Dicembre 1916

I civili

Di Gustavo Corni, Wojciech Łysek, Helena Trnkova

La Grande Guerra ha profondamente modificato la vita quotidiana della società, come pure le sue strutture. Gli uomini arruolati e le zone dei combattimenti furono i più duramente colpiti. Peraltro, neppure i civili e le retrovie vennero risparmiati. Progressivamente, la guerra colpì, in modo più o meno diretto, tutti gli ambiti della vita civile e ingenerò trasformazioni destinate a durare.

 

Le occupazioni militari e il rapporto occupanti-occupati

Di Gustavo Corni

La Prima guerra mondiale ha visto come principali protagonisti i combattenti, come ovvio per tutte le guerre. E’ solo dalla Seconda che l’incidenza dei "non combattenti" ha assunto un peso crescente, tanto che la maggioranza delle vittime fra il 1939 e il 1945 si è contata fra i civili. Tuttavia, anche nel 1914-1918 i civili sono stati coinvolti in profondità e in grande numero. Ciò è avvenuto in primo luogo nei cosiddetti “fronti interni”, costituiti dalle popolazioni civili implicate nell’economia di guerra e coinvolte dalla mobilitazione della propaganda. Più direttamente, e dolorosamente, coinvolti nel conflitto sono stati gli abitanti dei territori occupati.

La forma con cui a partire dalla guerra franco-prussiana del 1870 sono state messe in atto è quello del cosiddetto “governatorato generale”: una struttura gestita dai comandi militari, ma composta anche da personale burocratico civile proveniente dal paese occupante, e che funziona grazie all’apporto di personale in loco. Dal punto di vista dei militari, le occupazioni hanno due finalità principali: in primo luogo garantire la pace e l’ordine pubblico nelle aree retrostanti il fronte, in modo da non ostacolare le operazioni militari, attraverso forme di spionaggio o i franctireurs (i franchi tiratori). Si tratta di bande armate formate da civili e da militari dispersi, che operavano già in occasione della guerra franco-prussiana tanto da divenire una sorta di incubo per i tedeschi. Simile era la preoccupazione dell’armata austro-ungarica nel corso della brutale invasione della Serbia nel 1914 di fronte alla minaccia dei Komitadji. La seconda finalità dell’occupazione militare è di garantire, con le misure più idonee, il normale funzionamento delle attività economiche, produttive e commerciali, in modo da poter rifornire le truppe sul fronte e da mantenere livelli accettabili di vita per i civili. Così il mantenimento delle truppe e dei civili sul territorio occupato avrebbe pesato il meno possibile sull’economia della madrepatria. Soprattutto questa seconda finalità ha assunto un peso rilevante nel corso della guerra, a causa delle dimensioni degli eserciti. Le economia nazionali non erano in grado di mantenere milioni di soldati e ufficiali, lontano dalla patria.

Per concretizzare questi obiettivi le potenze occupanti emanarono una serie di disposizioni, ordinanze, divieti per regolare i rapporti con le popolazioni occupate. In molti casi ci si preoccupò di inviare sul posto ufficiali e funzionari dotati di adeguate esperienze e conoscenze linguistiche. Il mantenimento dell’ordine era cruciale per gli occupanti, ma anche per gli occupati, ponendo le condizioni perché le cose continuassero a funzionare come al solito.

