Settembre 1914

Il “miracolo della Marna”

Di Alessandro Chebat

"Dopo le vittorie in Belgio von Moltke era convinto di riuscire a realizzare il piano Schlieffen, Parigi era ormai alla portata delle sue truppe. L’esercito francese attestatosi sulla Marna attendeva la battaglia che avrebbe deciso le sorti non solo della Francia, ma di tutta la guerra."

La resistenza degli inglesi a Mons aveva permesso al grosso delle armate francesi di ritirarsi in buon ordine verso Parigi, attestandosi sulla riva sinistra della Marna. Il comandante in capo delle truppe francesi, generale Joffre, era deciso a tenere a capitale ad ogni costo, schierando a sua difesa tutte le armate di cui disponeva. Le truppe tedesche, dopo oltre 300 chilometri di avanzata, erano ormai pronte per lanciare l’attacco finale su Parigi con un “colpo di maglio” da Ovest, dove stava avanzando la I° armata di von Kluck.

Nonostante l’apparente invincibilità, le forze germaniche erano sfinite dalle marce e dai combattimenti ed erano a corto di rifornimenti a causa dell’allungamento della catena logistica. A questi problemi si sommavano le difficoltà incontrate da von Moltke nel comunicare efficacemente con le proprie armate e le pesanti pressioni esercitate da Berlino perché si ottenesse una rapida vittoria. A complicare il quadro contribuiva la maggiore efficacia difensiva degli anglo-francesi. Di fronte alla dura resistenza offerta dalla V° armata francese a Guise e della BEF a Le Cateau, la I° armata tedesca fu costretta a deviare la propria avanzata. Al contempo la II° armata di von Bülow, impegnata in duri scontri sulla Marna, chiedeva l’intervento delle truppe di Kluck ad Est di Parigi per fiaccare la resistenza francese e aprire la strada verso la capitale. Dall’altra parte del fronte le difficoltà incontrate dai tedeschi avevano permesso alle rimanenti forze della V° armata e della BEF di ripiegare sulla capitale francese, potenziandone ulteriormente le difese. La brusca deviazione di Kluck a Sud-Est fu però intuita da Joffre, che pianificò una rapida controffensiva. Il contrattacco francese sarebbe dovuto iniziare il 6 settembre affrontando la I° armata tedesca, che aveva lasciato scoperto il suo fianco destro per colpire la BEF, attestatasi a sua volta tra la VI° e la V° armata francese. Tuttavia il generale Gallieni, comandante militare della capitale, anticipò Joffre il 5 di settembre, muovendo la VI° armata contro le truppe di Kluck: era iniziata la battaglia della Marna.

Joffre assecondò Gallieni inviando al fronte tutte le unità disponibili. Per velocizzare l’afflusso di rinforzi furono requisiti circa 600 taxi, che in due viaggi trasportarono circa seimila soldati. I furiosi attacchi francesi, pur bloccando l’avanzata tedesca, fallirono nell’intento di scardinare il fronte. Il 7 settembre Joffre ordinò un attacco di massa della V° armata e della BEF. Gli alleati riuscirono così a incunearsi nella congiunzione tra la I° armata di Kluck e la II° di Bülow. Entrambi i generali erano rimasti a corto di uomini e rifornimenti a causa dei duri attacchi della VI° e IX° armata francesi. Il 9 settembre le truppe dell’Intesa riuscirono a superare la Marna tentando di tagliare in due il fronte d’attacco tedesco, che tuttavia non sembrava dare segni di cedimento. A questo punto non è dato sapere se per un eccesso di cautela o una vera e propria “crisi di nervi”, Moltke ordinò inspiegabilmente di sospendere gli attacchi e di ritirarsi su posizioni difendibili. Il piano Schlieffen era definitivamente naufragato così come la possibilità di una rapida soluzione del conflitto.

Le ragioni del fallimento del piano, al di là delle intuizioni di Joffre e del valore dei soldati francesi e inglesi, vanno ricercate in una serie di elementi. Innanzi tutto il fronte d’attacco tedesco fu indebolito dalla diluizione delle armate germaniche su una linea troppo vasta. Schlieffen aveva stabilito che, nell’eventualità di un attacco alla Francia, il 90% delle forze doveva convergere sull’ala destra mentre il restante doveva attestarsi sulla valle del Reno e a Est per rispondere agli eventuali attacchi francesi e russi. Tuttavia Moltke, che non possedeva la spregiudicatezza e l’immaginazione di Schlieffen, schierò soltanto il 60% delle truppe sull’ala destra disperdendone il restante in altri settori. Ossessionato da un’avanzata francese in Alsazia-Lorena, von Moltke dotò l’ala destra di una forza enorme ma insufficiente per piegare la Francia. Inoltre all’ala sinistra, che doveva solo fungere da esca, fornì forze eccessive per difendersi, ma insufficienti per contrattaccare. Per certi aspetti il Plan XVII, pur con tutte le sue limitazioni, grazie alle offensive ad oltranza verso la frontiera tedesca, risultò indirettamente utile a disperdere le truppe del Kaiser, facendo fallire la “porta girevole” di Schlieffen.

Il secondo elemento che giocò contro i tedeschi giunse da Est. La Russia riuscì infatti a mobilitare le sue truppe più rapidamente di quanto si pensasse e invase la Prussia orientale, costringendo Moltke a difendere questo settore con forze più numerose. Nonostante le armate di Hindenburg riuscissero infine a travolgere le truppe zariste a Tannenberg e nella Masuria, le offensive russe distolsero numerose divisioni tedesche dal fronte occidentale, allentando così la pressione sui francesi.

