Febbraio 1915

La guerra sottomarina tedesca

Di Alessandro Chebat

"Di fronte allo stagnare delle operazioni sul fronte di terra gli alti comandi tedeschi sfruttarono in maniera nuova e spregiudicata la moderna arma del sommergibile. Fu l’estremo tentativo della Germania di accorciare la guerra e cogliere la vittoria decisiva".

Nel primo decennio del ‘900 la Kaiserliche Marine, guidata dall’ammiraglio Alfred von Tirpitz e influenzata dalle teorie navaliste, si era impegnata a fondo nel portare la propria flotta d’alto mare a una forza paragonabile a quella della Royal Navy. Tuttavia agli esordi della Grande Guerra la marina tedesca era ancora pesantemente inferiore a quella britannica: alle 29 Dreadnoughts della Royal Navy, per un totale di 2.205.000 tonnellate, la Kaiserliche Marine poteva opporne solo 17, per complessive 1.019.000 tonnellate.

Nonostante la superiorità numerica, i vertici britannici vedevano nella flotta tedesca una grave minaccia alla propria supremazia sui mari. Fu così adottata una strategia che abbandonava la tradizione nelsoniana dello scontro decisivo, approdando all’approccio più indiretto della “flotta sempre all’erta”, schierata come una grande diga nella base navale scozzese di Scapa Flow. A loro volta i vertici della Kaiserliche Marine, consci dell’inferiorità della propria flotta e dell’impossibilità di cogliere di sorpresa un nemico costantemente in guardia, decisero di mantenersi su posizioni difensive, fedeli ai principi della fleet in being. La strategia tedesca mirava perciò a salvaguardare il più possibile la flotta d’alto mare nella speranza che i posamine e i sommergibili indebolissero quella inglese. Tutto questo nella convinzione che una rapida sconfitta della Francia e il blocco navale avrebbero rapidamente concluso il conflitto.

All’origine della passività tedesca nella guerra navale vi erano inoltre ragioni di natura geografica: il tratto costiero del Mare del Nord era profondamente frastagliato e protetto da isole fortificate che difendevano le basi di Wilhelmshaven, Cuxhaven, Bremerhaven, senza contare che i tedeschi potevano contare sul canale di Kiel, una straordinaria “porta di servizio” che metteva in comunicazione il Mare del Nord con il Baltico e il grosso della flotta.

Insieme a queste valutazioni le ridotte dimensioni, la difficile individuabilità e la capacità di svolgere rapidi attacchi per poi riparare nelle basi navali rendevano i sommergibili l’arma ideale da opporre allo strapotere britannico. Anche per queste ragioni nei primi mesi di guerra si segnalarono solamente alcuni scontri minori e non vere battaglie navali (Helgoland, Coronel, Falkland e Dogger Bank), così come gli attacchi dei sommergibili alle ben difese e veloci corazzate inglesi si rivelarono infruttuosi.

Nel febbraio del 1915 tuttavia vi fu la svolta che mutò la guerra sui mari. Il conflitto, dopo la mancata vittoria in Francia, si apprestava ad essere lungo ed impegnativo e il rischio di uno strangolamento delle risorse economico-industriali della Germania era elevato. Fu così che la Kaiserliche Marine privò di ogni restrizione la guerra sottomarina che fino a quel momento aveva risparmiato il naviglio mercantile e neutrale, in particolare quello statunitense. Le acque intorno alle isole britanniche furono dichiarate “zona di guerra”: ciò significava che qualsiasi nave trovata in quell’area sarebbe stata affondata.

La prima fase della guerra sottomarina, pur dando risultati modesti che lasciavano presagire ulteriori e più proficui sviluppi, rischiò di provocare un intervento degli Stati Uniti in guerra. Con l’affondamento del piroscafo Lusitania (7 maggio 1915), in cui perirono 123 cittadini americani, si innescò una crisi diplomatica tra USA e Germania che portò alla sospensione della guerra sottomarina indiscriminata (1 settembre 1915).