Questo modello delle occupazioni è condizionato, nelle singole situazioni che si verificarono nel corso del conflitto, da vari fattori: il valore economico potenziale, più o meno elevato, di un territorio occupato poteva influenzare l’evolversi concreto della sua occupazione, così come la disponibilità, o meno, di una classe dirigente (politica, amministrativa, religiosa) disponibile, per i motivi più diversi, a collaborare con l’occupante, assumendosi una parte della gestione degli affari correnti. Discriminante è stato anche il fattore tempo: le occupazioni avvenute nella prima fase della guerra, quella del Belgio e della Francia nord-orientale, hanno avuto più tempo per svilupparsi e per articolarsi. In molti casi, tale ri-articolazione assunse le forme di un’attenuazione della repressione per cercare modalità meno invasive. Nei territori occupati nella fase terminale del conflitto (il Friuli e Veneto orientale, l’Ucraina) le possibilità di mettere in atto una politica articolata erano ridotte, lasciando spazio all’urgenza di approvvigionare le truppe occupanti o la madrepatria. In generale si può individuare una tendenza degli apparati militari a lasciare il passo a strutture civili. In ogni caso, le finalità politico-militari della potenza occupante avevano la meglio. Va considerata anche la variabile degli eventuali obiettivi di guerra: non in tutti i casi d’occupazione la potenza occupante aveva un progetto chiaro su come sfruttare il territorio occupato. Fra questi, sia nel caso di Ober-Ost che in quello dei territori balcanici occupati dall’Austria-Ungheria, spicca una tendenza a favorire la modernizzazione di un territorio considerato arretrato: nel settore scolastico, sanitario, dell’assistenza, dell’economia, apportando innesti della modernità di cui il paese occupante era portatore. Significativo è il caso dell’Albania, considerata un paese “amico”, della cui modernizzazione le autorità austro-ungariche d’occupazione si sentivano responsabili. Infine, faceva una differenza se il territorio veniva occupato solo da una delle potenze degli Imperi centrali o se, invece, le potenze occupanti erano due, o addirittura tre, come nel caso della Romania. Conflitti di competenza erano in questo caso all’ordine del giorno, complicando la possibilità di realizzare forme incisive di occupazione. Né va dimenticato l’intreccio fra politiche d’occupazione e politica interna negli Imperi centrali. Il peggioramento del trattamento delle popolazioni francesi e belghe dopo il 1917 è legato anche alla necessità di giustificare i tagli nell’approvvigionamento degli abitanti degli Imperi centrali: com’era possibile giustificare che a Bruxelles o a Lilla una famiglia riceveva una razione più alta che a Berlino o a Vienna?

In generale, si può affermare che l’ambizione degli apparati d’occupazione era di coprire tutti gli aspetti della vita collettiva: dalle poste alle ferrovie, dalla produzione agricola al commercio estero, alla polizia, alla cultura, alla stampa, cercando di tenere in piedi gli apparati statali preesistenti. Tale ambizione dovette però fare i conti con fattori cogenti: il tempo, le priorità dettate dalla politica della madrepatria (pensiamo alle divergenti mire tedesche e austro-ungariche in merito alla ricostituzione di uno stato polacco), la necessità di rifornire i militari sul territorio occupato, le esigenze impellenti della guerra. Le forme di autogoverno introdotte nei territori occupati, che avrebbero consentito di risparmiare uomini e risorse e di consolidare una sorta di fiducia verso l’occupante, poterono essere concretizzate solo in modo parziale, o perché la classe dirigente preesistente era in gran parte fuggita (nel caso del Friuli e del Veneto orientale), o perché non era agevole formarne una nuova in breve tempo (come in Albania), o – infine – perché l’autogoverno strideva con la priorità di controllare il territorio occupato, come dimostra il caso del Belgio. Le autorità militari erano poste di fronte a un dilemma. Se la potenza occupante reagiva in modo eccessivamente tollerante, essa incrinava la tranquillità, l’ordine e il proprio status di supremazia; se invece agiva in modo troppo restrittivo, la fiducia e la benevolenza della popolazione cui essa mirava, andavano rapidamente perdute o non potevano nemmeno essere acquisite. Nelle politiche d’occupazione, perciò, lo stacco fra aspettative e realizzazioni fu ampio. Spesso la forza ebbe il sopravvento. Per mantenere il “proprio” ordine gli occupanti non si trattennero da interventi duri: arresti di ostaggi, erogazione di punizioni collettive, deportazioni, condanne capitali.

