Febbraio 1916

Il Servizio sanitario militare

Di Anna Grillini

La Grande Guerra fu il primo conflitto in cui le morti per ferite superarono notevolmente quelle per malattia, ciò comportò la creazione di un apparato sanitario senza precedenti, basato sullo sgombero rapido ed efficiente dei feriti operato grazie alle ferrovie.

Le sfide che i servizi sanitari di tutti gli eserciti dovettero affrontare furono principalmente quelle che oggi sono riconosciute come le principali caratteristiche della Grande Guerra: la scarsa igiene, le malattie portate dal logoramento e dall’immobilità e la grande mobilitazione di uomini e mezzi. Tutte queste peculiarità comportarono l'organizzazione di un sistema sanitario senza precedenti nella storia militare italiana ed europea. La Grande Guerra fu il primo conflitto in cui le morti per ferite superarono notevolmente quelle per malattia. Fino a quel momento i soldati morivano per la fatica, la scarsità di cibo, la mancanza d’igiene, le epidemie e le malattie veneree; chiara dimostrazione di questa tendenza è la guerra civile americana, durante la quale l'esercito dell'Unione aveva perso 96.000 uomini nel corso delle battaglie e 183.000 per le malattie.

Tale inversione non era dovuta a un miglioramento delle condizioni di vita dei soldati: l'immobilità all'interno della trincea logorava sia il fisico che la mente, durante l'inverno le malattie polmonari e i reumatismi mietevano vittime mentre in estate la morte si diffondeva grazie a infezioni intestinali e malattie veneree. Ciò che si modificò fu l'efficienza dell'organizzazione sanitaria e della medicina, insieme al generale miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni nel corso del XIX secolo. Ai passi avanti della scienza medica corrispose un avanzamento delle tecnologie offensive belliche, divenute più letali e meno “personali”: la baionetta, la sciabola e il fucile non erano più le principali armi offensive. Ecco quindi che le cause prime di morte non erano più le malattie ma le ferite.    

 

Nonostante questa inversione di rapporto, le malattie rappresentavano comunque un serio problema che, se trascurato, rischiava di rendere inservibili interi reparti. Le patologie epidemiche rappresentavano una delle maggiori minacce alla tenuta delle armate, tra le più diffuse erano il colera, il tifo, la malaria, il vaiolo, la meningite e, ovviamente, le malattie veneree. Fin dalle prime settimane del conflitto l’esercito si impegnò in una imponente opera di profilassi attraverso l’applicazione di precise norme igieniche e la sensibilizzazione della popolazione e dei soldati.

La prima seria epidemia fu quella di colera che interessò i soldati del 40° fanteria del X Corpo d’Armata a partire dal luglio del 1915. In circa un mese la malattia si diffuse tra le truppe di linea, di retrovia e tra la popolazione civile. La crisi rientrò solamente all’inizio del 1916 quando ormai  il numero di contagiati nella zona della operazioni superava i 16.500 e il numero di morti i 4.500.

Le malattie veneree venivano combattute attraverso una stretta vigilanza sulle prostitute, quelle infette o ritenute tali erano immediatamente allontanate; a partire dalla metà del 1916 i militari sono obbligati a sottoporsi a visite sanitarie e vennero istituite case di tolleranza controllate dagli ufficiali medici.

Durante il conflitto vi furono varie epidemie di tifo, di vaiolo e di tubercolosi e nel 1918 arrivò anche la “spagnola”. Quest’ultima colpì a primavera inoltrata con un altissimo numero di contagiati (25.000) ma con pochi decessi, un seconda fase dell’epidemia iniziò alla fine di luglio e proseguì per tutto l’autunno e l’inverno arrivando a colpire un italiano su sette e a uccidere un ammalato su dodici. 

Il servizio sanitario bellico si realizzò attraverso la creazione di un enorme apparato, anche burocratico, e di un'intricata gerarchia di uffici e sezioni militari e civili. Al vertice ultimo della gerarchia era posto il Comando Supremo, da cui dipendeva direttamente l'Intendenza generale, responsabile di tutti i servizi e i rifornimenti per l'esercito all'interno della zona di guerra. All'inizio del conflitto l'Intendenza generale era composta di uno stato maggiore e di cinque sezioni ma nel corso dei mesi si ampliò fino ad avere un intendente generale, con una propria segreteria alle cui dipendenze si trovavano il capo e il sottocapo di stato maggiore; dall'intendente generale dipendevano numerosi uffici e ispettorati, ricordando solo i principali: la direzione trasporti; l’ispettorato delle retrovie e quello del genio civile, l’ufficio del medico ispettore, la delegazione della Croce Rossa e ancora altri.

