Maggio 1915

L’ingresso in guerra dell’Italia

Di Alessandro Chebat

“Ogni viltà convien che qui sia morta. Si fondano tutte le classi e tutti i partiti che sinceramente amano la Patria in un solo impeto di orgoglio e di fede, per ripetere come nelle giornate memorabili del maggio 1915 al nemico che ascolta in agguato: l'Italia non conosce che la via dell'onore”

(Gen. Luigi Cadorna)

 

Durante i mesi di neutralità il panorama politico italiano, diviso, poco omogeneo e infiammato dalla lotta tra interventisti e neutralisti, incise molto sulle scelte dei militari. Infatti il Regio Esercito accettò il proprio ruolo tecnico attendendo ordini precisi che tardavano ad arrivare, ed evitando di pesare sulle scelte del governo. Anche i piani di guerra stilati dallo stato maggiore rispecchiavano le contraddizioni insite nella politica italiana. Sotto la guida del generale Alberto Pollio, schiettamente triplicista, in caso di guerra con la Francia lo stato maggiore prevedeva l’invio di tre corpi d’armata nella valle del Reno a sostegno delle truppe tedesche. Tuttavia nel 1914 esisteva un altro piano d’operazione finalizzato a contenere una possibile invasione austro-ungarica concentrando il grosso dell’esercito tra il Piave e la pianura veneta.

Dopo l’improvvisa morte di Pollio subentrò Luigi Cadorna. Nei nove mesi di neutralità egli si trovò nella difficile situazione di dover preparare l’esercito ad un conflitto ormai certo, senza ordini e direttive precise. L’organo decisionale rimaneva il governo mentre i militari erano subordinati ad una posizione consultiva che non permetteva loro di assumere decisioni importanti quali la preparazione della mobilitazione, lo stanziamento delle risorse e i provvedimenti alla frontiera. Vi era perciò una sostanziale incomunicabilità tra Cadorna e il governo: il primo era impegnato a rilanciare il ruolo dell’esercito ed impostare una politica estera di potenza mentre il secondo resisteva nel difendere le proprie prerogative.

Nonostante la sovrapposizione di responsabilità si avviò comunque un piano di miglioramento dell’esercito. Fu innanzitutto aumentato il numero degli ufficiali, con promozioni e corsi accelerati. Particolare cura si ebbe nell’incrementare le scorte di munizioni per il nuovo moschetto Carcano 91 e l’artiglieria leggera con l’introduzione di nuovi cannoni da 75 mm di buona qualità.

Anche questi provvedimenti testimoniavano però l’incapacità dei comandi italiani di leggere le novità intervenute durante i primi mesi di guerra. Nonostante le notizie provenienti dal fronte francese suggerissero un approccio più difensivo e meno avventato, Cadorna adottò un piano d’azione che poneva enfasi al “culto dell’offensiva”, con forze leggere che si scagliassero in assalti frontali contro gli avversari. L’idea del generalissimo consisteva nel concentrare tutti gli sforzi sul fronte dell’Isonzo, l’unico che permettesse azioni offensive di rilievo e, passando attraverso il settore che dal Tolmino porta al mare, aprirsi un corridoio tra gli altopiani del Carso fino a Lubiana e Vienna.

Fu così che mentre sul fronte occidentale facevano la loro comparsa calibri sempre più importanti e si scavavano trincee munite di mitragliatrici, il Regio Esercito varcò il Piave con poca artiglieria pesante e cannoni leggeri inadatti ad abbattere le fortificazioni. Quasi assenti le mitragliatrici: nel luglio del 1915 erano soltanto 618, per un totale di due armi per reggimento. La commessa di mitragliatrici Vickers non era stata ultimata, mentre la mitragliatrice Fiat 1914 stentava ad entrare in produzione a pieno regime.

Altro punto debole fu la lentezza e la confusione nella quale si realizzò la mobilitazione. Sebbene nel maggio del 1915 in Veneto fossero già stati ammassati ben 400 mila uomini, solo due corpi d’armata potevano definirsi inquadrati e pronti al combattimento. I piani del 1914 calcolavano in 23 giorni il tempo necessario per l’afflusso delle truppe alla frontiera, ma l’esercito fu pronto solo nella prima metà di luglio, oltre un mese e mezzo dopo la dichiarazione di guerra. I tentativi di accelerare i tempi dell’offensiva iniziale, sorprendendo l’esausto esercito imperial-regio, furono vani.

