Gennaio 1916

Il fronte alpino e la guerra bianca.

Di Alessandro Salvador

"E l'Alpin sull'Adamello / Tra la neve ed i ghiacciai

E mentre va con cuor tranquillo / Una valanga può cascar."

(E l’Alpin sul Castellaccio – canzone della Grande Guerra)

Tra il 1915 e il 1916, l’Italia visse il primo inverno di guerra. Il fronte italiano presentava peculiarità sconosciute sia sulla lunga linea del fronte occidentale, sia sulle vaste pianure di quello orientale. Esso era quasi interamente costituito da montagne, con la sola eccezione della regione carsica dell’Isonzo. Mentre, infatti, in quest’ultima si consumavano le più sanguinose battaglie, lungo l’arco alpino avveniva un lento ma tragico stillicidio, la cui causa era il territorio, prima che l’uomo.

Guerra bianca è la denominazione con cui si identifica la guerra in alta montagna, in condizioni climatiche e territoriali estreme, nella quale un nemico insidioso, la morte bianca per assideramento, si inseriva nella contesa tra i due eserciti.

Alla vigilia del conflitto, gli strateghi militari concordavano sul fatto che, in caso di guerra, le montagne sarebbero rimaste “terra di nessuno”. Pochi potevano anche solo ipotizzare che scontri significativi e con un possibile rilievo strategico sarebbero potuti avvenire tra cime impervie, valichi d’alta quota e creste rocciose. I pochi tentativi fatti, prima della guerra, da arditi scalatori per dimostrare che anche un confine di roccia poteva essere violato, si rivelarono essere poco più che imprese alpinistiche, senza significato strategico.

Nonostante tutto, però, allo scoppio del conflitto si creò un fronte di montagna. Il fronte andava dal passo dello Stelvio e, attraverso le Alpi orientali, scendeva lungo la Val d’Adige toccando le Prealpi e, infine, risaliva lungo le Dolomiti, il Comelico e le Alpi Carniche. Si trattava di un fronte ampio quanto immobile, le cui operazioni di maggiore rilievo si sono avute attorno ai gruppi dell’Ortles, dell’Adamello e della Marmolada.

Per molte ragioni, la guerra bianca rappresentò un caso particolare e unico nel contesto dei diversi fronti della Grande Guerra. Le condizioni climatiche e geografiche non consentivano i grandi scontri di massa del fronte occidentale o del più ristretto fronte dell’Isonzo. In buona parte, la guerra di montagna si ridusse ad una battaglia di materiali. A farla da padrone furono le artiglierie e le mine, che miravano a fiaccare le difese nemiche e a consentire improbabili sfondamenti su settori del fronte tutto sommato limitati. Si lottava assiduamente per conquistare una cima, o una posizione strategica. Questi scontri lasciarono un segno indelebile sul territorio, come dimostrato dalle ferite ancora oggi visibili sul Col di Lana o sul Lagazuoi, dove la guerra di mine sfigurò in modo permanente le montagne.

Uno degli aspetti più interessanti, però, riguardava gli uomini che combatterono su questi fronti impervi. Gli italiani schierarono gli alpini, le nuove truppe specializzate nella guerra di montagna. Dall’altra parte del fronte, gli austriaci schierarono i Kaiserjäger e il Landsturm. Si trattava perlopiù di civili arruolati con la coscrizione obbligatoria. La loro peculiarità, però, era di essere quasi tutti provenienti dalle stesse regioni in cui si combatteva. Il tentativo, da ambo i lati, era di mettere a combattere persone con una conoscenza del territorio e delle montagne, per tentare di avere un vantaggio tattico. Da un punto di vista simbolico, i cittadini arruolati nella guerra di montagna erano in buona parte persone che combattevano non solo per difendere il loro paese ma anche per proteggere le loro case, poiché molti di loro provenivano dalle stesse zone del fronte.

La guerra bianca spinse i soldati al limite. Le truppe di montagna furono costrette a scavare trincee e ricoveri nella roccia, scalare montagne trasportando materiale bellico e pezzi di artiglieria, combattere tra rocce e ghiacciai, spesso con mezzi inadeguati. Ad altezze superiori ai 2000 metri, con temperature gelide anche in estate e che potevano raggiungere i 30 gradi sotto zero d’inverno, il nemico più insidioso erano l’assideramento e le valanghe. Queste ultime costringevano a continui lavori supplementari per liberare le trincee e mietevano vittime tra le pattuglie che sorvegliavano le montagne.

