Agosto 1917

La chiesa di fronte alla guerra. La lettera di Benedetto XV del 1° agosto 1917

Di Gustavo Corni

Nel corso del Primo conflitto mondiale, con il suo prolungarsi e l’addensarsi di vittime, dall’accettazione dell’obbedienza al potere politico si passò a un’aperta giustificazione della guerra in termini religiosi: la guerra come sacrificio, come una crociata. Questa sacralizzazione della guerra, piegata ai fini di un discorso religioso nazionale, era tuttavia in evidente contrasto con l’azione di Benedetto XV il quale, nell'agosto del 1917, rispose con una celebre Nota ai capi dei popoli belligeranti, nella quale prendeva una posizione precisa contro il conflitto in atto.

 

Uno degli aspetti peculiari della Grande guerra è stato senz’altro quello del largo consenso verso il conflitto, verso le sue motivazioni “ideali” e verso  gli obiettivi di guerra proposti dai governi e sbandierati dalla propaganda. Un consenso che stride con l’andamento del conflitto, l’enormità dei lutti che esso implicava e la sempre più evidente carenza di senso di tanto combattere, di tanto morire. 

Quest’apparente contraddizione deve essere spiegata anche tenendo conto del ruolo svolto dagli apparati ecclesiastici, che nei singoli stati belligeranti hanno svolto un ruolo importante nell’influenzare l’opinione pubblica. Fin dalle dichiarazioni di guerra, così come i parlamenti e la grande maggioranza delle classi politiche nazionali, anche il clero e le organizzazioni di massa hanno aderito alla mobilitazione per la guerra. Questo era facilmente spiegabile in quei paesi, come la Germania, la Gran Bretagna, la Russia, la Serbia, nella quale le chiese nazionali erano legate a doppio filo allo stato. Più complessa era la situazione per i cattolici, ad esempio in Francia o in Austria, visto che i loro legami di fedeltà più che verso lo stato sarebbero dovuti andare verso il pontefice romano. Ma i motivi del patriottismo, dell’adesione pronta al clima pro-bellico, laddove – nel caso francese in modo evidente – i cattolici non volevano farsi dare lezioni di patriottismo da una classe dirigente repubblicana ferocemente anticlericale, hanno avuto la meglio. Soccorreva chi fra i cattolici voleva farsi paladino dell’intervento in guerra l’elemento teologico, presente nell’insegnamento cattolico e cristiano: la guerra giusta.

La dottrina insegnava che i fedeli-cittadini avrebbero dovuto comunque accettare i motivi della guerra proposti dai detentori del potere politico che soli avevano la conoscenza di tutti gli elementi atti a giustificare una guerra condotta secondo motivi giusti. Iniziato il conflitto, il cattolico avrebbe dovuto adeguarsi, accettare le spiegazioni date dal potere politico e impegnarsi sotto gli ordini delle autorità civili e militari. I motivi per dichiarare giusta una guerra erano molti, scanditi in modi differenti nei singoli casi: ai cattolici francesi di poteva ben rendere noto che stavano combattendo per sconfiggere gli arci-nemici luterani, mentre per i cattolici austriaci o tedeschi poteva valere l‘obiettivo di combattere per spazzare via il rischio che il proprio paese, se sconfitto, sarebbe stato preda delle deleterie “idee dell’89”: materialismo e secolarismo. E così via. Una volta che una chiesa nazionale aveva affidato al proprio paese il compito di raggiungere tramite la guerra la restaurazione di una pacifica società cristiana, i cattolici erano tenuti a obbedire, mostrandosi soldati e patrioti esemplari.

