Maggio 1917

Economia e Grande Guerra

Di Jacopo Calussi

 

Il padre della mia amata Elisabeth era a quel tempo un noto, anzi si può dire famoso cappellaio. Per il mio futuro suocero la guerra era arrivata più che a proposito. Era già troppo vecchio per essere richiamato e abbastanza giovane per trasformarsi da serio fabbricante di cappelli in svelto produttore di quei berretti militari che rendono tanto più dei cilindri [...] Era appena rientrato da una visita al Ministero della Guerra [...] Aveva ottenuto un’ordinazione di mezzo milione di berretti militari.

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...Guardavo solo mia madre e mangiavo e bevevo quello che aveva preparato per me, procurandoselo certo con mille astuzie. Tutte cose che allora non c’erano per nessuno a Vienna: mandorle salate, vero pane di frumento, due stecche di cioccolata, una boccetta di cognac e vero caffè. Lei si sedette al pianoforte [...] probabilmente voleva sonarmi Chopin [...] Le sue dita scivolarono sui tasti, ma dallo strumento non venne alcun suono [...] Premetti io stesso i tasti. Non risposero. Era qualcosa di spettrale. Incuriosito alzai il coperchio. Lo strumento era vuoto: mancavano le corde.

(Da La cripta dei cappuccini di Joseph Roth; i due brani fanno riferimento rispettivamente ad episodi del 1915 e del 1918 a Vienna.)

 

La Grande Guerra come primo fenomeno bellico di massa ebbe l’effetto di sconvolgere i sistemi nazionali di produzione, consumo e scambio di servizi e beni. La sua durata e le sue dimensioni devono quindi essere interpretate come eccezionali, per il continente europeo, rispetto alle esperienze militari del secolo e degli anni precedenti. La necessità di armare e nutrire una massa enorme di uomini mobilitati per il fronte influenzò le strategie dei governanti che finirono per imporre delle modifiche radicali all’intera struttura economica della nazione. Tale processo viene spesso identificato con la cosiddetta “mobilitazione nazionale”, ovvero una struttura economica rivoluzionata dal punto di vista della produzione e della distribuzione dei beni e nella quale ogni risorsa nazionale viene indirizzata allo sforzo bellico, a detrimento generale dei consumi civili.

Facendo un passo indietro, il carattere di eccezionalità portato dallo scoppio del conflitto venne interpretato con un certo ritardo dai ministeri economici ed in generale dai governi degli stati belligeranti. Pochissime furono infatti le voci che indicarono già nel primo anno di guerra gli esiti catastrofici che avrebbero toccato quasi tutto il continente.

I contrasti coloniali dei belligeranti e le rivalità relative al mercato finanziario globale devono essere interpretati come fattori (non esclusivi) da porre alla base delle cause generali del conflitto: il processo di integrazione economica a livello globale - spesso definito come “mondializzazione” - fu bruscamente interrotto dallo scoppio delle ostilità; inoltre l’esito del conflitto imporrà nel dopoguerra una generale modifica dei ruoli economico-finanziari delle nazioni coinvolte, a vantaggio di attori economici neutrali o extra-europei. Tuttavia i caratteri di integrazione economica del ventennio precedente al conflitto peseranno sulla mancanza di comprensione dei possibili esiti bellici. La mondializzazione presupponeva infatti una serie di legami economici tra stati che non rispettava l’appartenenza ai futuri schieramenti della Grande Guerra. Il pensiero economico dominante nel primo decennio del XX secolo semplicemente non riteneva possibile che uno stato di mobilitazione generale potesse essere mantenuto per un periodo pluriennale: sarebbero infatti mancate le risorse finanziarie ed in generale economiche per alimentare la “macchina bellica”, mentre la distruzione di beni, uomini e risorse avrebbe prodotto modifiche radicali rispetto alla struttura economica, sociale e politica delle nazioni coinvolte.

 

La novità più evidente per quanto riguarda la materia economica della Grande Guerra fu un’estensione eccezionale delle prerogative statali circa l’organizzazione produttiva nazionale. La guerra ebbe l’effetto di far confrontare direttamente i differenti sistemi industriali degli stati coinvolti nel conflitto, ma anche la loro tenuta a livello di consenso o crisi interna. I governi dei paesi belligeranti ottennero un potere quasi totale sulla gestione delle commesse industriali e di distribuzione dei prodotti agricoli, così da preannunciare una politica che diverrà prassi nei successivi modelli di stato totalitario a partito unico e, con le dovute differenze, nelle stesse democrazie occidentali nel periodo successivo alla crisi del 1929. Attraverso accordi e pressioni indirizzati verso le differenti parti sociali, i governi o i comandi militari avrebbero gestito direttamente la quantità e le scadenze della produzione di armamenti e di altri beni per fini bellici. La mobilitazione nazionale dell’economia ebbe quindi l’effetto di accrescere enormemente la dimensione di determinate aziende industriali.