Un ruolo fondamentale, in quei terreni, fu giocato dagli animali. Gli alpini utilizzavano i cavalli, ma soprattutto i muli, per trasportare il materiale in quota. Sui terreni più difficili e alle quote più elevate, vennero preferiti i cani, per la loro maggiore resistenza.

I diari e gli scritti dei soldati, assieme alla memoria tramandata nelle canzoni, riflettono le profonde contraddizioni del fronte di montagna. Un fronte crudele e pericoloso, in cui l’ambiente mieteva più vittime della guerra, e nel quale la bellezza dei panorami e del territorio rappresentava solo una magra consolazione. 

 

Nicole-Melanie Goll

Gebirgskrieg

1915 entstand mit dem Kriegseintritt Italiens ein neuer Kriegsschauplatz, der sich von der Schweizer Grenze bis an den Gardasee, durch die Dolomiten, die Karnischen und die Julischen Alpen, quer durch das Isonzotal bis an die obere Adriaküste zog. Der Großteil der Front verlief damit über Gletscher und hochalpines Gelände, erreichte Höhen über 3000m und stellte enorme Anforderungen an Mensch und Material.

 

Da dem italienischen Militär das Gebirge für etwaige Vorstöße ungeeignet erschien, lag die Hauptstoßrichtung der italienischen Armee an der Isonzofront. Hier erhoffte man sich eine Durchbruchsmöglichkeit in Richtung Ljubljana und Triest. Die Gebirgsfront entwickelte sich so zu einem „Nebenschauplatz“, zu einem Kampfraum mit begrenzter Tragweite und geringer strategische Bedeutung. Dennoch herrschte großes öffentliches Interesse am Gebirgskrieg, erhielt die „Front in Schnee und Eis“ erhöhte mediale Aufmerksamkeit sowohl in Österreich-Ungarn als auch Italien und war propagandistischen Deutungen unterworfen. Es wurden Narrative aufgebaut, die in der Zwischenkriegszeit weitere Verfestigung finden sollten.

Die Frontlinie verlief dabei nicht entlang der österreich-ungarischen/italienischen Staatsgrenze, sondern teilweise etwas in das Innere der Habsburgermonarchie versetzt, wo eine Verteidigung leichter möglich war. Da ein Großteil der k.u.k. Armee an anderen Fronten gebunden war, standen nur wenige, vor allem aber nicht für diesen Kampfraum ausgebildete Truppen, zur Verfügung, die anfänglich von Einheiten des deutschen Alpenkorps unterstützt wurden. Das italienische Heer verfügte zwar über Spezialverbände wie die Alpini, hatte jedoch weniger Erfahrung im Gebirgskrieg. Daher ging der italienische Generalstab unter Luigi Cadorna mit Vorsicht an die Planungen. Das Gelände erlaubte keinen Einsatz von Großverbänden, auch die quantitative Überlegenheit konnte im Gebirgskrieg keinen Vorteil verschaffen. Dies erforderte eine flexible Gefechtsführung, durch die vor allem die mittleren und unteren Führungsebenen einen Bedeutungszuwachs erhielten. Kleinere Kampfeinheiten, die vom Feind ungesehen, selbstständig ihre Unternehmungen durchführten, prägten u.a. diese Art der Kriegsführung, wie etwa der gescheiterte Versuch Sepp Innerkoflers den Paternkofel von den Italienern zurückzuerobern, belegt. Der Einsatzraum erforderte speziell in Schilaufen, Fels- und Eisklettertechnik, Sprengwesen und Sturmangriff ausgebildete „Alpinisten-Kämpfer“. Das Bild des „Krieges der Bergführer“ entstand, obwohl der Großteil der eingesetzten Soldaten keine besonderen alpinistischen Kenntnisse besaß.