Nel corso del conflitto, anche con il suo prolungarsi e l’addensarsi di vittime, dall’accettazione dell’obbedienza al potere politico si passò a un’aperta giustificazione della guerra in termini religiosi: la guerra come sacrificio, come una crociata. Un intellettuale laico molto influente, come D’Annunzio, si servì abilmente di questi motivi, fin dalla campagna interventista del maggio 1915. Questa sacralizzazione della guerra, piegata ai fini di un discorso religioso nazionale, era in evidente contrasto con l’azione del Pontefice. Questi aveva avuto, dopo lo scoppio del conflitto, una vita molto “dura”. Era capo della chiesa di Roma, universale, ma anche capo della chiesa italiana, oltre a essere lui stesso un italiano. Una chiesa italiana che aveva avuto non pochi dissidi con lo stato unitario dopo la conquista di Roma nel 1870 e che al momento del dibattito sull’intervento e anche nei mesi successivi dovette fare i conti con uno stato pronto a intervenire con censure e incriminazioni verso i sacerdoti e i vescovi che anche solo sottovoce osavano incrinare l’apparentemente salda unità nazionale a favore della guerra. Una chiesa spesso accusata di essere tiepida e “austriacante”. E Benedetto XV, al secolo Giacomo della Chiesa e pontefice dal settembre 1914 doveva fare i conti con una chiesa che per consolidare la propria legittimazione nazionale si era schierata più o meno apertamente dalla parte della guerra. Pensiamo a figure come padre Agostino Gemelli, futuro fondatore dell’Università cattolica, confidente del molto religioso generale Cadorna. Gemelli che fra i primi definì i tratti psicologici tipici dell’obbedienza nell’esercito di massa. O padre Giovanni Semeria, fra i più ferventi sostenitori della sacralizzazione della guerra. Benedetto XV era dovuto intervenire di frequente per censurare la torsione nazionalistica imposta da molti sacerdoti alle preghiere per la pace, dal Pontefice caldamente raccomandate. Preghiere per la pace trasformate in preghiere per la vittoria

La celebre nota inviata dal papa ai governanti dei paesi belligeranti il 1. agosto del 1917, dopo un tormentato silenzio, contiene due aspetti di grande rilievo: in primo luogo un appassionato invito ad avviare trattative di pace, che partano dal principio della rinuncia a tutte le conquiste territoriali conseguite finora e che riportino allo status quo. Benedetto XV enuncia un programma che preannuncia i wilsoniani quindici punti dell’anno successivo: dalla libertà dei mari, al disarmo concordato, al riconoscimento delle aspirazioni dei popoli inseriti negli imperi. Dall’altro, la più celebre frase della nota: “la guerra ogni giorno più apparisce inutile strage” è di grande rilevanza teologica. Se la guerra è diventata solo una strage inutile, veniva a cadere la ragione stessa che aveva legittimato il ricorso alla guerra. Se la suprema autorità della chiesa cattolica proclamava l’inutilità della guerra, la guerra non poteva più aiutare a ristabilire il giusto e cristiano ordine della vita collettiva che il nemico aveva violato. Appare anti-storico accusare – come fecero i comandi militari – Benedetto XV di essere stato, assieme ai socialisti, l’ispiratore della “ribellione” contro la guerra che pochi mesi dopo si sarebbe consolidata nella rotta di Caporetto. Tuttavia, la nota del Papa rappresentava un’incrinatura di non poco conto nella coerenza del discorso ecclesiastico a legittimare la guerra.

“Diventiamo sempre più magre, giorno dopo giorno, e le rotondità della nazione tedesca sono diventate una leggenda del passato.”

(Una donna tedesca, citata in: Vincent, C.P., “The Politics of Hunger: The Allied Blockade of Germany, 1915-1919.”, p. 127)

Il problema alimentare e il ruolo delle donne in Germania

Di Alessandro Salvador

L’approvvigionamento alimentare fu uno dei problemi principali che i paesi coinvolti nella Grande Guerra dovettero affrontare. La coscrizione di massa privò le campagne di una quota consistente di lavoratori qualificati e l’economia di guerra tolse risorse importanti all’agricoltura. In questo ultimo caso basti pensare all’uso di fosfati e azoto per la fabbricazione di esplosivi invece che di fertilizzanti.

Il problema alimentare fu ancor più grave negli imperi centrali, in particolare in Germania, a causa dell’isolamento dal commercio internazionale seguito alla guerra.

Nel periodo precedente alla guerra, la Germania stava vivendo un periodo di rapido sviluppo economico e industriale che aveva modificato le abitudini alimentari e le modalità di approvvigionamento. La richiesta di beni di qualità come le carni e i latticini, era aumentata e il paese iniziò a dipendere dalle importazioni sia per i mangimi, sia per i cereali e altri prodotti per l’alimentazione umana. A dispetto della modernizzazione, però, l’agricoltura tedesca rimase largamente dipendente dal lavoro umano e impiegava, alla vigilia del conflitto, circa il 30% della popolazione lavorativa rispetto, ad esempio, ad un 8% della Gran Bretagna.