Con le operazioni del settembre del ’14, sul fronte occidentale tramontava la possibilità che la guerra si concludesse rapidamente. Nella sola battaglia della Marna si erano avuti quasi mezzo milione di morti, feriti o dispersi tra francesi, inglesi e tedeschi. Aveva inizio un’ultima breve fase di questo 1914, che avrebbe preso il nome di “Corsa al mare”. La guerra di trincea era alle porte.

"Suite à la mise en œuvre efficace du plan Schlieffen, l'armée allemande avance profondément sur le territoire français, forçant les armées françaises à se replier. A une proximité dangereuse de Paris, le généralissime Joffre donne l'ordre de passer à l'attaque. La bataille généralisée, menée entre le 6 et le 9 septembre 1914, se solde par le retrait allemand qui signifie l'abandon définitif des plans de guerre originels."

La bataille de la Marne

By Helena Trnkova

Après une avancée rapide à travers la Belgique, l'armée allemande inflige une défaite aux Français dans la double bataille des frontières. Malgré le succès de la Ve armée de Lanrezac lors de la bataille de Guise le 29 septembre, le généralissime Joffre ordonna, le 30 août 1914, une retraite générale jusqu'à la Seine, permettant aux armées allemandes de s'avancer sur Paris.

Dans la capitale, alors même que les troupes ennemies se tiennent à quelques dizaines de kilomètres, la place est aux fausses nouvelles, destinées à maintenir le moral des habitants. Ainsi, le 23 août encore, on fait croire que les Français occupaient Mulhouse et qu'Anvers résistait.

Or, si les habitants sont bercés par le faux optimisme des journaux, les dirigeants qui eux sont bien au courant du caractère périlleux de la conjoncture, prennent des mesures radicales. Le 26 août, le général Gallieni est nommé gouverneur militaire de Paris. Il doit assurer la protection de la capitale alors que le lendemain le gouvernement part pour Bordeaux. L'ambiance change. Le 25 août, un communiqué rapporte le recul des Français, le 26 août les journaux annoncent que Paris est menacé. Quelques 500 000 habitants suivent alors l'exemple du gouvernement et désertent la capitale qui ne garde entre le 30 août et le 2 septembre que 62% de sa population.

Sur le front, le 1er septembre, l'aile droite de l'armée allemande de von Kluck, numériquement affaiblie, s'écarte du plan initial de marcher sur Paris et opère une inflexion vers l'est afin de couper la retraite des Alliés. Il s'éloigne ainsi de la IIe armée allemande de von Bülow qui progresse plus lentement sur le flanc est. Entre-temps, le généralissime Joffre poursuit le repli pour rassembler au mieux ses forces et occuper une position plus avantageuse. Or, lorsqu'il apprend le revirement allemand, il décide de passer à l'action. Malgré les divergences d'opinion dans le camp Allié, Joffre parvient à persuader le field-marshal French, commandant du corps expéditionnaire britannique (BEF), initialement réticent à l'idée d'une nouvelle opération et préconisant la retraite derrière la Marne, d'engager ses unités à côté de la Ve armée française. Le 4 septembre, Joffre signe son célèbre ordre du jour prescrivant la volte-face. Sur le papier, les forces semblent alors assez équilibrées, opposant 81 divisions Alliées à 80 divisions allemandes. Or, sur le terrain, les Alliés disposent d'un million d'hommes contre 750 000 Allemands. Dans le secteur du choc principal, entre la Marne et Verdun, les Franco-britanniques avec 66 divisions contre 51 jouissent même d'une nette supériorité numérique.

L'ordre d'attaque est exécuté le 5 septembre au matin. L'armée de Maunoury, appuyée par les unités de Gallieni, attaque en direction de l'Ourcq contre l'aile droite de von Kluck. Le 6 septembre, commence l'offensive généralisée sur tout le front de l'Ourcq jusqu’à Verdun. Alors que Gallieni réquisitionne environ 700 taxis parisiens pour amener les fantassins de la capitale au front, Moltke commence à s'inquiéter. C'est la première réussite française face aux Allemands lors d'une bataille générale. Le jour du 7, von Kluck recule au nord de la Marne, von Bülow le suit dans la retraite, laissant ainsi s'ouvrir une brèche de 35 km environ. Le BEF et la Ve armée de Franchet d'Espèrey profitent rapidement de la situation. La cavalerie effectue une percée importante et force les Allemands à se replier davantage. La bataille est engagée sur un front de 105 kilomètres, les pertes sont sévères des deux côtés. Le 9 septembre encore, l'issue est incertaine, Joffre donne l'ordre à Sarrail, opposé au Kronprinz vers Verdun, d'abandonner sa position si nécessaire, mais ce dernier, manquant de réserves échoue à s'imposer. Le 10, on constate le succès des Alliés dans tous les secteurs : Maunoury au nord-est de Paris, French et Franchet d'Espèrey sur les Deux-Morins, puis sur l'Ourcq dans la brèche entre von Kluck et Bülow, Foch aux marais de Saint-Gond, de Langle à Vitry-le-François et Sarrail en Argonne. Suite aux renseignements du lieutenant-colonel Hentsch, dépêché sur le terrain, Moltke prescrit le repli général de Nancy jusqu'à la Vesle. Ce retrait marque la fin de bataille de la Marne mais aussi l'abandon définitif des plans initiaux des deux côtés, respectivement du plan Schlieffen pour les Allemands et du plan XVII français.