Un giudizio complessivo sulla preparazione delle forze armate e l’operato di Cadorna all’indomani del 24 maggio è difficile da tracciare. L’esercito entrò in guerra meglio preparato ed organizzato rispetto al 1914, tuttavia presentando enormi mancanze nell’artiglieria pesante e nelle armi automatiche. Ugualmente difficile è valutare l’approccio strategico: Cadorna in Italia è stato spesso giudicato severamente per l’ostinazione con cui lanciò le sue truppe al massacro, mentre all’estero lo storico inglese Basil H. Liddell Hart lo definisce “un uomo di abilità fuori dal comune”. Nel complesso si può affermare che il comandante in capo delle truppe italiane fu un generale privo di originalità: nel febbraio del 1915 Cadorna fece circolare tra gli ufficiali la cosiddetta Libretta Rossa dove esponeva le istruzioni delle modalità con le quali doveva essere condotta la guerra. In sintesi: attacchi frontali, sostenuti dall’artiglieria, da rinnovare fino al conseguimento degli obiettivi. La Libretta dava notevole importanza all’energia degli ufficiali al comando e alla superiorità della forza morale delle truppe lanciate all’attacco.

Si trattava perciò di una riedizione dell’elan di scuola francese e nel complesso di tutta la cultura militare prebellica, fondata sul culto dell’offensiva e sulla fiducia che una spietata energia del comando potesse travolgere qualsiasi difesa. Perciò, nonostante la leggenda nera sulla mediocrità di Cadorna, si può affermare che semplicemente egli fosse in linea con la mentalità dell’epoca. Lui, come altri capi militari, non riuscì a percepire i cambiamenti imposti dai nuovi armamenti e dalla società industriale.

La guerra che l’Italia si apprestava a combattere era un conflitto senza precedenti, che superava di gran lunga le risorse della nazione nel 1915. Oltre alle difficoltà imposte dal terreno accidentato, dove il nemico occupava posizioni dominanti e facilmente difendibili anche con un numero limitato di uomini, il principale scoglio da superare sarebbe stato il sacrificio richiesto alla nazione e all’esercito. Alcune cifre risulteranno utili per definire lo sforzo italiano: il numero di mitragliatrici dalle 618 del maggio 1915 sarebbero passate a 8.200 del maggio 1917, l’artiglieria leggera da 1.797 pezzi a 2.452, mentre quella pesante da 132 pezzi a 2101.

Das Flüchtlingsproblem stellte Österreich-Ungarn während des Ersten Weltkriegs vor enorme soziale, wirtschaftliche und politische Herausforderungen. Hunderttausende, meist mittellose, zwangsevakuierte und deportierte Zivilpersonen strömten nach Kriegsausbruch von den Frontgebieten dem Hinterland zu. Das plötzliche Aufeinandertreffen der sprachlich und kulturell unterschiedlichen Ethnien unter erschwerten Lebensbedingungen überforderte die unvorbereiteten staatlichen Behörden und rief große gesellschaftliche Spannungen hervor. Sie führten schließlich besonders bei den Kriegsflüchtlingen zu einem Vertrauensverlust in die Existenzfähigkeit der multinationalen Habsburgermonarchie.

Kriegsflüchtlinge in Österreich-Ungarn

By Hermann J.W. Kuprian

Bereits die ersten Kampfhandlungen im Osten an der russischen Grenze im Sommer und Herbst 1914 setzten eine riesige Flüchtlingswelle in Gang. Aus Angst vor den heranrückenden russischen Truppen flohen tausende zunächst Juden, Polen und Ruthenen (Ukrainer) aus Galizien und der Bukowina Richtung Westen nach Wien und andere Teile des österreichisch-ungarischen Hinterlandes. Zugleich hatte die k. u. k. Armee aus Misstrauen und Angst vor irredentistisch motivierten Anschlägen, Sabotageakten, vor feindlicher Kollaboration, Demonstrationen und nationalem Widerstand ebenso wie aus strategischen Überlegungen begonnen, die Zivilbevölkerung aus den Aufmarsch- und Kampfgebieten zu deportieren. An der Ost-und Südostfront gegen Russland und Serbien wurden zehntausende Zivilisten – meist Frauen, Kinder, alte und gebrechliche Menschen – quasi über Nacht zwangsevakuiert oder interniert und die großen Festungsstädte und befestigten Plätze (Krakau, Przemysl) radikal geräumt. Ganze Ortschaften wurden im Vorfeld der militärischen Anlagen zerstört. Viele, die versuchten sich zu weigern, wurden postwendend militärgerichtlich bestraft oder gar gehängt. Allein aus der Festungsstadt Krakau wurden im Herbst 1914 von den österreichischen Behörden mehr als 120.000 Zivilsten deportiert. Zehntausende weitere mehr oder weniger ‚freiwillige‘ Flüchtlinge strömten ungeordnet den größeren Städten zu, allen voran nach Wien, wo sich Ende Dezember 1914 bereits mehr als 140.000 Kriegsflüchtlinge aufhielten. Bereits im Frühjahr 1915 betrug die durchaus realistische amtliche Schätzung über die Zahl der Flüchtlinge aus den Ost- und Südostgebieten Österreich-Ungarns insgesamt weit mehr als eine halbe Million, konzentriert auf wenige Länder und vor allem Städte des Hinterlandes.