Il mantenimento dell’ordine era un bene prezioso, sia per gli occupanti che per gli occupati. Per raggiungere tale scopo le autorità d’occupazione erano disposte, in molti casi, a qualunque tipo di violenza. L’ordine interno costituiva la base per una normale prosecuzione delle attività economiche, soprattutto in agricoltura. Ricordiamo che, con l’eccezione di Belgio e Francia occupate, i territori sottoposti a occupazione erano caratterizzati da un’economia prevalentemente rurale. Ma la distribuzione delle risorse alimentari rappresentava un punto di forte attrito: quanto doveva essere sottratto alla popolazione civile per alimentare i poderosi eserciti dislocati ai bordi del territorio occupato? Dove si collocava il “minimo” da garantire alla popolazione civile in modo che non si ribellasse? Come occorreva comportarsi nei confronti della popolazione contadina: la forza, la persuasione, l’offerta di incentivi? In alcuni casi, da Ober Ost al Governatorato della Serbia, le autorità d’occupazione si proposero (anche se con obiettivi diversi) di allestire forme avanzate di agricoltura. Nel primo caso per dare concretezza alla superiorità della Kultur germanica; in Serbia si pensava che una sorta di “socialismo di stato” ante litteram consentisse di aumentare la produttività, a vantaggio di entrambe le parti. Quanto più la guerra si prolungava, tanto più peggioravano le condizioni alimentari negli Imperi centrali. Di conseguenza il comportamento delle autorità d’occupazione in merito al prelievo di prodotti alimentari e altre materie prime diventava sempre più duro. Fino alle politiche di saccheggio, messe in atto (con esiti fallimentari) in Ucraina dopo la pace di Brest-Litovsk.

La maggior parte delle fonti su cui finora la storiografia ha lavorato è di parte degli occupanti. Anche la questione del comportamento delle popolazioni nei territori occupati viene perciò letta con i loro occhi. Ci furono forme di resistenza, o viceversa di collaborazione? Ma è corretto utilizzare questi schemi concettuali per comprendere i rapporti fra occupanti e occupati, proiettando all’indietro categorie specifiche del successivo conflitto? Prendiamo il caso dei Balcani, occupati dall’Austria-Ungheria. Le fonti attestano la presenza di bande armate, motivo di preoccupazione per gli occupanti. I rapporti classificavano le bande come briganti, una forma tradizionale dell’inciviltà di quei popoli, alle quali in alcuni casi veniva sovrapposto un “mantellino politico”. Lo storico oggi fatica ad andare oltre queste interpretazioni, a causa della carenza di fonti alternative. Se c’è stato, questo “mantellino” ha avuto comunque le caratteristiche di una rivendicazione nazionale; si pensi ai flamingants, o alla Polonia occupata. C’è chi afferma che l’atteggiamento di una piccola fetta della popolazione nei territori occidentali occupati, che sosteneva o faceva parte di reti informative, sia da considerare come dei resistenti. Più diffusa la resistenza morale verso l’occupante –  denominato “invasore” – in Francia e Belgio, almeno in una prima fase, quando era forte la convinzione che l’occupazione sarebbe stata breve. Il calo del morale si aggravò nel 1916 e andò peggiorando fino all’estate del 1917, prima che ricomparissero i sentimenti di risolutezza e di fiducia nella vittoria.  Di contro, alla fine della guerra vennero intentati processi contro supposti collaboratori. Tuttavia, da un lato le definizioni del comportamento degli imputati (“inciviques”, “mauvais conduite”) mettevano l’accento su aspetti moral-patriottici, evidenziando il carattere non-ideologico con cui il tema veniva trattato dai contemporanei. Dall’altro, questa fase di processi fu breve, lasciando il passo a un durevole oblio. In generale, si può affermare che forme di resistenza o di collaborazione con una connotazione politica sono state rare; ha prevalso il tentativo della popolazione civile di tenere testa a una condizione critica.

