Aprile 1917

L’entrata in guerra degli Stati Uniti

Di Alessandro Salvador

 

“Il mondo deve essere reso sicuro per la democrazia. La sua pace deve essere radicata sulle provate fondamenta della libertà politica.”

(Woodrow Wilson, discorso al Congresso, 2 aprile 1917)

Il sei aprile 1917, gli Stati Uniti d’America dichiararono guerra alla Germania. Singolarmente, non fu dichiarato lo stato di belligeranza con nessun altro degli imperi centrali o dei loro alleati. Solo all’Austria Ungheria fu consegnata una dichiarazione di guerra nell’estate del 1918. Sino ad allora, gli Stati Uniti erano rimasti neutrali. Non si trattava, però, di una neutralità imparziale, poiché gli americani erano i principali partner commerciali dell’Intesa e il loro ruolo nell’approvvigionamento dei paesi che lottavano contro la Germania fu fondamentale.

Sfortunatamente, però, questo esponeva i convogli commerciali americani agli attacchi della marina da guerra tedesca e, in particolare, dei suoi sommergibili. Un caso che fece particolarmente scalpore fu, nel 1915, l’affondamento del transatlantico civile Lusitania. La guerra sottomarina indiscriminata fu uno dei motivi di maggiore attrito tra gli Stati Uniti e la Germania che, ad un certo punto, impose delle forti limitazioni a questo tipo di pratica.

Sul piano interno, l’America era profondamente divisa. I repubblicani, avversari del presidente in carica, Woodrow Wilson, premevano per l’ingresso in guerra. A capo della fazione dei “falchi” vi era Theodore Roosevelt, ex presidente noto per il suo atteggiamento risoluto e interventista. L’opinione pubblica, però, era divisa e, ancora al momento dell’entrata in guerra, una lieve maggioranza sembrava essere ancora contraria al conflitto. 

Va osservato, però, che eventi come quello del Lusitania, la guerra sottomarina e le notizie dei crimini tedeschi in Belgio contribuirono significativamente a muovere il popolo americano verso posizioni più interventiste.

L’atteggiamento americano nei confronti del conflitto era fortemente idealista e plasmato dal carattere personale del presidente Wilson. La sua idea era che, se una guerra doveva essere combattuta, questo sarebbe dovuto servire per porre le basi di una pace duratura e di un nuovo ordine europeo e mondiale basato sul principio della democrazia liberale e della autodeterminazione dei popoli. Gli Stati Uniti erano tendenzialmente favorevoli ad impegnarsi contro le monarchie autoritarie e anacronistiche degli imperi centrali.

Fu solo all’inizio del 1917, però, che le condizioni si dimostrarono favorevoli. La rivoluzione russa di febbraio e l’abdicazione dello zar, in primo luogo, eliminarono il problema, particolarmente sentito in America, di una eventuale alleanza con un regime monarchico e antiliberale. La ripresa della guerra sottomarina indiscriminata riattizzò, al contempo, le tensioni con la Germania.

A servire da casus belli, però, fu il cosiddetto “telegramma Zimmermann”. Si trattava di una comunicazione del ministro degli esteri tedesco, Zimmermann, nella quale si prospettava la possibilità di un’alleanza col Messico in funzione antiamericana. Intercettato dai servizi britannici, il telegramma fu la goccia che fece traboccare il vaso.

In seguito alla dichiarazione di guerra, gli Stati Uniti cominciarono a inviare finanziamenti e massicci rifornimenti di materiale bellico, materie prime e approvvigionamenti ai paesi dell’Intesa.

Fu solo nell’agosto del 1917, però, che le prime truppe americane arrivarono in Europa, al comando del generale John Pershing. La mobilitazione totale coinvolse circa 4.000.000 di uomini, ma gli arrivi furono estremamente diluiti. Solo all’inizio del 1918, il corpo di spedizione americano riuscì a dislocare almeno un milione di uomini in Francia.

Dal punto di vista tattico e dell’addestramento, i soldati americani pagavano la mancanza di esperienza nella guerra di trincea e i comandanti prediligevano la tattica degli assalti frontali, ormai inefficace contro i reparti veterani tedeschi. Le perdite americane, a fine conflitto, furono di circa 110.000 uomini, di cui metà falcidiati dall’influenza spagnola.

Sebbene la presenza del corpo di spedizione americano si sia dimostrata rilevante solo in un secondo tempo, l’afflusso di truppe fresche ha avuto un peso, soprattutto sull’offensiva dei cento giorni che ha concluso la guerra. Il peso del contingente americano fu anche amplificato dalla presenza di un nemico ormai stremato e incapace di sostituire le proprie perdite.

Woodrow Wilson: dalla neutralità all’intervento in guerra.

di Alessandro Chebat

Thomas Woodrow Wilson nacque a Staunton, in Virginia, nel 1856 e crebbe ad Augusta, nello Stato della Georgia. Studiò alla Princeton University, laureandosi nel 1879 e nel 1886 ottenne il titolo di dottore in scienze politiche presso la Johns Hopkins University. Fu l’inizio di una brillante carriera universitaria: dal 1890 fu a Princeton e nel 1902 venne eletto rettore dell’università fino al 1910.

Avverso all’eccessivo potere guadagnato dal Congresso dopo la guerra di secessione, Wilson fu sostenitore del parlamentarismo, così da rafforzare il governo statunitense di fronte alle Commissioni del Congresso, che egli riteneva facilmente permeabili alla corruzione. Al contempo era un convinto assertore del fatto che i presidenti dovessero essere capi di partito allo stesso modo di un primo ministro. Le sue tendenze riformiste attirarono le attenzioni dei democratici del New Jersey che gli proposero di candidarsi alla carica di governatore dello stato. La vittoria alle elezione del 1910 lanciò la sua carriera politica. Come governatore adottò una serie di riforme tese a combattere la corruzione e a proteggere l’amministrazione pubblica dalle ingerenze dei grandi trust. Candidato dal Partito democratico alla Casa Bianca nel 1912, vinse le elezioni con una schiacciante maggioranza sui due candidati repubblicani: Theodore Roosevelt e William Howard.

Insediatosi ufficialmente il 4 marzo 1913, Wilson proseguì la sua azione riformatrice a livello nazionale, promuovendo la riduzione delle tariffe doganali, il controllo federale sul sistema bancario, l’applicazione della tassazione progressiva e la legalizzazione dello sciopero. Fu altresì vietato il lavoro minorile, mentre la giornata lavorativa degli addetti all’industria ferroviaria fu ridotta a otto. Pur essendo contrario ad interferire pesantemente negli affari esteri – tentando di promuovere una cooperazione con gli stati latino-americani – la presidenza Wilson fu comunque caratterizzata da diversi interventi militari, in ossequio alla dottrina Monroe. Nel 1915 gli Stati Uniti assunsero il controllo diretto di Haiti, nel 1916 sbarcarono a Santo Domingo, ove instaurarono un governo militare, e nel marzo dello stesso anno avviarono una campagna militare in Messico con l’obiettivo di catturare Pancho Villa e bloccare le incursioni di ribelli e banditi messicani in territorio americano. Spedizione dagli esiti strategicamente fallimentari e che si concluse con il ritiro americano nel febbraio del 1917.

Allo scoppio del Primo conflitto mondiale, nel 1914, restò fedele al suo impegno di mantenere l’America neutrale, ma fin dall’inizio del conflitto, tentò comunque di porsi senza successo come mediatore tra i belligeranti. Nei primi anni del conflitto, pur mantenendo i tradizionali stretti rapporti con l’Inghilterra, e nonostante le acque attorno alle isole britanniche fossero state dichiarate zona di guerra, Wilson assunse un atteggiamento super partes. Nel settembre del 1914 protestò vivamente contro il blocco navale imposto dalla Gran Bretagna alla Germania, sostenendo che avrebbe avuto ripercussioni negative sull’opinione pubblica americana.

Il 7 maggio 1915, il sommergibile tedesco U20 affondò senza preavviso il piroscafo Lusitania: annegarono 1198 passeggeri, dei quali 128 americani. Il fatto sconvolse l’opinione pubblica americana e Wilson inviò una dura nota di biasimo nella quale affermava che «Nessun avviso che si commetterà un atto illegale o disumano può essere accettato come scusa legittima di quell’atto». Tuttavia, Wilson, malgrado l’indignazione dell’opinione pubblica, non richiamò l’ambasciatore a Berlino, mantenendo la neutralità americana e proseguendo i rapporti diplomatici con la Germania.

A riconferma di tale atteggiamento, Wilson si scontrò duramente anche con Londra, di nuovo a causa di un incidente sui mari. Il 19 agosto dello stesso anno, il sommergibile tedesco U27 cannoneggiò e costrinse a fermarsi la nave da carico Nicosian, in viaggio da New Orleans verso l’Inghilterra. Un mercantile blindato inglese, il Baralong, si avvicinò all'U27 issando la bandiera a stelle e strisce per fingersi americano. A bordo nascondeva tre cannoni navali e un plotone di Royal Marines. Ammainata la bandiera statunitense, il Baralong innalzò quella britannica e aprì il fuoco contro il sommergibile. Dodici membri dell'equipaggio tedesco si buttarono in mare. Gli inglesi erano convinti - a torto - che quegli uomini fossero colpevoli di aver affondato poche ore prima un’altra nave, l'Arabic. Sei tedeschi furono uccisi subito, mentre altri sei, rifugiatisi nella sala macchine della Nicosian, furono snidati e uccisi e i loro corpi gettati in mare. L'ambasciatore tedesco a Washington protestò perché la bandiera statunitense era stata usata «per uccidere marinai tedeschi», un atto che in privato il segretario di Stato americano Robert Lansing definì «sconvolgente».