Les causes de ce « miracle » de la Marne ont été longuement discutées par les historiens, mettant un avant tel ou tel personnage ou facteur. Selon Pierre Renouvin, la Marne était « une victoire de commandement ». Le camp allemand a en effet souffert de manque de coordination des mouvements entre ses deux armées, mais aussi de l’éloignement de la Direction suprême du théâtre des opérations. Cantonné à Luxembourg, sans possibilité de téléphoner (les Allemands n'utilisaient pas la TSF), Moltke éprouvait des difficultés à obtenir des informations précises. Parmi les facteurs majeurs de la réussite franco-britannique, on retiendra d’une part, la suprématie numérique des Alliés dans les secteurs clefs due au renvoi de deux corps allemands en urgence sur le front oriental et à l'engagement des britanniques, et d’autre part, une meilleure gestion logistique du ravitaillement ; en effet, les Alliés adossés à la capitale ont su exploiter en leur faveur le réseau ferroviaire dense existant alors qu'à l’inverse, les Allemands, ravitaillés depuis Bruxelles, souffrirent des lacunes de leurs moyens logistiques.

Link

Généralités

http://www.larousse.fr/encyclopedie/divers/Bataille_de_la_Marne/131996

Bibliographie

Becker, Jean-Jacques, La Grande Guerre, paris, PUF, 2013.
Ferro, Marc, La Grande Guerre 1914-1918, Paris, Gallimard, 1990 (1969).
Contamine, Henry, La victoire de la Marne : 9 septembre 1914, Paris, Gallimard, 1970.
Lemay, Benoît, « Le mythe de la bataille de la Marne ou de l'échec du « plan Schlieffen » en septembre 1914 dans l'historiographie allemande », Guerres mondiales et conflits contemporains, 2013/4 n° 252, p. 7-26.

"After implementing the Schlieffen plan to good effect, the German army advanced deep into French territory, forcing the French armies to pull back. With the Germans dangerously close to Paris, Generalissimo Joffre gave the order to mount an offensive. The ensuing battle, which raged from 6th to 9th September 1914, ended with the retreat of the Germans, signifying the complete abandonment of the original war plans."

The Battle of the Marne

By Helena Trnkova

After advancing rapidly across Belgium, the German army defeated the French in the double battle of the borders. Despite the success of Lanrezac's 5th army during the battle of Guise on 29 September, Generalissimo Joffre gave the order, on 30 August 1914, for a general retreat to the Seine, allowing the German armies to advance on Paris.

In the capital, false news reports were the order of the day, the intention being to keep the people's morale high, even as the enemy's troops were stationed just a few dozen kilometres outside the city. As late as 23 August, it was still being reported that the French were holding Mulhouse, and that Anvers was still holding out.

Though the people's spirits may have been boosted by the false optimism of the newspaper reports, the military leaders, who, for their part, were well aware how dire the situation was, took drastic measures. On 26 August, General Gallieni was appointed military governor of Paris. He was tasked with protecting the capital, whilst the government left for Bordeaux the next day. There was a change of atmosphere. A communiqué released on 25 August reported that the French had retreated; the very next day, the newspapers announced that Paris was under threat. Consequently, some half a million people followed the example set by the government and fled the capital. As a result, 30 August and 2 September, only about 62% of the population remained in the city.

On 1 September back on the frontlines, the right flank of the German army, led by von Kluck, finding its numbers depleted, abandoned the original plan of marching on Paris, and veered eastwards, so as to cut off the Allies' retreat. By doing so, it moved away from von Bülow’s 2nd German army, which was advancing more slowly on the eastern flank. Meanwhile, Generalissimo Joffre opted to retreat, in order to regroup as best as he could, and take up a more advantageous position. However, when he learned of the German retreat, he decided to act. In spite of the differences of opinion among the Allies, Joffre managed to convince field-marshal French, the commander of the British Expeditionary Force (BEF) (who was initially reluctant to countenance a new operation and urged a retreat behind the Marne), to engage his units alongside the 5th French army. On 4 September, Joffre signed his famous order of the day, which decreed an about-turn. On paper, the two sides seemed fairly evenly matched, with 81 Allied divisions ranged against 80 German divisions. On the ground, however, the Allies had one million men at their disposal, compared to 750,000 on the German side. In the area where the main thrust of the attack was to be focused, between the Marne valley and Verdun, the French and British forces, with 66 divisions against 51, had a clear numerical advantage.

The order to attack was given on the morning of 5 September. Maunoury's army, with support from units led by Gallieni, launched an attack against von Kluck's right flank, in the direction of the Ourcq. On 6 September, the offensive began all along the front line, from the Ourcq to Verdun. As Gallieni requisitioned some 700 Parisian taxis to take infantrymen from the capital to the front line, Moltke began to worry. It was the first time the French had won a victory against the Germans in an open battle. On 7 September, von Kluck retreated to an area north of the Marne, and von Bülow followed suit, thus leaving a breach of about 35km in the German lines. The BEF and Franchet d'Espèrey's 5th army were quick to take advantage of the situation. The cavalry made a significant breakthrough and forced the Germans to retreat still further. The battle was joined along a 105km front, and there were heavy casualties on both sides. On 9 September, the outcome was still uncertain, and Joffre ordered Sarrail, whose army was ranged against that of the Crown Prince, near Verdun, to abandon his position should the need arise; but the latter, who was short of reserves, failed to assert himself. On 10 September, the Allies enjoyed successes in every sector: Manoury, in the north-east of Paris; French and Franchet d'Espèrey on the Deux-Morins, then on the Ourcq, in the breach between von Kluck and Bülow; Foch in the marshes of Saint-Gond; de Langle at Vitry-le-François, and Sarrail in Argonne. Acting on information provided in a telegram by lieutenant-colonel Hentsch, Moltke ordered a retreat from Nancy to the Vesle. This retreat marked, not only the end of the battle of the Marne, but also the final abandonment of the original plans on both sides: the Schlieffen plan on the German side, and the plan of the 17th French army on the Allied side.