Per concludere, la storiografia più recente ha sottolineato come le politiche d’occupazione nella Prima guerra mondiale non possano essere considerate in modo schematico: da una parte le vittime (gli occupati) e dall’altra i loro oppressori (gli occupanti); si tratta invece di complesse fasi di conflitto e di ricerca di modi di convivenza fra più soggetti, dotati sì di differenti capacità di imporre il proprio interesse, ma comunque– nei rispettivi limiti – impegnati in questo senso. Due modelli sono stati proposti nella più recente, feconda, stagione di studi: da un lato la Prima guerra mondiale viene interpretata come “guerra totale” ed elementi essenziali di tale caratteristica vengono colti proprio nelle occupazioni militari; dall’altro si sottolinea la continuità con le politiche d’occupazione perseguite dalla Germania nazionalsocialista nella Seconda guerra mondiale. Le eccezioni che emergono da questi studi, però, sono tali e tante da indebolire il valore generalizzante dei modelli stessi. Le occupazioni militari nel 1914-1918 sembrano avere guardato all’indietro, a modelli ottocenteschi di controllo di zone militarmente delicate, così come avere prospettato anche orizzonti d’esperienza per quanto sarebbe avvenuto – su dimensioni e con una radicalità del tutto maggiore – venticinque anni dopo, nella guerra totale condotta dalla Germania, dall’Italia e dai loro nemici.

 

I polacchi nel Regno del Congresso: la popolazione civile

Di Wojciech Łysek

Nel 1914 il Regno era per la gran parte occupato dagli eserciti degli imperi centrali. Il territorio occupato era diviso in due zone: quella tedesca e quella austro-ungarica. La linea di demarcazione fu tracciata nell'autunno 1915. Due terzi del Regno caddero sotto l'occupazione tedesca, inclusa la regione industriale e mineraria dei giacimenti di carbone di Dąbrowa (in polacco: Zagłębie Dąbrowskie). Gli austriaci crearono il "Governatorato Generale Militare di Lublino", strettamente posto sotto il comando dell'esercito. I tedeschi, a loro volta, istituirono un governatorato generale separato a Varsavia, sotto l'autorità e la supervisione del generale Hans von Beseler, subordinato alla Cancelleria del Reich tedesco. Il Governatorato di Suwałki e una parte della regione di Podlasie finirono sotto  il  "comando di settore del Comando Supremo di tutte le Forze Tedesche nell'Est" (Ober Ost). Malgrado il regime zarista avesse lasciato un cattivo ricordo di sè - in particolare nelle regioni orientali del paese - nell'estate del 1915 la popolazione del Regno del Congresso accolse i soldati degli imperi centrali che facevano ingresso nella città con sentimenti contrastanti.

Secondo il Comitato generale per gli aiuti alle vittime di guerra in Polonia (CAP) costituito a Vervey a opera di Ignacy Paderewski e Henryk Sienkiewicz, solo nel febbraio 1915 le operazioni di guerra nel Regno colpirono 10 milioni di persone interessando 200 città e oltre 9 mila frazioni  villaggi. Circa 5 mila borghi furono rasi al suolo. Il mondo civile polacco subì gravi perdite patrimoniali: più di un milione di cavalli e due milioni di capi di bestiame andarono perduti. La portata dei danni crebbe durante l'offensiva estiva del 1915, quando i russi in ritirata incendiarono edifici e devastarono ferrovie e fabbriche, da cui prelevarono strumenti, mezzi di produzione e materiale rotabile da portare in Russia.

La divisione del Regno in tre distretti amministrativi ostacolò la libertà di movimento e aumentò le preoccupazioni della popolazione, specie in considerazione del fatto che gli occupanti avevano abolito i comitati dei cittadini, esistenti nel Regno del Congresso. Assieme al Comitato Centrale dei Cittadini di Varsavia, gli altri comitati garantirono l'ordine durante il periodo di transizione. Essi organizzarono il lavoro dei gruppi di vigilanti e gestirono tribunali civili e giudici di pace, che oggi possono essere identificati come l'embrione da cui sarebbe nato lo Stato polacco.