Meno complesso dal punto di vista burocratico ma sicuramente di più dal punto di vista pratico era l'organizzazione dello sgombero e ricovero feriti, organizzato in quattro zone:

- I Zona, dei corpi d'armata. Tale area era compresa nella zona delle operazioni ed era adibita per la cura dei feriti e malati lievi, intesi come tali quei soggetti non necessitanti di una degenza superiore ai dieci giorni, e per i bisognosi di cure particolarmente urgenti.
- II Zona, delle intendenze. L'area era situata immediatamente fuori dalla zona delle operazioni, quindi ancora in zona di guerra, ed era destinata a degenze non superiori ai venti giorni.  
- III Zona, di primo sgombero o contumaciale. Tale area era situata in zona di guerra ma nella zona delle retrovie che era il settore più lontano dalle operazioni ma ancora compreso nella zona di guerra. Vi erano trasportati i feriti e i malati bisognosi di una degenza non superiore ai trenta giorni.
- IV Zona, di secondo sgombero. L'area era identificabile con qualsiasi parte del territorio nazionale non compreso nella zona di guerra ad essa erano destinati i militari necessitanti di cure superiori a trenta giorni che però, per ragioni profilattiche, venivano inizialmente trattenuti nella zona di primo sgombero. 

La spina dorsale di questa organizzazione sanitaria militare erano le ferrovie. I feriti e i malati venivano allontanati dal fronte a bordo di treni merci, treni passeggeri, vetture di terza classe o treni ospedali della Croce Rossa Italiana e del Sovrano Militare Ordine di Malta. Con tali mezzi si organizzava lo spostamento dei feriti tra le quattro zone sanitarie e a tale compito si doveva sommare il trasporto di un numero sempre crescente di soldati verso le prime linee. 

Ayant opposé les armées française et allemande sur la Meuse entre février et décembre 1916, la bataille de Verdun, fut la plus longue bataille de la Première Guerre mondiale. Bataille d'usure, sa portée symbolique a largement dépassé son importance stratégique et politique du moment pour devenir l'expression métonymique des horreurs de la guerre moderne.

La bataille de Verdun – première partie

By Helena Trnkova

1916, la seconde année du conflit retrouve les belligérants sur le front occidental retranchés dans leurs positions immobiles sur un front de mille kilomètres, étalé de la frontière suisse jusqu'à la mer. Malgré les projets de plus en plus ambitieux et les innovations techniques, aucun des deux camps n'est pourtant capable de porter un coup fatal à l'adversaire. Dix-huis mois après le début du conflit, le 21 février 1916, ce sont les Allemands qui prennent l'initiative en déclenchant une offensive sur la Meuse, en direction de Verdun. Malgré les doutes sur les véritables objectifs de cette opération et son importance stratégique pour le moins douteuse, Verdun devient, comme affirme Maurice Genevoix « la bataille symbole de toute la guerre 14-18 ». Pour des générations, le nom de Verdun évoque à lui seul tous les épouvantements de la guerre moderne. 

L'ordre d'attaquer les défenses françaises à Verdun vient du commandant en chef des armées allemandes, le général Erich von Falkenhayn. Pourtant, aujourd'hui encore, ses intentions semblent opaques et divisent les historiens. 

Depuis le début de l'année, le général Frédéric Herr, commandant de la Région fortifiée de Verdun, alerte son état-major sur la possibilité d'une attaque dans son secteur mais sans comprendre clairement les véritables objectifs de l'ennemi. En effet, en janvier 1916, plusieurs scénarios d'attaque allemande semblent plausibles. L'offensive peut être déclenchée tout aussi bien à Nancy, en Champagne, dans le Nord ou à n'importe quel autre point du front occidental. Mi-février, les signes précurseurs désignent Verdun. Pour le commandant en chef français, le général Joffre, il ne s'agit toutefois que d'une tentative de diversion pour détourner l'attention des Français du lieu principal d'une offensive allemande potentielle.

