Novembre 1916

Donne e propaganda nella Grande Guerra

Di Alessandro Chebat

Durante la Grande Guerra, l’immagine della donna fu un elemento cardine della propaganda, sia per quanto riguarda la militanza delle donne nelle organizzazioni patriottiche sia nell’utilizzo iconografico del corpo femminile per generare consenso nei confronti del conflitto in corso.

La fuoriuscita della donna dalle mura domestiche e il suo accesso alla sfera pubblica durante la guerra non ebbe conseguenze solo nell'ambito lavorativo con la sostituzione degli uomini chiamati al fronte.  Negli anni della Prima Guerra Mondiale la propaganda ebbe grande sviluppo e portò ad una sovraesposizione pubblica dell'immagine femminile. L’interesse per la donna si concretizzò su due livelli differenti e complementari: da una parte l'assistenza ai combattenti, dall'altra il massiccio utilizzo iconografico del corpo e dell'identità femminile in manifesti, cartoline ed illustrazioni giornalistiche.

La posizione di moglie e madre nella quale era relegata la donna si tradusse in un maternage di massa all'insegna dei tradizionali ruoli femminili: tagliare, cucire, confezionare indumenti caldi per i soldati al fronte, assistere come “dama di carità” i feriti sui treni ospedale o nei reparti medici. Nel complesso nulla di rivoluzionario. Tuttavia nell'ambito della riaffermazione di un modello pressoché classico possono essere rintracciati alcuni elementi di rottura. Innanzi tutto la donna non fu più chiamata a prendersi cura del solo marito, bensì di tutto il genere maschile chiamato alle armi, presupponendo un'uscita dalle mura domestiche per mescolarsi ad una moltitudine di uomini. Come afferma Isnenghi tale “sovraesposizione femminile in territorio maschile” ha portato le cronache e la memorialistica a descrivere queste donne come figure “circondate di ammirazione e gratitudine” che tuttavia spesso lasciavano trapelare numerosi “sospetti malevoli nei confronti di un altrimenti inaudita promiscuità”. Nel complesso vi fu un fiorire di organizzazioni e associazioni femminili dedite alla cura dei feriti nell'ambito della Croce Rossa, alla raccolta di fondi e donazioni, al confezionamento di abiti, nonché all'organizzazione di serate per intrattenere i soldati degenti e fare propaganda patriottica. In Gran Bretagna, nel gennaio del 1917, fu istituito il corpo militare ausiliario femminile che raccoglieva le associazioni volontarie di assistenza: alla fine della guerra ben 57 mila donne prestavano servizio come telefoniste, cameriere, cuoche ed altro ancora. La propaganda femminile, costituita da opere e fatti concreti fu per molti aspetti più avanzata ed efficace di quella maschile, fino al 1918 circoscritta all'ambito di parole d'ordine astratte e non molto efficaci.

Una figura intermedia tra l'umile cucitrice e l'attività “pubblica” della crocerossina o della dama di carità, fu quella della “madrina di guerra”. In questo caso l'attività di assistenza e conforto non era affidata alle opere ma alla parola scritta: ogni madrina aveva un proprio soldato con il quale intratteneva un rapporto epistolare. Tale figura, un insieme di materno, amichevole e amoroso, rappresentò anch'essa una cesura. Per la prima volta le donne poterono interagire con uomini sconosciuti dando vita ad autorappresentazioni di se stesse che lo stato di guerra rendeva meno rigide e più dinamiche. Al contempo la mobilitazione patriottica avvenne anche negli strati più colti dell'universo femminile: dalle suffragiste radunatesi attorno a Teresa Labriola, che appoggiarono le necessità morali e politiche della guerra in atto, alle maestre di scuola elementare che spingevano le proprie classi a scrivere lettere dove trovava sfogo il loro impegno patriottico o convincendo i genitori dei propri alunni a sottoscrivere i prestiti di guerra.