Dopo il 1915 il Regno organizzò consigli municipali, magistrati e diete. I primi ufficiali dei governi locali furono nominati dagli occupanti. I consigli di gestione dei "powiats" (distretti) nonché il potere giudiziario furono assunti dai tedeschi. Gli austriaci, dall'altro lato, impiegarono i polacchi provenienti dalla Galizia come forza lavoro. Il tedesco era la lingua dominante dell'amministrazione e del sistema giudiziario, mentre il polacco era accettato nei tribunali di pace comunali e nei governi  nelle amministrazioni locali.

La stampa era soggetta a censura e la libertà di associazione ridotta. All'istruzione, tuttavia, fu concessa una maggiore indipendenza, con la polonizzazione degli istituti di istruzione superiore di Varsavia, vale a dire università e politecnici. I tedeschi si dimostrarono favorevoli al processo di polonizzazione dell'istruzione, e dopo alcuni mesi diedero ufficilalmente il loro consenso. Ben presto, quasi tutti gli istituti di istruzione erano controllati da personale polacco proveniente dalla Galizia. Soltanto l'amministrazione delle università utilizzava la lingua tedesca.

L'apertura delle università e dei politecnici di Varsavia avvenne il 15 ottobre 2015. Con tale manovra, gli occupanti tedeschi intendevano dimostrarsi amichevoli nei confronti delle nazioni oppresse, manifestando interesse nei loro confronti e impegnandosi nella promozione e nella divulgazione della cultura e delle scienze. I tedeschi erano spinti anche dal desiderio di impedire che i giovani polacchi partecipassero alla vita politica svolgessero attività politica.

I rapporti tra la popolazione polacca e gli occupanti tedeschi andarono tuttavia deteriorandosi in seguito ai tentativi falliti di sfruttare i polacchi come manodopera a basso costo. In un primo momento, i tedeschi puntarono sull'impiego di lavoratori stagionali, reclutando i disoccupati. Dopo il fallimento di questa iniziativa, il 4 ottobre 1916, Beseler emise un'ordinanza di che permetteva il reclutamento dei civili come lavoratori. Questo documento incrinò ulteriormente i rapporti tra polacchi e tedeschi e in pratica comportò per i lavoratori la detenzione e i lavori forzati nei territori del Reich. Con la legge del 5 novembre 1916 le autorità tedesche di Varsavia si astennero dal reclutamento forzato di cittadini, tuttavia, la pratica non fu abbandonata nelle aree periferiche.

Nel settembre 1916, l'amministrazione tedesca diede inizio ad una sistematica opera di distruzione delle industrie polacche con l'asportazione dei macchinari e la requisizione di materie prime e scorte. Ne conseguì una diminuzione dell'estrazione di carbone da 6,8 a 2,8 milioni di tonnellate nel 1915. Le acciaierie cessarono per lo più la produzione. Le industrie tessili persero 25 mila tonnellate di materie prime e 14 mila tonnellate di prodotti tessili finiti. Anche la produzione di distillerie, birrifici e zuccherifici fu ridotta. Delle 4391 società industriali del Regno, 1898 cessarono la produzione nel 1916. Anche una chiesa ortodossa sita in piazza Saski subì danni considerevoli: il suo tetto in rame fu smontato, vista la grande domanda di metallo in tempo di guerra.

Furti e rapine non risparmiarono nemmeno l'agricoltura polacca: in più di tre anni furono confiscati 12,3 milioni di quintali di cereali e 5,5 milioni di quintali di patate, con conseguenti difficoltà di approvvigionamento nelle aree occupate. Nel giugno 1916, tutti i trasporti di patate a Varsavia vennero organizzati di notte, per il timore - ben fondato - di saccheggio da parte di orde di cittadini affamati. Le razioni settimanali di cibo a persona erano molto limitate e comprendevano 2 uova, 0,01 kg di carne e 2,5 g di burro.