Tuttavia, i cospicui crediti e rifornimenti che gli Stati Uniti concedevano alla Gran Bretagna e alle altre potenze alleate iniziavano a minare la neutralità americana. Nei primi mesi del 1916 in Germania iniziò una violenta campagna anti-americana. Il 27 gennaio a Berlino, in occasione del genetliaco del Kaiser, venne issata sulla statua di Federico il Grande una bandiera americana listata a lutto, con un nastro su cui erano incise le parole: «Wilson e la sua stampa non sono l’America». Le immagini della manifestazioni ebbero ampia diffusione dentro e fuori la Germania. Un quotidiano tedesco dichiarò: «Federico il Grande fu il primo a riconoscere l’indipendenza della giovane repubblica, quando essa si affrancò dal giogo dell’Inghilterra, conquistando in anni di lotta la libertà con il sangue. Ora l’America manifesta la sua gratitudine al suo successore, Guglielmo II, sotto forma di parole ipocrite e di forniture di guerra al suo mortale nemico».

Lentamente ma inesorabilmente – a causa delle guerra sottomarina – le relazioni Germania-USA andarono peggiorando, malgrado il presidente americano continuasse a respingere le richieste di intervento inglesi e francesi. Il 1° maggio 1916 Wilson inviò l'ambasciatore statunitense in Germania - James W. Gerard - al quartier generale tedesco in Francia di Charleville, protestando direttamente con il Kaiser per i continui affondamenti di navi mercantili americane effettuati dai sommergibili tedeschi. Guglielmo II replicò attaccando la Gran Bretagna per il blocco navale e accusò di complicità gli Stati Uniti. A nome di Wilson, Gerard insistette perché il Kaiser limitasse i siluramenti alle sole navi da guerra. L'ambasciatore spiegò come Washington fosse disposta a permettere al personale dei sommergibili tedeschi di esercitare «il diritto di salire a bordo delle navi e di perquisirle» ma non che sarebbe stato più tollerato che silurassero o affondassero «imbarcazioni di qualsiasi genere, a meno che i passeggeri e l'equipaggio non fossero stati posti in salvo». La settimana successiva il governo tedesco fornì le garanzie richieste, non potendo correre il rischio che gli Stati Uniti entrassero in guerra. Ma l'ambasciatore, in una lettera a Wilson, espresse la convinzione che i tedeschi «sotto la spinta dell'opinione pubblica, dei von Tirpitz e dei partiti conservatori, riprenderanno la spietata guerra sottomarina in un prossimo futuro, probabilmente in autunno, e sicuramente verso febbraio o marzo del 1917».

Alle tensioni provocate dalla guerra sottomarina si aggiungeva il moto di indignazione provocato dalla la deportazione in Germania di 700 mila lavoratori belgi. Fra coloro che protestarono vi fu il cardinale Farley di New York, il quale dichiarò: «Bisogna risalire ai tempi dei Medi e dei Persiani per trovare un altro esempio di un intero popolo tratto in schiavitù». Il presidente Wilson, facendosi portavoce dell'indignazione della sua nazione per la deportazione dei belgi, diede istruzioni all'ambasciatore statunitense di sollevare la questione con il cancelliere tedesco. L’ex presidente Roosevelt - avversario di Wilson nelle precedenti elezioni - dichiarò che gli aiuti umanitari inviati ai belgi - di cui gli americani andavano fieri - facevano soltanto il gioco dei tedeschi, i quali estorcevano alla popolazione civile denaro e viveri lasciando che fossero altri a provvedere al suo sostentamento: «Chi fa professione di pacifismo dovrebbe meditare sul fatto che le nazioni neutrali, se avessero impedito l'invasione del Belgio - cosa possibile soltanto se ci fossero state la volontà e la capacità di usare la forza - con questo atto di "guerra" avrebbero risparmiato a uomini, donne e bambini innocenti quelle sofferenze e miserie cui ora la carità organizzata delle nazioni "pacifiche" del mondo spera di porre rimedio». Per essere ancora più chiaro l’ex presidente scomodò addirittura la Divina Commedia nella quale Dante «aveva riservato un luogo particolare di infamia a quegli angeli vili che non avevano osato schierarsi né con il bene né con il male».

Il 28 ottobre 1916 un altro piroscafo americano – il Lanao – fu affondato al largo del Portogallo e lo stesso giorno il transatlantico inglese Marina venne silurato senza preavviso: morirono 6 cittadini americani. In molti iniziarono a chiedersi fino a quando Wilson avrebbe tollerato tale stato di cose. Solo due giorni prima, in un discorso alla camera di commercio di Ciniciannati, il presidente aveva affermato: «Credo che il tempo della neutralità stia per scadere. La natura della guerra moderna non risparmia nessuno stato».

Nonostante ciò, Wilson non aveva del tutto abbandonato l’idea di giungere alla pace senza un intervento americano. Infatti, già nei primi mesi del 1915 e di nuovo all’inizio del 1916, Wilson aveva inviato in Europa il suo consigliere in politica estera – il colonnello Edward M. House – per un faccia a faccia con i leader inglesi, tedeschi e francesi. Nel maggio 1916, Wilson propose pubblicamente l’istituzione, nel dopoguerra, di un’organizzazione per la sicurezza internazionale, così da spingere le nazioni belligeranti ad accogliere da subito un'iniziativa di mediazione da parte degli Stati Uniti. Nel dicembre dello stesso anno invitò le nazioni in lotta a dichiarare pubblicamente i motivi per i quali stavano combattendo e, nel gennaio 1917, pronunciò un appassionato appello per porre fine alla guerra con un "pace senza vittoria" e la creazione di una League of peace che avrebbe incluso gli Stati Uniti.

Di fronte al fallimento di questi tentativi, la classe politica americana sia democratica che repubblicana era ormai persuasa dell’ineluttabilità della guerra, mentre la maggioranza dell’elettorato era ancora convinta che la guerra europea fosse un evento estraneo agli interessi americani. Wilson affrontò perciò le presidenziali del 1916 tenendo conto di questo stato d’animo e, con lo slogan «Ci ha tenuto fuori dalla guerra», in novembre fu rieletto con uno scarto di pochi voti sul candidato repubblicano. Nel frattempo, a fine anno Wilson chiese e ottenne un aumento degli stanziamenti per addestrare ed equipaggiare 500.000 soldati e un piano quinquennale per il rafforzamento della Marina.

All’inizio del 1917 l’ambasciatore tedesco a Washington, Johann von Bernstorf, informò il segretario di Stato Lansing che la Germania sia apprestava a inasprire la guerra sottomarina indiscriminata. Wilson riteneva sempre più difficile mantenere la neutralità, tuttavia in un discorso affermò: «Siamo amici sinceri del popolo tedesco e sinceramente desidero rimanere in pace con esso. Noi non crediamo che [il popolo tedesco] ci sia ostile a meno che o fino a quando non saremo costretti a crederci». La situazione precipitò il 16 gennaio, quando il nuovo ministro degli Esteri tedesco, Alfred von Zimmermann, mise a punto un piano per conquistarsi l'appoggio e l'alleanza del Messico nel caso in cui la guerra sottomarina indiscriminata avesse indotto gli Stati Uniti alla belligeranza. Il Messico - spiegò Zimmermann in un telegramma cifrato indirizzato al plenipotenziario tedesco a Città del Messico - avrebbe «riconquistato» i territori perduti nella guerra del 1848: il Texas, il Nuovo Messico e l'Arizona. La Germania e il Messico «avrebbero fatto insieme la guerra e insieme la pace». Il 23 gennaio, quando il telegramma di Zimmermann era ancora segretato, von Bernstorf, il quale non aveva perso la speranza di scongiurare l'intervento degli Stati Uniti, chiese a Berlino 50 mila dollari per “convincere” alcuni membri del Congresso a non rompere la neutralità. Il telegramma contenente tale richiesta fu decifrato a Londra due giorni prima che venisse recapitato a Berlino. Il 3 febbraio, quando non erano passate neppure due settimane da questo tentativo di “comprare” la neutralità americana, il sommergibile U53 affondò il mercantile americano Housatonic. Venutone a conoscenza Zimmermann disse all'ambasciatore statunitense: «Andrà tutto bene. L'America non farà niente, perché presidente Wilson è per la pace e solo per la pace. Tutto continuerà come prima». Tuttavia, quel giorno Wilson annunciò al Congresso che avrebbe rotto le relazioni diplomatiche con la Germania. Non era ancora la dichiarazione di guerra, ma era la fine dell'azione diplomatica che il presidente americano perseguiva da oltre due anni.

