Aprile 1917

L'ufficio stampa di guerra e l'organizzazione della Propaganda in Austria-Ungheria - The War Press Office and the Organization of Visual Propaganda in Austria-Hungary

Joachim Bürgschwentner

Sin dagli albori, la Prima Guerra Mondiale fu anche una guerra mediatica. Agli inizi, nella maggior parte dei Paesi, quindi anche nella monarchia asburgica, una serie di attori operava nel settore della mobilizzazione. Nel 1917 furono compiuti passi importanti verso la centralizzazione e la professionalizzazione della propaganda di Stato.

Sin dagli albori, la Prima Guerra Mondiale fu anche una “guerra mediatica”. Già nelle prime settimane divenne evidente quale fosse l’importanza attribuita all’influenza dell’opinione pubblica sul territorio nazionale e all’estero. A ciò si contrappone, tuttavia, il fatto che nel 1914, allo scoppio della guerra, nessuno dei Paesi coinvolti nel conflitto disponesse di un apparato propagandistico efficace. L’ambito dell’agitazione patriottica e della mobilizzazione sociale era un campo di sperimentazione nel quale, accanto a diversi uffici e autorità, operavano anche associazioni e comunità religiose nonché imprese private e persone fisiche. Solo con l’avanzare della guerra si assistette a un aumento dell’istituzionalizzazione e della professionalizzazione.

A tale riguardo, l’istituto più importante della monarchia asburgica era l’imperialregio Quartiere della Stampa di Guerra (k.u.k. Kriegspressequartier ovvero KPQ), già pianificato nel 1909. Direttamente subordinato, in quanto sottogruppo del Comando Supremo (Armeeoberkommando), al capo di Stato Maggiore, esso diede inizio alla propria attività nell’ambito della mobilizzazione il 28 luglio 1914 con un organico di dieci persone sotto la direzione del maggior generale Maximilian Ritter von Hoen. Nel corso della guerra, il KPQ si trasformò successivamente da piccola unità mobile vicina al fronte in un diffuso apparato con sede stabile nell’entroterra. Nel 1917 esso occupava già 292 persone, numero destinato a triplicarsi nel giro di un anno e mezzo fino ad arrivare a quota 880 (ottobre 1918).

Il KPQ “assisteva” ovvero controllava i corrispondenti di guerra, stranieri e non, ammessi al fronte. Inoltre, occupava numerosi, in parte assai noti, letterati e artisti per dotare attivamente la stampa di testi e materiale fotografico. In seno al KPQ fu deciso quali notizie e illustrazioni di carattere militare potevano essere inoltrate alla stampa, con il che veniva esercitata una significativa funzione di censura. Il KPQ era quindi l’interfaccia centrale per le informazioni tra il fronte e l’entroterra.

Il KPQ era sì un ente centrale ma da solo non copriva affatto l’intero ambito della censura o della propaganda, bensì cooperava e competeva con una serie di altri enti. Il Ministero degli Esteri e il relativo ufficio stampa per esempio rivendicavano a sé la direzione della propaganda estera. Parallelamente al KPQ, l’ufficio stampa del Ministero della Guerra a sua volta produceva, raccoglieva e distribuiva materiale fotografico alla stampa nazionale ed estera e sviluppava, al pari dell’Archivio di guerra, un’intensa attività pubblicistica. Da notare come il Kriegspressequartier e gli altri uffici stampa – come il loro nome stesso suggerisce – nel complesso si concentrassero soprattutto sulla stampa, senza in pratica avviare altre iniziative di massa per la mobilizzazione della loro popolazione.  Questo settore rimase riservato ad altre organizzazioni statali, in particolare agli enti di assistenza di guerra o al Ministero della pubblica istruzione ed era altresì fortemente caratterizzato da impulsi che provenivano dalla popolazione stessa.