Durch das bald einsetzende Kräftegleichgewicht entwickelte sich ein defensiver Stellungskrieg, der nur durch einzelne Offensiven unterbrochen wurde. So etwa im Frühjahr 1916, als sich kurzzeitig das Schwergewicht vom Isonzogebiet nach Südtirol verlagerte. Die Südtirol-Offensive („Frühjahrsoffensive“, „Strafexpedition“) sollte der k.u.k. Armee den erhofften Durchbruch über das Gebirge in die venezianische Tiefebene bis zum Meer bringen. Conrad von Hötzendorf suchte beim deutschen Generalstabschef Erich von Falkenhayn um Waffenhilfe an, die nicht zustande kam, da die deutschen Truppen in Verdun gebunden waren. Österreich-Ungarn musste in der Folge Truppen von der Ostfront und dem Balkan abziehen. Generaloberst Erzherzog Eugen oblag als Kommandant der Südwestfront die Verantwortung für die Gesamtoperation. Der Hauptstoß sollte durch die neu gebildete 11. Armee unter Generaloberst Viktor Dankl erfolgen. Der am 15. Mai 1916 begonnene Angriff währte nur kurz: der Kampf um einzelne Gipfel verzögerte den Vormarsch erheblich, so dass die italienische Armee Zeit hatte, sich zu verstärken und zur Verteidigung einzurichten. Die ungünstige Wetterlage, der eintretende Munitionsmangel und Engpässe in der Versorgung brachten die Offensive bereits am 15. Juni zum Stillstand. Am 18. Juni wurde der Befehl zum Rückzug erteilt, einzelne Geländegewinne wie im Bereich der Sieben Gemeinden wieder aufgegeben. Auch eine von den italienischen Truppen gestartete Offensive (Monte Ortigara 20.-25. Juni) erzielte keinen Durchbruch.

Mit Hilfe des von beiden Seiten betriebenen Minenkriegs hoffte man die gegnerischen Linien an zentralen Punkten zu durchbrechen und so das Patt im Stellungskrieg zu beenden. Ziel war es dabei, die gegnerischen Berg- und Gipfelstellungen zu zerstören. Insgesamt wurden 34 Minensprengungen an der Front zwischen Pasubio und Zuoghi durchgeführt. Dafür mussten nicht nur Tonnen an Sprengmaterial ins Gebirge transportiert werden, sondern auch Bohrinstrumente und Mineure, die die Sprengstollen über Wochen und Monaten in die Berge trieben. Unter enormer physischer und psychischer Belastung entstand ein Wettlauf zwischen österreichisch-ungarischen und italienischen Truppenteilen. Das wohl bekannteste Beispiel stellt die Sprengung des Col di Lana im April 1916 durch italienische Soldaten dar: am 17. April 1916 detonierten über fünf Tonnen Nitrogelatine. Begleitet von Artilleriefeuer griffen italienische Verbände die Bergspitze an. Die Bilanz auf österreichisch-ungarischer Seite waren 245 Tote unter der Gipfelbesatzung.

Berge wie der mit 3905m Höhe höchste Berg der Monarchie, der Ortler, die 3344m hohe Marmolata, die Drei Zinnen (2857-2999m), der Col di Lana (2462m) und Pasubio (2300m) entwickelten sich zu Brennpunkten der Kämpfe im Hochgebirge. Der (hoch)alpine Raum stellte in vielfacher Hinsicht Herausforderung dar: Stellungen, Befestigungen und Unterkünfte mussten in mühsamer Arbeit in Stein, Fels und Eis getrieben werden; Baumittel, aber auch Versorgungsgüter wie Trinkwasser und Lebensmittel, Streu und Brennmaterial, natürlich auch Munition, Waffen und Geschütze (selbst schwerste Kaliber wie 30,5cm Mörser, 35cm Kanonen, 38 und 42cm Haubitzen kamen in unwegsamen Gelände zum Einsatz) mussten auf beschwerlichem Weg unter höchsten Anstrengungen von Trägern, darunter viele Kriegsgefangene, später auch durch ein ausgebautes System von Seilbahnen bis in die entlegensten Berg- und Hochtäler transportiert werden. Das Wetter hatte maßgeblichen Einfluss auf Kampfhandlungen und -verfahren: Schnee schränkte nicht nur den Bewegungsradius erheblich ein, sondern minderte auch die Waffenwirkung. Schneelawinen führten zu hohen Verlusten; Temperaturen bis zu -40°C führten bei nichtentsprechender Ausrüstung zu schweren Erfrierungen oder zum Versagen der Waffen.