Mit dem Kriegseintritt Italiens am 23. Mai 1915 erhöhte sich diese Zahl von Kriegsflüchtlingen infolge der umfangreichen militärischen Evakuierungsaktionen an der neu entstehenden Kriegsfront gegen Italien dramatisch. Allein in den ersten drei Wochen nach dem Intervento wurden nach militäramtlichen Angaben insgesamt 98.828 Menschen aus dem Etappenraum der Südwestfront über die beiden sogenannten ‚Perlustrierungsstationen‘ Salzburg und Leibnitz in das Hinterland deportiert. Davon kamen 50.238 Italiener aus dem Trentino und 30.077 aus dem Küstenland und aus Görz; weitere 18.031 Slowenen und 482 Deutsche stammten aus den Küstengebieten. Darüber hinaus wurden in diesem Zeitraum 5.687 politisch verdächtige österreichische Italiener und 357 Reichsitaliener in Katzenau bei Linz interniert. Bis Anfang des Kriegsjahres 1918 erhöhte sich die Zahl der staatlich unterstützten Kriegsflüchtlinge aus den südlichen Kriegsgebieten infolge der militärischen Vorstoßversuche Österreich-Ungarns im Mai 1916 über die Hochebene von Asiago/l'Altopiano di Asiago sowie der Offensive der 12. Isonzoschlacht im Oktober/November 1917 nach amtlichen Angaben auf über 200.000.

Die zivilen staatlichen Behörden dagegen hatten angesichts des enormen Ausmaßes keine ausreichenden Pläne und Vorkehrungen für eine geordnete Unterbringung und Versorgung der Kriegsflüchtlinge im Hinterland getroffen. Der Großteil der meist mittellosen Kriegsflüchtlinge wurde unter vielfach unmenschlichen Bedingungen, teils in Viehwagons, in das weitere Hinterland, nach Böhmen, Mähren, Ober- oder Niederösterreich, in die Steiermark oder nach Ungarn verbracht. Dort hatten sie entweder kurzfristig errichteten, unzulänglich ausgestatteten Massenlagern oder in behördlich zugewiesenen Unterbringungsgemeinden zu verbleiben. Wohl wurde versucht, in Form von kriegsbedingten ‚Notverordnungen‘ das Flüchtlingsproblem allmählich in den Griff zu bekommen. Doch die staatliche Regelung dieser Frage war freilich nicht allein auf humanitäre Beweggründe zurückzuführen, sondern resultierte auch aus mehreren behördlichen Bedenken: über die unkontrollierbare Verbreitung und Verschleppung von Krankheiten und Seuchen, über mögliche ökonomische, finanzielle und versorgungsbedingte Engpässe; über eine übermäßige Konkurrenz für den einheimischen Arbeitsmarkt in den Unterbringungsregionen, über Preistreiberei und Wucher, über steigende Kriminalität und Spionagegefahr sowie über eine Beunruhigung der einheimischen Bevölkerung durch die Verbreitung von entmutigenden (defätistischen) Nachrichten aus den unmittelbaren Kriegsgebieten. Schließlich ging es auch um die Verfügbarkeit und ‚Nutzung’ der Flüchtlinge als Ressource für Arbeitseinsätze im Rahmen der wachsenden Bedürfnisse der Kriegswirtschaft, für militärische Zwecke oder zur kurzfristigen Rückführung und Verwendung im Wiederaufbau der Heimat.

Eine überforderte staatliche Verwaltung, ratlose Behörden, eine zunehmend prekäre Versorgungslage und nicht zuletzt rasch anwachsende Ressentiments der einheimischen Bevölkerung gegenüber den unwillkommenen und ‚fremdartigen‘ Flüchtlingen verschärften das kriegsbedingte Flüchtlingsdrama zu Ungunsten der Betroffenen, je länger der Krieg andauerte. Obwohl den Kriegsflüchtlingen besonderer Arbeitsschutz, finanzielle Unterstützung, freie Fahrt auf allen Bahn-, Post- und Schifffahrtslinien sowie der Schutz vor Familientrennung zuerkannt wurden, konnten sie über Monate und teils Jahre aus militärischen Gründen nicht in ihre Heimat zurückkehren. Vielmehr mussten sie in Sorge um die Zerstörung ihrer Häuser und Höfe und um das Schicksal der zurückbleibenden Verwandten und Freunde mit in die erzwungene Migration mitnehmen.