The causes of this 'miracle' of the Marne have long been the subject of debate among historians, who have put forward differing views about which particular individual or factor played a decisive role. Pierre Renouvin has written that the Marne was "a victory for proficient high command". The German side did indeed suffer from a lack of coordination in the movements of its two armies, but also from the fact that its High Command was too far away from the theatre of operations. Stationed in Luxembourg, without access to telephones (the Germans were not using wireless telegrams), Moltke had difficulty obtaining precise intelligence. Among the major factors in the success of the French and British sides, those of particular note are, on the one hand, the numerical advantage of the Allies in the key sectors, due to the fact that two German armies were urgently sent back to the eastern front, and British troops entered the battle; and, on the other hand, a better logistical system for the management of food supplies: the Allies, with their backs to the capital, managed to take advantage of the dense network of railways which was already in place, whereas the Germans, whose supply lines came from Brussels, suffered as a result of gaps in their logistical chains.

Link

Overview

http://www.larousse.fr/encyclopedie/divers/Bataille_de_la_Marne/131996

Bibliography

Becker, Jean-Jacques, La Grande Guerre, paris, PUF, 2013.
Ferro, Marc, La Grande Guerre 1914-1918, Paris, Gallimard, 1990 (1969).
Contamine, Henry, La victoire de la Marne: 9 Septembre 1914, Paris, Gallimard, 1970.
Lemay, Benoît, 'Le mythe de la bataille de la Marne ou de l'échec du 'Schlieffen' plan en Septembre 1914 dans l'historiographie allemande', Guerres mondiales et conflits contemporains, 2013/4 n° 252, p. 7-26.

„Gdybym miał powiedzieć, które dni w moim życiu zawodowym były dla mnie najważniejsze, to były dni 2 i 3 maja 1915 r., gdy ze wzgórz na zachód od Gorlic widziałem pobite wojska rosyjskie w odwrocie” – Conrad von Hötzendorf

Przełomowa bitwa – Gorlice 1915

By Wojciech Łysek

Walki w okolicy Gorlic toczyły się od listopada 1914 roku. W połowie miesiąca po raz pierwszy miasteczko opanowali Rosjanie. Pod koniec grudniu armia austriacka utraciła je ponownie na 126 dni. Od tego czasu front przebiegał w pobliżu.

W konsekwencji życie cywilów zdominował strach. Rabunki i gwałty były na porządku dziennym. Symbolem niedoli ludności stała się Karolina Kózka, która zabili Rosjanie. Wkrótce jej postać otoczono kultem. Przyfrontowe miejscowości zasypywane były szrapnelami i ciężkimi granatami. W Gorlicach z 613 domów pozostało w lipcu jedynie 45 zdatnych do zamieszkania.

Rosyjska Kwatera Główna planowała przeprowadzić na południowo-wschodnim froncie uderzenie na Budapeszt. Sztaby państw centralnych dostrzegły zagrożenie. Postanowiono dokonać ataku wyprzedzającego. Idea ofensywy w okolicy Gorlic narodziła się niezależnie w sztabach niemieckim i austriackim. Ostateczna decyzja zapadła 14 kwietnia w Berlinie. W tym celu przetransportowano okrężnymi drogami cztery korpusy niemieckie z Francji. Część jednostek przebrano w austriackie mundury. Ewakuowano z rejonów koncentracji cywilów. Niemcy wraz z VI Korpusem austriackim stworzyli 11 Armię, kierowaną przez gen. Augusta von Mackensena. Na czele sztabu stanął płk Hans von Seeckt. Decyzję o mianowaniu Niemców wymogła Rzesza.

Państwa centralne skoncentrowały na kluczowym 50 kilometrowym odcinku 217 tysięcy żołnierzy, wspieranych przez 250 dział. Naprzeciw nich znajdowała się rosyjska 3 Armia dowodzona przez gen. Radko Dimitriewa licząca ok. 60 tysięcy ludzi i 150 dział.

Wojska niemieckie dotarły w okolice Gorlic pod koniec kwietnia. W ciągu kolejnych dni artyleria wstrzeliwała się w pozycje rosyjskie. Stanowiska Rosjan składały się z sieci okopów osłoniętych zasiekami. Na wzgórzach rozlokowano karabiny maszynowe. Wojska rosyjskie posiadały skromne zapasy amunicji. Niemcy mieli kilkanaście razy więcej pocisków oraz 70 miotaczy min i moździerzami. Użyto także haubic kaliber 420 milimetrów.

Planowano wykorzystać butle z chlorem.[W1] [JS2]  Sprzeciwił się jednak Seeckt, gdyż uzależniałoby to termin ataku od warunków atmosferycznych. Szef sztabu obawiał się utraty zaskoczenia. Już 25 kwietnia rosyjskie dowództwo dysponowało informacjami o niemieckim ataku. Brak czasu uniemożliwił sprowadzenie posiłków i dyslokację jednostek.