Per la sfiducia e la paura che i segreti militari potessero essere svelati dai resoconti di stampa, nei primi mesi della guerra i militari tentarono di tenere i reporter lontani dal fronte anziché impiegarli come arma. Alla fine di agosto 1914, i reporter si lamentavano così: “Lontani da tutti gli eventi bellici [...] per i nostri resoconti ci rimettiamo unicamente ai comunicati ufficiali, che possiamo solo commentare e parafrasare”. Invece essi rivendicavano: “Scrittori e pittori devono diventare testimoni oculari degli eventi di guerra”, perché solo rappresentazioni e immagini autentiche possono “preservare il popolo da un senso di stanchezza per la guerra, utilizzando tutti gli strumenti di potere della stampa e dell’arte”. Nei primi mesi del conflitto, l’accesso limitato al fronte comportò che la stampa e i produttori di cartoline illustrate – tra cui anche l’assistenza ufficiale di guerra – si servissero di illustrazioni di cartellonisti per coprire il fabbisogno di immagini di guerra da parte della popolazione. Solo a poco a poco il comando dell’esercito riconobbe il potere delle immagini di influenzare l’immaginario collettivo della guerra sia sul proprio “fronte della patria” sia a livello internazionale.

La produzione e la distribuzione di immagini erano fortemente caratterizzate dalla collaborazione tra operatori statali, privati ed economici. Inizialmente fu chiesto a fotografi amatoriali nell’ambito militare di inviare i loro scatti e di metterli a disposizione per la pubblicazione. Parallelamente, lo staff dei fotografi e artisti di guerra fu ampliato di continuo e fu incrementata la produzione cinematografica. L’imprenditore privato Alexander Graf Kolowrat-Krakowsky, fondatore e proprietario della “Sascha-Film”, ebbe la direzione della cineteca dal 1915 al 1917. Accanto ai (foto)reporter e agli artisti inviati e assunti dal KPQ, anche i giornali potevano inviare collaboratori al fronte; per tutti valeva la regola secondo cui le fotografie - previamente approvate dalla censura - dovevano solo in parte essere consegnate al KPQ – mentre il resto rimaneva loro per l’elaborazione commerciale. Viceversa, i militari misero gratuitamente le loro fotografie a disposizione di agenzie e case editrici nazionali e internazionali per influenzare così l’opinione pubblica. In rappresentanza della svolta nell’approccio che ebbe luogo tra il 1914 e il 1917 per quanto concerne il reporting di guerra si citano le parole di Richard von Damaschka, responsabile del reparto fotografia dell’Archivio di guerra, tratte da una conferenza da lui tenuta nel novembre 1917. “Come con nessun altro mezzo, con la diffusione in massa di immagini di guerra in giornali illustrati si è offerta la possibilità di una propaganda bellica diffusa e convincente. Non è solo retorica definire la fotografia sotto questo profilo persino come un’arma”.

Il mutamento di mentalità circa la validità della propaganda (fotografica) si ripercosse anche in cambiamenti istituzionali. Come accaduto in Gran Bretagna e nel Reich tedesco, nei primi sei mesi del 1917 anche nella monarchia asburgica furono compiuti passi importanti verso la professionalizzazione e la centralizzazione della propaganda di Stato. Nel frattempo il KPQ, da piccola unità mobile, era diventato un imponente apparato con sede stabile a Vienna, la cui direzione fu assunta nel gennaio 1917 dall’ex vice-direttore, colonnello Wilhelm Eisner-Bubna. Come già aveva fatto il suo predecessore, egli mosse la critica secondo cui la propaganda fotografica “come del resto tutta la nostra propaganda, è completamente decentrata” e osservava come si dovesse assolutamente porre rimedio a questo disagio. Da gennaio a maggio ebbe luogo una serie di incontri degli enti coinvolti nella propaganda fotografica, che si conclusero con significativi aumenti di competenza a favore del KPQ. Tra gli altri, la propaganda estera del Ministero degli Esteri, la cineteca dell’Archivio di guerra e l’attività propagandistica del Ministero della Guerra furono tutte trasferite al KPQ. Alla fine del 1917, il KPQ sintetizzò in una relazione con tono consapevole che la sua incrementata attività propagandistica “unitamente ai successi ottenuti con le armi, ha contributo in misura straordinaria a conferire nuova importanza all’Austria-Ungheria in quanto fattore politico”. Meno di un anno dopo la monarchia era ormai tramontata. Il k.u.k. Kriegspressequartier segnò il proprio declino distruggendo una gran parte dei suoi archivi.