Tale tregua era destinata a non durare. Dopo la battaglia dello Jutland (31 maggio 1916), con lo sfortunato tentativo della Hochseeflotte di sfidare la Grand Fleet britannica, la Kaiserliche Marine ritornò con maggior determinazione e mezzi più ampi al sottomarino. Inizialmente i sommergibili tedeschi colpirono soprattutto nel Mediterraneo al fine di non urtare gli interessi americani, tuttavia nel febbraio del 1917 la Germania proclamò nuovamente la guerra sottomarina senza restrizioni. Il rischio di un intervento statunitense in Europa fu infatti ritenuto trascurabile perché i vertici dell’esercito ritenevano di essere in grado di liquidare le forze alleate prima che i contingenti americani giungessero al fronte.
Lothar-von-Arnauld-de-la-Perière-guerra-sottomarina-tedesca-febbraio-1915-centenario-la-grande-guerra-piu-centoL’ ammiraglio Lothar von Arnauld de-la-Perière

La pressione esercitata dai sommergibili sui rifornimenti inglesi fu tale che nell’aprile 1917 colarono a picco 852.000 tonnellate di naviglio mercantile: il 25% delle navi non faceva ritorno. Il protrarsi di una simile situazione avrebbe portato il Regno Unito al collasso, tuttavia le promesse degli ammiragli tedeschi di una rapida risoluzione della guerra “per strangolamento” erano ben lungi dall’avverarsi.

Accanto al razionamento alimentare e all’aumento della produzione interna, il Regno Unito reagì posando campi di mine sempre più vicini alle coste tedesche, mettendo a punto aerei e navi antisommergibili, ma soprattutto adottò l’efficace sistema dei convogli navali facendo precipitare inesorabilmente il numero dei siluramenti. Nel giugno del 1917 gli affondamenti si erano ridotti a meno di duecentomila tonnellate ed entro la fine dell’anno la minaccia di un blocco dei rifornimenti era scongiurata. Nei primi mesi del 1918 le perdite di sommergibili erano ormai proporzionali ai danni arrecati al nemico: nel mese di maggio andarono perduti 14 sommergibili su 125 disponibili.

Le ragioni della sconfitta vanno ricercate all’interno della stessa Kaiserliche Marine: l’uso intensivo del sottomarino non fu sostenuto da un numero sufficiente di equipaggi addestrati, pregiudicando il rendimento e il crollo nervoso degli uomini. Sommergibili e marinai furono presenti in numero troppo limitato rispetto all’entità del compito loro assegnato. Indicativo della mole di lavoro cui furono sottoposti è il caso del sommergibile U-35, comandato da Lothar von Arnauld de la Perière, che tra il marzo 1915 e il marzo 1918 affondò 546.707 tonnellate di naviglio alleato nel Mare del Nord e nel Mediterraneo, stabilendo un drammatico record rimasto insuperato.

„Man nehme die Fleischkarte, wälze sie in der Eierkarte und brate sie in der Butterkarte schön braun. Die Kartoffel- und Gemüsekarte dämpfe recht weich und verdicke sie mit der Mehlkarte.

Als Nachtisch brühe die Kaffeekarte auf, gebe die Milch- und Zuckerkarte dazu und tauche die Brotkarte hinein.

Nach dem Essen wasche die Hände mit der Seifenkarte und trockne sie am Bezugschein ab.“

Die Ausweiskarten in Cisleithanien

By Gertrud Margesin

 

Dieses „zeitgemäße Küchenrezept‘“ war im Deutschen Reich weit verbreitet und wurde im Herbst 1917 in diversen österreichischen Printmedien veröffentlicht. Es wirft einen tragisch-komischen Blick auf das Kartensystem nicht nur des Deutschen Reiches sondern auch von Österreich.

Österreich-Ungarn produzierte vor Ausbruch des Krieges im Sommer 1914 ausreichend Brotgetreide um sich selbst zu versorgen. Bei Vieh, Fleisch, tierischen Produkten, Zucker, Obst und Hülsenfrüchten gab es sogar einen Überschuss. Allerdings traf das nur auf den Gesamtstaat zu. Die österreichische Reichshälfte alleine war auf landwirtschaftliche Importe, vor allem aus der ungarischen Reichshälfte, angewiesen. Insgesamt gesehen hätte sich die Habsburgermonarchie im Falle eines begrenzten und wenige Monate andauernden Krieges selbst mit Lebensmitteln versorgen können. Auf einen viereinhalb Jahre dauernden Krieg an mehreren Fronten war Österreich-Ungarn jedoch nicht vorbereitet. Weder gab es eine den Gesamtstaat übergreifende Wirtschaftsplanung noch formelle Verpflichtungen seitens der ungarischen Reichshälfte zur Lieferung von Lebensmitteln nach Österreich. Während des Krieges drosselte Ungarn seine Lieferungen zum Teil drastisch. Beispielsweise sanken die ungarischen Getreidelieferungen nach Österreich um 98 Prozent von durchschnittlich 14 Millionen Meterzentner in den Jahren 1909 bis 1913 auf rund 277.000 Meterzentner im Jahre 1917.