Per queste ragioni il reclutamento diffuso incise in modo consistente sulla forza lavoro nelle campagne, con circa il 40% dei lavoratori rurali reclutati nell’esercito. Questo fenomeno, assieme al blocco navale e delle importazioni e alla carenza di fertilizzanti, produssero un crollo della produzione alimentare.

In una situazione di questo genere, le condizioni di vita delle donne e delle famiglie peggiorarono in modo consistente. Private del sostentamento degli uomini che lavoravano, le donne dovettero sopravvivere grazie ai sussidi pubblici e lavorando. Tuttavia, l’accesso femminile al mondo del lavoro non fu così consistente come si potrebbe immaginare. Vi erano forti e diversificate resistenze all’impiego diffuso di donne nel lavoro industriale. I sindacati erano fortemente contrari, dal punto di vista culturale si riteneva che questo potesse danneggiare il ruolo femminile tradizionale tra le mura domestiche e le stesse donne prediligevano il lavoro domestico a quello industriale.

In linea di massima le donne che già lavoravano prima della guerra, soprattutto in settori come il tessile e l’industria del tabacco che entrarono in crisi a causa del blocco navale, furono reimpiegate nelle industrie militari. In altri settori in cui le donne giocarono un ruolo importante come sostitute degli uomini, prevaleva un approccio familistico: le mogli, in sostanza, prendevano il posto di lavoro del marito arruolato.

Le autorità tentarono, piuttosto, di avviare le donne delle aree urbane verso il lavoro nelle campagne. Campagne di propaganda, i cui risultati furono piuttosto deludenti, cercarono di convincere le donne che il lavoro agricolo avrebbe giovato non solo al paese ma anche alla loro salute. Purtuttavia, con esclusione delle donne che già vivevano nelle campagne e che portarono avanti l’attività dei mariti, non furono in molte a scegliere di abbandonare le città.

In linea di massima, ogni tentativo di rimpiazzare i lavoratori agricoli mandati al fronte, circa il 40% del totale, si rivelò inadeguato. Prigionieri di guerra e civili dei paesi occupati erano poco motivati e difficili da gestire, donne e adolescenti erano poco preparati. Ad un certo punto si arrivò a concedere licenze speciali ai soldati durante le fasi cruciali del lavoro nelle campagne, come la mietitura.

La fame e la carestia cronica che caratterizzarono gli anni della guerra in Germania, produssero però un fenomeno opposto alla sperata migrazione delle donne nelle campagne. Si poté assistere alla riruralizzazione di parte delle aree urbane, con casi molto ben studiati nelle città di Berlino e Friburgo. Gli attori principali di questo fenomeno furono proprio quelle donne che, private del sostentamento dei mariti e lasciate a gestire il bilancio famigliare con sussidi il cui valore scendeva di giorno in giorno, si impegnarono per trovare ulteriori fonti di approvvigionamento.

Vennero utilizzati tutti i lotti di terreno disponibili nelle aree urbane per creare degli orti per l’autoconsumo e vennero allevati piccoli animali nei giardini di casa o, in molti casi, negli appartamenti. La risposta alla crisi alimentare, quindi, venne dal ritorno ad una economia di sussistenza, evidentemente ritenuta più adeguata piuttosto che il ricorso ad un lavoro mal pagato e per fronteggiare la decrescita del potere d’acquisto del denaro. Per capire l’entità del fenomeno, basti pensare che a Friburgo circa un terzo delle abitazioni urbane aveva degli spazi utilizzati per la coltivazione o l’allevamento.

Durante la peggiore delle crisi alimentari della guerra, quella che avvenne in Germania nell’inverno tra il 1916 e il 1917, gli orti urbani furono cruciali. Nel cosiddetto “inverno delle rape”, in tedesco “Kohlruebenwinter”, l’elemento principale della dieta tedesca, la patata, fu sostituita dalle rape e le coltivazioni urbane giocarono un ruolo fondamentale in questa transizione temporanea.