Intanto, il 19 febbraio, il telegramma Zimmermann venne decifrato in maniera sufficiente a comprenderne il senso dal controspionaggio britannico e trasmesso a Washington. Il 1° marzo il telegramma fu reso pubblico. Wilson chiese e ottenne dal Congresso di armare le navi americane, così che potessero difendersi dai potenziali attacchi sottomarini, mentre nell'opinione pubblica statunitense montava la rabbia antitedesca. Il 2 aprile 1917, Wilson chiese al Congresso di dichiarare guerra alla Germania. Il 4 aprile a Washington il Senato approvò l'entrata in guerra degli Stati Uniti e due giorni dopo anche la Camera dei deputati prese una decisione analoga. Era il 6 aprile 1917.

Nessuno dubitava che l'impatto delle truppe americane nel conflitto fosse potenzialmente enorme. Gli Stati Uniti avrebbero addestrato un milione di soldati, che sarebbero saliti a 3 milioni. Ma l'operazione avrebbe richiesto tempo: sarebbe passato almeno un anno prima che la grande macchina del reclutamento, dell'addestramento, del trasporto al di là dell'Atlantico e del rifornimento in Francia funzionasse a pieno regime. L'esercito statunitense era piccolo, e l'unica sua recente esperienza militare era stata l’inconcludente spedizione punitiva in Messico. Soltanto dopo un mese dalla dichiarazione di guerra alla Germania l'ex comandante della spedizione messicana, il generale John J. Pershing ricevette un telegramma piuttosto enigmatico: «Telegrafami oggi se e come parli, leggi e scrivi francese». Prima che Pershing avesse tempo di rispondere che il francese lo parlava «molto bene», si vide offrire il comando del corpo di spedizione americano.

Woodrow Wilson: from Princeton to intervention in WWI

by Alessandro Chebat

Thomas Woodrow Wilson was born in Staunton, Virginia, in 1856, and grew up in Augusta, Georgia. He was educated at Princeton University, graduating in 1879 and then obtaining a PhD in political science from Johns Hopkins University in 1886. It was the beginning of a brilliant academic career: in 1890 he taught at Princeton, and served as the elected President of the university from 1902 until 1910.

An opponent of the excessive power gained by Congress after the Civil War, Wilson was a supporter of the parliamentary system, seeking to strengthen the US government against congressional committees, which he believed to be open to corruption. At the same time it was his firm belief that presidents should be party leaders in the same way as prime ministers. His reformist tendencies attracted the attention of the New Jersey Democratic Party who nominated him as candidate for governor of the state. His victory in the 1910 gubernatorial election launched his political career. As governor he adopted a series of reforms to fight corruption and protect the public administration from interference by large trusts. The Democratic Party's candidate for the White House in 1912, he won the election with an overwhelming majority over the two Republican candidates: Theodore Roosevelt and William Howard Taft.

After officially taking office on 4 March 1913, Wilson continued his reforms at the national level, promoting the reduction of customs tariffs, federal control over the banking system, the application of progressive taxation and legalization of strikes. Child labour was also prohibited, while the working day of railway employees was reduced to eight hours. Although adverse to heavy intervention in foreign affairs - in an attempt to promote cooperation with Latin American states - the Wilson presidency was still marked by several military interventions, in accordance with the Monroe Doctrine. In 1915, the United States took direct control of Haiti, in 1916 US troops landed in Santo Domingo and established a military government, and in March of that year a military campaign was undertaken in Mexico with the aim of capturing Pancho Villa and putting a stop to raids by Mexican rebels and bandits in American territory. The expedition met with strategically disastrous outcomes and ended with a US withdrawal in February 1917.

At the outbreak of the First World War in 1914, he remained true to his commitment to maintain American neutrality, but from the beginning of the conflict tried unsuccessfully to act as a mediator between the warring parties. In the early years of the conflict, while maintaining the traditional close relations with England, and although the waters around the British Isles had been declared a war zone, Wilson assumed a position of impartiality. In September 1914, he protested strongly against the blockade imposed on Britain by Germany, claiming that it would have a negative impact on American public opinion.

On 7 May 1915, the German submarine U20 sank the ocean liner Lusitania without warning: 1,198 passengers drowned, including 128 Americans. The event outraged the American public and Wilson sent a harsh reprimand in which he stated that "no warning that an unlawful and inhumane act will be committed can possibly be accepted as an excuse for that act". However, Wilson, despite the public outrage, did not recall the ambassador in Berlin, maintaining American neutrality and continuing diplomatic relations with Germany.

As confirmation to this stance, Wilson also collided hard with London, once again over an incident on the seas. On 19 August of that year, the German submarine U27 fired upon and stopped the cargo ship Nicosian, which was travelling from New Orleans to England. A British armoured merchant ship, the Baralong, approached the U27 hoisting the Stars and Stripes and pretending to be American. Aboard the ship were three concealed naval guns and a platoon of Royal Marines. Lowering the US flag, the Baralong hoisted the British flag and opened fire on the submarine. Twelve German crew members jumped into the sea. The British were convinced - wrongly - that these men were guilty of having sunk another ship, the Arabic a few hours earlier. Six Germans were killed immediately, while another six, who took refuge in the engine room of the Nicosian, were flushed out, killed and their bodies thrown into the sea. The German ambassador to Washington protested that the American flag had been used "to kill German sailors", an act that the US Secretary of State Robert Lansing called "upsetting" in private.

However, the substantial loans and supplies that the US conceded to Britain and other Allied powers began to undermine the American neutrality. In early 1916, a violent anti-American campaign began in Germany. On 27 January, in Berlin, on the occasion of the birthday of the Kaiser, an American flag enshrouded with black crape was unfurled on the statue of Frederick the Great, with a ribbon which bore the words: "Wilson and his press are not America". The images of the events were widely spread both inside and outside Germany. A German newspaper stated: "Frederick the Great was the first to recognize the independence of the young Republic, after it had won its freedom from the yoke of England, at the price of its very heart's blood through years of struggle. His successor, Wilhelm II, receives the gratitude of America in the form of hypocritical phrases and war supplies to his mortal enemy".

Slowly but surely - due to submarine warfare - German-US relations were getting worse, despite the fact that the US President continued to reject British and French requests for intervention. On 1 May 1916, Wilson sent the US ambassador to Germany - James W. Gerard - to the German headquarters at Charleville France, to make direct protest to the Kaiser about the continuous sinking of American merchant ships by German submarines. William II replied by attacking Great Britain for the naval blockade and accusing the United States of complicity. On behalf of Wilson, Gerard insisted that the Kaiser restrict the torpedoing to only warships. The ambassador explained that Washington was willing to allow the crew of  German submarines to exercise "the right to board and search ships" but that the torpedoing or sinking of "vessels of any kind, unless the passengers and the crew had been placed in safety" would no longer be tolerated The following week the German government provided the requested guarantees, as it was unable to take the risk of the United States entering the war. But the ambassador, in a letter to Wilson, expressed his conviction that the Germans "under pressure of public opinion, von Tirpitz and the conservatives, will resume the ruthless submarine warfare in the near future, probably in the fall, and certainly around February or March 1917".

To the tensions caused by submarine warfare was added the indignation stirred up by the deportation to Germany of 700,000 Belgian workers. Among those who protested there was Cardinal Farley of New York, who declared: "We have to go back to the times of the Medes and Persians to find another example of a whole people taken into slavery". President Wilson, echoing the indignation of his nation over the deportation of the Belgians, gave instructions to the US ambassador to raise the issue with the German Chancellor. Former President Roosevelt - Wilson's opponent in the previous election - declared that the humanitarian aid sent to the Belgians - of which the Americans were so proud - was only to the benefit of the Germans, who extorted money and food from the civilian population, leaving it up to others to see to their subsistence: "Professional pacifists should think about the fact that the neutral nations, if they had prevented the invasion of Belgium - which would have been possible only if there had been the will and the ability to use force - by this act of "war" would have spared innocent men, women and children from those sufferings and miseries which the charity organized by the "peaceful" nations of the world now hopes to remedy". To make himself even clearer, the former president even paraphrased the Divine Comedy in which Dante “had reserved a special place of infamy to those vile angels who had not dared to take sides with either good or evil".

On 28 October 1916, another American ocean liner - the Lanao - was sunk off the coast of Portugal and the same day the British ocean liner Marina was torpedoed without warning: six American citizens were killed. Many began to wonder how long Wilson would tolerate this state of affairs. Only two days before, in a speech to the Cincinnati Chamber of Commerce, the president had said: "I believe that the business of neutrality is over. The nature of modern war leaves no State untouched".

Nevertheless, Wilson had not entirely abandoned the idea of ​​achieving peace without American intervention. In fact, in the early months of 1915 and again in early 1916, Wilson had sent his foreign policy adviser - Colonel Edward M. House - to Europe for face-to-face talks with British, German and French leaders. In May 1916, Wilson publicly proposed the establishment of an organization for international security after the war, so as to push the warring nations to immediately agree to a mediation initiative by the United States. In December of the same year he asked the warring nations to publicly state the reasons why they were fighting, and in January 1917, he delivered an impassioned plea to end the war with a "peace without victory" and the creation of a League for Peace that would include the United States.