Daher waren Getreide, Brot und Mehl die ersten Lebensmittel, deren Verteilung die österreichische Regierung im Frühjahr 1915 regulierte. Im Verlauf des Krieges regulierte die Regierung auch den Verbrauch von Zucker, Kaffee, Fleisch, Fett sowie Fettprodukten und Speiseölen, aber auch von Bekleidung, Zigaretten oder Kohle. Sie legte die maximale tägliche Verbrauchsmenge pro Person fest. Um die jeweilige Verbrauchsabgabe von Getreide, Brot, Mehl, Fleisch, Fett, Marmelade oder Milch zu kontrollieren, ermächtigte die österreichische Regierung die politischen Landesbehörden zur Einführung von Ausweiskarten oder aber eines anderen Systems. Bei Zucker, Kaffee und Kartoffeln hingegen erfolgte die Einführung der jeweiligen Karten einheitlich und verpflichtend in ganz Österreich. Neben den auf bestimmte Lebensmittel lautenden Karten gab es vor allem in größeren Städten verschiedene Arten von allgemeinen Lebensmittelkarten oder Einkaufsscheinen, mit denen die Bevölkerung beispielsweise Marmelade, Eier, Käse, Reis, Zwiebeln aber auch Kohle, Kerzen oder Sohlenleder beziehen konnten.

Die Einführung einheitlicher Vorschriften für das Kartensystem war aufgrund der ökonomischen und kulturellen Heterogenität Österreichs nicht möglich. Dennoch wiesen die Ausweiskarten bestimmte homogene Merkmale auf: Das Geltungsgebiet, die Gültigkeitsdauer sowie wichtige Bemerkungen für die Bevölkerung waren abgedruckt. Zudem bestand jede Karte aus mehreren Abschnitten, die jeweils einem bestimmten Quantum entsprachen. Nach jedem Warenbezug wurden die entsprechenden Abschnitte abgetrennt und vom letzten Verteiler gesammelt und an die zentrale Verteilungsstelle abgegeben. Dies ermöglichte dem Staat die Kontrolle über die Verbrauchsabgabe.

Die Ausweiskarten gewährten „die absolute Gleichmäßigkeit der Verteilung“ (Hans Loewenfeld-Russ, österreichischer Staatssekretär außer Dienst). Die Karteninhaber konnten nicht mehr beziehen, als das angegebene Quantum. Sie mussten beteilt werden, soweit die Ware vorrätig war. Die Ausweiskarten wurden dem Haushaltungsvorstand für sich und seine Angehörigen im Haushalt ausgestellt. Eine Übertragung der Ausweiskarten war nicht möglich.

In der Regel oblag den Ländern die Bestellung der Karten und den politischen Bezirksbehörden deren Verteilung. Waren Gemeinden mit der Durchführung der Verbrauchsregelung beauftragt worden, waren diese für beides zuständig.

Die große Schwierigkeit bei der Regulierung der Lebensmittel bestand in der Ermittlung der Verbrauchsmenge. Es gab keine Konsumstatistik, auf die die österreichische Regierung hätte zurückgreifen können. Letztendlich stellte der Vorratsstand die Grundlage für die Berechnung dar. Sämtliche Vorräte wurden von der Regierung aufgekauft, um die Waren sodann reguliert an die Bevölkerung abgeben zu können. Als erste Lebensmittel waren in Österreich Getreide, Mehl und Brot nicht mehr frei erhältlich.