Die Lebensbedingungen der Deportierten und Internierten in den teilweise sehr rasch und mangelhaft errichteten Barackenlagern des Hinterlandes, deren größte sich in Gmünd, Mitterndorf, Pottendorf (Niederösterreich), in Braunau (Oberösterreich), in Wagna bei Leibnitz (Steiermark), in Chotzen und Deutschbrod (Böhmen), in Pohrlitz, Gaya und Nikolsburg (Mähren) befanden und in denen zum Teil bis zu 20.000 Flüchtlinge untergebracht wurden, entwickelten sich im Verlauf des Kriegs katastrophal. Vielfach standen kaum mehr als zwei Quadratmeter Wohnraum zur Verfügung und wurden bis zu 200 Menschen auf engstem Raum zusammengedrängt. Häufig waren Frauen und Männer in denselben Schlafunterkünften untergebracht und mussten dieselben Waschräume benutzen. Schlechte oder falsche Kost, unzureichende ärztliche Versorgung und Betreuung, fehlende Isolierstationen für Kranke und die hohe (Kinder-)Sterblichkeit zählten ebenfalls zu den am meisten vorgebrachten Missständen. Aber auch Klagen über die schlechte Behandlung seitens der Lagerwachen und die Ghettoisierung durch teilweise restriktiv angewandte Ausgeh- bzw. Besuchsverbote waren sehr zahlreich. Probleme verursachte auch die sprachliche Kommunikation. Vielfach war das Personal der Lagerverwaltungen und der Gemeindebehörden nicht mit der Landessprache der Flüchtlinge vertraut. Die drohende Einweisung in eine solche Barackenstadt stellte daher für jeden Kriegsflüchtling ein Albtraum dar.

Auch jenen Flüchtlingen, für die verschiedene Gemeinden als Aufenthaltsorte bestimmt wurden, erging es kaum besser. Der staatliche Unterstützungsbeitrag reichte infolge der hohen kriegsbedingten Inflation bald bei weitem nicht mehr aus, um auch nur annähernd das tägliche Leben bestreiten zu können. Direkte Folgen waren Hunger, Verarmung und Verelendung. Darüber hinaus sahen sie sich mit Fortdauer des Kriegs immer öfter mit Anfeindungen und Schuldzuweisungen für die militärischen Misserfolge, für den Ausbruch von Seuchen, Wucherei, Preistreiberei, Felddiebstahl oder Überfremdung seitens der ortsansässigen Bevölkerung konfrontiert.

Es konnte deshalb nicht überraschen, dass sich angesichts dieser Behandlung und traurigen Lebensumstände unter den Kriegsflüchtlingen das Gefühl der ‚Entheimatung‘ und innerlichen Entfremdung von Staat und Kaiserhaus breit machte. Darauf hatte schon im Dezember 1915 der ehemalige österreichische Ministerpräsident, Max Vladimir Freiherr von Beck, hingewiesen, als er anlässlich einer Lagerbesichtigung feststellte: „Die Klagen über Mängel an Verköstigung der Flüchtlinge dringen weit über die Grenzen [….] hinaus. Es besteht die Gefahr, dass ein Teil die Flüchtlinge mit ganz anderen Gefühlen als jenen der Dankbarkeit seinerzeit wieder in die Heimat zurückkehren werden.“ Tatsächlich führte letztlich das erlebte Trauma von Deportation und Internierung unter den Kriegsflüchtlingen während des Ersten Weltkriegs zu einem Vertrauensverlust in die Existenzfähigkeit der multinationalen Habsburgermonarchie, der ihre Erinnerung an eine untergegangene, multinationale europäische Großmacht nachhaltig prägen sollte.

Das Schicksal der Kriegsflüchtlinge endete mit dem Zusammenbruch der Monarchie aber noch keineswegs. Weder für die große Masse der Vertriebenen aus dem südlichen Alpenraum, die zu Großteil kurz vor Kriegsende repatriiert wurden, noch für die mehrheitlich jüdischen Flüchtlinge aus Galizien und der Bukowina, die auch nach dem Krieg in Österreich verbleiben wollten. Während sich die einen jedoch am Aufbau ihrer alten Heimat beteiligten und auf diese Weise die traumatischen Erlebnisse verarbeiten konnten, wurden die anderen gleichsam über Nacht zu Fremden in dem neuen Staat (Deutsch-) Österreich, den zunächst eigentlich gar „keiner wollte“.

Literatur:

Walter Mentzel, Weltkriegsflüchtlinge in Cisleithanien, in: Gernot Heiss und Oliver Rathkolb (Ed.), Asylland wider Willen. Flüchtlinge in Österreich im europäischen Kontext seit 1914, Wien 1995, pp. 17–44.

Alfred Eisfeld, Guido Hausmann und Dietmar Neutatz (Ed.), Besetzt, interniert, deportiert. Der Erste Weltkrieg und die deutsche, jüdische, polnische und ukrainische Zivilbevölkerung im östlichen Europa, Veröffentlichungen zur Kultur und Geschichte im östlichen Europa 39, Essen 2013.