In conclusione, l’ipotesi che la guerra, con l’arruolamento di massa degli uomini e la loro sostituzione con le donne nelle attività lavorativa, abbia comportato un cambiamento stabile nei rapporti sociali tra i generi è recentemente discussa nella storiografia. Nel caso tedesco abbiamo visto come la mobilitazione dall’alto fu caratterizzata da scarsa convinzione e scarsi risultati e il ruolo della donna nel mondo del lavoro, sia agricolo sia industriale, fu meramente quello di sostituta.

Questo, però, non deve portare a minimizzare il ruolo della donna nell’economia di guerra. Al contrario, la capacità di tornare ad una gestione di sussistenza e la ruralizzazione degli spazi urbani si dimostrarono efficaci, anche se insufficienti, nel contrastare la profonda crisi alimentare causata dalla guerra.

Link:

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/organization_of_war_ec...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/food_and_nutrition_ger...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/womens_mobilisation_fo...

https://mises.org/library/world-war-i-home-front

Bibliografia:

Susan R. Grayzel, Women and the First World War, London, New York, 2002.

Belinda Davis, “Konsum im ersten Weltkriege” in: Haupt, Heinz-Gerhard / Torp, Claudius (Hrsg.): Die Konsumgesellschaft in Deutschland 1890-1990, Frankfurt a. M., Campus, 2009: pp. 232-249.

Belinda J. Davis, Home fires burning. Food, politics, and everyday life in World War I Berlin, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 2000.

C. Paul Vincent, The politics of hunger. The allied blockade of Germany, 1915-1919, Athens, Ohio University Press, 1985.

“We are all growing thinner every day, and the rounded contours of the German nation have become a legend of the past.”

(German woman, quoted in: Vincent, C.P., “The Politics of Hunger: The Allied Blockade of Germany, 1915-1919.”, p. 127)

The German food-crisis and the role of women

By Alessandro Salvador

The food supplies represented one of the biggest issues for the belligerent countries in World War I. Mass recruitment deprived the countryside of a significant number of qualified workers and war economy subtracted important resources from agriculture. For example, nitrogen and phosphate, used as fertilizer, were largely redirected to produce explosives, thus causing an important decrease in agricultural production.

The scarcity of food hit the Central Empires harder than other countries, mostly because of the naval blockade and the isolation from the international markets.

In the immediate pre-war period, furthermore, the German economy saw a rapid growth and an impressive modernization process that modified the food habits of the population and the channels of supply. Consumers required more high-value goods, such as meat and dairies and the agriculture in Germany turned from a mere producer of food to a transformation industry that relied on importations for animal fodder and basic goods: Russian barley and American corn, for instance. Despite this modernization, however, German farms still highly relied on workforce. Compared to the 8% of British workers employed in the countryside, the 30% of Germany resembled more the quotes of less developed countries rather than those of advanced economies.

For these reasons, the mass recruitment in the army severely affected the agricultural production by cutting the workforce of 40%. This process, alongside the naval blockade and the lack of fertilizer induced a collapse in farms’ productivity.

This situation worsened particularly the life conditions of women and families deprived of their income sources with the recruitment of men. Women usually had to live with public subsidies or working, or both. However, employing women in the factories and in usually men-dominated jobs faced surprisingly severe resistances. Trade-unions usually opposed the massive employment of women in the industries and there were cultural resistances to protect the “traditional role” of the woman in the households as well. Women also preferred domestic rather than industrial work.

Generally speaking, the women already working in the factories before the war, mainly in sectors in crisis because the blockade – such as textile and tobacco industries – kept on working in the military industries. In other sectors, families played a crucial role, as many women simply substituted their husband in his job until he remained at the front.

The authorities, instead of pushing the women in the industries, tried to move them towards the countryside with specific propaganda targeting them and claiming that farming was as good for the Fatherland as it was for women’s health. However, except the wives and relatives of farmers and agricultural workers, that took over their men’s positions, very few women from the cities moved to the countryside.

As a general statement, one can say that every attempt to replace rural workers sent to the front proved inadequate. The first choices, represented by POWs and civilians from occupied countries, were usually not well motivated and hard to control. Women and teenagers, on the other hand, were not well suited or qualified for farming. At the end of the day, the German authorities preferred to give special licenses to the soldiers to send them back in the countryside for important work, as the harvest.

Hunger and chronic lack of supplies during the war years in Germany produced, however, a phenomenon opposite to the expected migration to the countryside: the ruralization of urban spaces. In many cities, among them Berlin and Freiburg as important case studies, the women re-organized the urban spaces to provide for food.