Given the failure of these attempts, the American political parties, both Democrat and Republican, had become convinced of the inevitability of war, whereas the majority of the electorate was still convinced that the European war was an event that lay outside of American interests. Thus Wilson's campaign in the 1916 presidential election took this state of mind into account and, with the slogan "He kept us out of war", in November he was re-elected by a margin of a few votes over the Republican candidate. Meanwhile, at the end of the year Wilson asked for and received an increase in funding to train and equip 500,000 soldiers and a five-year plan to strengthen the Navy.

At the beginning of 1917 the German Ambassador in Washington, Johann von Bernstorf, informed Secretary of State Lansing that Germany was preparing to escalate unrestricted submarine warfare. Wilson found it increasingly difficult to maintain neutrality, but in a speech stated: "We are the sincere friends of the German people and earnestly desire to remain at peace with the Government which speaks for them. We shall not believe that they [the German people] are hostile to us unless and until we are obliged to believe it". The situation worsened on 16 January, when the new German Foreign Minister, Alfred von Zimmermann, devised a plan to win the support and alliance of Mexico in the event that indiscriminate submarine warfare led the United States to declare war. Mexico - Zimmermann explained in an encrypted telegram addressed to the German plenipotentiary in Mexico City - would be able to "reconquer"  territories lost in 1848: Texas, New Mexico and Arizona. Germany and Mexico "would make war and peace together". On 23 January, when the Zimmermann telegram was still classified, von Bernstorf, who had not lost hope of avoiding the intervention of the United States, asked Berlin for fifty thousand dollars to "convince" some members of Congress not to break neutrality. The telegram containing this request was deciphered in London two days before it was delivered in Berlin. On 3 February, not even two weeks after this attempt to "buy" American neutrality, the submarine U53 sank the American merchant ship Housatonic. After being made aware of this Zimmermann told the US Ambassador: "Everything will be fine. America will do nothing, because President Wilson is for peace and only peace. Everything will continue as before". However, that day Wilson announced to Congress that he would break off diplomatic relations with Germany. It was not a declaration of war, but it was the end of the diplomacy that the American president had been pursuing for over two years.

Meanwhile, on 19 February, the Zimmermann telegram had been deciphered sufficiently to understand its meaning by the British counter-espionage service and sent to Washington. On 1 March, the telegram was made public. Wilson sought and obtained from Congress the authority to arm American ships so that they could defend themselves from potential attack by submarines, while in the US public anger against Germany was mounting. On 2 April 1917, Wilson asked Congress to declare war on Germany. On 4 April, in Washington, the Senate approved the entry of the United States into the war, and two days later the House of Representatives took a similar decision. It was 6 April 1917.

No one doubted that the potential impact of American troops in the conflict would be enormous. The United States had trained a million soldiers, a number that would rise to three million. But the operation would take time: it would be at least a year before the great machine of recruitment, training, and trans-Atlantic transport and supply in France was working at full capacity. The US military was small, and its only recent military experience had been the inconclusive punitive expedition into Mexico. Only a month after the declaration of war on Germany the former commander of the Mexican expedition, General John J. Pershing, received a rather cryptic telegram: "Telegram me today whether and how you speak, read and write French". Before Pershing had time to reply that he spoke French "very well", he was offered the command of the American Expeditionary Force.

L'ufficio stampa di guerra e l'organizzazione della Propaganda in Austria-Ungheria

di Joachim Bürgschwentner

 

Sin dagli albori, la Prima Guerra Mondiale fu anche una guerra mediatica. Agli inizi, nella maggior parte dei Paesi, quindi anche nella monarchia asburgica, una serie di attori operava nel settore della mobilizzazione. Nel 1917 furono compiuti passi importanti verso la centralizzazione e la professionalizzazione della propaganda di Stato.

Sin dagli albori, la Prima Guerra Mondiale fu anche una “guerra mediatica”. Già nelle prime settimane divenne evidente quale fosse l’importanza attribuita all’influenza dell’opinione pubblica sul territorio nazionale e all’estero. A ciò si contrappone, tuttavia, il fatto che nel 1914, allo scoppio della guerra, nessuno dei Paesi coinvolti nel conflitto disponesse di un apparato propagandistico efficace. L’ambito dell’agitazione patriottica e della mobilizzazione sociale era un campo di sperimentazione nel quale, accanto a diversi uffici e autorità, operavano anche associazioni e comunità religiose nonché imprese private e persone fisiche. Solo con l’avanzare della guerra si assistette a un aumento dell’istituzionalizzazione e della professionalizzazione.

A tale riguardo, l’istituto più importante della monarchia asburgica era l’imperialregio Quartiere della Stampa di Guerra (k.u.k. Kriegspressequartier ovvero KPQ), già pianificato nel 1909. Direttamente subordinato, in quanto sottogruppo del Comando Supremo (Armeeoberkommando), al capo di Stato Maggiore, esso diede inizio alla propria attività nell’ambito della mobilizzazione il 28 luglio 1914 con un organico di dieci persone sotto la direzione del maggior generale Maximilian Ritter von Hoen. Nel corso della guerra, il KPQ si trasformò successivamente da piccola unità mobile vicina al fronte in un diffuso apparato con sede stabile nell’entroterra. Nel 1917 esso occupava già 292 persone, numero destinato a triplicarsi nel giro di un anno e mezzo fino ad arrivare a quota 880 (ottobre 1918).

Il KPQ “assisteva” ovvero controllava i corrispondenti di guerra, stranieri e non, ammessi al fronte. Inoltre, occupava numerosi, in parte assai noti, letterati e artisti per dotare attivamente la stampa di testi e materiale fotografico. In seno al KPQ fu deciso quali notizie e illustrazioni di carattere militare potevano essere inoltrate alla stampa, con il che veniva esercitata una significativa funzione di censura. Il KPQ era quindi l’interfaccia centrale per le informazioni tra il fronte e l’entroterra.

Il KPQ era sì un ente centrale ma da solo non copriva affatto l’intero ambito della censura o della propaganda, bensì cooperava e competeva con una serie di altri enti. Il Ministero degli Esteri e il relativo ufficio stampa per esempio rivendicavano a sé la direzione della propaganda estera. Parallelamente al KPQ, l’ufficio stampa del Ministero della Guerra a sua volta produceva, raccoglieva e distribuiva materiale fotografico alla stampa nazionale ed estera e sviluppava, al pari dell’Archivio di guerra, un’intensa attività pubblicistica. Da notare come il Kriegspressequartier e gli altri uffici stampa – come il loro nome stesso suggerisce – nel complesso si concentrassero soprattutto sulla stampa, senza in pratica avviare altre iniziative di massa per la mobilizzazione della loro popolazione.  Questo settore rimase riservato ad altre organizzazioni statali, in particolare agli enti di assistenza di guerra o al Ministero della pubblica istruzione ed era altresì fortemente caratterizzato da impulsi che provenivano dalla popolazione stessa.

Per la sfiducia e la paura che i segreti militari potessero essere svelati dai resoconti di stampa, nei primi mesi della guerra i militari tentarono di tenere i reporter lontani dal fronte anziché impiegarli come arma. Alla fine di agosto 1914, i reporter si lamentavano così: “Lontani da tutti gli eventi bellici [...] per i nostri resoconti ci rimettiamo unicamente ai comunicati ufficiali, che possiamo solo commentare e parafrasare”. Invece essi rivendicavano: “Scrittori e pittori devono diventare testimoni oculari degli eventi di guerra”, perché solo rappresentazioni e immagini autentiche possono “preservare il popolo da un senso di stanchezza per la guerra, utilizzando tutti gli strumenti di potere della stampa e dell’arte”. Nei primi mesi del conflitto, l’accesso limitato al fronte comportò che la stampa e i produttori di cartoline illustrate – tra cui anche l’assistenza ufficiale di guerra – si servissero di illustrazioni di cartellonisti per coprire il fabbisogno di immagini di guerra da parte della popolazione. Solo a poco a poco il comando dell’esercito riconobbe il potere delle immagini di influenzare l’immaginario collettivo della guerra sia sul proprio “fronte della patria” sia a livello internazionale.

La produzione e la distribuzione di immagini erano fortemente caratterizzate dalla collaborazione tra operatori statali, privati ed economici. Inizialmente fu chiesto a fotografi amatoriali nell’ambito militare di inviare i loro scatti e di metterli a disposizione per la pubblicazione. Parallelamente, lo staff dei fotografi e artisti di guerra fu ampliato di continuo e fu incrementata la produzione cinematografica. L’imprenditore privato Alexander Graf Kolowrat-Krakowsky, fondatore e proprietario della “Sascha-Film”, ebbe la direzione della cineteca dal 1915 al 1917. Accanto ai (foto)reporter e agli artisti inviati e assunti dal KPQ, anche i giornali potevano inviare collaboratori al fronte; per tutti valeva la regola secondo cui le fotografie - previamente approvate dalla censura - dovevano solo in parte essere consegnate al KPQ – mentre il resto rimaneva loro per l’elaborazione commerciale. Viceversa, i militari misero gratuitamente le loro fotografie a disposizione di agenzie e case editrici nazionali e internazionali per influenzare così l’opinione pubblica. In rappresentanza della svolta nell’approccio che ebbe luogo tra il 1914 e il 1917 per quanto concerne il reporting di guerra si citano le parole di Richard von Damaschka, responsabile del reparto fotografia dell’Archivio di guerra, tratte da una conferenza da lui tenuta nel novembre 1917. “Come con nessun altro mezzo, con la diffusione in massa di immagini di guerra in giornali illustrati si è offerta la possibilità di una propaganda bellica diffusa e convincente. Non è solo retorica definire la fotografia sotto questo profilo persino come un’arma”.