Hermann J. W. Kuprian, „Entheimatungen“: Flucht und Vertreibung in der Habsburgermonarchie während des Ersten Weltkrieges und ihre Konsequenzen, in: Hermann J. W. Kuprian und Oswald Überegger (Ed.), Der Erste Weltkrieg im Alpenraum. Erfahrung, Deutung, Erinnerung/La Grande Guerra nell’arco alpino. Esperienze e memoria, Veröffentlichungen des Südtiroler Landesarchivs/Pubblicazioni dell’Archivio Provinciale di Bolzano 23, Innsbruck 2006, pp. 289–309.

Beatrix Hoffmann-Holter, „Abreisendmachung“: Jüdische Kriegsflüchtlinge in Wien 1914 bis 1923, Wien/Köln/Weimar 1995.

Marsha L. Rozenblit, Reconstruction a National Identity: The Jews of Habsburg Austria during World War I., Oxford/New York 2001.

Bruna Bianchi (A cura di), La violenza contro la popolazione civile nella Grande Guerra. Deportati, profughi, internati, Milano 2006.

Frank M. Schuster, Zwischen allen Fronten. Ostereuropäische Juden während des Ersten Weltkrieges (1914–1919), Lebenswelten osteuropäischer Juden 9, Köln/Weimar/Wien 2004.

The refugee problem during the First World War presented Austria-Hungary with enormous social, economic and political challenges. From the outbreak of war hundreds of thousands of mostly destitute, forcefully evacuated and deported civilians flocked from the areas near the front to the interior. The sudden clash of ethnic groups with different languages and cultures under difficult living conditions overwhelmed the unprepared state authorities and provoked great social tension. This ultimately led to the war refugees losing confidence in the viability of the multi-national Hapsburg monarchy.

War Refugees in Austria-Hungary

By Hermann J.W. Kuprian

The first hostilities on the Russian border in the summer and autumn of 1914 set a huge wave of refugees in motion. Thousands fled out of fear of the approaching Russian troops, starting with Jews, Poles and Ukrainians from Galicia and Bukowina westwards to Vienna and other parts of the interior of Austria-Hungary. At the same time the Austro-Hungarian army, out of mistrust and fear of attacks, acts of sabotage, collaboration with the enemy, demonstrations and resistance as well as strategic considerations, began to deport the civilian population from areas of combat and deployment. On the Eastern and South-Eastern front facing Russia and Serbia some ten thousand civilians - mostly women, children, the old and infirm - were forcibly evacuated or interned and the great fortified cities and towns (Krakow, Przemysl) were radically cleared. Whole towns were destroyed by the advance of military equipment. Many of those who tried to resist subsequently faced military tribunals or they were simply hanged. More than 120,000 civilians were deported from the fortified city of Krakow alone in the autumn of 1914 by the Austrian authorities. Ten thousand more or less "voluntary" refugees fled in a disorderly manner from the largest cities, all of them making their way to Vienna, where by the end of 1914 there were already more than 140,000 war refugees. By early 1915 a realistic official estimate of the number refugees from the eastern and south-eastern parts of the Austria-Hungary amounted to more than half a million, concentrated in a few areas and above all in the cities of the interior.

When Italy entered the war on 23rd May 1915, the number of war refugees dramatically increased as a result of extensive military evacuation on the newly emerging Italian war front. According to official military data, only in the three weeks following Italy’s entry a total of 98,828 people were deported from the communications area of the south-western front to the interior via the so-called "cross-examination" stations of Salzburg and Leibnitz. Of these, 50,238 were Italians from Trentino and 30,077 from the coastal areas and from Gorizia (Slovenia); a further 18,031 were Slovenians and 482 Germans from the coastal areas. Furthermore in this period 5,687 politically suspicious Austrian Italians and 357 Reich Italians were interned in Katzenau near Linz. By the beginning of 1918 the number of officially supported war refugees from the southern war areas as a result of the Austro-Hungarians attempting to make a military advance in May 1916 over the Asiago Plateau together with the 12th battle of Isonzo in October/November 1917, increased to over 200,000 according to official information.

In spite of the huge volume, the Civilian State Authorities had not made sufficient plans or provisions for the orderly accommodation and care of war refugees in the interior. The majority of the mostly destitute war refugees were frequently accommodated under inhuman conditions, some in cattle trucks, deeper in the interior, towards Böhmen, Mähren and Upper and Lower Austria, in Styria or in Hungary. There, at short notice, they had either erected inadequately equipped dormitories or officially assigned lodging communities to accommodate them. Attempts took the form of wartime "emergency decrees" to bring the refugee problem under control. But the official solution for this issue was certainly not only reached on humanitarian grounds, but also took a number of official concerns into consideration: the uncontrolled spread of disease and epidemics, possible economic, financial and supply bottlenecks, excessive competition for the indigenous labour market in the accommodating regions, profiteering and extortion, increased criminality and the danger of spies as well as alarm amongst the native inhabitants caused by the spreading of disheartening and defeatist news directly from the war zones. Then there was the availability and "use" of the refugees as a resource for work assignments for military purposes as part of the growing demands of the war economy or for their short-term return to work in the reconstruction of their homes.