Około godziny 6 rano 2 maja ponad 1000 dział rozpoczęło przygotowanie artyleryjskie. Po czterech godzinach artyleria zaczęła przenosić obstrzał na dalsze pozycje. Do ataku ruszyła piechota. Uderzenie następowało na styku dwóch rosyjskich korpusów, co zwiększało szanse atakujących.

Trwające 2 maja walki ze względu na przewagę liczebną i artyleria zakończyły się sukcesem i przesunięciem frontu od 6 do 10 kilometrów. Późnym popołudniem zdobyto Gorlice. 11 Dywizja Piechoty opanowała bohatersko bronione wzgórze Zamczysko. Z dwóch strategicznie ważnych wzniesień (Pustki i Wiatrówki) przed południem 12 Dywizja Piechoty złożona w dużej mierze z Polaków opanowała pierwsze z nich. Wiatrówki zdobyto za cenę wysokich straty. Zaciekłość obrońców wymusiła wprowadzenie drugiego rzutu. Podczas pierwszego dnia Niemcy utracili 8 tysięcy żołnierzy, Rosjanie zaś 34 tysiące, z czego połowa to ranni i zabici.

W przeciągu kolejnych dwóch dni sojusznicy zajęli drugą linię obrony. Nie powiodły się rosyjskie kontrataki 4 i 10 maja. Rosjanie próbowali odtworzyć front na Wisłoce. W konsekwencji utracono część składów z amunicją. Ze względu na niewiarę Dimitriewa i sukcesy VI Korpusu (16 maja sforsował Wisłokę w okolicach Jasła) utrzymanie linii obrony stało się niemożliwe.

Wielki Książę Mikołaj rozkazał wycofać się na linię Dniestr-San. W ciągu kolejnych 10 dni straty 3 Armii wyniosły 140 tysięcy jeńców, 100 dział oraz 300 karabinów maszynowych. Utracono Przemyśl, który 3 czerwca został opanowany przez państwa centralne. Ofensywę zakończyło zajęcie 21 czerwca, przez 2 Armię austro-węgierską Lwowa.

W historii wojskowości bitwa pod Gorlicami była przełomowa. Użyto na niespotykaną skalę artylerii, umożliwiając wojnę manewrową. Nieprzydatna okazała się kawaleria. Kontrataki konnicy nie powiodły się ze względu na skuteczność artylerii i karabinów maszynowych. Istotną rolę odegrało lotnictwo i system łączności. Dzięki samolotom Niemcy zapewnili sobie możliwość zwiadu lotniczego. Także przechwytywane radiodepesze i przesłuchania jeńców pomogły stworzyć aktualny obraz sytuacji.

Na skutek zwycięstwa państwa centralne opanowały Galicję i Królestwo Polskie. Bezpośrednim beneficjentem był August von Mackensen awansowany przez cesarza Wilhelma na feldmarszałka. Klęska Rosjan oznaczała przejęcie dowodzenia armią przez cara Mikołaja,  rozpoczynając powolny rozkład imperium. Dla Polaków bitwa zakończyła okres dewastacji kraju i przyspieszyła proces uzyskiwania niepodległości.

O bitwie pod Gorlicami przypomina 90 cmentarzy, będących niejednokrotnie dziełami sztuki. Na założonych przez zwycięzców nekropoliach spoczywają żołnierze wielu narodów.

 

Link:

http://www.kk32lir.gorlice.pl/index.php/stow3 - Portal Stowarzyszenia Historycznego „Bitwa pod Gorlicami 1915” (PL),

Museums:

http://www.cmentarze.gorlice.net.pl/

http://gmgorlice1915.cba.pl/linki.php

Readings:

Richard L. Dinardo, Przełom. Bitwa pod Gorlicami – Tarnowem 1915, Poznań, Dom Wydawniczy Rebis, tłum. Jan Szkudliński, 2012.

Michał Klimecki, Gorlice 1915, Warszawa, Dom Wydawniczy Bellona, 1991.

Bitwa Gorlicka, jej znaczenie i skutki, red. Kamil Ruszała, Gorlice, Stowarzyszenie Aktywnej Ochrony Cmentarzy z I Wojny Światowej w Galicji „Crux Galiciae”, 2012.

 ‘If I were to say which days of my professional life were crucial for me, I would point at 2 and 3 May 1915, when from the hills situated west of Gorlice I saw defeated Russian troops retreating’ – Conrad von Hötzendorf

Breakthrough battle – Gorlice 1915

By Wojciech Łysek

Fighting near Gorlice started in November 1914. The town was first invaded by the Russians around the middle of the month. At the end of December, the Austrian army lost it again for 126 days. Since that time, the town was in the vicinity of the front line.

In consequence, the life of civilians was dominated by fear. Plunders and rapes became common. Karolina Kózka, killed by the Russians, became the symbol of misery of local inhabitants. She soon became the object of cult. Front line villages were bombarded with shrapnel shells and heavy grenades. Only 45 buildings could be inhabited in Gorlice in July out of the 613 that were standing there before.

The Russian Headquarters planned to attack Budapest on the South-Eastern front. The staffs of the Central Powers noticed this threat. They decided to make a pre-emptive strike. The idea of an offensive near Gorlice appeared independently in the German and Austrian staffs. The final decision was made on 14 April in Berlin. For this purpose, four German army corps were transported from France by detour. Some troops were dressed up in Austrian uniforms. Civilians had been evacuated from the concentration area. Germans and the 6th Austrian Corps formed the 11th Army, commanded by general August von Mackensen. Colonel Hans von Seeckt was the chief of staff. The decision on the appointment of the Germans was forced by the Reich.