Il mutamento di mentalità circa la validità della propaganda (fotografica) si ripercosse anche in cambiamenti istituzionali. Come accaduto in Gran Bretagna e nel Reich tedesco, nei primi sei mesi del 1917 anche nella monarchia asburgica furono compiuti passi importanti verso la professionalizzazione e la centralizzazione della propaganda di Stato. Nel frattempo il KPQ, da piccola unità mobile, era diventato un imponente apparato con sede stabile a Vienna, la cui direzione fu assunta nel gennaio 1917 dall’ex vice-direttore, colonnello Wilhelm Eisner-Bubna. Come già aveva fatto il suo predecessore, egli mosse la critica secondo cui la propaganda fotografica “come del resto tutta la nostra propaganda, è completamente decentrata” e osservava come si dovesse assolutamente porre rimedio a questo disagio. Da gennaio a maggio ebbe luogo una serie di incontri degli enti coinvolti nella propaganda fotografica, che si conclusero con significativi aumenti di competenza a favore del KPQ. Tra gli altri, la propaganda estera del Ministero degli Esteri, la cineteca dell’Archivio di guerra e l’attività propagandistica del Ministero della Guerra furono tutte trasferite al KPQ. Alla fine del 1917, il KPQ sintetizzò in una relazione con tono consapevole che la sua incrementata attività propagandistica “unitamente ai successi ottenuti con le armi, ha contributo in misura straordinaria a conferire nuova importanza all’Austria-Ungheria in quanto fattore politico”. Meno di un anno dopo la monarchia era ormai tramontata. Il k.u.k. Kriegspressequartier segnò il proprio declino distruggendo una gran parte dei suoi archivi.

 

Bibliografia:

Holzer, Anton: Die andere Front. Fotografie und Propaganda im Ersten Weltkrieg, Darmstadt 2007.

Reichel, Walter, "Pressearbeit ist Propagandaarbeit". Medienverwaltung 1914-1918. Das Kriegspressequartier (KPQ) (Mitteilungen des österreichischen Staatsarchivs. Sonderband 13), Vienna 2016.

 

The War Press Office and the Organization of Visual Propaganda in Austria-Hungary

by Joachim Bürgschwentner

The First World War from the beginning was also a war waged through the media. In the Habsburg monarchy, as in most countries, there were initially multiple players operating the field of mobilisation. In 1917 important steps were taken towards centralising and professionalising state propaganda.

The First World War was from the beginning a “war waged through the media“. From the very first weeks it became clear how important it was to exert influence on public opinion – both at home and abroad. In contradiction to this, however, the fact remains that when the war broke out in 1914 an effective propaganda machine did not exist in any of the belligerent nations. Patriotic agitation and social mobilisation were a field of experimentation, in which various official agencies and authorities operated alongside associations and religious communities as well as private companies and individuals. Institutionalisation and professionalisation increased only as the war went on.

The most important institution in this regard in the Habsburg monarchy was the Austro-Hungarian War Press Office (Kriegspressequartier or KPQ), which had been planned as early as 1909. It commenced its activities during mobilisation on 28 July 1914 with a staff of ten employees under the command of Major General Maximilian Ritter von Hoen and reported as a subsection of the Army Command (Armeeoberkommando or AOK) directly to the Chief of the General Staff. During the war the KPQ subsequently grew from a small mobile unit near the front to a large-scale apparatus with permanent headquarters in the hinterland. In 1917 it was already employing 292 people; this number tripled over the following year and a half to 880 people (October 1918).

The KPQ “guided“ or controlled the domestic and foreign war correspondents authorised to go to the front. In addition the KPQ engaged numerous literati, some of whom were very well known, in order to proactively provide the press with text and images. The KPQ even decided which military news items and illustrations were to be passed on to the press, thereby exercising an important function of censorship. The KPQ was therefore the central information interface between the front and the hinterland.

The KPQ occupied one central position nevertheless it did not cover the whole area of censorship or propaganda alone, but co-operated and competed with a series of other offices. For instance, the Ministry for Foreign Affairs and its own press office claimed to carry out foreign propaganda.  The press office of the Ministry for War on the other hand produced, collected and distributed visual materials to the national and foreign press in parallel to the KPQ and ran its own flourishing publishing operations, as well as the War Archives. On the whole it is striking that the War Press Office and other press offices– as their name suggests – concentrated primarily on the press, and took hardly any widespread initiatives that would have had an impact on the mobilisation of their own populations. This area was left to other public organisations, in particular, for example to the war relief centres and the Ministry for Education and Teaching, and also received a major boost from the populace itself.

Out of distrust and fear that press coverage could lead to military secrets being revealed, the military attempted in the first months of the war to keep the correspondents well away from the front, instead of employing them as a weapon. As a result, in late August 1914, the correspondents complained that being “far away from all war operations [...] our reporting relies totally on official communiqués, which we are only allowed to comment and paraphrase”. Instead, they claimed that “writers and painters were to be the eyewitnesses of the war operations” because only authentic descriptions and pictures can “with all the means of power of the press and art prevent the people from tiring of the war“. Restricted access to the front in the early months of the war led to the press and picture postcard producers – including also official wartime welfare – having to make do with illustrations by commercial artists to cover the demand of the population for images of the war. Only little by little did the military command acknowledge the power of visuals to influence people’s ideas of war both on their own “home front“ as well as at international level.

The production and distribution of visuals was strongly characterised by the co-operation between state, private and economic players. First of all amateur photographers in the military were requested to send in their photographs and make them available for publication. Parallel to this, the staff of war photographers and artists was constantly expanded and the production of films accelerated. The management of the film department from 1915 to 1917 included the private entrepreneur Alexander Graf Kolowrat-Krakowsky, founder and owner of the “Sascha-Film” film production company. Besides the (photo) reporters and artists employed by the KPQ, newspapers were also allowed to dispatch staff to the front, on the condition that they had to hand over a part of their visuals to the KPQ – naturally after they had been censored – while they could keep the rest for their own commercial purposes. On the contrary, the military made its photos available free of charge to (inter)national agencies and publishers in an effort to influence public opinion. With regard to war reporting, a quote from a lecture given by Richard von Damaschka, the manager of the photo department of the War Archives, from November 1917 is representative of the change in thinking that had occurred between 1914 and 1917: “The mass diffusion of images of the war in magazines at home and abroad offers a unique opportunity to conduct extensive, convincing war propaganda. And it is no empty expression when one goes so far as to refer to photography in this sense as an instrument of war.“

The rethink in the value of (visual) propaganda was also reflected in institutional changes. Just as in Great Britain and in the German Reich, in the Habsburg Monarchy too in the first half of 1917 major steps were undertaken to professionalise and centralise state propaganda. The once small mobile unit of the KPQ had in the meantime become a massive machinery with permanent headquarters in Vienna, which the former vice director, Colonel Wilhelm Eisner-Bubna became head of in January 1917. He criticised, just like his predecessor had, that visual propaganda “like all our propaganda generally, is completely decentralised“and that these evils had to be urgently remedied. From January to May a series of meetings took place within the authorities that dealt with visual propaganda, which ended with a significant increase in competencies for the KPQ. Amongst other things, the foreign propaganda of the Ministry for Foreign Affairs, the film department of the War Archives, and the propaganda activities of the War Ministry were all transferred to the KPQ. Towards the end of 1917, the KPQ summarised self-confidently in a report that its increase in propaganda activities “together with the achievements in weaponry has contributed to a great degree to giving Austria-Hungary a new significance as a political factor”. Less than a year later, the Monarchy was history. The Austro-Hungarian War Press Office demise began with the elimination of the majority of its stock.

 

Bibliography:

Holzer, Anton, Die andere Front. Fotografie und Propaganda im Ersten Weltkrieg, Darmstadt 2007.

Reichel, Walter, "Pressearbeit ist Propagandaarbeit". Medienverwaltung 1914-1918. Das Kriegspressequartier (KPQ) (Mitteilungen des österreichischen Staatsarchivs. Sonderband 13), Vienna 2016.

Kriegspressequartier und Organisation der Bildpropaganda im der oesterreichisch-ungarisch Monarchie

von Joachim Bürgschwentner

 

Der Erste Weltkrieg war von Beginn an auch ein Medienkrieg. In den meisten Ländern, so auch in der Habsburgermonarchie, war anfangs eine Vielzahl an Akteuren im Bereich der Mobilisierung tätig. 1917 wurden wichtige Schritte in Richtung Zentralisierung und Professionalisierung der staatlichen Propaganda gesetzt.