Am 13. Juni 1918 wurde eine letzte Offensive, das „Unternehmen Lawine“, begonnen. Diese, als Entlastung für die beginnende 2. Piaveschlacht gedachte Aktion, sollte über den Tonalepass in Richtung Edolo und Bormio vorgetragen werden. Sie war besonders verlustreich, blieb letztlich aber erfolglos.

Der Krieg im Gebirge stellte die Armeen Österreich-Ungarns und Italiens vor enorme logistische und operative Herausforderungen. Bis zum Waffenstillstand am 3. November 1918 hatte sich die Frontlinie hier kaum verschoben. Der mit modernsten Mittel geführte Gebirgskrieg hatte hohe Verluste gefordert, jedoch aus rein militärischer Sicht kaum Ergebnisse gebracht.

 

Readings:

Monell, Paolo: Le scarpe al sole, 1921

Schalek, Alice. Tirol in Waffen. Kriegsberichte von der Tiroler Front, München 1915

Trenker, Luis. Berge in Flammen. Unter Mitwirkung von Walter Widkunz, Berlin 1931

Weber, Fritz. Alpenkrieg, Wien 1935

Artl, Gerhard. Die „Strafexpedition“. Österreich-Ungarns Südtiroloffensive 1916, Brixen 2015

Kofler, Martin/Wurzer, Markus. Zur Entstehung und Entwicklung eines Mythos. Sepp Innerkofler und die Fotografien seiner Bergung 1918 von Anton Trixl. In: Tiroler Heimat 78 (2014), S. 135–157.

Brandauer, Isabelle. Menschenmaterial Soldat. Alltagsleben an der Dolomitenfront im Ersten Weltkrieg 1915-1917. herausgegeben von Harald Stadler, Nearchos Archäologisch-militärhistorische Forschungen. Innsbruck 2007.

Etschmann, Wolfgang. "Die Südfront 1915-1918." In Tirol und der Erste Weltkrieg, herausgegeben von Klaus Eisterer und Rolf Steininger, Innsbrucker Forschungen zur Zeitgeschichte Bd.12, 27-60. Innsbruck 1995.

Gooch, John. The Italian Army and the First World War, Armies of the Great War. Cambridge 2014.

Schemfil, Viktor. Col di Lana. Genaue Geschichte der Kämpfe (1915-1917). Bregenz: 1935.

Überegger, Oswald. Erinnerungskriege. Der Erste Weltkrieg, Österreich und die Tiroler Kriegserinnerung in der Zwischenkriegszeit, Innsbruck 2011

De Marco, Claudia. Il mito degli alpini, Udine 2004.

Kuprian, Hermann J.W./ Überegger, Oswald (Hrsg.), Der Erste Weltkrieg im Alpenraum. Erfahrung, Deutung, Erinnerung / La Grande Guerra nell´ arco alpino. Esperienze e memoria (Veröffentlichungen des Südtiroler Landesarchivs / Pubblicazioni dell´Archivio provinciale di Bolzano 23), Innsbruck 2006.

Mondini, Marco. Piccole patrie in armi. La Grande Guerra e la construzione del mito alpini, in: Geschichte und Region / Storia e regione 14 /2005) 2, S. 64-80.

Mondini, Marco. Kriegsführung: die italienische Gebirgsfront, in: Kuprian Hermann J.W./Überegger Oswald (Hrsg.), Katastrophenjahre. Der Erste Weltkrieg und Tirol, Innsbruck 2014, S. 367-384.

Thompson, Mark. La guerra bianca, Milano 2009.

 

Nicole-Melanie Goll

Mountain warfare

When Italy entered the war in 1915 a new theatre of war was created stretching from the Swiss border to Lake Garda, through the Dolomites, the Carnian and Julian Alps and down the Isonzo valley as far as the northern Adriatic coast. As a result, most of the front ran over glaciers and high altitude Alpine terrain, reaching heights of over 3000m and placed tremendous demands on men and materials.