Du côté allemand, en effet, plusieurs projets différents coexistent. Suite aux échecs répétitifs de ses initiatives jusqu'aux dernières offensives à Ypres en automne 1915, Falkenhayn rencontre de plus en plus de détracteurs. Persuadé que la victoire doit être remportée sur le front occidental et conscient que le temps joue à sa défaveur, il saisit l'urgence de l'impératif stratégique d'agir, de remporter au plus vite un succès décisif pour tenter de fissurer l'Entente cordiale. C'est la seule possibilité pour les Allemands d'affaiblir la coalition qui les encercle. Depuis 1915, plusieurs endroits stratégiques émergent dans les considérations du chef de guerre allemand. C'est d'abord la Somme et les alentours d'Amiens, ensuite l'Alsace du sud et Belfort. Enfin, Verdun attire son attention. Ville provinciale sans un véritable intérêt stratégique et secteur jusqu'à là plutôt paisible, l'endroit semble propice pour obtenir un effet de surprise. La décision mûrit lentement, motivée par la volonté de forcer l'adversaire à reprendre une guerre de mouvement afin d'obtenir des conditions favorables en vue des négociations de paix potentielles. Les calculs allemands misent sur la volonté des Français de défendre ce secteur. En effet, pour les Français, Verdun peut présenter un enjeu symbolique. Un avant-poste romain Virodunum, érigé sur l'emplacement d'un ancien oppidum celtique, puis place fortifiée par Vauban peut être présenté comme un lieu d'affrontement contre l’envahisseur. Pourtant, d'autres lieux, stratégiquement plus importants,  comme Reims ou Nancy sont porteurs d'une dimension symbolique encore plus forte. En définitive, la conquête de Verdun n'a pas été une fin en soi mais plutôt une pièce dans un scénario d'opérations plus vaste mais inachevé. Aussi, le jour du lancement de l'offensive encore, les protagonistes comme les commentateurs des deux camps n'y voient-ils qu'un théâtre d'opération secondaire. C'est le déroulement concret des attaques allemandes et des contre-attaques françaises qui transforme progressivement l'opération en une bataille-légende.

Avec un retard par rapport au projet initial dû aux intempéries hivernales, la Ve armée armée allemande, placée sous le commandement du prince Wilhelm, héritier du trône, déclenche le 21 février 1916 l'opération Gericht. À 7 heures du matin, l'artillerie allemande ouvre le feu. Les cascades de munitions criblent les positions françaises à Verdun et dans les environs. Les batteries font feu toutes les quinze secondes, créant un effet sonore spécifique qui rappelle un roulement de tambour, le fameux Trommelfeuer. Le premier jour de la bataille de Verdun un million d'obus est tiré. Malgré l'effet de surprise, l'avancée allemande rencontre rapidement une résistance française d'intensité inattendue. La défense se consolide les jours suivants malgré son coût exacerbé : la 72e division française perd en quelques jours plus de la moitié de ses hommes. Un équilibre des forces s'installe alors entre les attaquants et les défenseurs. L'offensive cède la place à une bataille de positions localisée dont la ligne ne bouge pratiquement pas pendant dix mois suivants. Seule une écrasante supériorité en hommes et en matériel aurait permis de remporter une victoire décisive. Or, les deux camps disposent des forces comparables. Dans ces conditions, la bataille se prolonge des mois durant.

Link

Le Mémorial de Verdun : http://memorial-verdun.fr/

Bibliographie  

Jankowski, Paul, Verdun : le 21 février 1916, Paris, Gallimard, coll. Les journées qui ont fait la France, 2013.

Le Naour, Jean-Yves, 1916 : l'enfer, Paris, Perrin, 2014.

Servent, Pierre, Azéma, Jean-Pierre , Le mythe Pétain : Verdun où les tranchées de la mémoire, Paris, CNRS éditions, 2014.

Miquel, Pierre, Mourir à Verdun, Paris, Tallendier, 2011.

Brown, Malcolm, Verdun 1916, Paris, Perrin, 2009.

Canini, Gérard (dir.), Mémoire de la Grande Guerre. Témoins et témoignages, Nancy, Presse universitaire de Nancy, 1989.

Mornet, Daniel, (Barcelinni, Serge), Tranchées de Verdun. Témoins et témoignages, Nancy, Presse universitaire de Nancy, 1990.

Filmographie 

Verdun, visions d'histoire, Léon Poirier, Compagnie universelle cinématographique, 1928. 

The Battle of Verdun, fought between the French and German armies on the Meuse between February and December 1916, was the longest battle of the First World War. This battle of attrition, whose symbolic impact greatly exceeded its strategic and political importance at the time, became the metonymic expression of the horrors of modern warfare.

The Battle of Verdun – Part One

By Helena Trnkova

1916, the second year of the conflict, saw the warring factions entrenched in a stalemate along the thousand-mile-long western front, which extended from the border with Switzerland as far as the sea. Despite increasingly ambitious projects and technical innovations, neither side was capable of striking the fatal blow. Eighteen months into the conflict, on 21 February 1916, the Germans took the initiative and launched an offensive on the Meuse, in the direction of Verdun. Despite uncertainties about the real objectives of this operation and its strategic importance, which was dubious to say the least, Verdun became, as Maurice Genevoix stated “the battle-symbol of the entire 1914-1918 war”. For generations, the name Verdun alone has conjured up all the horrors of modern warfare. 

