Maggio 1914

La corsa agli armamenti

Di Gustavo Corni

"Nei decenni precedenti la Grande Guerra, lo sviluppo dell’industria e le ambizioni delle grandi potenze generarono un esponenziale sviluppo delle forze armate e dell’industria bellica. La corsa agli armamenti provocò una situazione di crescente tensione che avrebbe portato allo scoppio della guerra."

La corsa agli armamenti che segnò il trentennio precedente la Grande Guerra fu una delle principali cause del conflitto. I governi ebbero a disposizione uno strumento militare moderno, che per certi aspetti “doveva” essere utilizzato. Infatti la logica delle armi e degli eserciti è quella di essere impiegati in guerra. Per il suo carattere eclatante e per i costi che essa comportò, la corsa agli armamenti iniziata nel tardo Ottocento può essere paragonata a quella per gli armamenti atomici, che caratterizzò invece la guerra fredda.

Molti elementi convergono a giustificare questa competizione militare e le dimensioni che andò assumendo. Per prima cosa vi fu una forte spinta all’armamento da parte delle imprese produttrici, da quelle carbo-siderurgiche a quelle meccaniche. Queste avevano interesse a mettersi al servizio dei governi, realizzando armi sempre più micidiali e costose.

Per fare qualche esempio, le corazzate tedesche passarono da un costo unitario di 38-40 milioni di marchi oro a uno di 44-45 nel giro di pochi anni. I cantieri inglesi, da parte loro, sfornarono incrociatori da battaglia il cui costo passò da 1,6 milioni di sterline (per l’Invincible del 1906) a 2,08 del Lion, tre quattro anni dopo. Imprese come Krupp in Germania, Vickers in Inghilterra, Škoda nell’Impero austro-ungarico o Ansaldo in Italia, divennero in pochi anni dei colossi. Nonostante l’indubbio interesse del mondo produttivo, non si può però attribuire la corsa agli armamenti esclusivamente alla volontà delle grandi industrie.

Un motivo più importante è rappresentato dalle alleanze contrapposte che si formarono in quegli anni. Alla Triplice Alleanza, siglata nel 1882 fra Germania, Austria-Ungheria e Italia, si contrappose l’Intesa franco-russa (1892), cui pochi anni dopo si aggiunse la Gran Bretagna. Queste coalizioni si basavano prevalentemente sulla difesa e sulla paura reciproca, ma contenevano anche elementi offensivi. Tutti temevano il potenziale militare della Russia, che aveva 170 milioni di abitanti, più di quelli dei tre paesi della Triplice insieme. I suoi nemici perciò cercarono di dotarsi di eserciti sempre più numerosi. È del 1913 una legge tedesca che ordinò l’aumento di 100.000 soldati sotto le armi per rispondere alla potenziale minaccia russa. Questa decisione provocò a sua volta la promulgazione di una legge francese, che allungava da due a tre anni il periodo di leva, incrementando del 50% le dimensioni dell’esercito. La Francia nutriva un desiderio di rivincita (revanche, da cui il termine “revanscismo”) verso la Prussia/Germania, che l’aveva sconfitta nel 1870; rispetto all’Impero germanico la Repubblica francese aveva però una popolazione e una capacità industriale minori.

La corsa agli armamenti portò a sviluppare artiglierie sempre più potenti, ma anche corazzature capaci di resistere ai loro colpi. Fu anche sviluppata una nuova arma mobile ed efficace: la mitragliatrice.

L’aspetto più eclatante della corsa agli armamenti riguardò però le flotte. Tutte le grandi potenze avevano delle colonie oltreoceano ed era diffusa la convinzione che la forza di una nazione si misurasse sulla capacità di controllare le rotte marittime.

Nel libro The Influence of Sea Power upon History (1890) l’ammiraglio americano Alfred T. Mahan aveva sviluppato l’idea del “navalismo”. Da quel momento tutte le potenze (compresa l’Italia) cercarono di dotarsi di grandi flotte. In particolare, a partire dal 1897, l’ammiraglio tedesco Alfred von Tirpitz, segretario alla marina, propose che la Germania avviasse una politica mondiale in aperta concorrenza con la Gran Bretagna. Quest’ultima, gelosa del suo impero coloniale e del predominio navale, non poteva accettare alcun rivale. Secondo Londra la propria marina avrebbe dovuto essere più forte della somma della seconda e della terza flotta. Al centro di questa competizione vi furono le corazzate: navi di grande dimensione, potentemente armate e difese. Si passò da 20.000 tonnellate a stazze superiori alle 30.000, con cannoni doppi o tripli in torrette girevoli, da 280–305 millimetri di calibro. Erano navi con più di mille uomini d’equipaggio, che viaggiavano a quasi 30 nodi.
Nonostante l’impiego di enormi risorse, la Weltpolitik germanica non riuscì a scalfire la supremazia inglese. Essa ebbe però un effetto collaterale: convinse tutte le potenze, piccole e medie, a realizzare flotte da guerra sempre più potenti e costose.