Am 26. März 1915 legte die österreichische Regierung eine Pro-Kopfquote für den Verbrauch von Brot und Mehl fest. Sie unterteilte die Bevölkerung zunächst in Selbstversorger (Unternehmer landwirtschaftlicher Betriebe und deren Angehörigen) und Nichtselbstversorger. Den Nichtselbstversorgern stand pro Kopf täglich höchstens 200 Gramm Mehl zu. Den Selbstversorgern 240 Gramm. Im Juni 1915 kam noch die Kategorie der Schwerstarbeiter hinzu (Kumpel im Bergbau, Stein- und Ziegelarbeiter, Schmiede, Schlosser, Arbeiter in der Rüstungsindustrie, Eisenbahner, Gendarmerie, Polizisten). Auf diese entfielen pro Kopf täglich 300 Gramm. Fünf Gramm Mehl entsprachen dabei sieben Gramm Brot. De jure blieben diese Quoten bis Jänner 1918 in Kraft. Allerdings konnten diese Mengen ob der Getreideknappheit nur selten auch tatsächlich ausgegeben werden. Die Einführung der Brot- und Mehlkarte erfolgte gestaffelt. In den Städten wie Wien, Innsbruck oder Trient und einigen Ortschaften respektive Gemeinden war der Einkauf von Getreide, Brot und Mehl seit dem 11. April 1915 nur mehr mittels der Ausweiskarte möglich. In den kommenden Wochen folgten weitere Gemeinden.

Im März 1916 führte die österreichische Regierung in ganz Österreich die Zuckerkarte ein, im Juli folgte die Kaffeekarte. Die Fettkarte gab es ab September 1916. Die Fleischkarte gab es im Kurort Meran (Tirol) bereits ab Juli 1917, in Wien hingegen kam sie erst im September 1918 zur Einführung. Ab Oktober 1917 wurden Kartoffeln nur mehr gegen die Kartoffelkarte abgegeben. Ab Juli 1918 kam die Tabakkarte zum Einsatz.

Mit zunehmenden Kriegsverlauf senkte die österreichische Regierung die Pro-Kopfquoten der verschiedenen Lebensmittel immer weiter. Die unzureichende Versorgung verstärkte den Schleichhandel. Seit 1917 standen sogenannte Hamsterfahrten auf das Land und Diebstähle von Feldfrüchten oder Einbrüchen in (Bauern-)Häusern an der Tagesordnung.

 

Quellen:

Reichsgesetzblatt Nr. 301 vom 31.10.1914.

Reichsgesetzblatt Nr. 75 vom 26.03.1915.

Reichsgesetzblatt Nr. 182 vom 28.06.1915.

Zeitungen:

Der Burggräfler. Meraner Anzeiger 1915, 1916, 1917, 1918.

Pustertaler Bote 1917.

Literatur:

Hautmann, Hans, Hunger ist ein schlechter Koch. Die Ernährungslage der österreichischen Arbeiter im Ersten Weltkrieg. In: Gerhard Botz u. a. (Hrsg.), Bewegung und Klasse. Studien zur österreichischen Arbeitergeschichte, Wien u. a. 1978, S. 661-681.

Loewenfeld-Russ, Hans, Die Regelung der Volksernährung im Kriege (Carnegie-Stiftung für internationalen Frieden. Abteilung für Volkswirtschaft und Geschichte. Wirtschafts- und Sozialgeschichte des Weltkrieges. Österreichische und ungarische Serie), Wien 1926.

Rettenwander, Matthias, Stilles Heldentum? Wirtschafts- und Sozialgeschichte Tirols im Ersten Weltkrieg (Tirol im Ersten Weltkrieg. Politik, Wirtschaft und Gesellschaft 2), Innsbruck 1997.

"You take your meat card, roll it up in the egg card and fry it in the butter card until golden brown. You soak the potato and vegetable card until it is really soft and then thicken it with the flour card.

For dessert you brew up the coffee card, add the milk and sugar card and then dunk the bread card.

After your meal you wash your hands with the soap card and then dry them on the ration card."

Ration Cards in Cisleithania

By Gertrud Margesin

This "contemporary recipe" was widespread in the German Reich and was published in a number of Austrian print media in the autumn of 1917. It throws tragicomic light on the ration card system not only in the German Reich but also in Austria.

Before the outbreak of war in the summer of 1914, Austria-Hungary produced enough bread cereals to be self-sufficient. There was even a surplus of cattle, meat, animal products, sugar, fruit and legume. However, that only applied to the State as a whole. The Austrian part of the empire relied on the importation of agricultural products, especially from the Hungarian part of the empire. The Hapsburg Monarchy could only have remained self-sufficient in food products if the war had been limited and lasted only a few months. But Austria-Hungary was not prepared for a war on several fronts lasting four and a half years. There was neither comprehensive economic planning at state level nor a formal commitment by the Hungarian side of the empire to supply Austria with food products. During the war Hungary restricted supplies of food products, in some cases drastically. For example, Hungary reduced the export of cereals to Austria by 98%, from an average of 14 million metric hundredweights in the years 1909 to 1913, to about 277,000 metric hundredweights in 1917.

