Febbraio 1918

Ammutinamenti e diserzioni in Austria-Ungheria

Di Francesco Frizzera

“Con altrettanta forza e consapevolezza si prenderà posizione […] contro ogni elemento che assume un atteggiamento indifferente o addirittura ostile contro le forze armate all’interno dello Stato per ragioni politiche […], in questi tempi fatidici per la patria.”

K.u.K. Ministerpräsident Karl Graf Stürgkh, settembre 1914.

 

Nonostante l’AOK [Armeeoberkommando] austro-ungarico avesse espresso ripetutamente prima del 1914 la sua incertezza riguardo alla buona riuscita di una mobilitazione di massa, temendo massicci episodi di diserzione tra i richiamati slavi ed italofoni dell’Impero, i dati ufficiali riguardo alla mobilitazione dell’estate del 1914 riportano solo episodi marginali di rifiuto alla guerra

Il multietnico esercito austro-ungarico, guidato da una élite di ufficiali in grandissima maggioranza tedesca ed ungherese, si mostrava così più compatto e pronto a combattere di quanto avessero preventivato gli stessi comandi militari asburgici.

Tuttavia, l’esito disastroso delle campagne del 1914, che causarono una profonda ritirata in Galizia e l’incapacità di sfondare il fronte in Serbia, ridisegnò in profondità la struttura delle forze armate. Le circa 995.000 perdite dei primi mesi di guerra furono rimpiazzate da truppe richiamate al fronte dopo un addestramento sommario; il corpo ufficiali era stato dimezzato; le condizioni di vita nelle trincee sul fronte dei Carpazi erano intollerabili. Questo insieme di fattori, unito ad errori di valutazione strategica, portarono ai primi due episodi di diserzione di massa nell’esercito in feldgrau: nella primavera 1915 l’IR. 28 e l’IR 36, composti in prevalenza da truppe ceche, collassarono sul fronte orientale durante i combattimenti con truppe russe e i superstiti si diedero prigionieri. Il fatto ebbe vasta risonanza e fece riemergere i timori dell’AOK nei confronti dell’affidabilità delle nazionalità minoritarie.

Studi recenti hanno dimostrato come questi casi di diserzione di massa di interi reggimenti di fanteria non vadano ascritti a comportamenti antipatriottici dei soldati cechi nei confronti della Monarchia asburgica – dei 1300 uomini dell’IR28, ad esempio, più di 900 vennero feriti o uccisi durante l’attacco russo che causò la resa del reggimento – quanto piuttosto alle condizioni ambientali, alle carenze tattiche e al contesto di equipaggiamento e formazione scadente in cui ebbe luogo l’attacco russo. Ciononostante, l’episodio causò una stretta degli organi militari nei confronti dei comportamenti dei soldati non tedeschi o non magiari, la loro dislocazione in reparti mistilingue e un più massiccio ricorso a misure di controllo. La tenuta complessiva dell’esercito non veniva comunque intaccata da questi episodi.  

Fino all’inizio del 1917 non si registrano altri casi di ammutinamento. Questi emergono, invece, nel gennaio-febbraio 1917 in alcuni contesti particolari. Il 19 gennaio 1917 circa 400 soldati dell’IR 26 di stanza a Szabadtka rifiutano il trasporto verso il fronte; il 1 febbraio 1917 a Mostar 6 battaglioni dell’IR 22 saccheggiano la città dopo essersi lamentati della pessima alimentazioni e vengono fermati con la forza (4 morti e 58 feriti tra i rivoltosi); l’11 febbraio altri 3 battaglioni rifiutano l’instradamento verso il fronte albanese a Capljina, Konjinca, Sinj a causa dell’assenza di licenze. Si tratta nel complesso di episodi isolati, che non si ripeteranno fino al 1918 e che caratterizzano l’area sud-orientale dello sforzo militare asburgico.

A partire dal gennaio 1918 cambiano sensibilmente le dinamiche di diserzione e ammutinamento. La prima avvisaglia di questo cambiamento è data dalla rivolta, nel febbraio 1918 a Cattaro, dei marinai di 6 unità navali, per un totale di 2400 uomini. La rivolta comincia sulla nave St. Georg, poi si propaga alle altre e si concretizza nella pubblicazione di 8 richieste politiche, cui si accompagnano 9 rivendicazioni riguardanti le condizioni di vita nella base navale. La rivolta verrà sedata con la forza e 800 marinai verranno poi giudicati colpevoli, ma l’elemento che segna il cambio di scala è dato dal fatto che gli ammutinati si rifanno ad un mix di principi politici pacifisti, wilsoniani e rivoluzionari e non si limitano più a richieste concrete.