As the Italian army considered the mountains unsuitable terrain for any possible assault, the Isonzo front was seen as the main direction of thrust. They were hoping to be able to break through here and advance towards Ljubljana and Trieste. The mountain front represented a sort of “minor stage”, a battle arena with limited scope and of little strategic importance. Nevertheless there was widespread public interest in mountain warfare. The “Front in snow and ice” gained increasing media attention in both Austria-Hungary and in Italy and became the subject of propaganda. Narratives were constructed which were to be further reinforced during the inter-war period.

The front line did not follow the Austro-Hungarian/Italian state border but ran partly along the interior of the Habsburg Empire, where it could be more easily defended. Since a large part of the Austro-Hungarian army was tied up on other fronts, only few troops were available, the majority of whom were not trained for combat on this type of terrain. These were initially assisted by units from the German Alpine corps. The Italian army on the other hand had special forces, such as the Alpini, but little experience of mountain warfare. Hence the Italian General Staff under Luigi Cadorna was cautious when planning. The terrain did not allow for the deployment of large units, neither did the supremacy of numbers provide any advantage in mountain warfare. Combat operations needed to be flexible, which increased the importance in particular of the middle and lower levels of command. Smaller combat units, who, unseen by the enemy, carried out their assaults independently, were also a typical feature of this type of warfare, as was proven for instance by the unsuccessful attempt by Sepp Innerkofler to win back Paternkofel/Monte Paterno from the Italians. The area of operations called for “mountaineer soldiers” specially trained in skiing, rock and ice climbing techniques, blasting and assault. The image of the “war waged by mountain guides” arose, although the majority of the soldiers deployed had no specific mountaineering skills.

A balance soon set in between the forces leading to the development of defensive trench warfare, which was only interrupted by individual offensives, such as, for example, in the spring of 1916, when the focus of attention shifted temporarily from the Isonzo area to South Tyrol. The South Tyrol Offensive (“spring offensive”, “punitive expedition”) was to have brought the Austro-Hungarian army the breakthrough they were hoping for over the mountains and down onto the Venetian plain to the sea. Conrad von Hötzendorf requested military assistance from the German Chief of the General Staff, Erich von Falkenhayn, which was not provided because the German troops were tied up in Verdun. Austria Hungary was forced to pull troops away from the Eastern front and the Balkans. Colonel General Archduke Eugen, in his capacity as Commander of the southwest front assumed responsibility for the entire operation. The main attack was to be carried out by the newly formed Eleventh Army under Colonel General Viktor Dankl. The attack started on 15 May 1916 and was short-lived: the battle to take over individual peaks delayed the advance considerably, giving the Italian army time to reinforce and set up defences. The unfavourable weather conditions, the looming shortage of ammunition and bottlenecks in supplies brought the offensive to a halt as early as 15 June. On 18 June the order to withdraw was issued and individual territorial gains that had been made, such as those on the Asiago plateau, were surrendered once again. An offensive initiated by Italian troops (Monte Ortigara 20-25 June) also failed to achieve a breakthrough.

With the aid of mining warfare waged by both sides, it was hoped to break through the enemy lines at key points and thereby end the stalemate of trench warfare. The objective was to destroy the enemy’s mountain and summit positions. A total of 34 mines were blasted along the front between Pasubio and Zuoghi. For this, not only did tonnes of explosive material have to be transported up into the mountains, but also drilling equipment and miners, who spent weeks and months excavating mine tunnels into the mountainsides. A race began between Austro-Hungarian and Italian forces under enormous physical and psychological stress. The most well-known example is the blasting of Col di Lana in April 1916 by Italian troops: on 17 April 1916 five tonnes of nitro gelatine were detonated. Italian units attacked the mountain summit accompanied by artillery fire. The death toll amongst the Austro-Hungarian soldiers occupying the summit was 245.

Mountains such as the Ortler/Ortles, at 3905m the highest mountain in the monarchy, the 3344m high Marmolada, Drei Zinnen/Tre Cime di Lavaredo (2857-2999m), Col di Lana (2462m) and Pasubio (2300m) were the summits on which most of the fighting was concentrated. The (high-altitude) Alpine terrain represented a challenge in many different ways: positions, fortifications and accommodation had to be hewn out of stone, rock and ice under great toil and hardship; building material, and also supplies such as drinking water and provisions, straw and fuel, as well as obviously ammunition, weapons and cannons (even the heavier calibres such as 30.5cm mortars, 35cm cannons, and 38 and 42cm howitzer were used in rough terrain) had to be transported along arduous tracks into the most remote mountain and high-lying valleys at enormous effort by carriers, many of whom were prisoners of war. Later on an extensive system of ropeways was also used for this type of transportation. The weather played a decisive role in the fighting operations and proceedings: snow significantly restricted not only the range of movement, but also impaired the effectiveness of weaponry. Avalanches led to heavy casualties; temperatures of up to -40°C led to severe frostbite when equipment was inadequate or caused weapons to malfunction.