A state administration which was overwhelmed, helpless officials, an increasingly precarious supply situation and not least, the rapidly growing resentment of the indigenous population regarding these unwelcome and "strange" refugees intensified the war-related refugee drama to the detriment of those affected the longer the war went on. Even though war refugees were granted special working conditions, financial support, free travel on all trains and ferries as well as protection from family separation, for military reasons it could be months and even years before they were able to return to their homes. They were much more concerned about the destruction of their homes and farms and the fate of friends and relatives who had remained behind as a result of their enforced migration.

The living conditions of those deported and interned in the rapidly built and deficient barrack camps in the interior, which were mostly to be found in Gmünd, Mitterndorf, Pottendorf (Lower Austria), in Braunau (Upper Austria), in Wagna near Leibnitz (Styria), in Chotzen and Deutschbrod (Bohemia), in Pohrlitz, Gaya and Nikolsburg (Mähren) and in which some of the nearly 20,000 refugees were accommodated, worsened catastrophically during the course of the war. In many cases living space was restricted to two square metres and up to 200 people were crowded together in a very small space. Frequently women and men shared the same sleeping accommodation and had to use the same wash rooms. Bad or inappropriate food, insufficient medical care, the lack of isolation wards for the sick and the high (child) death rate also figured amongst the grievances mostly raised. But complaints about bad treatment from the camp guards and "ghettoisation" through the application of restrictive confinements to barracks and prohibition of visitors were also very numerous. Problems were also caused by language communication. Camp administration personnel and local authorities were often not familiar with the native languages of the refugees. The threat of being confined such a shanty town constituted a nightmare for all refugees.

It was hardly any better even those refugees for whom different localities were designated as staging posts. The high inflation resulting from the war meant that state contributions to support soon became insufficient to even approximately provide for day-to-day living. The direct consequences were hunger and impoverishment. Furthermore, as the war continued they increasingly had to face hostility and recriminations from the local population for military failures, for the outbreak of epidemics, extortion, profiteering, the theft of crops from the fields and foreign infiltration.

It was therefore no surprise that in the face of this treatment and the miserable living conditions of the war refugees a feeling of "not belonging" and internal alienation from the state and the Imperial House became widespread. Already in December 1915 Max Vladimir Freiherr von Beck, the former Austrian Prime Minister, pointed out on the occasion of a visit to a camp: "Complaints about shortcomings in feeding the refugees can be heard far beyond our borders. There is a danger that some of the refugees will be returning home when the time comes with feelings very different from those of thankfulness." In fact the trauma of deportation and internment experienced by war refugees during the First World War ultimately led to a loss of confidence in the viability of the multi-national Hapsburg monarchy, which would shape a lasting memory of an extinct, multi-national, European Great Power.

The fate of the war refugees by no means ended with the collapse of the monarchy. Neither was this true for the large numbers expelled from the southern Alpine areas, who were mostly repatriated shortly before the end of the war, or for the mostly Jewish refugees from Galicia (Ukraine) and Bukowina, who wanted to stay in Austria after the war. Whilst the former were able to take part in the reconstruction of their former homeland and in this way come to terms with their traumatic experiences, the latter became overnight foreigners in the new (German) State of Austria, so to speak, which at first "absolutely nobody wanted".

Publications:

Walter Mentzel, "Weltkriegsflüchtlinge in Cisleithanien" (War Refugees in Cisleithania), edited by: Gernot Heiss and Oliver Rathkolb (Ed.), "Asylland wider Willen. Flüchtlinge in Österreich im europäischen Kontext seit 1914" (Reluctant Asylum Country. Refugees in the European Context Since 1914), Vienna 1995, pages 17–44.

Alfred Eisfeld, Guido Hausmann und Dietmar Neutatz (Ed.), "Besetzt, interniert, deportiert. Der Erste Weltkrieg und die deutsche, jüdische, polnische und ukrainische Zivilbevölkerung im östlichen Europa, Veröffentlichungen zur Kultur und Geschichte im östlichen Europa 39" (Occupied, interned, deported. The First World War and German, Jewish, Polish and Ukrainian civilians in Eastern Europe, Publication of Culture and History in Eastern Europe 39).