Every available piece of terrain was used and transformed into a vegetable garden for self-sustainment. Also small livestock was kept into private households, gardens and apartments. To understand the spread of those experiences would suffice to say that one third of private households in Freiburg used spaces for small cropping or livestock. This kind of practices proved to be more efficient, or at least preferred, to provide for sustainment in a context of decreasing value of money and economic crisis.  

In the worst German food crisis, during the winter of 1916-17, the urban gardens proved their importance. The so-called “turnip winter”, “Kohlruebenwinter” in German, saw the main ingredient of German diet, potatoes, being substituted by turnips, largely cultivated in the countryside as well as in the urban gardens.

Summarizing, the idea that the war produced a significant and permanent change in the gender relations because of the massive recruitment of men and the subsequent employment of women in the job market, is largely challenged by current historiography. In the German case we can conclude that the attempts to mobilize women for work or volunteering showed scarce determination and poor results. Women in the agricultural and industrial work were mere temporary substitutes for men.

However, this should not minimize the role that women played in the war economy. The capability to return to a self-sustaining model of economy in the maintaining of the households and the ruralization of urban spaces showed, despite their insufficiency, some significant results in opposing the deep food crisis caused by the war.

Links:

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/organization_of_war_ec...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/food_and_nutrition_ger...

https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/womens_mobilisation_fo...

https://mises.org/library/world-war-i-home-front

Bibliography:

Susan R. Grayzel, Women and the First World War, London, New York, 2002.

Belinda Davis, “Konsum im ersten Weltkriege” in: Haupt, Heinz-Gerhard / Torp, Claudius (Hrsg.): Die Konsumgesellschaft in Deutschland 1890-1990, Frankfurt a. M., Campus, 2009: pp. 232-249.

Belinda J. Davis, Home fires burning. Food, politics, and everyday life in World War I Berlin, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 2000.

C. Paul Vincent, The politics of hunger. The allied blockade of Germany, 1915-1919, Athens, Ohio University Press, 1985.

Anche sul fronte orientale, le donne parteciparono direttamente al conflitto, servendo nelle formazioni ausiliarie dell'esercito, soprattutto nella sussistenza e nei servizi medici. Una situazione particolare si verificò nei territori dell'attuale Polonia, dove durante la guerra molte donne servirono nelle Legioni e nell'organizzazione militare polacca.

Donne sul fronte orientale

Di Joanna Sondel-Cedarmas

Lo scoppio della prima guerra mondiale cambiò la situazione delle donne in Europa, costringendo molte di loro a cercare un lavoro retribuito e assumere il ruolo di "capofamiglia", al posto degli uomini sottoposti al servizio militare obbligatorio. Come sul fronte occidentale, anche su quello orientale, alcune donne parteciparono direttamente al conflitto, servendo nelle formazioni ausiliarie dell'esercito, soprattutto nella sussistenza e nei servizi medici. Una situazione particolare si verificò nei territori dell'attuale Polonia, dove durante la guerra molte donne servirono nelle Legioni e nell'organizzazione militare polacca. Nell’agosto del 1914, nelle forze paramiliatri del Regno di Polonia e Galizia, vi erano 300 “fucilieri” donne, appartenenti alla branca femminile della ZS - Zwizków Strzeleckich (“Associazione dei Fucilieri”) e dei PDS - Polskich Druyn Strzeleckich (“Fucilieri Polacchi”) - riunite sotto il comando di Janina Antoniewicz. Il coinvolgimento delle donne fu particolarmente importante nella formazione dell'iniziale esercito polacco. Nei primi giorni di agosto del 1914, il comando della Zwizków Strzeleckich creò una speciale commissione per la formazione di unità composte da sole donne. Il loro primo compito fu quello di contribuire al vettovagliamento e ai rifornimenti dei combattenti polacchi. Le donne inoltre gestivano le cucine da campo e le infermerie nelle principali caserme. Dovevano inoltre mantenere la comunicazione tra i comandi e svolgere compiti amministrativi e di ufficio. Al tempo stesso si occupavano della raccolta di donazioni per le future truppe polacche. Anche se il fondatore delle Legioni, Jozef Pilsudski si oppose al servizio in prima linea delle donne, acconsentì infine al loro impiego nello spionaggio e istituì un'unità sanitaria sotto il comando di Zofia Dobijanka. Tuttavia, quando l'8 settembre 1914 le Legioni passarono sotto il comando austriaco, Pilsudski ordinò il ritiro delle donne dalle unità militari. Indipendentemente da questo divieto, negli anni 1915-1916 si segnalarono casi di donne in servizio con travestimenti maschili nelle Legioni polacche schierate nei Carpazi e in Volinia. Inoltre, nella Prima e nella Seconda brigata delle Legioni servirono dieci paramedici donne.

