Ottobre 1917

24 ottobre 1917: la battaglia di Caporetto

Di Giuliano Casagrande

“Wir zogen nach Friaul, Do hatt’ wir allesamt voll Maul!”

"Venimmo dal Friuli, là ci siamo riempiti la bocca in abbondanza!"

(Canzone del 1540 di Georg Foster, poeta lanzichenecco, ripresa nel titolo del bestseller del 1929 di Helmut Schittenhelm, che descrive da testimone la battaglia di Caporetto.)   

Intenso e prolungato bombardamento di preparazione, compatto assalto frontale, poco o nullo “ammaestramento tattico”.

Questa la strategia che, con rimodulazioni minime, aveva tentato di aprire la strada verso Lubiana e Vienna agli italiani. Il fronte, serrato dalle Alpi, dagli altipiani e dal Carso, non riservava obbiettivi decisivi, ma sempre e soltanto nuove vette e crinali oltre quelli che si erano già conquistati con grandi perdite. La logica dei comandi, stretta su questo terreno, non vide altra soluzione che riversare più risorse, proiettili e uomini nell’inghiottitoio carsico, nella sola speranza che fossero proporzionali a quelli nemici. L’illogicità e l’inutilità che avvertiamo in questo sforzo non tengono conto che la disfatta di Caporetto nacque, paradossalmente, all’ombra del successo, quando il 12 settembre 1917 si concludeva l’undicesima battaglia dell’Isonzo. Infatti, il nuovo imperatore austriaco Carlo I, succeduto al defunto Francesco Giuseppe, osservò presso l’alleato tedesco che una dodicesima spallata italiana avrebbe travolto il fronte meridionale. Quella strategia elementare, terribile e inumana come in ogni altra guerra, era infine riuscita a stremare l’Impero austro-ungarico. Lo stato maggiore tedesco, contrario a chiudere la partita in Italia per ragioni prima diplomatiche, poi strategiche e d’opportunità, decise d’intervenire soltanto per il pericolo di veder crollare l’alleato. La nascita del piano d’attacco, la verifica degli obbiettivi e la dislocazione di uomini e materiali da parte degli austro-tedeschi si concretizzarono tra il 29 agosto e il 20 ottobre 1917. La battaglia, cominciata il 24 ottobre, vide Cadorna dare l’ordine di ripiegare al Tagliamento già tre giorni dopo. Questo evento ha lasciato una ferita profonda nell’immaginario del nostro paese, legando per antonomasia Caporetto a una sconfitta senza appelli, priva di aggettivi. La rotta militare trascinò con sé i profughi fuggiti dal Friuli e dalla sinistra Piave, ma soprattutto la gran parte degli amministratori e della classe dirigente lasciando ai parroci la custodia delle comunità: la “Caporetto interna”. 

 La durezza del trauma aveva bisogno di una giustificazione che ognuno ritrovò di volta in volta nella viltà, nel tradimento dei soldati o nell’inettitudine dei comandi. Da subito le interpretazioni dell’accaduto si avvicendarono, perfino sostituendo il verso della Canzone del Piave “si parlò di tradimento” con il più vago “fosco evento”. La volontà di leggere questa sconfitta al di fuori di ragioni prettamente belliche fece sì che Caporetto si caricasse di un valore molto più forte di altri nomi quali Gorizia o Carso. Solo il Piave e Vittorio Veneto, per una volontà precisa, ebbero un valore di uguale entità: punto fermo nella riscossa per la cancellazione dell’onta subita. Ma è proprio questa narrazione e contrapposizione di simboli a creare delle incoerenze. I soldati sopravvissuti a Caporetto furono i medesimi che lottarono strenuamente in una serie di scontri minori a Cividale, Udine e via via tentarono di fermare gli austro-tedeschi sul Tagliamento. Fallendo, sempre loro ripiegavano e arrestavano l’avanzata al Piave, garantiti, ma non affiancati, dai rinforzi anglo-francesi. Inoltre nella rotta, tra i soldati, non si trova la “rivolta”, ma un generico quanto liberatorio “tutti a casa!”, privo di ogni progettualità rivoluzionaria. Chi si ritira dal Friuli non ha nulla a che fare con i russi che solo due settimane dopo Caporetto prenderanno il Palazzo d’Inverno a Pietrogrado. Il fante italiano, con “rassegnazione”, combatté anche quella battaglia, al suo posto. Lo provano le migliaia di memorie di ufficiali italiani, riportate alla luce dallo storico Paolo Gaspari. 

Prestando attenzione ai fatti militari il quadro diventa più chiaro. Il Regio Esercito si ritrovò ad affrontare la prima battaglia difensiva sull’Isonzo, la seconda di tutta la guerra sul fronte italiano. Dai racconti emerge come si fosse impreparati a tale evento. Le nostre posizioni erano incerte, tutte proiettate in avanti in vista dell’offensiva da portare nella primavera del’18. Finora mai costretti a difendersi, i comandi non si preoccuparono di interrare i cavi telefonici, così che i collegamenti furono troncati dal bombardamento avversario. Secondariamente le strategie impiegate dal nostro esercito erano superate rispetto a quelle adottate dai tedeschi in termini di schieramento della fanteria, utilizzo delle armi automatiche e dell’artiglieria. Come se non bastasse i reparti italiani al fronte erano in larga parte sottodimensionati per via di un gran numero di licenze concesse 16 giorni prima dell’offensiva nemica: non si credeva che potesse essere lanciato un attacco in grande stile a ridosso dell’inverno.  I tedeschi, poi, impiegarono una tattica sconosciuta agli italiani che vedeva piccoli nuclei superare la prima linea e portarsi alle spalle del nemico. Col grado di tenente, fu presente tra questi anche Erwin Rommel, famoso per il suo ruolo durante la seconda guerra mondiale. Proprio questa tecnica, pur dissanguando i reparti germanici, fu la stessa che sottrasse circa 60 km di terreno ad inglesi e francesi sul fronte occidentale. Caporetto si tramutò da sconfitta in rotta a causa di vizi strutturali che solo oggi possono essere letti con chiarezza e che i contemporanei non riconobbero fino all’ultimo.

La “tragedia necessaria” sfiorata nel ’16 e avvenuta nel ’17 mise in moto un cambiamento importante nel modo di pensare l’esercito più che di condurre la guerra. Infatti, come si è detto, la preparazione d’artiglieria continuerà a precedere l’avanzata dei fanti, ma sono altre le corde che la gestione Diaz, subentrato a Cadorna, andò a toccare. Maggiore autonomia della catena di comando, “Servizio P” di propaganda per la motivazione della truppa insieme alla grande diffusione dei giornali di trincea, momento di distrazione e sfogo del fante. Ma, soprattutto, mutò il teatro della guerra. Dopo aver combattuto per vette e cime anonime, ora l’esercito arginava un’invasione al Piave. Nei soldati, se non cambiarono l’abnegazione e la tenacia, mutò lo spirito, che questa volta li vide combattere per chi stava alle loro spalle o per riabbracciare chi era rimasto oltre il fiume. Scagionati dal tradimento, i fanti italiani rimangono comunque intrappolati nelle trincee di Caporetto. La loro “rassegnazione” alla lotta sta lì “ad assicurarci che si può far subire all’uomo qualsiasi cosa, ogni più dura umiliazione, al di là d’ogni sua partecipazione o coscienza; e ancora ch’egli sarà buono, paziente, rassegnato: basta che l’organizzazione funzioni, che ‘errori tecnici’ non vengano ad incepparne il regolare andamento (Mario Isnenghi)”.

 

Testimonianze

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Biografie

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