Le difficoltà economiche del Regno erano accompagnate da un caos finanziario e creditizio. Gli abitanti delle campagne riponevano poca fiducia nel nuovo conio e nei rubli accumulati. Il Governorato Generale di Varsavia introdusse una nuova valuta nel 1917: il Marka. Per l'emissione della nuova moneta fu nominato un nuovo istituto, la Polska Krajowa Kasa Pożyczkowa (PKKP), la Banca di Cambio Polacca    .

In generale, gli occupanti depradarono la società polacca ricorrendo a misure fiscali manipolative. Come conseguenza, i prezzi dei beni di prima necessità furono in costante crescita, gli approvvigionamenti nelle aree municipali sempre più carenti e una parte considerevole di famiglie proletarie si affidava ad aiuti sociali e "osterie di basso livello". La presenza di speculatori pareva particolarmente offensiva nei confronti di una povertà diffusa.

D'altro lato, i tedeschi istituirono uffici anagrafe, uffici preposti all'emissione di passaporti e documenti di ingresso, facilitando gli spostamenti in aree specifiche. Fu introdotto lo stato di diritto. Gli occupanti tedeschi consentirono ad associazioni culturali, economiche e di istruzione polacche di svolgere le loro l'attività, tentando di attirarsi le simpatie della popolazione polacca. Beseler, ad esempio, ammise la celebrazione dell'anniversario della costituzione del 3 maggio 1791 a Varsavia. La svolta vera e propria si ebbe con la legge del 5 novembre 1916, con cui il nome ufficiale del Regno cambiò da Okkupationsgebiet a Verwaltungsgebiet Polen. Da allora i polacchi venivano considerati "cittadini del Regno di Polonia" e non  più "soggetti russi".

 

La popolazione civile francese durante la Grande guerra

Di Helena Trnkova

I modi con i quali la guerra ha inciso sulla vita dei civili sono molteplici e diversi. Recentemente, la storia sociale della guerra ha fatto emergere nuove problematiche. Sul piano privato, ci sono la ridefinizione del ruolo delle donne nelle società in guerra e i rapporti tra i sessi in genere. Quanto al settore pubblico, i provvedimenti governativi straordinari e la mobilitazione culturale, come anche la riorganizzazione della produzione e del mondo del lavoro, con l’emergere di nuove esigenze legate al prolungato stato bellico, rappresentano altrettanti nuovi centri d’interesse. Le prove della vita quotidiana, con le varie carenze, ma anche lo sviluppo di certe pratiche, come la corrispondenza e la scrittura intima, senza dimenticare il cordoglio collettivo legato alla morte di massa, completano il quadro.

Il primo cambiamento riguarda l’ambito politico. Fin dai primi giorni del conflitto, sotto l’egida dell’“Union sacrée”, le pratiche democratiche regrediscono, a vantaggio di uno stato di emergenza. In Francia, la proclamazione dello stato d’assedio conferisce ampi poteri giudiziari e di polizia alle autorità militari. L’istituzione della censura della stampa e del controllo postale limita la libertà di espressione. I proclami  delle élites intellettuali diffusi dai giornali, gli strumenti di propaganda e la produzione culturale che va dalle canzoni popolari al cinema, passando per i giochi per bambini e i testi scolastici, creano un’atmosfera generale in cui ogni altro atteggiamento che non sia l’unione patriottica diventa difficile da tenere. Attraverso queste pratiche volontarie di "organizzazione dell’entusiasmo" (Élie Halévy), la guerra impregna tutto il contesto sociodiscorsivo.