Nel caso italiano, dal dicembre del 1915 vennero identificate alcune aziende strategiche per il sostegno dello sforzo bellico. Le imprese così indicate vennero definite “ausiliarie” e avrebbero ottenuto la totalità delle commesse belliche provenienti dai ministeri militari. La crescita esponenziale delle richieste statali influì sulla struttura interna delle grandi aziende industriali, come l’Ansaldo che passò da 6000 occupati nel periodo prebellico ai 110.000 lavoratori impiegati a vario titolo nel’17. Negli ultimi due anni di guerra in Italia, gli stabilimenti ausiliari davano lavoro a 900.000 operai, per lo più inquadrati militarmente; una militarizzazione che può essere interpretata come estremo di un generale rafforzamento del controllo statale sulla società. D’altra parte si ebbe in tutte le nazioni coinvolte nel conflitto la prima evidente crescita numerica di lavoratrici, impiegate nelle fabbriche e nei campi per colmare i vuoti lasciati dalla massa di uomini mobilitati nell’esercito.

Per finanziare tale sforzo, tutti i governi dei paesi coinvolti abbandonarono la convertibilità aurea per aderire al cosiddetto “corso forzoso”. La minaccia dell’esaurimento delle riserve auree portò ad indicare “artificiosamente” il tasso di cambio della valuta nazionale, così da superare i normali limiti di spesa pubblica, ma, in tal modo, venivano poste le basi per una crescita eccezionale dell’inflazione. Quest’ultima veniva alimentata dallo sconvolgimento del sistema produttivo nazionale, indirizzato quasi esclusivamente alla copertura delle necessità militari, sia nel settore industriale che in quello agricolo.

Alcuni autori hanno sottolineato una differenza fondamentale relativa al rapporto esistente tra governi, comandi militari e principali settori economici nazionali in stato di guerra. In maniera generale possiamo affermare che le differenze di gestione delle risorse economiche allocate per le necessità militari hanno un carattere trasversale rispetto ai due schieramenti. Gli Imperi europei, in particolare, sperimentarono una gestione economica “segmentata” o più precisamente non integrata nel rapporto esistente tra fronte interno e fronte militare. I governi di Berlino, Vienna e San Pietroburgo affidarono la gestione della produzione bellica e dei rifornimenti per gli eserciti ad organi dipendenti direttamente dai comandi supremi, escludendo quasi totalmente gli attori politici dalla struttura di distribuzione dei beni. La conseguenza più evidente di tale condizione si concretizzò in un crollo del tenore di vita della popolazione civile dei “tre imperi”, nei quali ad una crescente penuria di beni alimentari, corrispose un sistema nuovo “di privilegio” che vedeva in un ruolo dominante l’esercito ed i suoi ufficiali superiori. Al contrario, in Francia e nel Regno Unito i ministri responsabili della materia economica riuscirono ad imporre una propria strategia ai comandi delle forze armate, dando vita ad un sistema economico “integrato”, che riuscì quindi ad coniugare le necessità del fronte militare e quelle della popolazione civile. L’esito di questa differenza può generalmente coincidere con una tenuta più stabile del consenso interno ai paesi “democratici” dell’Intesa. Il differente rapporto tra fronte interno e fronte militare influirà direttamente sugli esiti del conflitto, portando negli ultimi due anni di guerra a sconvolgimenti epocali nei paesi in cui mancò del tutto la strategia di integrazione economica. L’Italia si pose in tale contesto in una via mediana, nella quale le prerogative concesse al comando supremo subirono una evidente limitazione nel corso del biennio 1916-'17. Il parziale cambio di condotta non impedì lo scoppio di proteste operaie per il crollo del tenore di vita nell’estate del’17, brutalmente represse dal regio esercito.

Per quanto riguarda le modalità di finanziamento dello sforzo bellico, esse spaziarono attraverso tre vie, generalmente indicate dall’economista britannico John Maynard Keynes, negli anni’20. La “via tedesca” riguardò imponenti manovre monetarie. La politica francese ed italiana si concentrò al contrario su di un massiccio indebitamento statale: la ricerca di capitali in questo senso venne indirizzata sia verso gli investitori “interni” alle nazioni, con l’avvio di diverse campagne per la vendita di titoli di stato particolari, sia verso l’estero, all’indirizzo di paesi tradizionalmente creditori come Gran Bretagna e Stati Uniti. L’Italia nel 1918 vide il proprio debito pubblico salire a 24, 2 miliardi lire/oro, mentre la Repubblica francese quadruplicò il proprio debito verso investitori esteri, passando da 32.974 franchi a 124.338, tra 1913 e 1918. La “terza via” venne identificata da Keynes nell’ampliamento del prelievo fiscale del Regno Unito, che connotò un’economia particolare come quella di Londra, tradizionalmente caratterizzata dal ruolo di potenza-creditrice.