Der Erste Weltkrieg war von Beginn an auch ein „Medienkrieg“. Bereits in den ersten Wochen wurde deutlich, welche Bedeutung der Einflussnahme auf die öffentliche Meinung – im In- wie im Ausland – zukam. Im Widerspruch dazu steht allerdings die Tatsache, dass bei Kriegsausbruch 1914 in keinem der kriegführenden Staaten ein effektiver Propagandaapparat bestand. Der Bereich der patriotischen Agitation und gesellschaftlichen Mobilisierung war ein Experimentierfeld, auf dem neben verschiedenen Ämtern und Behörden auch Vereine und Religionsgemeinschaften sowie privatwirtschaftliche Unternehmen und Einzelpersonen agierten. Erst mit Fortschreiten des Krieges erfolgte eine zunehmende Institutionalisierung und Professionalisierung.

Die wichtigste diesbezügliche Einrichtung in der Habsburgermonarchie war das k. u. k. Kriegspressequartiers (KPQ), das bereits im Jahre 1909 geplant worden war. Es nahm im Zuge der Mobilisierung am 28. Juli 1914 mit einem Personalstand von zehn Personen unter Leitung von Generalmajor Maximilian Ritter von Hoen seine Tätigkeit auf und unterstand als Untergruppe des Armeeoberkommandos (AOK) direkt dem Generalstabschef. Im Laufe des Krieges wurde das KPQ sukzessive von einer kleinen mobilen Einheit in Frontnähe zu einem weitläufigen Apparat mit festem Sitz im Hinterland ausgebaut. 1917 beschäftigte es bereits 292 Personen; diese Zahl verdreifachte sich in den folgenden eineinhalb Jahren auf 880 Personen (Oktober 1918).

Das KPQ „betreute“ bzw. kontrollierte die zur Front zugelassenen in- und ausländischen Kriegsberichterstatter. Darüber hinaus beschäftigte es zahlreiche, zum Teil sehr bekannte, Literaten und Künstler um die Presse aktiv mit Text- und Bildmaterial versorgen zu können. Im KPQ wurde entschieden, welche militärischen Nachrichten und Illustrationen überhaupt an die Presse weitergeleitet werden durften, womit eine bedeutende Zensurfunktion ausgeübt wurde. Das KPQ war damit die zentrale Informationsschnittstelle zwischen Front und Hinterland.

Das KPQ nahm zwar eine zentrale Stellung, deckte jedoch keineswegs den gesamten Bereich der Zensur bzw. Propaganda alleine ab, sondern kooperierte und konkurrierte mit einer Reihe anderer Stellen. Beispielsweise beanspruchten das Außenministerium und dessen Pressebüro für sich, die Auslandspropaganda zu leiten. Das Pressebüro des Kriegsministeriums wiederum produzierte, sammelte und verteilte parallel zum KPQ Bildmaterial an die in- und ausländische Presse und entwickelte, ebenso wie das Kriegsarchiv, eine rege publizistische Tätigkeit. Insgesamt ist auffallend, dass sich das Kriegspressequartier und die anderen Pressebüros – wie ihr Name bereits sagt – vor allem auf die Presse konzentrierten, während sie kaum darüber hinausgehende massenwirksame Initiativen zur Mobilisierung der eigenen Bevölkerung setzten. Dieser Bereich blieb anderen staatlichen Organisationen, insbesondere etwa den Kriegsfürsorgestellen oder dem Ministerium für Kultus und Unterricht, überlassen und war zudem stark von Impulsen, die aus der Bevölkerung selbst hervorgingen, geprägt.

Aus Misstrauen und Angst, dass durch Presseberichterstattung militärische Geheimnisse verraten werden könnten, versuchten die Militärs in den ersten Monaten des Krieges eher, die Berichterstatter von der Front fern zu halten, anstatt sie als Waffe einzusetzen. So beschwerten sich die Berichterstatter Ende August 1914, „fernab von allen kriegerischen Vorgängen [...] sind wir für unsere Berichte ganz allein auf amtliche Communiques angewiesen, die wir nur kommentieren und paraphrasieren dürfen“. Sie forderten hingegen, dass „Schriftsteller und Maler müssen Augenzeugen der Kriegsvorgänge werden“, denn nur authentische Schilderungen und Bilder können dazu führen „mit allen Machtmitteln der Presse und der Kunst das Volk von einer Kriegsmüdigkeit zu bewahren“. Der restriktive Frontzugang führte in den ersten Kriegsmonaten dazu, dass sich Presse und Ansichtskartenproduzenten – darunter auch die offizielle Kriegsfürsorge – mit Illustrationen von Gebrauchsgrafikern behalfen, um den Bedarf der Bevölkerung nach Kriegsbildern zu decken. Erst nach und nach erkannte die Armeeführung die Macht der Bilder, um Vorstellungen des Krieges sowohl an der eigenen „Heimatfront“ wie auch auf internationaler Ebene zu beeinflussen.

Die Bildproduktion und -distribution war stark von der Zusammenarbeit zwischen staatlichen, privaten und wirtschaftlichen Akteuren geprägt. Zunächst wurden Amateurfotografen im Militär ersucht, ihre Aufnahmen einzusenden und zur Veröffentlichung zur Verfügung zu stellen. Parallel wurde der Stab von Kriegsfotografen sowie Kriegskünstlern konstant ausgebaut und die Filmproduktion forciert. Die Leitung der Filmstelle hatte von 1915-1917 der Privatunternehmer Alexander Graf Kolowrat-Krakowsky, Gründer und Inhaber der „Sascha-Film“, inne. Neben den vom KPQ angestellten (Bild)Berichterstattern und Künstlern konnten auch Zeitungen Mitarbeiter an die Front entsenden; für alle galt, dass sie nur einen Teil ihrer  Bilder an das KPQ abgeben mussten, während ihnen der Rest – natürlich vorher von Zensur freigegebenen –zur eigenen kommerziellen Verarbeitung blieb. Umgekehrt stellte das Militär seine Fotos internationalen Agenturen und Verlagen kostenlos zur Verfügung, um so die öffentliche Meinung zu beeinflussen. Stellvertretend für das Umdenken, das zwischen 1914 und 1917 in punkto Kriegsberichterstattung stattgefunden hatte, sei aus einem Vortrag von Richard von Damaschka, dem Leiter der Fotoabteilung im Kriegsarchiv, aus dem November 1917 zitiert: „Durch massenhafte Verbreitung von Kriegsbildern in illustrierten Blättern des In- und Auslandes ist wie durch kein anderes Mittel die Möglichkeit einer ausgebreiteten, überzeugenden Kriegspropaganda geboten. Und es ist kein leeres Wort, wenn man die Photographie in dieser Hinsicht sogar als Kampfmittel bezeichnet.“

Das Umdenken über die Wertigkeit von (Bild)Propaganda schlug sich auch in institutionellen Änderungen nieder. Ebenso wie in Großbritannien und dem Deutschen Reich erfolgte auch in der Doppelmonarchie im ersten Halbjahr 1917 wichtige Schritte zur Professionalisierung und Zentralisierung der staatlichen Propaganda. Aus der einst kleinen mobilen Einheit des KPQ war inzwischen ein ausgeprägter Apparat mit festem Sitz bei Wien geworden, dessen Leitung im Jänner 1917 der bisherige Stellvertreter Oberst Wilhelm Eisner-Bubna übernahm. Er kritisierte, wie schon sein Vorgänger, dass die Bildpropaganda „ebenso wie unsere ganze Propaganda überhaupt, völlig dezentralisiert ist“ und dass man diesen Übelständen dringend abhelfen müsste. Von Jänner bis Mai fanden eine Reihe von Besprechungen der an der Bildpropaganda involvierten Stellen statt, die mit bedeutenden Kompetenzzuwächsen für das KPQ endeten. Unter anderem wurden die Auslandspropaganda des Außenministeriums, die Filmstelle des Kriegsarchivs, und die Propagandatätigkeit des Kriegsministeriums allesamt dem KPQ übertragen. Zu Jahresende 1917 resümierte das KPQ in einem Bericht selbstbewusst, dass seine gesteigerte Propagandatätigkeit „im Verein mit den Waffenerfolgen in hervorragendem Maße dazu beigetragen hat, Österreich-Ungarn als politischem Faktor eine neue Bedeutung zu geben“. Weniger als ein Jahr später war die Monarchie Geschichte. Das k. u. k. Kriegspressequartier beging seinen Untergang damit, einen Großteil seiner Bestände zu vernichten.

Bibliographie:

Holzer, Anton: Die andere Front. Fotografie und Propaganda im Ersten Weltkrieg, Darmstadt 2007.

Reichel, Walter, "Pressearbeit ist Propagandaarbeit". Medienverwaltung 1914-1918. Das Kriegspressequartier (KPQ) (Mitteilungen des österreichischen Staatsarchivs. Sonderband 13), Vienna 2016.

