of 1870.

In his social history work on the occupation of Aisne, Philippe Salson shows how administrative procedures and people’s perspectives of the situation evolved. The occupiers’ first rationale (September 1914 - spring 1915) required the mobilised and mobilisable to be “neutralised” and live off the country. However, as the conflict dragged on, they were forced to put a sustainable organisation in place (1915 - spring 1916) and to thereby  “normalise” the workings of society. In order to meet the war’s imperatives of mobilising increasingly more resources, the occupied territories were exploited more radically from 1916 onwards. These timespans linked with the development of the conflict had an impact on the everyday lives of the civilians involved. Severe shortages (winter 1914, winter 1916-1917 and the 1918 crisis) alternated with periods of “relative” normality (spring 1915-winter 1916).

Relations between the civilian population and the occupiers also evolved. An analysis reveals a relative diversity in individual and collective attitudes falling partly within the habitus, a specific configuration of the local micro-area and its issues, but also in individual people’s characters. The mayors of Aisne exploited the narrow margins of manoeuvre left by the German commanders. In the absence of open revolt, they developed evasion practices such as inertia, misappropriation or concealment. Following their own local-level dynamics, the civilian population fluctuated between attitudes of obedience and evasion, compromise and opposition.

The occupation undeniably left an impression of pain and suffering in the memories of the people affected. Yet recent historical research has helped to go beyond smooth discourse, which reduces complex social reality to its violent dimension only. Though indisputably real, violence deserves to be placed within a precise context. Moreover, the socio-historical approach allows the stereotyped dichotomy of résistant / collaborateur (resistor / collaborator) to be replaced and turns the grey area into a rich patchwork composed of a vast array of individual strategies.

Bibliografia:

Philippe Nivet, La France occupée 1914-1918, Paris, Armand Colin, 2011.

Philippe Salson, L'Aisne occupée. Les civils dans la Grande Guerre, Rennes, PUR, 2015.

Rémy Cazals, Emmanuelle Picard, Denis Rolland (dir.), La Grande Guerre. Pratiques et expériences, Toulouse, Editions Privat, 2005.

Annette Becker, Les cicatrices rouges 14-18. France et Belgique occupées, Paris, Fayard, 2010.

http://www.france24.com/fr/reporters/20160623-video-premiere-guerre-mond...

http://data.bnf.fr/12265650/france_--_1914-1918__occupation_allemande_/