Inoltre, diverse donne entrarono a far parte di un'unità d'élite, il reparto di spionaggio dell'esercito polacco (Oddziału Wywiadowczego), comandata da Rajmund Jaworowski e creato tra agosto e settembre 1914. Il nucleo femminile era comandato da Aleksander Szczerbiska e raccoglieva membri attentamente selezionati delle associazioni dei Fucilieri e donne appartenenti a organizzazioni patriottiche che conoscevano il russo. I membri del Oddziału Wywiadowczego erano principalmente giovani ragazze, studentesse universitarie, insegnanti e giornaliste, la più anziana delle quali, Waleria Goliska, aveva 65 anni. Anche se vivevano nelle caserme e ricevevano la paga militare, non erano soggette ad una disciplina severa. Nel primo periodo di attività (dall'agosto 1914, fino al ritiro delle truppe di Pisudski a Nowy Korczyn e Opatowice a metà settembre 1914) le loro attività consistevano principalmente nel raccogliere informazioni tattiche sul campo e monitorare i movimenti e l'entità delle unità russe, così come la profondità del fronte e la dislocazione delle truppe nemiche. Queste informazioni erano poi trasmesse da Pisudski agli addetti austriaci e tedeschi. Con la stabilizzazione del fronte a novembre e dicembre 1914, e il formarsi di una linea permanente di trincee e postazioni, il ruolo degli ufficiali dello spionaggio cambiò, concentrandosi sul mantenimento delle comunicazioni tra Varsavia e la Prima Brigata.

Le donne polacche durante la guerra furono una parte attiva del movimento per l'indipendenza anche sul fronte interno. Già nel 1913, nel Regno di Polonia fu fondata la Lega femminile per l'allerta di guerra (LKPW - Liga Kobiet Pogotowia Wojennego) e due anni dopo, a Cracovia, la Lega galiziana delle donne. Entrambe le organizzazioni erano dominate da donne legate alla socialdemocrazia, all'istruzione e al movimento femminista, le quali credevano che la nazione polacca dovesse combattere per l'indipendenza armi in pugno e che il dovere delle donne fosse quello di partecipare a questa lotta raccogliendo risorse materiali e formando attivamente l'opinione pubblica. La LPKW si concentrò sull’agitazione politica e la propaganda, organizzando conferenze sulla storia polacca, incontri e letture patriottiche, nonché contribuendo a creare nuove unità militari polacche. I suoi membri raccoglievano abbigliamento e rifornimenti alimentari, inviando pacchi al fronte, prestando servizio negli ospedali e nelle strutture sanitarie in prima linea per i legionari.

Tra fine agosto e  inizio settembre 1914, su iniziativa di Józef Pisudski, nell'area del Regno fu creata l'Organizzazione militare polacca (POW), che doveva diventare una forza militare segreta, indipendente dalle autorità militari austriache. Il ramo femminile della POW a Varsavia aveva ancora il compito di condurre lo spionaggio militare, raccogliendo dati sulla dislocazione delle truppe russe, nonché informazioni sullo stato delle strade e lo stato d'animo della popolazione nelle città. I rapporti preparati dall'Ufficio di Ricerca del POW erano poi inviati al fronte attraverso l'unità di spionaggio della Prima Brigata. Dopo l'occupazione di Varsavia da parte dell'esercito tedesco nel 1915, la POW concluse ufficialmente le sue attività, tuttavia le sue attiviste diedero vita al Pocztę Listów Prywatnych (“Posta Privata”), che mediava la corrispondenza da e per i legionari al fronte. Dopo l'arresto di Pisudski nella notte del 21 luglio 1917 e la repressioni che coinvolse anche le attiviste del POW, i membri dell'organizzazione si concentrarono sulla ricerca di locali sicuri per le riunioni clandestine, della ricerca di nascondigli per sfuggire alla polizia tedesca e, dall'autunno 1917, anche dei profughi di Beniaminowa e Szczypiorna. Occultarono inoltre armi ed esplosivi e furono responsabili degli uffici passaporti che producevano documenti falsi. Allo stesso tempo, i Peowiaczki (come venivano definiti i militanti del POW), il 31 ottobre 1918 parteciparono attivamente alla presa del potere da parte dei patrioti polacchi nella Galizia occidentale, disarmando le truppe occupanti. Dopo l'indipendenza della Polonia, nel dicembre 1918 fu deciso di sciogliere il corpo femminile del POW e al gruppo di Varsavia fu assegnata la Krzyżem Virtuti Militari (Croce al valor mlitare).