 

Bibliografia:

Holzer, Anton: Die andere Front. Fotografie und Propaganda im Ersten Weltkrieg, Darmstadt 2007.

Reichel, Walter, "Pressearbeit ist Propagandaarbeit". Medienverwaltung 1914-1918. Das Kriegspressequartier (KPQ) (Mitteilungen des österreichischen Staatsarchivs. Sonderband 13), Vienna 2016.

 

The First World War from the beginning was also a war waged through the media. In the Habsburg monarchy, as in most countries, there were initially multiple players operating the field of mobilisation. In 1917 important steps were taken towards centralising and professionalising state propaganda.

The First World War was from the beginning a “war waged through the media“. From the very first weeks it became clear how important it was to exert influence on public opinion – both at home and abroad. In contradiction to this, however, the fact remains that when the war broke out in 1914 an effective propaganda machine did not exist in any of the belligerent nations. Patriotic agitation and social mobilisation were a field of experimentation, in which various official agencies and authorities operated alongside associations and religious communities as well as private companies and individuals. Institutionalisation and professionalisation increased only as the war went on.

The most important institution in this regard in the Habsburg monarchy was the Austro-Hungarian War Press Office (Kriegspressequartier or KPQ), which had been planned as early as 1909. It commenced its activities during mobilisation on 28 July 1914 with a staff of ten employees under the command of Major General Maximilian Ritter von Hoen and reported as a subsection of the Army Command (Armeeoberkommando or AOK) directly to the Chief of the General Staff. During the war the KPQ subsequently grew from a small mobile unit near the front to a large-scale apparatus with permanent headquarters in the hinterland. In 1917 it was already employing 292 people; this number tripled over the following year and a half to 880 people (October 1918).

The KPQ “guided“ or controlled the domestic and foreign war correspondents authorised to go to the front. In addition the KPQ engaged numerous literati, some of whom were very well known, in order to proactively provide the press with text and images. The KPQ even decided which military news items and illustrations were to be passed on to the press, thereby exercising an important function of censorship. The KPQ was therefore the central information interface between the front and the hinterland.

The KPQ occupied one central position nevertheless it did not cover the whole area of censorship or propaganda alone, but co-operated and competed with a series of other offices. For instance, the Ministry for Foreign Affairs and its own press office claimed to carry out foreign propaganda.  The press office of the Ministry for War on the other hand produced, collected and distributed visual materials to the national and foreign press in parallel to the KPQ and ran its own flourishing publishing operations, as well as the War Archives. On the whole it is striking that the War Press Office and other press offices– as their name suggests – concentrated primarily on the press, and took hardly any widespread initiatives that would have had an impact on the mobilisation of their own populations. This area was left to other public organisations, in particular, for example to the war relief centres and the Ministry for Education and Teaching, and also received a major boost from the populace itself.

Out of distrust and fear that press coverage could lead to military secrets being revealed, the military attempted in the first months of the war to keep the correspondents well away from the front, instead of employing them as a weapon. As a result, in late August 1914, the correspondents complained that being “far away from all war operations [...] our reporting relies totally on official communiqués, which we are only allowed to comment and paraphrase”. Instead, they claimed that “writers and painters were to be the eyewitnesses of the war operations” because only authentic descriptions and pictures can “with all the means of power of the press and art prevent the people from tiring of the war“. Restricted access to the front in the early months of the war led to the press and picture postcard producers – including also official wartime welfare – having to make do with illustrations by commercial artists to cover the demand of the population for images of the war. Only little by little did the military command acknowledge the power of visuals to influence people’s ideas of war both on their own “home front“ as well as at international level.