 

La politica economica adottata per affrontare il conflitto dipendeva da caratteri propri delle economie nazionali (in particolare in relazione al differente grado di industrializzazione) e, su di un piano diverso, dalla stessa posizione geopolitica dei belligeranti. L’Impero tedesco tentò rapidamente di “chiudere la partita” con la Francia proprio perché non avrebbe potuto sostenere uno sforzo militare su più fronti. Il fallimento del piano Schlieffen e l’intervento britannico portarono il Reich guglielmino ad essere circondato su tre lati dalle potenze dell’Intesa. Nel corso dei primi mesi di guerra le flotte commerciali austro-tedesche scomparvero dalle rotte navali del Mediterraneo e dell’Atlantico, rendendo in tal modo vitale l’afflusso di merci trasportate dal naviglio neutrale. Al contempo, i comandi della marina tedesca concertarono una strategia progressivamente rafforzata di aggressione alle flotte commerciali britanniche. Tra 1914 e 1917 si ebbero tre offensive “totali” di sottomarini germanici contro le rotte mercantili britanniche. Dalla fine del 1915, la Royal Navy e le flotte dell’Intesa reagirono avviando il “blocco totale” delle coste austro-tedesche, imponendo anche ad alcuni paesi neutrali il fermo ed il sequestro di prodotti venduti agli Imperi centrali. In parallelo, la strategia britannica di logoramento si connotò anche per un’offensiva “finanziaria” ai danni di Berlino e Vienna, con l’acquisizione esclusiva di porzioni estese di mercato, in riferimento agli scambi di prodotti agricoli e di materie prime. L’Impero tedesco vide crollare la quantità di beni alimentari disponibili negli anni di guerra: le importazioni di cereali nel Reich passarono da 20.063 tonnellate del 1916 alle 3089 dell’anno seguente, mentre l’acquisto di carne dall’estero subì una flessione dell’87%, nello stesso periodo.

Le conseguenze del blocco navale si concretizzarono in una crisi di denutrizione che afflisse centinaia di migliaia di civili nei due imperi. Furono infatti stimate in 770.000 le vittime civili tedesche, morte per le conseguenze del blocco. Nella capitale asburgica nei giorni immediatamente successivi all’armistizio con le potenze dell’Intesa, si stimava che circa il 10% della popolazione cittadina non avrebbe “superato l’inverno”. Le difficoltà di approvvigionamento derivarono quindi dalla strategia militare del nemico e dalla mancanza di coordinamento interno per la gestione delle risorse, in particolare rafforzate in Austria-Ungheria sia da determinate scelte politiche, sia dalla marcata differenza economica ed etnica interna all’Impero. Inoltre, la penuria di beni alimentari fu aggravata dalle devastazioni che, nel caso dell’Europa centrale e orientale, colpirono soprattutto le regioni con la più alta produzione agricola, come la Galizia.

A differenza di quanto avverrà nel secondo conflitto mondiale, le occupazioni di territorio nemico ed il conseguente sfruttamento non poterono coprire neanche parzialmente la richiesta di beni agricoli e di materie prime dell’occupante austro-tedesco. Simili difficoltà vennero avvertite anche dall’Impero russo che ad una condizione di parziale industrializzazione nazionale (che tuttavia non affliggeva solamente l’impero zarista) univa un sistema di trasporti e distribuzioni dei beni assolutamente critico ed insufficiente per coprire le distanze del territorio dello zar. Tali mancanze economico-produttive ebbero una conseguenza diretta negli avvenimenti del 1917, anno in cui all’abdicazione imposta allo zar Nicola II si aggiunse l’insurrezione e la presa del potere da parte dei bolscevichi di Lenin.

Nello stesso anno, tuttavia, l’intervento statunitense riequilibrò a livello strategico-militare le forze in campo. Come già accennato, l’Intesa poté sfruttare il potenziale economico e finanziario degli Stati Uniti sin dai primi anni di guerra: ad un ampliamento delle risorse finanziarie richieste da paesi come l’Italia, Washington aggiunse una riserva di materie prime e prodotti industriali non confrontabile con il potenziale economico delle potenze centrali.

Più che le sconfitte sul campo di battaglia quindi, le cause del crollo degli Imperi centrali possono essere interpretate come derivanti da fattori economici, quali la scarsità dei beni ed il logoramento dell’intera struttura economico-produttiva. Il dispendio di risorse afflisse con modalità simili lo stesso schieramento dei vincitori che, in relazione alle clausole da imporre agli sconfitti, decise deliberatamente di far pagare l’incalcolabile costo della guerra alle potenze battute. Le famigerate “riparazioni” imposte in particolare alla Germania vennero calcolate nel 1921 in 132 miliardi di Marchi/oro, una cifra impossibile da coprire per l’economia tedesca, già messa in ginocchio dai 4 anni di guerra e dalle asportazioni territoriali del 1919. 

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