Con l'indipendenza della Polonia le donne acquisirono diritti elettorali e civili, sia attivi che passivi, che sanzionavano il loro nuovo status acquisito nella comunità civile.

Divulgazione:

http://www.herito.pl/en/articles/women-in-first-world-war-photography

Musei:

http://mjp.najlepszemedia.pl/- Muzeum Józefa Piłsudskiego w Sulejówku

Bibliografia:

J. Dufrat, Kobiety w kręgu lewicy niepodległościowej. Od Ligi Kobiet Pogotowia Wojennego do Ochotniczej Legii Kobiet (1908-1918/1918), Toruń 2001

A. Piłsudska, Udział kobiet w walkach o niepodległość, „Niepodległość” (Londyn) 1955, t. 5, s. 182

Służba ojczyźnie. Wspomnienia uczestniczek walk o niepodległość 1915-1918, red. Piłsudska A., M. Dąbrowska, W. Pełczyńska, Warszawa 1929

Wierna służba. Wspomnienia uczestniczek walk o niepodległość 1910-1915, red. A. Piłsudska, M. Dąbrowska, W. Pełczyńska, Warszawa 1927

Z. Zawiszanka, Poprzez fronty. Pamiętnik wywiadowczyni I Pułku Piechoty Legionów w 1914 r. Na podstawie notatek spisanych w II-III 1915 r., Warszawa 1928

Women participated directly in the conflict also on the Eastern Front, serving in auxiliary army formations, especially in provision and medical services. There was a particular situation in the territories of modern-day Poland, which saw many women serve in the Polish Legions and the Polish military during the war.

Women on the Eastern Front

By Joanna Sondel-Cedarmas

The outbreak of World War I changed the situation of women in Europe, forcing many of them to seek paid employment and to assume the role of "head of the household" in place of the men who were forced to serve in the military. Just as they did on the Western Front, some women participated directly in the conflict also on the Eastern Front, serving in auxiliary army formations, especially in provision and medical services. There was a particular situation in the territories of modern-day Poland, which saw many women serve in the Polish Legions and the Polish military during the war. In August 1914, the paramilitary forces of the Kingdom of Poland and Galicia included 300 female "riflemen" that belonged to the female branch of the ZS - Zwizków Strzeleckich ("Riflemen's Association") and the PDS - Polskich Druyn Strzeleckich ("Polish Riflemen") - united under the command of Janina Antoniewicz. The involvement of women was particularly important in the formation of the early Polish Army. In the early days of August 1914, the high command of the Zwizków Strzeleckich created a special commission for the formation of units composed only of women. Their first job was to contribute to the supply and provisioning of Polish fighters. Women also ran field kitchens and infirmaries in the main barracks. They also had to maintain communication between commands and carry out administrative and office tasks. They were also engaged in collecting donations for future Polish troops. Although the founder of the Legions, Jozef Pilsudski, was opposed to women serving on the front line, he finally agreed to their use in espionage and established a health unit under Zofia Dobijanka. However, when the Legions passed under Austrian command on 8 September 1914, Pilsudski ordered the withdrawal of women from the military units. Despite this prohibition, between 1915-1916 there were cases reported of women serving in the Polish Legions deployed in the Carpathians and Volynia disguised as men. Ten women also served as paramedics in the First and Second brigades of the Legions.