Il secondo elemento che segna una rottura con la situazione precedente è dato dalla firma del trattato di Brest-Litowsk: questo permise uno scambio di prigionieri su vasta scala tra Russia ed Impero austro-ungarico. Centinaia di migliaia di ex soldati austro-ungarici vennero rimpatriati dai campi di prigionia, con la speranza di essere congedati. Inoltre, i soldati avevano spesso sviluppato durante l’esperienza di prigionia una profonda avversione nei confronti della macchina burocratica statale, poiché si erano sentiti abbandonati dal proprio Stato, mentre i prigionieri provenienti dall’Impero tedesco avevano giovato di un’assistenza migliore. Per far fronte alla scarsezza di personale militare, l’esercito decise tuttavia di arruolare nuovamente gli ex prigionieri rimpatriati, dopo averli sottoposti ad un periodo di quarantena per vagliare la loro affidabilità politica. I prigionieri rimpatriati e reinquadrati nelle fine dell’esercito asburgico, però, non accettarono supinamente la loro nuova condizione: tra maggio e giugno 1918 si registrano infatti frequenti episodi di rifiuto alla guerra, prevalentemente di piccole dimensioni, che coinvolgono nella grande maggioranza dei casi ex prigionieri rimpatriati nelle province di Lublino, Galizia, Boemia e in Ungheria

 

A fianco di questi ammutinamenti di piccole dimensioni, che segnalano la pervasività del fenomeno, si registrano però anche rivolte di entità preoccupante. Queste, come nei casi precedenti, riguardano reggimenti in cui è cospicuo il numero di soldati tornati dalla prigionia. A Judenburg-Murau circa 1200 soldati dell’IR 17 saccheggiano la cittadina e i locali pubblici il 13 maggio 1918; a Radkersburg 1300 sloveni dell’IR 97 vengono fermati con la forza, dopo aver inscenato una protesta dai contenuti nazionali il 23 maggio 1918; a Rumburg il 20 maggio 1918 circa 840 ex prigionieri di guerra si rifiutano di marciare verso il fronte, saccheggiano la cittadina e si impossessano dei magazzini di alimentari e munizioni; a Pecs lo stesso giorno circa 1500 rivoltosi, affiancati da altre 1200 persone, dopo essersi lamentati inutilmente della pessima alimentazione, prendono possesso di 172 fucili e 70.000 munizioni e saccheggiano il circondario; a Kragujevac, il 25 aprile 1918, circa 600 soldati dell’IR 71 vengono fermati con la forza solo dopo giorni di combattimento e l’applicazione di 44 condanne di morte

A partire dall’estate 1918 la situazione cambia nuovamente: pur non essendo registrati casi evidenti di rivolte, sono numerosi i casi di battaglioni che si rifiutano di essere instradati verso il fronte. Quasi sempre si tratta di ex prigionieri rimpatriati dalla Russia. Pertanto, non si registrano violenze, ma il rifiuto passivo di prender parte allo sforzo bellico, che si concretizza nel crescente numero di episodi di diserzione singola. Il Generale Ronge, Capo della sezione Notizie dell’AOK, stima nell’agosto del 1918 che il numero di disertori sia salito a 100.000 unità. Secondo Platschka, si possono contare a fine estate 1918 circa 40.000 disertori in Galizia, 70.000 in Croazia-Slavonia e Bosnia-Herzegovina, 60.000 in Ungheria, 20.000 in Boemia e Moravia, 40.000 nei Länder alpini e prealpini, per un totale di circa 230.000 persone. Questo aumento esponenziale è ben evidenziato dai dati riguardanti l’Ungheria: nel 1914 si erano registrati 6689 casi di diserzione, diventati 26.251 nel 1915, 38866 nel 1916, 81.605 nel 1917 e saliti a 44.611 nei primi tre mesi del 1918, con una tendenza al rialzo ben evidente.

 

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