The production and distribution of visuals was strongly characterised by the co-operation between state, private and economic players. First of all amateur photographers in the military were requested to send in their photographs and make them available for publication. Parallel to this, the staff of war photographers and artists was constantly expanded and the production of films accelerated. The management of the film department from 1915 to 1917 included the private entrepreneur Alexander Graf Kolowrat-Krakowsky, founder and owner of the “Sascha-Film” film production company. Besides the (photo) reporters and artists employed by the KPQ, newspapers were also allowed to dispatch staff to the front, on the condition that they had to hand over a part of their visuals to the KPQ – naturally after they had been censored – while they could keep the rest for their own commercial purposes. On the contrary, the military made its photos available free of charge to (inter)national agencies and publishers in an effort to influence public opinion. With regard to war reporting, a quote from a lecture given by Richard von Damaschka, the manager of the photo department of the War Archives, from November 1917 is representative of the change in thinking that had occurred between 1914 and 1917: “The mass diffusion of images of the war in magazines at home and abroad offers a unique opportunity to conduct extensive, convincing war propaganda. And it is no empty expression when one goes so far as to refer to photography in this sense as an instrument of war.“

The rethink in the value of (visual) propaganda was also reflected in institutional changes. Just as in Great Britain and in the German Reich, in the Habsburg Monarchy too in the first half of 1917 major steps were undertaken to professionalise and centralise state propaganda. The once small mobile unit of the KPQ had in the meantime become a massive machinery with permanent headquarters in Vienna, which the former vice director, Colonel Wilhelm Eisner-Bubna became head of in January 1917. He criticised, just like his predecessor had, that visual propaganda “like all our propaganda generally, is completely decentralised“and that these evils had to be urgently remedied. From January to May a series of meetings took place within the authorities that dealt with visual propaganda, which ended with a significant increase in competencies for the KPQ. Amongst other things, the foreign propaganda of the Ministry for Foreign Affairs, the film department of the War Archives, and the propaganda activities of the War Ministry were all transferred to the KPQ. Towards the end of 1917, the KPQ summarised self-confidently in a report that its increase in propaganda activities “together with the achievements in weaponry has contributed to a great degree to giving Austria-Hungary a new significance as a political factor”. Less than a year later, the Monarchy was history. The Austro-Hungarian War Press Office demise began with the elimination of the majority of its stock.

 

Bibliography:

Holzer, Anton, Die andere Front. Fotografie und Propaganda im Ersten Weltkrieg, Darmstadt 2007.

Reichel, Walter, "Pressearbeit ist Propagandaarbeit". Medienverwaltung 1914-1918. Das Kriegspressequartier (KPQ) (Mitteilungen des österreichischen Staatsarchivs. Sonderband 13), Vienna 2016.

Der Erste Weltkrieg war von Beginn an auch ein Medienkrieg. In den meisten Ländern, so auch in der Habsburgermonarchie, war anfangs eine Vielzahl an Akteuren im Bereich der Mobilisierung tätig. 1917 wurden wichtige Schritte in Richtung Zentralisierung und Professionalisierung der staatlichen Propaganda gesetzt.

Der Erste Weltkrieg war von Beginn an auch ein „Medienkrieg“. Bereits in den ersten Wochen wurde deutlich, welche Bedeutung der Einflussnahme auf die öffentliche Meinung – im In- wie im Ausland – zukam. Im Widerspruch dazu steht allerdings die Tatsache, dass bei Kriegsausbruch 1914 in keinem der kriegführenden Staaten ein effektiver Propagandaapparat bestand. Der Bereich der patriotischen Agitation und gesellschaftlichen Mobilisierung war ein Experimentierfeld, auf dem neben verschiedenen Ämtern und Behörden auch Vereine und Religionsgemeinschaften sowie privatwirtschaftliche Unternehmen und Einzelpersonen agierten. Erst mit Fortschreiten des Krieges erfolgte eine zunehmende Institutionalisierung und Professionalisierung.

