Novembre 1918

I prigionieri di guerra austro-ungarici in Italia

Di Francesco Frizzera

“Parlando con Barrière del trasporto in Italia dei prigionieri austriaci (600 ufficiali e 30 mila soldati) presi dai serbi e che si trovano ora in Albania, gli ho detto che non vedevo ragione alcuna per cui non dovessimo tenerli in Italia dopo superate tutte le non lievi difficoltà e i pericoli di uomini e di navi […]”

(Sidney Sonnino a Camille Barbière, ambasciatore francese in Italia - 9 dicembre 1915)
 

La Prima guerra mondiale si distingue dai conflitti che la precedono per il numero ingente di prigionieri di guerra che i singoli Stati belligeranti catturarono e ospitarono durante le ostilità.  

Sebbene il fronte orientale spicchi sugli altri teatri bellici per dimensione numerica delle masse di prigionieri, questo carattere della Grande guerra si nota anche nel caso del fronte italo-austriaco: su questo fronte gli austriaci e i tedeschi fecero prigionieri circa 600.000 soldati italiani; al contempo, i soldati dell’esercito austro-ungarico fatti prigionieri dagli italiani furono 477.024 secondo le statistiche ufficiali.

Le condizioni di prigionia, le dinamiche di cattura e le esperienze personali dei prigionieri dell’esercito austro-ungarico in Italia sono particolarmente sfaccettate e dipendono da numerose variabili. Di queste variabili, il momento della cattura e la nazionalità di appartenenza erano le due che maggiormente facevano da discrimine nelle condizioni dei singoli. Infatti, prima della battaglia di Vittorio Veneto, che segna la rotta dell’esercito austro-ungarico, il numero dei prigionieri imperiali in Italia, pur non essendo marginale, non era elevato in termini comparativi: prima dell’ottobre 1917 erano registrati come prigionieri 168.898 soldati, di cui secondo la relazione ufficiale italiana solo 5.513 potevano essere considerati disertori volontari. Già questi primi dati permettono di capire come la battaglia di Vittorio Veneto costituisca un momento di svolta nella gestione dell’assistenza ai prigionieri di guerra. Anche il limitato numero di diserzioni, pur su un fronte caratterizzato da condizioni ambientali difficili, mostra come la tenuta complessiva dell’esercito multinazionale della Duplice monarchia andasse oltre le aspettative di molti osservatori contemporanei.  

Dato che per lungo tempo il numero complessivo di prigionieri di guerra si era attestato su cifre contenute, la gestione dell’assistenza ai prigionieri di guerra si sviluppò lentamente. Ogni Armata organizzò stazioni contumaciali di quarantena nelle proprie retrovie del fronte, per il timore che i prigionieri potessero diventare vettore di malattie infettive nell’interno. Dopodiché, fino al 1916, i prigionieri venivano inviati nell’interno e alloggiati perlopiù in vecchie fortezze sette-ottocentesche in disuso e di proprietà militare. Solo successivamente furono costruiti ex novo dei veri e propri campi di prigionia, che vennero allestiti al di fuori della zona di guerra e in prevalenza nell’Italia centro-meridionale. L’universo dei campi (almeno 270) era piuttosto variegato e si andava da piccole stazioni che ospitavano qualche centinaio di prigionieri a grandi concentramenti (Avezzano, Sulmona, Padula, Asinara) capaci di ospitare migliaia di ex-soldati. Gli ufficiali, come da prassi, venivano divisi dalla truppa e godevano di condizioni migliori. 

Merita una menzione particolare, all’interno di questo quadro complesso, l’esperienza di circa 24.000 prigionieri austriaci che furono concentrati all’Asinara dopo il dicembre 1915: si tratta dei resti di un contingente di 60.000 prigionieri austro-ungarici, catturati dai serbi nell’autunno-inverno 1914-1915, che dopo la capitolazione della Serbia vennero fatti marciare a piedi coi resti dell’esercito serbo in condizioni estreme attraverso l’area montuosa dell’Albania settentrionale, per poi essere presi in consegna dal corpo di spedizione italiano in Albania. Da Valona e Durazzo i 24.000 superstiti vennero inviati all’Asinara, date le loro condizioni sanitarie estremamente precarie, che imponevano una quarantena. Durante la traversata in mare e nel corso dei primi mesi sull’isola un’epidemia di colera decimò ulteriormente il gruppo: il 25 aprile 1916 i prigionieri censiti sull’isola erano 16.655. Tra il maggio e il luglio 1916 questo contingente venne infine inviato in Francia, ma l’Asinara rimase uno dei luoghi privilegiati di prigionia: al 1° gennaio 1917, su 79.978 prigionieri censiti in Italia, 11.003 si trovavano sull’isola dell’Asinara, in condizioni ambientali difficili; solo il campo di Padula, in provincia di Napoli, ne ospitava di più.  