Therefore, cereals, bread and flour were the first food products to suffer distribution restrictions by the Austrian Government in early 1915. During the course of the war the government also regulated the distribution not only of sugar, coffee, meat, fat products and edible oils, but also clothes, cigarettes and coal. The maximum daily consumption per person was established. In order to control the respective consumption tax on cereals, bread, flour, fat, jam and milk, the Austrian Government authorised the individual territories authorities to issue ration cards or to operate some other system. However, for sugar, coffee and potatoes standard cards were issued and made mandatory in the whole of Austria. In the larger cities, in contrast to specific food product cards, there were different types of general food product cards or purchase vouchers which the public could use to obtain, for example, jam, eggs, cheese, rice and onions as well as coal, candles and shoe leather.

The introduction of uniform specifications for the card system was not possible due to Austria's economic and cultural diversity. Nevertheless the ration cards had certain features in common: The territory covered, the period of validity and the publication of important observations for the public. Furthermore each card consisted of several coupons, each corresponding to a fixed quantity. After each purchase the corresponding coupon was removed, collected by the end distributor and submitted to the central distribution authority. This enabled the state to control the consumption tax.

The ration cards ensured the "absolute fairness of distribution" (Hans Loewenfeld-Russ, retired Austrian Secretary of State). Cardholders could not obtain more than the specified quantity. They were issued in accordance with the availability of the goods. The ration cards were issued to the head of the household for him or her and his or her dependants. Ration cards were non-transferable.

Generally the territories (Länder) ordered the cards, while the district political authorities distributed them. In some cases the municipalities were responsible for both, ordering the cards as well as to distribute them.

The greatest difficulty in regulating foodstuffs lay in the determination of the amount consumed. The Austrian Government had no consumption statistics to fall back on. In the end, the status of stocks represented the basis for calculations. Complete stocks were bought up by the government, so that the goods could be regulated and then submitted to the public. The first goods not to be freely available in Austria were cereals, flour and bread.

On 26th March 1915 the Austrian Government established a quota per head for the consumption of bread and flour. First they subdivided the population into those who were self-sufficient (owners of agricultural businesses and their dependants) and those who were not self-sufficient. The not self-sufficient were entitled to a daily maximum of 200 gr of flour per head. The self-sufficient, 240 gr. In June 1915 the heavy labourer category was added (labourers in mines, quarries, brickworks, foundries, the armaments industry, locksmiths, railway workers, gendarmes and the police). These had a daily entitlement of 300 gr. Five grams of flour were equivalent to seven grams of bread. These quotas remained de jure in force until January 1918. However due to the shortage of cereals it was rarely possible to be able to issue these amounts. The introduction of bread and flour cards took place in stages. In cities like Vienna, Innsbruck and Trento and some localities and municipalities respectively, cereals, bread and flour could only be purchased by means of a ration card after the 11th April 1915. Further communities were affected in the following weeks.

The Austrian Government introduced a sugar card in the whole of Austria in March 1916, followed by a coffee card in July. The fat card came in September 1916. In the Merano Spa there was already a meat card from July 1917 whereas it was not introduced in Vienna until September 1918. From October 1917 potatoes could only be purchased with a potato card. The tobacco card arrived in July 1918.

As the war continued the Austrian Government established ever lower quotas per head for the different foodstuffs. Insufficient supplies brought about an increase in the black market. From 1917 both so-called "hamster trips" to the countryside, the theft of crops and burglaries in farmhouses became the order of the day.

Sources:

Empire Law Gazette no. 301 dated 31.10.1914.

Empire Law Gazette no. 75 dated 26.03.1915.

Empire Law Gazette no. 182 dated 28.06.1915.

Press:

The Burggräfler. Merano Gazette 1915, 1916, 1917, 1918.

The Pustertale Messenger 1917.

Publications:

Hautmann, Hans, Hunger ist ein schlechter Koch (Hunger is a Bad Cook). Die Ernährungslage der österreichischen Arbeiter im Ersten Weltkrieg (The Nutritional Situation of Austrian Workers in the First World War). Edited by: Gerhard Botz and others (Editors), Bewegung und Klasse (Agitation and Class). Studies on the History of the Austrian Worker, Vienna 1978, pages 661-681.