Die wichtigste diesbezügliche Einrichtung in der Habsburgermonarchie war das k. u. k. Kriegspressequartiers (KPQ), das bereits im Jahre 1909 geplant worden war. Es nahm im Zuge der Mobilisierung am 28. Juli 1914 mit einem Personalstand von zehn Personen unter Leitung von Generalmajor Maximilian Ritter von Hoen seine Tätigkeit auf und unterstand als Untergruppe des Armeeoberkommandos (AOK) direkt dem Generalstabschef. Im Laufe des Krieges wurde das KPQ sukzessive von einer kleinen mobilen Einheit in Frontnähe zu einem weitläufigen Apparat mit festem Sitz im Hinterland ausgebaut. 1917 beschäftigte es bereits 292 Personen; diese Zahl verdreifachte sich in den folgenden eineinhalb Jahren auf 880 Personen (Oktober 1918).

Das KPQ „betreute“ bzw. kontrollierte die zur Front zugelassenen in- und ausländischen Kriegsberichterstatter. Darüber hinaus beschäftigte es zahlreiche, zum Teil sehr bekannte, Literaten und Künstler um die Presse aktiv mit Text- und Bildmaterial versorgen zu können. Im KPQ wurde entschieden, welche militärischen Nachrichten und Illustrationen überhaupt an die Presse weitergeleitet werden durften, womit eine bedeutende Zensurfunktion ausgeübt wurde. Das KPQ war damit die zentrale Informationsschnittstelle zwischen Front und Hinterland.

Das KPQ nahm zwar eine zentrale Stellung, deckte jedoch keineswegs den gesamten Bereich der Zensur bzw. Propaganda alleine ab, sondern kooperierte und konkurrierte mit einer Reihe anderer Stellen. Beispielsweise beanspruchten das Außenministerium und dessen Pressebüro für sich, die Auslandspropaganda zu leiten. Das Pressebüro des Kriegsministeriums wiederum produzierte, sammelte und verteilte parallel zum KPQ Bildmaterial an die in- und ausländische Presse und entwickelte, ebenso wie das Kriegsarchiv, eine rege publizistische Tätigkeit. Insgesamt ist auffallend, dass sich das Kriegspressequartier und die anderen Pressebüros – wie ihr Name bereits sagt – vor allem auf die Presse konzentrierten, während sie kaum darüber hinausgehende massenwirksame Initiativen zur Mobilisierung der eigenen Bevölkerung setzten. Dieser Bereich blieb anderen staatlichen Organisationen, insbesondere etwa den Kriegsfürsorgestellen oder dem Ministerium für Kultus und Unterricht, überlassen und war zudem stark von Impulsen, die aus der Bevölkerung selbst hervorgingen, geprägt.

Aus Misstrauen und Angst, dass durch Presseberichterstattung militärische Geheimnisse verraten werden könnten, versuchten die Militärs in den ersten Monaten des Krieges eher, die Berichterstatter von der Front fern zu halten, anstatt sie als Waffe einzusetzen. So beschwerten sich die Berichterstatter Ende August 1914, „fernab von allen kriegerischen Vorgängen [...] sind wir für unsere Berichte ganz allein auf amtliche Communiques angewiesen, die wir nur kommentieren und paraphrasieren dürfen“. Sie forderten hingegen, dass „Schriftsteller und Maler müssen Augenzeugen der Kriegsvorgänge werden“, denn nur authentische Schilderungen und Bilder können dazu führen „mit allen Machtmitteln der Presse und der Kunst das Volk von einer Kriegsmüdigkeit zu bewahren“. Der restriktive Frontzugang führte in den ersten Kriegsmonaten dazu, dass sich Presse und Ansichtskartenproduzenten – darunter auch die offizielle Kriegsfürsorge – mit Illustrationen von Gebrauchsgrafikern behalfen, um den Bedarf der Bevölkerung nach Kriegsbildern zu decken. Erst nach und nach erkannte die Armeeführung die Macht der Bilder, um Vorstellungen des Krieges sowohl an der eigenen „Heimatfront“ wie auch auf internationaler Ebene zu beeinflussen.