In Italia nei primi mesi del 1917 ben 80.000 prigionieri, frazionati in 2000 distaccamenti singoli, erano impiegati in lavori agricoli, industriali ed edili. Nell’aprile del 1918, quindi prima della battaglia di Vittorio Veneto, quando il contingente di prigionieri ospitati in Italia si ingrossò con decisione, il numero di prigionieri austriaci lavoratori salì a 130.000 unità: di fatto secondo una logica analoga a quella della gran parte degli altri Stati belligeranti, anche in Italia tutti i prigionieri abili al lavoro venivano quindi impiegati attivamente nell’economia bellica e, in particolare, nei lavori agricoli (60.000). 

Il governo italiano decise con grande ritardo e dopo numerosi ripensamenti di attuare nei confronti dei prigionieri di guerra un’attiva politica delle nazionalità, sull’esempio di altre nazioni belligeranti (Serbia, Russia). Su pressione degli alleati, si decise alla fine del 1917 di reclutare tra i prigionieri di guerra delle nazionalità minoritarie dell’Impero dei soldati da inquadrare in legioni costituite su base nazionale, al fine di fornire supporto allo sforzo bellico italiano e, al contempo, di costituire un ulteriore nucleo di attivismo politico delle nazionalità slave dell’Impero all’estero. La mossa si dimostrò lungimirante, dato che al termine delle ostilità la Legione Cecoslovacca in Italia contava 25.000 effettivi (destinati a crescere dopo la fine del conflitto), la Legione Rumena (marzo 1919) ben 36.712 effettivi e la legione polacca 24.000. Questi furono i primi ad essere rimpatriati, dopo la fine delle ostilità.

L’esito della battaglia di Vittorio Veneto comportò il collasso del sistema di gestione dei prigionieri di guerra in Italia. Il numero di prigionieri assistiti passò da 170 a 415 mila in pochi giorni; i campi si dimostrarono insufficienti a contenere una tal massa di persone e si verificarono situazioni di vera e propria emergenza sanitaria. Questa era aggravata dal fatto che, in seguito alla firma dell’armistizio, incominciarono i rimpatri dei prigionieri di guerra italiani detenuti all’estero, cui doveva essere fornita assistenza, nonché degli ex soldati austro-ungarici di lingua italiana ancora inquadrati nelle file dell’esercito imperiale, che venivano congedati solo in seguito a quarantena e, non di rado, ad un periodo di internamento preventivo. Ne conseguì che, stando ai dati della relazione ufficiale italiana, si contarono 40.917 decessi tra i prigionieri austro-ungarici detenuti in Italia durante il conflitto, quindi quasi un prigioniero ogni 10, con un picco deciso di mortalità nei mesi successivi a Vittorio Veneto, nonostante la brevità dell’esperienza di reclusione dei prigionieri dell’ultima ora.

Infine, sebbene la gran parte dei rimpatri fosse stata organizzata e portata a termine dopo la firma dei trattati di pace (Saint-Germain, 1919 e Rapallo, 1920), nel 1920 rimanevano ancora in Italia 6.000 prigionieri di guerra, in prevalenza ruteni, che secondo notizie di carattere diplomatico non intendevano rimpatriare fino a quando non sarebbe stato garantito loro che non avrebbero ripreso a combattere nella guerra civile russa o nella guerra ucraino-polacca, che nel frattempo imperversava nella regione.

Biografie

John Joseph Pershing

John Joseph Pershing - il futuro comandante dell'American Expeditionary Force - nacque in una fattoria nei pressi di Laclede (Missouri) il 13 settembre 1860. Proveniente da una famiglia benestante, dopo gli studi inizialmente la carriera di... Leggi tutto