The central powers concentrated 217 thousand soldiers supported by 250 cannons on the strategic 50-kilometre stretch of land. Opposite them there was the Russian 3rd Army commanded by gen. Radko Dimitriev with approx. 60 thousand people and 150 cannons.

The German troops reached Gorlice at the end of April. On the successive days, the artillery was attacking the Russian positions, which consisted of a network of trenches covered with entanglements. Machine guns were placed across the hills. The Russian army did not have much ammunition. The Germans had a dozen times more shells and 70 mine throwers and mortars. Moreover, 420 millimetre howitzers were used.

There was a plan to use chlorine cylinders[T1] .[W2] [JS3]  Seeckt objected to it, however, as then the date of the attack would depend on the weather conditions. The Chief of Staff did not want to lose the surprise factor. The Russian commanders knew about the planned German attack already on 25 April. Lack of time made bringing in more troops and dislocation impossible.

Around 6 a.m. on 2 May over 1,000 cannons began artillery preparation. After four hours, the artillery started to fire at more distant positions. Infantry joined the attack, which was taking place at the point where two Russian corps met to increase the chances of the attackers.

The attacks held on 2 May were successful thanks to the German preponderance and artillery and the front line was moved by 6 to 10 kilometres. Gorlice was captured late in the afternoon. The 11th Infantry Division took control of the heroically defended Zamczysko hill. Out of the two strategically important elevations (Pustki and Wiatrówki), the earlier was captured in the morning by the 12th Infantry Division, which consisted mostly of Poles. Wiatrówki was captured at the cost of big losses. The fierceness of defenders forced the second line to be introduced. On the first day, the Germans lost 8 thousand soldiers, and the Russians - 34 thousand, half of which were the dead and the wounded.

On the next two days, the allies took the second line of defence. The Russian counterattacks from 4 and 10 May failed. The Russians tried to bring back the front line to Wisłoka river. In consequence, they lost some of their ammunition depots. It was impossible to keep the defence line due to lack of faith of Dimitriev and the success of the 6th Corps (on 16 May it crossed the Wisłoka near Jasło).

Grand Duke Nicholas ordered the Russian troops to withdraw to the Dniester-San line. During the next 10 days the losses of the 3rd Army totalled 140 thousand prisoners, 100 cannons and 300 machine guns. Przemyśl was lost – on 3 June it was invaded by the central powers. The offensive was completed with the conquest of Lviv on 21 June by the 2nd Austro-Hungarian Army.

In military history, the battle of Gorlice was a breakthrough. Artillery was used there on an unprecedented scale, which made manoeuvre war possible. Cavalry turned out to be useless there. Counterattacks of the cavalry failed because of the efficiency of artillery and machine guns. Air force and the communications system played a crucial role. Thanks to airplanes the Germans could make air reconnaissance. Moreover, the intercepted radio dispatches and prisoner interrogations helped create a current picture of the situation.

After their victory, the central powers conquered Galicia and the Kingdom of Poland. August von Mackensen promoted by emperor Wilhelm to field marshal was a direct beneficiary. Defeat of the Russians meant that tsar Nicholas would take command of the army and began a slow disintegration of the empire. For Poles, the battle ended the period of devastation of their country and accelerated the process of gaining independence.

90 cemeteries, which are often works of art, bring back the memory of the Gorlice battle. Soldiers of many nationalities are buried on the necropolises created by the winners.

Link:

http://www.kk32lir.gorlice.pl/index.php/stow3 - Portal Stowarzyszenia Historycznego „Bitwa pod Gorlicami 1915” (PL),

Museums:

http://www.cmentarze.gorlice.net.pl/ - Portal Muzeum Regionalnego PTTK (DE, EN, HU, PL),

http://gmgorlice1915.cba.pl/linki.php - Portal Gorlice 1915 (PL),

Readings:

Richard L. Dinardo, Przełom. Bitwa pod Gorlicami – Tarnowem 1915, Poznań, Dom Wydawniczy Rebis, tłum. Jan Szkudliński, 2012.

Michał Klimecki, Gorlice 1915, Warszawa, Dom Wydawniczy Bellona, 1991.

Bitwa Gorlicka, jej znaczenie i skutki, red. Kamil Ruszała, Gorlice, Stowarzyszenie Aktywnej Ochrony Cmentarzy z I Wojny Światowej w Galicji „Crux Galiciae”, 2012.

« Étrangers devenus fils de France, non par le sang reçu, mais par le sang versé » et le fameux « Marche ou crève! » constituent des devises de la Légion étrangère française exprimant son caractère particulier de troupes rudes et performantes engagées pour une autre Patrie que la leur, un caractère qui contraste avec l'image des soldats-citoyens de la Grande Guerre.

Les étrangers au service de la France : la Légion étrangère dans la Grande Guerre

By Helena Trnkova

 

Fondée le 9 mars 1831 par Louis-Philippe, roi des Français, la Légion étrangère française renoue avec une pratique développée sous l'Ancien régime - l'engagement des étrangers au service de la France. Dès 1835, suite à sa refondation, la tradition du regroupement des soldats étrangers selon leurs nationalités est rompue au profit de la mixité au sein de la troupe.  Aussi, le français devient la langue du commandement. Dès sa création, la Légion est déployée sur tous les théâtres d'opérations où s'engage l'armée française. Mais ce n'est qu'avec l'irruption de la guerre franco-prussienne en 1870 que les troupes étrangères combattent pour la première fois sur le territoire continental. Pour la première fois aussi, elle incorpore dans ses rangs des volontaires à statut particulier : les engagés volontaires pour la durée de la guerre (EVDG) créant ainsi un précédant exploité durant les deux conflits mondiaux. A partir du 1883, la LEF constitue le principal corps expéditionnaire de la France participant à la conquête et au maintient de ses colonies.