Die Bildproduktion und -distribution war stark von der Zusammenarbeit zwischen staatlichen, privaten und wirtschaftlichen Akteuren geprägt. Zunächst wurden Amateurfotografen im Militär ersucht, ihre Aufnahmen einzusenden und zur Veröffentlichung zur Verfügung zu stellen. Parallel wurde der Stab von Kriegsfotografen sowie Kriegskünstlern konstant ausgebaut und die Filmproduktion forciert. Die Leitung der Filmstelle hatte von 1915-1917 der Privatunternehmer Alexander Graf Kolowrat-Krakowsky, Gründer und Inhaber der „Sascha-Film“, inne. Neben den vom KPQ angestellten (Bild)Berichterstattern und Künstlern konnten auch Zeitungen Mitarbeiter an die Front entsenden; für alle galt, dass sie nur einen Teil ihrer  Bilder an das KPQ abgeben mussten, während ihnen der Rest – natürlich vorher von Zensur freigegebenen –zur eigenen kommerziellen Verarbeitung blieb. Umgekehrt stellte das Militär seine Fotos internationalen Agenturen und Verlagen kostenlos zur Verfügung, um so die öffentliche Meinung zu beeinflussen. Stellvertretend für das Umdenken, das zwischen 1914 und 1917 in punkto Kriegsberichterstattung stattgefunden hatte, sei aus einem Vortrag von Richard von Damaschka, dem Leiter der Fotoabteilung im Kriegsarchiv, aus dem November 1917 zitiert: „Durch massenhafte Verbreitung von Kriegsbildern in illustrierten Blättern des In- und Auslandes ist wie durch kein anderes Mittel die Möglichkeit einer ausgebreiteten, überzeugenden Kriegspropaganda geboten. Und es ist kein leeres Wort, wenn man die Photographie in dieser Hinsicht sogar als Kampfmittel bezeichnet.“

Das Umdenken über die Wertigkeit von (Bild)Propaganda schlug sich auch in institutionellen Änderungen nieder. Ebenso wie in Großbritannien und dem Deutschen Reich erfolgte auch in der Doppelmonarchie im ersten Halbjahr 1917 wichtige Schritte zur Professionalisierung und Zentralisierung der staatlichen Propaganda. Aus der einst kleinen mobilen Einheit des KPQ war inzwischen ein ausgeprägter Apparat mit festem Sitz bei Wien geworden, dessen Leitung im Jänner 1917 der bisherige Stellvertreter Oberst Wilhelm Eisner-Bubna übernahm. Er kritisierte, wie schon sein Vorgänger, dass die Bildpropaganda „ebenso wie unsere ganze Propaganda überhaupt, völlig dezentralisiert ist“ und dass man diesen Übelständen dringend abhelfen müsste. Von Jänner bis Mai fanden eine Reihe von Besprechungen der an der Bildpropaganda involvierten Stellen statt, die mit bedeutenden Kompetenzzuwächsen für das KPQ endeten. Unter anderem wurden die Auslandspropaganda des Außenministeriums, die Filmstelle des Kriegsarchivs, und die Propagandatätigkeit des Kriegsministeriums allesamt dem KPQ übertragen. Zu Jahresende 1917 resümierte das KPQ in einem Bericht selbstbewusst, dass seine gesteigerte Propagandatätigkeit „im Verein mit den Waffenerfolgen in hervorragendem Maße dazu beigetragen hat, Österreich-Ungarn als politischem Faktor eine neue Bedeutung zu geben“. Weniger als ein Jahr später war die Monarchie Geschichte. Das k. u. k. Kriegspressequartier beging seinen Untergang damit, einen Großteil seiner Bestände zu vernichten.

Bibliographie:

Holzer, Anton: Die andere Front. Fotografie und Propaganda im Ersten Weltkrieg, Darmstadt 2007.

Reichel, Walter, "Pressearbeit ist Propagandaarbeit". Medienverwaltung 1914-1918. Das Kriegspressequartier (KPQ) (Mitteilungen des österreichischen Staatsarchivs. Sonderband 13), Vienna 2016.