La battaglia dello “Chemin des Dames”

di Helena Trnkova

Per tutta la durata della Grande Guerra, le armate francese e tedesca si contendevano uno stretto sentiero situato a nord-est della Francia, noto come lo “Chemin des Dames”. Durante i combattimenti, che raggiunsero l’apice con l’offensiva Nivelle del 16 aprile 1917, caddero trecentomila uomini. Per queste ragioni, il settore è ricordata come una delle peggiori del fronte occidentale.

«Se scavassimo una fossa comune che va da La Malmaison a Craonne, quel tratto [lo “Chemin des Dames”] dovrebbe essere dieci volte più largo per poter contenere tutti i morti che è costato. Eccoli, trecentomila, tedeschi e francesi, i loro battaglioni stretti insieme in un indissolubile ed eterno abbraccio» scrive Roland Dorgelès nel suo romanzo dedicato allo Chemin des Dames.

Questo sentiero, situato nel dipartimento francese di Aisne tra Soissons, Laon e Reims, si snoda per 25,9 km tra Aizy-Jouy e Corbeny. Creato verso il 1780 per agevolare i viaggi delle figlie di Luigi XV, data la sua posizione strategica ben presto divenne luogo di scontri ricorrenti. Nel marzo 1814 Napoleone vince qui la battaglia contro i prussiani; ancora, nel 1914-1918 questa stradicciola fa da scenario agli scontri ma anche alla convivenza – protrattasi per lunghi mesi in immediata vicinanza, nelle caverne scavate nel terreno roccioso– di francesi e tedeschi.

L’attività militare raggiunge il culmine con l’offensiva francese dell’aprile-maggio 1917 sferrata dal generale Robert Nivelle che le ha dato il nome, il 16 aprile 1917 a Craonne. Sperando di poter fare breccia con uno sfondamento decisivo che permettesse di rilanciare una guerra di movimento, quest’ultimo prefigura un’operazione su ampia scala che non risparmia risorse materiali né forze umane. Le unità presenti constano di due armate d’assalto (la VIa e la Va armata) e di una di rincalzo (la Xa armata), equivalenti a 53 divisioni. La vastità dell’operazione è percepita dagli stessi soldati. Louis Désalbres li rammenta nel suo taccuino come «la marea umana che risale lentamente verso le linee». In effetti, il mattino del 16 aprile, circa 180.000 uomini sono radunati ai piedi delle posizioni tedesche. La seconda linea conta 100.000 soldati di fanteria, ma anche quasi tutta l’artiglieria e i reggimenti territoriali a supporto dei corpi d’armata di testa: in totale, circa 250.000 uomini. La terza linea è composta da circa 120.000 uomini. La quarta linea, dispiegata tra Aisne e Vesle, 180.000 e la quinta, sulla Marna, intorno a Château-Thierry, dispone di altri 55.000 uomini. Se allarghiamo il perimetro e includiamo gli attacchi del 17 aprile, si aggiungono a questo elenco alcune altre unità. Per quest’operazione, nel complesso, viene schierato un milione di uomini in un settore del fronte di 40 km circa.

La posizione francese è sfavorevole. I “poilus” [denominazione per i fanti francesi al fronte] occupano le posizioni più basse, ai piedi delle colline dominate dai tedeschi trincerati nelle loro linee ben strutturate e fortificate. Presenti sul territorio dal 1914, hanno scavato nel terreno roccioso un dedalo di gallerie e caverne (le “creutes”), adatte per resistere agli assalti dell’artiglieria francese. Inoltre, grazie alla loro posizione sopraelevata, i soldati francesi che tentano di scalare a fatica quel ripido pendio diventano facili bersagli.

Il tempo non gioca più a favore dei francesi. A metà aprile, la pioggia e il nevischio trasformano il terreno in un lago di fango, rallentando ancora di più ogni tentativo di movimenti rapidi e provocando, al contempo, un vero e proprio disastro sanitario.

L’offensiva è lanciata all’alba. I racconti dei testimoni narrano di una breve fase di avanzamento, stroncata sul nascere dalla comparsa delle mitragliatrici. Sebbene l’efficacia di queste ultime varii a seconda del settore, data la solidità della resistenza tedesca, il fallimento si fa certezza nel giro di poco tempo. Nonostante i numerosi tentativi di rilancio degli assalti –tre il 16 da parte del 1° battaglione di fronte a Craonne, uno il 17 e un altro il 19 aprile–, lo slancio offensivo finisce per sgretolarsi ovunque con l'attacco alle prime linee tedesche. Riprende e si protrae per mesi la guerra di posizione. I tedeschi realizzarono uno sfondamento decisivo il 27 maggio 1918 che consente loro di prendere il controllo su tutta la regione. Il loro slancio, però, viene fermato agli inizi di giugno. Il contrattacco francese del mese successivo –luglio 1918– porta alla sconfitta definitiva delle armate tedesche sul fronte occidentale.

Il bilancio dell’operazione di aprile 1917 è raccapricciante: secondo J. F. Jagielski, fra il 16 e il 25 aprile cadono in battaglia 30.000 uomini, oltre a 100.000 sono feriti e 4.000 dispersi. In dieci giorni, 134.000 uomini vengono messi fuori combattimento. La cocente sconfitta dell’operazione contribuisce a minare le speranze di una rapida fine della guerra, causando un diffuso sgomento in seno all’esercito. Il 15 maggio Nivelle viene sostituito dal generale Philippe Pétain come comandante in capo all’armata francese, che in quel momento era attraversata da ampi movimenti di protesta.

L’offensiva dello Chemin des Dames diventa la metafora della violenza dei combattimenti e delle sofferenze inflitte ai soldati. Nella cultura popolare francese, la Chanson de Craonne è il simbolo che incarna le aspirazioni antimilitariste. Tuttavia, il suo ricordo fatica ad aprirsi un varco nei discorsi ufficiali. All’epoca dei fatti, l’evidenza del fallimento dell’offensiva è minimizzata tanto quanto erano state propagandate le aspettative che aveva suscitato. La commissione d’inchiesta riesce persino a trasformare questa sconfitta in una parziale vittoria; in altre occasioni, viene semplicemente negata. Ancora oggi la battaglia dello Chemin des Dames è poco presente nella storiografia, cancellata per lasciare spazio ad altre grandi operazioni militari condotte sul fronte occidentale, come Verdun o la Somme. L’unico monumento eretto in quest’area, la Cappella di Cerny, è stata inaugurata solo nell’aprile 1951. Il noto film di Stanley Kubrick del 1957, Orizzonti di gloria, in parte ispirato a questi avvenimenti, ha dovuto attendere il 1975 per essere proiettato nelle sale francesi.

Link:

http://fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu05903/discours-de-lionel...

https://www.reseau-canope.fr/cndpfileadmin/pour-memoire/les-fusilles-de-...

https://www.crid1418.org/doc/pedago/dossier_cdd_loez_05.pdf

Bibliografia:

Nicolas Offenstadt (dir.), Le Chemin des Dames, Paris, Perrin, 2004.

The Second Battle of the Aisne (Bataille du Chemin des Dames)

by Helena Trnkova

Throughout the Great War, the French and German armies contended a narrow pathway in the north-east of France known as the Chemin des Dames. Three hundred thousand men lost their lives in the fighting, which culminated in the Nivelle Offensive of 16 April 1917. This sector was recorded as one of the most gruelling on the Western Front.

“If one had dug a mass grave there, from La Malmaison to Craonne, it [the pathway] would have needed to be ten times wider in order to hold all the casualties it had inflicted. There they are, three hundred thousand Germans and Frenchmen, their battalions intertwined in a supreme embrace that will now never be unravelled,” writes Roland Dorgelès in his novel on the Chemin des Dames.

Located in the French département of Aisne between Soisson, Laon and Reims, the Chemin des Dames route runs some 25.9 kilometres from Aizy-Jouy to Corbeny. Created around 1780 for the daughters of Louis XV [to facilitate their travels; translator's note], it soon became a place of recurrent fighting due to its strategic position. In March 1814, Napoleon secured a victory over the Prussians here; in 1914-1918 once again it saw the French and the Germans confront each other but also live together in the close proximity of the shelters carved out of the rocky terrain during the long months of fighting.

The hostilities culminated with the French offensive in April-May 1917 launched by the General after whom it was named, Robert Nivelle, on 16 April 1917 at Craonne. Hoping to achieve a decisive breakthrough that would enable them to reactivate a movement war, Nivelle envisaged a large-scale operation that spared neither equipment nor manpower. Two units of breakout forces (the Fifth and Sixth Armies) and one of pursuit forces (the 10th Army) took part with the equivalent of 53 divisions. The immensity of the operation was sensed by the soldiers. Louis Désalbres describes in his notebook “the human tide rising slowly towards the lines”. Indeed, on the morning of 16 April, about 180 000 men assembled below the German positions. The second line comprised 100 000 infantrymen as well as almost all the artillery and territorial regiments attached to the head armoured corps giving a total of 250 000 men. The third line counted around 120 000 men; the fourth, lying between Aisne and Vesle, 180 000 and the fifth, along the Marne, around Château-Thierry, numbered 55 000 men. If one extends the perimeter and includes the attacks of 17 April, other units can be added to the list giving a total of one million men assembled for this operation in a sector of around 40 km.