Quand la Première Guerre mondiale éclate, la Légion est depuis 1907 à l’œuvre au Maroc. La tradition de 1870 s'applique alors : la France est en guerre, on demande aux légionnaires originaires des pays belligérants s'ils souhaitent ou non aller se battre contre leurs concitoyens. De nombreux Allemands donnent une réponse affirmative. En août 1914, un appel est fait aux étrangers résidant en métropole comme dans les colonies françaises par plusieurs intellectuels dont Blaise Cendrars, Ricciotto Canudo et Jacques Lipschitz pour rejoindre la Légion. 42 883 volontaires de 52 nationalités s'engagent pour la durée de la guerre. On trouve les Italiens, les Russes, les Suisses, les Belges, les Britanniques, les Espagnols, les Tchèques, mais aussi les Allemands ou les Turcs. Cette mosaïque de nationalités témoignent aussi de la grande mobilité des personnes qu'a connu le début du 20e siècle.

Suite à l'afflux des volontaires, cinq régiments de marche sont constitués. Ils sont engagés au combat au sein de la Division marocaine aux côtés des 4e et 7e RTA (Régiment des tirailleurs algériens) et du 8e RMZ (régiment des zouaves). En raison des pertes sévères, ils sont réunis le 11 novembre 1915 dans un seul Régiment de marche de la Légion étrangère (RMLE). Durant toute la guerre, le RMLE, participe à de nombreuses opérations d'envergure en métropole dont : Argonne (1914), Somme et Craonne (hiver 1914-1915), Artois (mai 1915), Champagne (septembre 1915), Somme (juillet 1916), Aubérive et Verdun en 1917 et finalement en 1918 Le Bois de Hangard, La Montagne de Paris, la Seconde bataille de la Marne et Ligne Hindenburg, subissant d'importantes pertes tant parmi les officiers que chez les légionnaires. Un bataillon est également intégré dans le Régiment de marche d'Afrique (RMA) qui combat à Gallipoli en 1915, puis rejoint l'armée d'Orient sur le front de Salonique entre 1916 et 1918. Au sortir de quatre années du conflit, le RMLE est un des régiments les plus décorés de l'armée française.

Dans le contexte de la Première Guerre mondiale, présentée usuellement comme la guerre des soldats-citoyens patriotes, l'engagement dans la LEF offre une autre perspective pour envisager la question de l'engagement volontaire et des sentiments patriotiques. Que pousse-t-il autant de ressortissants étrangers à s'engager en France ? Pourquoi ne rejoignent-ils tout simplement l'armée régulière de leur Patrie ? Les réponses sont complexes et varient selon les nationalités et les situations individuelles. Pour les Italiens, il s'agissait d'une longue tradition ; aussi étaient-ils les plus nombreux avant l'entrée en guerre de leur propre État. Au contraire, de nombreux Russes rejoignirent la LEF suite au collapse et à la sortie de guerre précoce du leur, souvent pour fuir le nouveau régime et le guerre civile qui s'y engageait. Les membres des minorités des Empires centraux s'engageaient dans l'esprit de lutter pour l'indépendance de leurs régions respectives. Ils désobéirent ainsi ouvertement à l'obligation du service militaire et encouraient de lourdes peines. Le cas des nationalités ennemies est encore plus intrigant. Il est évident que les facteurs idéologiques n'expliquent pas tout. Une analyse sociale est nécessaire pour ouvrir d'autres pistes. Prenons l'exemple des Tchèques. 350 volontaires se sont engagés dès août 1914, leur nombre atteignant 600 avant que leur compagnie soit décimée en mai-juin 1915. L'analyse du tissu social de la communauté tchèque (2 000  individus concentrés à Paris) dévoile un profil spécifique : hommes, jeunes, célibataires. Hormis quelques étudiants et artistes, ce sont des migrants économiques : employés de restauration, petits artisans, ouvriers. Ne maîtrisant souvent pas la langue, ils bénéficient de l'accueil des associations des compatriotes proposant l'entraide du réseau, mais gérant aussi leurs temps libre en proposant des activités sportives et culturelles. A la mobilisation, c'est aussi la communauté qui initie et gère leur engament collectif. Par ailleurs, les autres options étaient peu attrayantes : rentrer chez eux pour effectuer leur service militaire obligatoire ou être internés comme « civils ennemis ».  L'engagement avait donc aussi des ressorts pragmatiques.    

Links:

http://www.legion-etrangere.com/mdl/info_seul.php?id=83&idA=111&block=6&idA_SM=0

https://fr.wikipedia.org/wiki/R%C3%A9giment_de_marche_de_la_L%C3%A9gion_%C3%A9trang%C3%A8re

Musées:

Musée de la légion étrangère d'Aubagne : http://samle.legion-etrangere.com/

Bibliographie:

Comor, André-Paul (dir.), La légion étrangère : histoire et dictionnaire, Paris, R. Laffont / Ministère de la Défense, 2013.