On 13 June 1918 a final offensive, known as “Unternehmen Lawine” (Operation Avalanche) was launched. This diversionary action, designed to relieve pressure in view of the commencing 2nd Battle of the Piave River, was to proceed over Passo Tonale towards Edolo and Bormio. Casualties were particularly high and the attack ultimately failed.

Mountain warfare posed enormous logistical and operational challenges for the Austro-Hungarian and Italian armies. Yet right up to the ceasefire on 3 November 1918, the front line here had hardly shifted. Mountain warfare waged with the most modern means had caused heavy losses and casualties, whilst from a purely military point of view, it had produced little in terms of results.

Readings:

Monelli, Paolo: Le scarpe al sole, 1921

Schalek, Alice. Tirol in Waffen. Kriegsberichte von der Tiroler Front, München 1915

Trenker, Luis. Berge in Flammen. Unter Mitwirkung von Walter Widkunz, Berlin 1931

Weber, Fritz. Alpenkrieg, Wien 1935

Artl, Gerhard. Die „Strafexpedition“. Österreich-Ungarns Südtiroloffensive 1916, Brixen 2015

Kofler, Martin/Wurzer, Markus. Zur Entstehung und Entwicklung eines Mythos. Sepp Innerkofler und die Fotografien seiner Bergung 1918 von Anton Trixl. In: Tiroler Heimat 78 (2014), S. 135–157.

Brandauer, Isabelle. Menschenmaterial Soldat. Alltagsleben an der Dolomitenfront im Ersten Weltkrieg 1915-1917. herausgegeben von Harald Stadler, Nearchos Archäologisch-militärhistorische Forschungen. Innsbruck 2007.

Etschmann, Wolfgang. "Die Südfront 1915-1918." In Tirol und der Erste Weltkrieg, herausgegeben von Klaus Eisterer und Rolf Steininger, Innsbrucker Forschungen zur Zeitgeschichte Bd.12, 27-60. Innsbruck 1995.

Gooch, John. The Italian Army and the First World War, Armies of the Great War. Cambridge 2014.

Schemfil, Viktor. Col di Lana. Genaue Geschichte der Kämpfe (1915-1917). Bregenz: 1935.

Überegger, Oswald. Erinnerungskriege. Der Erste Weltkrieg, Österreich und die Tiroler Kriegserinnerung in der Zwischenkriegszeit, Innsbruck 2011

De Marco, Claudia. Il mito degli alpini, Udine 2004.

Kuprian, Hermann J.W./ Überegger, Oswald (Hrsg.), Der Erste Weltkrieg im Alpenraum. Erfahrung, Deutung, Erinnerung / La Grande Guerra nell´ arco alpino. Esperienze e memoria (Veröffentlichungen des Südtiroler Landesarchivs / Pubblicazioni dell´Archivio provinciale di Bolzano 23), Innsbruck 2006.

Mondini, Marco. Piccole patrie in armi. La Grande Guerra e la construzione del mito alpini, in: Geschichte und Region / Storia e regione 14 /2005) 2, S. 64-80.

Mondini, Marco. Kriegsführung: die italienische Gebirgsfront, in: Kuprian Hermann J.W./Überegger Oswald (Hrsg.), Katastrophenjahre. Der Erste Weltkrieg und Tirol, Innsbruck 2014, S. 367-384.

Thompson, Mark. La guerra bianca, Milano 2009.

 

Testimonianze

Voci dalla guerra bianca

Arnaldo Berni (1894-1918) di Mantova, sottoufficiale, poi capitano degli alpini di stanza in Valtellina (Battaglione “Tirano”), morirà in uno degli ultimi scontri tra Italiani e Imperiali sul monte San Matteo. La sua esperienza è descritta in una... Leggi tutto