The French position was at a disadvantage. The “poilus” [French infantrymen]  occupied positions below, at the foot of the hills dominated by the Germans entrenched in their highly organised, fortified lines. Having been in this sector since 1914, the Germans had cut a labyrinth of tunnels and caves (creutes) into the rocky terrain, suitable to withstand the assaults of the French artillery. Moreover, the French soldiers found it difficult to climb the steep hillsides and became easy targets from the German positions high up.

The weather was no longer favourable to the French. In mid April rain and snow transformed the terrain into a sea of mud that slowed down even further every attempt to move rapidly and at the same time caused a veritable health disaster.

The Offensive was launched at dawn. The accounts of eyewitnesses noted a short period of progress, which was quickly checked by the emergence of machine guns. Although effectiveness differed from one sector or another, realisation of the strength of German resistance led to conviction that defeat was inevitable. Despite several attempts to re-launch attacks: three on the 16th by the I Corps in front of Craonne, one on the 17th and one on the 19th April, the Offensive was crushed on the first German lines. A war of position resumed and lasted many months. The Germans accomplished a decisive breakthrough on 27 May 1918, which allowed them to take control over the entire area. Their momentum however came to a halt in early June. The French counter-attack in the following month, July 1918, led to the final defeat of the German armies on the Western Front.

The results of the operation in April 1917 were devastating. According to J. F. Jagielski, between 16 and 25 April 30 000 men were killed, 100 000 were wounded and 4 000 went missing. In ten days, 134 000 troops were immobilised. The disastrous failure of the operation contributed to undermining the hope of an end to a quick war, causing widespread turmoil within the army. On 15 May, Nivelle was replaced by General Philippe Pétain as Chief of the General Staff of the French Army, which had suffered widespread mutinies.

The Second Battle of the Aisne offensive became the metaphor for the violence of the fighting and suffering inflicted on the soldiers. In French popular culture, the Chanson de Craonne inspired by the Battle embodied antimilitarist aspirations. Nevertheless, the story it tells was just starting to make its way into official statements. At the time, the reality of the failed attack was played down proportionally to the publicity of the hopes it had raised. The investigation committee even managed to transform it into a partial victory, otherwise it was quite simply denied. Still today, the Second Battle of the Aisne is poorly represented in historiography, deleted in favour of other major operations on the Western Front such as Verdun or the Somme. The only covered monument on the sites – the Chapel of Cerny-en-Laonnois – was not inaugurated until April 1951. The Paths of Glory, a major 1957 film by Stanley Kubrick, partially inspired by the event, had to wait until 1975 to be aired in France.

Links:

http://fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu05903/discours-de-lionel...

https://www.reseau-canope.fr/cndpfileadmin/pour-memoire/les-fusilles-de-...

https://www.crid1418.org/doc/pedago/dossier_cdd_loez_05.pdf

Bibliography:

Nicolas Offenstadt (edit.), Le Chemin des Dames, Paris, Perrin, 2004.

La Bataille du Chemin des Dames

de Helena Trnkova

Durant toute la Grande Guerre, les armées française et allemande se disputèrent un sentier étroit dans le Nord-Est de la France: le Chemin des Dames. Les combats, ayant culminé avec l'offensive Nivelle du 16 avril 1917, y fauchèrent trois cent mille hommes. Ce secteur s’inscrit parmi les pires du front occidental.

 

"Si l'on y creusait, de la Malmaison à Craonne, une fosse commune, il le [le chemin] faudrait dix fois plus large pour contenir tous les morts qu'il a coûtés. Ils sont là, trois cent mille, Allemands et Français, leurs bataillons mêlés dans une suprême étreinte qu'on ne dénouera plus", écrit Roland Dorgelès dans son roman sur le Chemin des Dames.

Ce chemin, situé dans le département français de l'Aisne entre Soisson, Laon et Reims, s'étend sur 25,9 kilomètres entre Aizy-Jouy et Corbeny. Créé autour de 1780 pour les filles de Louis XV, il devînt rapidement, au vu de sa position stratégique, un lieu de combats récurrents. En mars 1814 Napoléon y remporte la victoire sur les Prussiens ; en 1914-1918 de nouveau, il voit s'affronter mais aussi cohabiter pendant de longs mois dans une grande proximité des abris taillés dans le terrain rocheux, les Français et les Allemands.

L'activité guerrière atteint son pic culminant lors de l'offensive française d'avril-mai 1917 lancée par son général éponyme Robert Nivelle le 16 avril 1917 à Craonne. En espérant d'effectuer une percée décisive permettant de relancer une guerre de mouvement, ce dernier prévoit une opération de grande envergure n'épargnant ni ressources matérielles ni forces humaines. Les unités présentes sont les deux armées de rupture (VIe et Ve armées) et l'armée de poursuite (Xe armée) avec l'équivalent de 53 divisions. L'immensité de l'opération est ressentie par les combattants-mêmes. Louis Désalbres évoque ainsi dans son carnet « la marée humaine qui monte lentement vers les lignes ». En effet, le 16 avril au matin, environs 180 000 hommes rassemblés au pied des positions allemandes. La seconde ligne compte 100 000 fantassins, mais aussi presque toute l'artillerie et les régiments territoriaux attachés aux corps armés de tête : quelques 250 000 hommes au total. La troisième ligne compte environ 120 000 hommes. La quatrième ligne, située entre Aisne et Vesle 180 000 et la cinquième, sur la Marne, autour de Château-Thierry, compte 55 000 hommes. En élargissant le périmètre et en incluant les attaques du 17 avril, d'autres unités s'ajoutent à la liste. Au total, un million d'hommes est rassemblé pour cette opération dans un secteur de 40 km environs.

La position française est désavantageuse. Les « poilus » occupent des positions en contre-bas, au pied des collines dominées par les Allemands retranchés dans leurs lignes bien organisées et fortifiées. Présents dans le secteur depuis 1914, ils ont taillé dans le terrain rocheux un dédale de galléries et de cavernes (creutes), résistant aux assauts de l'artillerie française. De plus, de leur position en hauteur, les combattants français montant avec peine la pente abrupte, deviennent des cibles faciles.

Le temps non plus ne joue pas en faveur des Français. Mi-avril, la pluie et la neige transforme le terrain en un réservoir de boue, ce qui freine, encore davantage, toute tentative d'un mouvement rapide et provoque, en même temps, un véritable désastre sanitaire.

L'offensive est lancée à l'aube. Les récits des témoins notent une courte phase de progression bloquée rapidement par l'apparition des mitrailleuses. Bien que leur efficacité diffère selon le secteur, au vu de la force de la résistance allemande, la certitude de l'échec s'impose sous peu de temps. Malgré plusieurs tentatives de relance des assauts : trois le 16 par le 1er corps devant Craonne, une le 17 et une le 19 avril, l'élan offensif finit par être brisé partout sur les premières lignes allemandes. C’est la guerre de position qui reprend pendant de longs mois. Les Allemands accomplissent une percée décisive le 27 mai 1918 qui leur permet de prendre le contrôle sur toute la région. Leur élan est toutefois stoppé début juin. La contre-attaque française du mois suivant, juillet 1918, mène à la défaite finale des armées allemandes sur le front ouest.

Le bilan de l'opération d'avril 1917 est sinistre : selon J. F. Jagielski entre le 16 et 25 avril 30 000 hommes sont tués, 100 000 blessés et 4 000 disparus. En dix jours, 134 000 hommes sont alors mis hors combats. L'échec cuisant de l'opération contribue à ébranler l'espoir d'une fin de la guerre rapide, provoquant un désarroi généralisé au sein de l'armée. Le 15 mai Nivelle est remplacé par le général Philippe Pétain comme commandant en chef de l'armée française, secouée par un mouvement de contestation généralisé.

L'offensive du Chemin du Dames devient la métaphore de la violence des combats et des souffrances infligées aux combattants. Dans la culture populaire française, la Chanson de Craonne qu'elle a inspirée incarne les aspirations antimilitaristes. Pourtant, son récit peine à se frayer le chemin dans les discours officiels. Au moment des faits, la réalité de l'échec de l'offensive est minimisée proportionnellement à la publicité des espoirs qu'elle avait suscités. La commission d'enquête parvient même à le transformer en une victoire partielle, sinon elle est niée tout simplement. Aujourd'hui encore la bataille du Chemin des Dames est peu présente dans l'historiographie, effacée au profit d'autres grandes opérations du front occidental tel Verdun ou la Somme. Le seul monument couvert sur les lieux – la Chapelle de Cerny – a été inauguré seulement en avril 1951. Le grand film de Stanley Kubrick de 1957 Les Sentiers de la gloire, inspiré partiellement par l'événement, a dû attendre 1975 pour être diffusé en France.

Links:

http://fresques.ina.fr/jalons/fiche-media/InaEdu05903/discours-de-lionel...

https://www.reseau-canope.fr/cndpfileadmin/pour-memoire/les-fusilles-de-...

https://www.crid1418.org/doc/pedago/dossier_cdd_loez_05.pdf

Bibliographie:

Nicolas Offenstadt (dir.), Le Chemin des Dames, Paris, Perrin, 2004.

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