Montagnon, Pierre, La Légion étrangère : de 1831 à nos jours, Paris, Pygmalion, 1999.

Porch, Douglas, La Légion étrangère : 1831-1962, Paris, Fayard, 1994.

Comor, André-Paul, La légion étrangère, Paris, PUF, 1992.

“Foreigners who became sons of France, not through blood received but blood spilled” and the famous “March or Die!” are mottos of the French Foreign legion that express its unique character: tough and effective troops hired to fight for a homeland not their own, an aspect that conflicts with the image of citizen-soldiers in the Great War.

Foreigners Serving France: the Foreign Legion in the Great War

By Helena Trnkova

Founded on 9 March 1831 by Louis-Philippe, King of the French, the French Foreign Legion is a revival of a practice developed under the Ancien Régime – hiring foreigners to serve France. In 1835, following its reform, the tradition of grouping foreign soldiers by nationality was dropped in favour of mixing them all together in the same troop.   French became the language of command. As soon as it was set up, the Legion was deployed in all theatres of operations where the French army was involved. It was not until the Franco-Prussian War broke out in 1870, however, that foreign troops first fought in Continental France. Also for the first time, it accepted special-status volunteers into its ranks: “volunteer enlistees for the duration of the war” (EVDG is the French acronym), thereby setting a precedent that was used in both World Wars.  By 1883, the FFL was the      French main expeditionary force participating in the conquest and maintenance of its colonies.

When World War I broke out, the Legion had been operating in Morocco since 1907. The 1870 tradition was applied: France was at war, and Legionnaires originally from the belligerent countries whether they wanted to fight against their compatriots. Many Germans answered affirmatively. In August 1914, a call went out to foreigners living in metropolitan France and in the French colonies from several intellectuals, among them Blaise Cendrars, Ricciotto Canudo and Jacques Lipschitz, to join the Legion. Some 42,883 volunteers of 52 different nationalities signed up for the duration of the war. There were Italians, Russians, Swiss, Belgians, Brits, Spaniards, Czechs as well as Germans and Turks.  This mosaic of nationalities is evidence of the great mobility people had at the start of the 20th century.

With this influx of volunteers, five marching regiments were formed. They were involved in combat as part of the Moroccan Division alongside the 4th and 7th RTA (Algerian Infantry Regiment) and the 8th RMZ (Zouave Regiment). After suffering heavy losses, they were combined on 11 November 1915 into a single Foreign Legion Marching Regiment (RMLE). Throughout the war, the RMLE took part in many large-scale operations in France, including: the Argonne (1914), the Somme and the Craonne (winter 1914-1915), Artois (May 1915), Champagne (September 1915), the Somme (juillet 1916), Aubérive and Verdun in 1917 and, finally in 1918, Le Bois de Hangard, La Montagne de Paris, the Second Battle of the Marne and the Hindenburg Line, suffering significant losses among both officers and legionnaires. A battalion was also added to the Africa Marching Regiment (RMA) that fought at Gallipoli in 1915, then joined the Armée d'Orient on the Salonica front between 1916 and 1918. By the end of four years of conflict, the RMLE was one of the most highly decorated regiments in the French army.

In the context of the First World War, which is usually presented as a war of patriotic citizen-soldiers, enlistment in the FFL offers another perspective for considering the matter of volunteer enlistment and patriotic feelings.  What pushed so many foreign nationals to make a commitment to France? Why didn’t they simply joint the regular army of their own country? The answers are complex, varying according to individual nationalities and situations. For Italians, this was a long-standing tradition; they were most numerous before their country entered the war. On the other hand, many Russians joined the FFL after their country collapsed and left the war early, often fleeing the new regime and the civil war that was raging. Members of minorities in the Central Powers enlisted in the spirit of fighting for the independence of their respective regions. They openly disobeyed their military-service requirement and incurred heavy penalties. The case of enemy nationalities is even more intriguing. Obviously ideological factors do not explain everything. A social analysis is needed to open up other approaches.  Let us take the example of the Czechs. Three hundred fifty volunteers enlisted in August 1914, their numbers reaching 600 before their company was decimated in May-June 1915. Analysis of the social fabric of the Czech community (2,000 individuals concentrated in Paris) reveals a specific profile: young, unmarried men.  Aside from a few students and artists, they were economic migrants: restaurant employees, small-scale tradesmen, workers. Often unable to speak French, they were welcomed by associations of their countrymen offering the assistance of the network but also managing their free time by featuring sports and cultural activities. When mobilisation came, it was the community that initiated and managed their collective enlistment. Moreover, the other options were not very attractive: going back home to do their mandatory military service or be interned as “enemy civilians”.  Enlistment thus also had a pragmatic appeal.      

Links :

http://www.legion-etrangere.com/mdl/info_seul.php?id=83&idA=111&block=6&idA_SM=0

https://fr.wikipedia.org/wiki/R%C3%A9giment_de_marche_de_la_L%C3%A9gion_%C3%A9trang%C3%A8re

Museums:

Musée de la légion étrangère d'Aubagne : http://samle.legion-etrangere.com/

Bibliography:

Comor, André-Paul (dir.), La légion étrangère : histoire et dictionnaire, Paris, R. Laffont / Ministère de la Défense, 2013.

Montagnon, Pierre, La Légion étrangère : de 1831 à nos jours, Paris, Pygmalion, 1999.

Porch, Douglas, La Légion étrangère : 1831-1962, Paris, Fayard, 1994.

Comor, André-Paul, La légion étrangère, Paris, PUF, 1992.