And there were also several women that joined an elite unit, the Polish Army Intelligence Department (Oddziału Wywiadowczego), commanded by Rajmund Jaworowski, created between August and September 1914. The female unit was commanded by Aleksander Szczerbiska and carefully selected its members from the Riflemen associations and women belonging to patriotic organizations who could speak Russian. Members of the Oddziału Wywiadowczego were mainly young girls, university students, teachers and journalists, the oldest of them, Waleria Goliska, was 65 years old. Even though they lived in the barracks and received military pay, they were not subject to strict discipline. In the early days of their service (from August 1914 until the withdrawal of Pisudski's troops to Nowy Korczyn and Opatowice in mid-September 1914) their activities mainly consisted of collecting tactical information in the field and monitoring the movements and the size of Russian units, as well as the strength of the front and the deployment of enemy troops. Pisudski then transmitted this information to the Austrian and German agents. With the stabilization of the front in November and December 1914, and the formation of a permanent line of trenches and posts, the role of espionage officers changed, and became focused on maintaining communications between Warsaw and the First Brigade.

During the war Polish women were an active part of the movement for independence even on the home front. Already by 1913 in the Kingdom of Poland, the Women's Wartime Vigilance League (LKPW - Liga Kobiet Pogotowia Wojennego) had been founded and, two years later in Krakow, the Galician League of Women was founded. Both of these organizations were dominated by women with ties to social democracy, education and the feminist movement, who believed that the Polish nation should take up arms for independence and that the duty of women was to participate in this struggle by collecting material resources and actively forming public opinion. The LKPW focused on political agitation and propaganda, organizing conferences on Polish history, patriotic meetings and readings, and contributing to the creation of new Polish military units. Its members collected clothing and food supplies, sending parcels to the front, serving in hospitals and healthcare facilities on the front line for the legionnaires.

Between the end of August and the beginning of September 1914, at the initiative of Józef Pisudski, the Polish Military Organization (POW) was created in the Kingdom, which was to become a secret military force, independent of the Austrian military authorities. The female branch of the POW in Warsaw was still engaged in conducting military espionage, gathering data on the deployment of Russian troops, as well as information on the condition of the roads and the mood of the population in the cities. The reports prepared by the POW's Research Office were then sent to the front through the First Brigade's intelligence unit. After the occupation of Warsaw by the German Army in 1915, the POW officially ceased its activities, but its activists went on to create the Pocztę Listów Prywatnych ("Private Post"), which intermediated the sending of correspondence to and from legionaries at the front. After the arrest of Pisudski on the night of 21 July 1917 and the repression that was also directed at the POW activists, members of the organization focused on finding safe premises for clandestine meetings, finding hiding places to evade the German police and, from the autumn of 1917, also for the refugees of Beniaminowa and Szczypiorna. They also hid weapons and explosives and were responsible for the passport offices that produced false documents. At the same time, on 31 October 1918, the Peowiaczki (as the POW militants came to be known), actively participated in the takeover of power by Polish patriots in western Galicia on 31 October 1918, disarming the occupying troops. After the independence of Poland, in December 1918, it was decided to dissolve the female unit of the POW and the Warsaw group was awarded the Krzyżem Virtuti Militari (Cross of Military Virtue).

With Poland's independence, women acquired both electoral and civil rights, both active and passive, that sanctioned their newly acquired status in the civil community.

Information:

http://www.herito.pl/en/articles/women-in-first-world-war-photography

Museums:

http://mjp.najlepszemedia.pl/- Muzeum Józefa Piłsudskiego w Sulejówku

Bibliography

J. Dufrat, Kobiety w kręgu lewicy niepodległościowej. Od Ligi Kobiet Pogotowia Wojennego do Ochotniczej Legii Kobiet (1908-1918/1918), Toruń 2001

A. Piłsudska, Udział kobiet w walkach o niepodległość, „Niepodległość” (London) 1955, t. 5, s. 182

Służba ojczyźnie. Wspomnienia uczestniczek walk o niepodległość 1915-1918, red. Piłsudska A., M. Dąbrowska, W. Pełczyńska, Warsaw 1929

Wierna służba. Wspomnienia uczestniczek walk o niepodległość 1910-1915, red. A. Piłsudska, M. Dąbrowska, W. Pełczyńska, Warsaw 1927

Z. Zawiszanka, Poprzez fronty. Pamiętnik wywiadowczyni I Pułku Piechoty Legionów w 1914 r. Na podstawie notatek spisanych w II-III 1915 r., Warsaw 1928

 

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