 

Tale complementarietà della donna agli sforzi militari della parte maschile fu trasposta massicciamente anche nell'iconografia propagandistica, all'interno della quale abbondarono per la prima volta immagini di donne. Anche in questo ambito le suggestioni sono di volta in volta allusive a figure tradizionali di madri, sorelle o mogli. Queste si accompagnano alla classica retorica dell'uomo che difende non solo la patria, bensì la propria famiglia e il focolare domestico. Immagini di donne che cuciono abiti per i soldati al fronte, rimandavano alle figure di madri e mogli che attendono il proprio figlio o compagno a casa e che nell'attesa sono solidali con gli sforzi della nazione: la pubblicistica e le illustrazioni sono disseminate di questi riferimenti, tuttavia in genere a fare la parte da leone restò la figura della madre, in quanto col passare del tempo e l'aumento dei caduti in combattimento, l'immagine della moglie circondata dai propri figli rimandava alla vedovanza.

In altri casi la donna era utilizzata come elemento atto a giustificare lo stato di guerra della nazione, sostenendo e incoraggiando la partenza degli uomini per il fronte. É il caso di due manifesti diffusi in Gran Bretagna: il primo recitava Women of Britain say go! e ritraeva due donne che osservavano una colonna di soldati in marcia, mentre il secondo sfruttava l'eco delle presunte atrocità tedesche in Belgio, mostrando una donna irlandese che, imbracciando un fucile, indicava al proprio uomo il Belgio in fiamme, esortandolo a battersi con la frase Will you go or must!. Interessante come in questo caso, (diffuso in tutte le potenze belligeranti), la donna divenga la rappresentazione simbolica della patria in un'accezione di volta in volta aggressiva, difensiva e moralizzatrice. Ciò è presente nella stessa propaganda tedesca, dove immagini di donne bardate di armature o che impugnano la spada, invitavano i soldati ad essere fieri nel battersi per la madrepatria, oppure a tenere alto il morale. Spesso tali rappresentazioni femminili erano strettamente legate alla tradizionale mitologia germanica come il mito delle Valchirie o delle figlie del Reno.

L'immagine della donna non fu utilizzata solamente per attuare una sorta di pressione morale sui combattenti, ma anche per comunicare significati di tipo più o meno sessuale. Nel caso della propaganda italiana spesso Trento e Trieste, obbiettivi proclamati della guerra, erano raffigurate come donne flessuose e procaci strette fra gli artigli dell'aquila bicipite austro-ungarica. Queste immagini erano spesso accompagnate da un gruppo di soldati italiani che accorrevano in aiuto. In questo caso l'esplicito riferimento alla “conquista amorosa” della donna, così come della sua difesa, veniva accostato alle esigenze della conquista degli obbiettivi militari. Dopo Caporetto, la maggiore attenzione dedicata al morale della truppa, produsse una serie di immagini che ritraevano donne che scambiavano effusioni amorose con soldati, corredate da didascalie piuttosto esplicite per i canoni dell'epoca. In questo contesto l'immagine della donna giocava un ruolo sia erotico sia politico volto a motivare la truppa e mantenere alto il patriottismo: ciò è ancor più evidente nelle rappresentazioni che ritraggono un'Italia semivestita avvolta nel tricolore e incorniciata spesso con fucili, baionette e cannoni, ispirando forme sessualmente allusive, oppure minacciata dall'aquila bicipite.

Nel complesso l'uso dell'immagine della donna nell'ambito degli sforzi propagandistici della Grande Guerra fu all'insegna della riconferma dei ruoli tradizionali, tuttavia il momentaneo allentamento delle norme morali dovute al conflitto in corso, la sovraesposizione sia materiale sia iconografica della donna e infine la possibilità di riunirsi liberamente e dare un contributo attivo e indipendente dal genere maschile agli sforzi bellici, contribuirono di certo a rafforzare nel genere femminile una maggiore consapevolezza di sé.

 

Testimonianze

Voci di donne dalla Grande Guerra

È noto come nella propaganda di guerra, l’immagine della donna fosse presentata all’insegna della riconferma dei ruoli tradizionali di madri, sorelle e mogli, sottomesse e solidali con i destini della patria, oppure di donne ridotte ad elemento di... Leggi tutto

Biografie

Donne nella Grande Guerra

Teresa Labriola (Napoli, 17 febbraio 1874 – Roma, 6 febbraio 1941). Figlia di Antonio Labriola, noto filosofo marxista, crebbe in un ambiente vivace e stimolante. Iscrittasi alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Roma, nel 1894 fu la... Leggi tutto