Hermann J. W. Kuprian, „Entheimatungen“: Flucht und Vertreibung in der Habsburgermonarchie während des Ersten Weltkrieges und ihre Konsequenzen" ("Not Belonging": Flight and Expulsion in the Hapsburg Monarchy during the First World War and its Consequences), edited by: Hermann J. W. Kuprian and Oswald Überegger (Ed.), "Der Erste Weltkrieg im Alpenraum. Erfahrung, Deutung, Erinnerung" (The First World War in the Alpine Areas. Experience, Interpretation, Memory). "Veröffentlichungen des Südtiroler Landesarchivs" (Publication of the South Tyrol State Archives), Innsbruck 2006, pages 289–309.

Beatrix Hoffmann-Holter, "Abreisendmachung“: "Jüdische Kriegsflüchtlinge in Wien 1914 bis 1923" ("Forced Departure": Jewish War Refugees in Vienna 1914 to 1923). Vienna/Cologne/Weimar 1995.

Marsha L. Rozenblit, Reconstruction of a National Identity: The Jews of Hapsburg Austria during World War I., Oxford/New York 2001.

Bruna Bianchi (A cura di), La violenza contro la popolazione civile nella Grande Guerra. Deportati, profughi, internati, Milan 2006.

Frank M. Schuster, "Zwischen allen Fronten. Ostereuropäische Juden während des Ersten Weltkrieges (1914–1919), Lebenswelten osteuropäischer Juden 9" (Between all Fronts. East European Jews during the First World War (1914-1919), Lifestyles of East European Jews 9), Cologne/Weimar/Vienna 2004.

Les volontaires tchécoslovaques en France – la bataille d'Arras, le 9 mai 1915

By Helena Trnkova

Dès juillet 1914, la communauté tchécoslovaque de Paris (2000 personnes environ) se mobilisa afin de poursuivre la lutte contre l'Empire austro-hongrois sur le sol français. Suite aux manifestations et actions politiques de leurs représentants, les jeunes hommes obtinrent la permission de prendre les armes. Le 22 août 343 Tchèques et Slovaques s'engagèrent dans la Légion étrangère française, formant une unité exclusievement tchécoslovaque – la compagnie « Nazdar » – intégrée dans la division marocaine. Après deux mois d'entraînement à Bayonne, ils partirent au front champenois. Après un hiver relativement calme, ils rejoignirent les premières lignes au printemps 1915 lors de la grande offensive en Artois. Réussite militaire, leur performance leur gagna l'estime des autorités françaises. Toutefois, suite aux nombreuses pertes, la compagnie cessa d'exister. Les survivants furent dispersés dans d'autres unités. Jan Hofman, né en 1889 en Bohême, participa à toutes les opérations de la compagnie tchécoslovaque. Blessé en juin 1915, il intégra l'école d'aviation. Devenu pilote, il fut tué le 18 mars 1918. Son carnet fut publié par un ami. Dans cet extrait, il raconte l'offensive du 9 mai 1915 dont l'objectif était de prendre les tranchées allemandes près de Neuville-St. Vaast et la cote 140.

« Nous sommes rassemblés dans le boyau auprès du poste d'écoute – sous le feu ennemi assez fort – le moment venu nous partons. Nous criions « Nazdar ! ». Quel moment ! L'angoisse que nous ressentions, est partie. Je regarde derrière moi. Une image inoubliable. À droite comme à gauche, je vois ces vastes rangées de soldats qui avancent. Nous traversons la première ligne allemande. Je vois les premiers blessés pendre par-dessus le parapet, nos gars luttent dans les tranchées. Et nous avançons. Je vois encore notre artillerie qui tire quelques 150 mètres devant nous. Je pense que c'est bien comme ça. Nous coupons les fils et avançons – je veux crier – je vois les gars qui partent sous le feu – puis je ne veux plus rien voir de ce qui se passe. Coup après coup, toute la terre est ouverte et je vois que tous avancent – même notre « papi » avance. Aussitôt nous avons dépassé les tranchées. La première maison à Neuville St. Vaast est occupée par les Allemands. Ils tirent des fenêtres, alors, nous répondons. Nos gars se replient à gauche et s'approchent de la forêt. Quelques camarades ont pris la maison, donc je continue.

« Maintenant enfin je suis revenu à moi. Karafiát, blessé, me supplie de rester avec lui, mais je ne peux pas, j'avance. Je vois les Allemands courir dans tous les sens dans le village. Ils ne s'imaginaient pas qu'il était possible de prendre leurs tranchées en une demi-heure. (…) Je reste couché avec 6 camarades dans le trèfle – le premier repos – la gorge sèche – je bois – je leur tire dessus lorsqu'ils se remettent en ordre et notre renfort n'arrive pas. Soudain, je vois nos gars creuser des tranchées – je grimpe vers eux, nous sommes 3 de chaque côté, deux de notre compagnie et les autres du 150e régiment. Et le renfort n'arrive pas.