Con il prolungarsi delle ostilità, diventa fondamentale costruire nuovi equilibri politici, economici e sociali sostenibili a lungo termine. A livello economico, dopo il crollo iniziale, l’attività si riorganizza intorno a due imperativi: produrre per il consumo degli eserciti e ripartire nel modo più equo possibile risorse fattesi più scarse. Le economie di guerra provocano un fulminante rialzo della spesa pubblica in quanto riconoscono il primato alla produzione dei materiali e delle derrate finalizzati allo scontro bellico. I civili vengono sottoposti a una nuova tassazione: nel luglio 1914 viene approvata l'imposta sul reddito. Tramite successive campagne, i prestiti patriottici, un altro provvedimento di spicco diretto a coinvolgere la popolazione civile, diventano un vero e proprio simbolo dell’impegno della nazione.

Il prolungarsi dello stato di guerra determina una completa riorganizzazione dell’apparato produttivo. Le industrie sono riconvertite in impianti destinati alla produzione bellica. Davanti alla nuova domanda, la produzione cresce, generando importanti benefici per i principali gruppi industriali (Schneider, Hotchkiss). La geografia produttiva cambia: ormai è concentrata in grandi centri urbani, che assistono all’afflusso di lavoratori giunti da ogni dove. In effetti, la mobilitazione generale ha sconvolto la composizione sociale tradizionale del mondo operaio. Alla scarsità di manodopera si cerca progressivamente di ovviare con militari esonerati per motivi speciali, ma anche con donne, bambini, stranieri, abitanti delle colonie e prigionieri di guerra. Questa riorganizzazione sociale ha come effetto la dequalificazione professionale. Il rapporto di forza tra i lavoratori e i datori di lavoro ne risulta squilibrato, il che consente di accelerare l’adozione di nuove modalità produttive (taylorismo, lavorazione a catena di montaggio) che mirano all’intensificazione dei ritmi di lavoro. Nonostante un’attitudine più conciliante verso le rivendicazioni del mondo operaio, allo scopo di evitare maggiori contestazioni, antiche conquiste sociali come il diritto allo sciopero e alla mobilità subiscono delle limitazioni. Per converso, i ritmi lavorativi vanno incontro a un’accelerazione e il controllo si intensifica, provocando la militarizzazione del lavoro.

Malgrado il progresso in materia di giurisdizione internazionale sulla guerra, le popolazioni civili non costituiscono più soltanto delle vittime collaterali delle operazioni militari. Il morale del fronte interno condiziona lo spirito dei soldati al fronte, in quanto i civili diventano a tutti gli effetti dei bersagli, sia per via del blocco economico che riduce drasticamente le razioni alimentari sia a causa dei bombardamenti che colpiscono i siti industriali.

Nella vita quotidiana le difficoltà si moltiplicano. I civili devono adeguarsi al deterioramento della qualità di certi prodotti e all’assenza di altri. La penuria di carbone, tabacco, fiammiferi, zucchero e sapone, o la negligenza nella raccolta dei rifiuti, sono chiari indicatori dell’anormalità della situazione. I prezzi schizzano verso l’alto a causa dell'inflazione e dello sviluppo del mercato nero. Trovare cibo diventa il primo imperativo di sopravvivenza. Inoltre, nuove superfici coltivabili rimodellano i paesaggi urbani. Il mondo rurale viene gravemente colpito dalle requisizioni e dalla partenza degli uomini. In Francia, le aree rurali forniscono più della metà dei combattenti. Di fatto, sono le donne a doversi assumere tutte le responsabilità degli imprenditori agricoli: negoziare le vendite e gli acquisti, gestire la manodopera, l’amministrazione e gli aspetti fiscali, attività fino a poco tempo prima riservate esclusivamente ai loro mariti.

Mentre certe pratiche straordinarie alla fine delle ostilità scompariranno, altre avranno ripercussioni a lungo termine. La fase transitoria della smobilitazione degli uomini e della smilitarizzazione delle attività pubbliche rappresenta dunque un momento altrettanto cruciale quanto la guerra stessa.