The command to attack the French defences at Verdun was given by the Chief of the General Staff of the German Army, General Erich von Falkenhayn. Nevertheless, even today, his intentions still appear vague and divide historians. 

Earlier in the year, General Frédéric Herr, Commander of the Fortified Region of Verdun, had alerted his staff about the likelihood of an attack in his sector though the enemy’s true objectives had not been clearly understood. As a matter of fact, in January 1916, several attack scenarios had seemed plausible. The offensive might just as well have been launched at Nancy, in the Champagne area, in the North or at any other point along the western front. In mid-February, the early warning signs indicated Verdun. According to the Commander-in-Chief of the French forces, General Joffre, this was however only a tactic to divert the attention of the French away from the main site of a potential German offensive.

The Germans, as a matter of fact, did have several different projects on the table. After his initiatives had repeatedly failed, including his latest offensives at Ypres in the autumn of 1915, Falkenhayn encountered increasing criticism. Convinced that victory had to come on the western front and aware that time was against him, he realised that it was strategically imperative to act urgently, to score a decisive victory as soon as possible in an attempt to crack the Entente Cordiale. It was the only possibility the Germans had to weaken the coalition encircling them. From 1915, several strategic locations emerged in the considerations of the head of the German war operations, first and foremost, the Somme and area around Amiens, then southern Alsace and Belfort. In the end, his attention was drawn to Verdun. This provincial town of no real strategic importance whose sector had remained fairly peaceful up till then, seemed a good place in which to achieve a surprise effect. The decision matured slowly, driven on by the hope of forcing the adversary to resume a war of movement in order to achieve favourable conditions in view of potential peace talks. The German calculations were based on the determination of the French to defend this sector. Indeed for the French Verdun was to be considered a symbolic site. As Virodunum, a Roman outpost built on the site of an ancient Celtic oppidum and subsequently fortified by Vauban, Verdun was considered a possible venue for a confrontation with the invader, though other, strategically more important sites, such as Reims or Nancy had an even stronger symbolic value. Ultimately, capturing Verdun was seen not an end in itself but rather as part of a much vaster scenario of operations that was never completed. Even on the day the offensive was launched, both the protagonists and commentators on the two sides still only considered it a secondary theatre of operations. It was the way in which the German attacks and French counter attacks actually progressed that gradually transformed the operation into a legendary battle.

After a delay compared to the initial plan due to harsh winter weather, on 21 February 1916, the German Fifth Army placed under the command of Prince Wilhelm, heir to the throne, launched Unternehmen Gericht (Operation Judgement). At 7 am the German artillery opened fire. Ammunition rained down, riddling the French positions at Verdun and the surrounding areas. The batteries fired every fifteen seconds, creating a distinctive rumbling sound reminiscent of rolling drums, the infamous Trommelfeuer (drum fire). On the first day of the Battle of Verdun a million shells were fired. Despite the surprise effect, the German advance soon met with unexpectedly strong French resistance. Defence was tightened up over the following days despite the exacerbating cost:  the French 72nd division lost over half its men in just a few days. A balance of forces then set in between the attackers and defenders. The offensive gave way to a localised war of position and the front line barely shifted over the following ten months. Only an overwhelming superiority of manpower and materials would have brought about a decisive victory. The two sides however had comparable forces at their disposal. In these conditions, the battle was drawn out over months.

Link

Le Mémorial de Verdun : http://memorial-verdun.fr/

Bibliography 

Jankowski, Paul, Verdun : le 21 février 1916, Paris, Gallimard, coll. Les journées qui ont fait la France, 2013.

Le Naour, Jean-Yves, 1916 : l'enfer, Paris, Perrin, 2014.

Servent, Pierre, Azéma, Jean-Pierre , Le mythe Pétain : Verdun où les tranchées de la mémoire, Paris, CNRS éditions, 2014.

Miquel, Pierre, Mourir à Verdun, Paris, Tallendier, 2011.

Brown, Malcolm, Verdun 1916, Paris, Perrin, 2009.

Canini, Gérard (dir.), Mémoire de la Grande Guerre. Témoins et témoignages, Nancy, Presse universitaire de Nancy, 1989.

Mornet, Daniel, (Barcelinni, Serge), Tranchées de Verdun. Témoins et témoignages, Nancy, Presse universitaire de Nancy, 1990.

Films

Verdun, visions d'histoire, Léon Poirier, Compagnie universelle cinématographique, 1928.