  Ils se replient vers la route, sous un fort bombardement – et le renfort nulle part ! Alors, nous étions obligés de rester recroquevillés dans nos trous jusqu'au soir, puis, quand il n'était plus possible de tirer, nous courions vers nos tranchées, que les autres ont préparées. (...) Je cherche des amis. Après avoir couru longtemps, je les ai trouvés là où je devinais. Je cherche – et nous sommes si peu – on dit 60 – quelle douleur atroce – la perte de nos meilleurs copains ! - Je trouve Starý seulement quand il fait nuit noire. Il est seul. Je demande où sont les autres « Munichois » -  Toute la force est brisée, perdue. (...) De notre régiment de 4000 hommes, nous restons 1800. Je me demande comment je suis encore là. Nous partons sans commandants, dans notre compagnie il nous reste un seul adjudant et de tout le régiment seulement le commandant du bataillon Colet. Les autres, même le colonel, sont morts. »

Bibliographie :

Hofman, Jan, Válečný deník Jendy Hofmana, letce-dobrovolce (1914-1917) [Carnet de guerre de Jenda Hofman, pilote-volontaire (1914-1917), Prague, Čin, 1928.

Czechoslovakian Volunteers in France – the Battle of Arras, 9 May 1915

By Helena Trnkova

In July 1914, the Czechoslovakian community in Paris (some 2,000 people) mobilised to continue the struggle against the Austro-Hungarian Empire on French soil. In the wake of demonstrations and political actions by their representatives, young men received permission to take up arms. On 22 August, 343 Czechs and Slovaks enlisted in the French Foreign legion, forming an all-Czechoslovakian unit – the “Nazdar” company – integrated into the Moroccan division. After two months of training in Bayonne, they left for the Champagne front. After a relatively calm winter, they reached the front lines in spring 1915 during the big offensive at Artois. Militarily successful, their performance earned them the appreciation of the French authorities. However, after many losses, the company ceased to exist. The survivors were dispersed in other units. Jan Hofman, born in Bohemia in 1889, participated in every operation of the Czechoslovak company. After being wounded in 1915, he joined the aviation school. He became a pilot and was killed on 18 March 1918. His diary was published by a friend. In this excerpt, he describes the offensive of 9 May 1915 whose objective was to take some German trenches near Neuville-St. Vaast and hill 140.

“We were gathered in the trench near the listening post – under fairly heavy enemy fire – and when the time came, we headed out. We shouted ‘Nazdar!”. What a moment! The anxiety we’d felt was gone. I looked behind me. An unforgettable image. To my left and to my right, I could see the vast rows of soldiers advancing. We passed the first German line. I saw the first wounded men hanging over the parapet; our guys were lighting in the trenches. And we advanced. I can still see our artillery firing 150 meters in front of us. I thought it was a good idea. We cut the wires and we advanced – I wanted to scream – I saw some guys being blown apart - then I didn’t want to see any more of what was happening. Bullet after bullet, the earth opened up and I could see everyone was advancing – even our “gramps” is advancing.  Now we’re past the trenches. The first house in Neuville St. Vaast was occupied by the Germans. They were firing from the windows, and we returned fire. Our guys fell back to the left and approached from the forest. Some buddies took the house, so I kept moving.

“Now, finally, I’ve come to again. Karafiát, wounded, begged me to stay with him, but I couldn’t; I advanced. I saw the Germans running every which way in the village. They never imagined their trenches could be taken in half an hour. (…) I remained prone in the clover with six comrades – our first rest – my throat was parched – I drank – I shot at them when they got back in order, and our reinforcements were not showing up. Suddenly I saw our guys digging trenches – I crawled towards them, there were three of us on each side, two from our company and the others from the 150th regiment. And our reinforcements didn’t come.

  They fell back towards the road under heavy bombardment – and our reinforcements were nowhere! We were then obliged to remain huddled in our holes until evening; then, when you couldn’t shoot anymore, we would run towards our trenches that the others had prepared. (...) I looked around for friends. After running a long time, I found them where I guessed they’d be. I looked – and there were so few of us – someone said sixty – what awful pain – the loss of our best buddies! - I found Starý only when it had gotten pitch black. He was alone. I asked where the other “Munichers” were – The whole force was crushed, lost.  (...) Out of our regiment of 4,000 men, only 1,800 of us remained. I wondered why I was still there. We set off without any commanders; in our company there was just one adjutant left, and for the whole regiment only the commander of the Colet battalion. The others, even the colonel, are dead.”

Bibliography:

Hofman, Jan, Válečný deník Jendy Hofmana, letce-dobrovolce (1914-1917) [Carnet de guerre de Jenda Hofman, pilote-volontaire (1914-1917), Prague, Čin, 1928.