Loewenfeld-Russ, Hans, Die Regelung der Volksernährung im Kriege (The Regulation of the People's Diet), (Carnegie Foundation for International Peace. Economics and History Section. Economic and Social History during the World War. Austria and Hungary Series), Vienna 1926.

Rettenwander, Matthias, Stilles Heldentum? (Silent Heroism?) Economic and Social History in the Tyrol (Tyrol in the First World War. Politics, Economics and Society 2), Innsbruck 1997.

Si prenda la tessera della carne, la si mescoli nella tessera delle uova e la si cucini nella tessera del burro fino a diventare ben dorata. Poi, si lessino insieme la tessera per le patate e quella per i legumi, lasciandola poi addensare con la tessera della farina.

Come dessert si faccia bollire la tessera del caffè, aggiungendo quelle del latte e dello zucchero, immergendovi poi la tessera del pane.

Dopo avere mangiato, lavarsi le mani con la tessera del sapone.

Le tessere annonarie nell’Impero austriaco

Di Gertrud Margesin

Questa “ricetta adatta ai tempi” era ampiamente diffusa nel Reich germanico e venne pubblicata nell’autunno del 1917 anche in numerosi giornali austriaci. Essa getta una luce tragicomica sul sistema delle tessere annonarie, non solo vigente nel Reich, ma anche in Austria.

Prima dell’inizio della guerra, nell’estate del 1914 l’Austria-Ungheria produceva abbastanza cereali da panificazione per essere autosufficiente. Per il bestiame vivo, la carne e i prodotti derivati, lo zucchero, la frutta e i legumi vi era addirittura un surplus. Ma questo vale solo per lo stato imperiale nel suo insieme. In effetti la parte austriaca era dipendente dalle importazioni dalla parte magiara. Se la guerra fosse durata pochi mesi e non si fosse estesa eccessivamente si può ritenere che l’impero austro-ungarico sarebbe stato in grado di approvvigionarsi adeguatamente con la produzione interna. Ma di fronte a un conflitto che durò quattro anni e mezzo e che si venne su vari fronti l’Austria-Ungheria non era preparata. Non fu mai elaborata una pianificazione economica complessiva valida per l’intero stato, né furono fissati in modo chiaro gli obblighi di approvvigionamento da parte magiara verso l’Austria. Anzi, durante la guerra l’Ungheria ridusse drasticamente le proprie forniture. Ad esempio, le forniture di cereali si ridussero addirittura del 98%: da 14 milioni di quintali in media annua nel 1909-1913 ad appena 277.000 quintali nel 1917.

Per questo motivo, cereali, pane e farina furono i primi generi alimentari la cui distribuzione venne regolata da parte del governo austriaco, nella primavera del 1915. Nel corso della guerra regolamenti di distribuzione furono emessi poi per zucchero, caffè e carne, così come per grassi e oli alimentari, ma anche per abbigliamento, sigarette e carbone. Queste regole fissavano un massimale giornaliero di consumo per ciascuna persona. Per controllare la distribuzione dei generi alimentari fondamentali il governo di Vienna diede alle autorità locali il potere di introdurre tessere annonarie. Nel caso di zucchero, caffè e patate, invece, la regolamentazione fu fissata in modo unitario e vincolante per tutto il territorio austriaco. Accanto alle tessere annonarie per i generi alimentari più importanti, soprattutto nelle città principali furono introdotte forme diversificate di tessere o buoni d’acquisto per acquistare – ad esempio – marmellata, uova, formaggi, riso, cipolle, ma anche carbone, candele e cuoio per calzature.

A causa dell’eterogeneità economica e culturale dei vari territori dell’impero, l’introduzione di un sistema unitario di tessere annonarie era praticamente impossibile. Tuttavia, le varie tessere emanate in quegli anni presentano alcuni aspetti in comune. Su tutte erano stampati il territorio di validità, la durata, così come altre avvertenze. Inoltre, tutte le tessere erano costituite da una serie di parti staccabili, che venivano raccolti dal distributore finale e conseguentemente inviati alle autorità. Lo stato aveva in questo modo la possibilità di controllare quanto veniva distribuito ai consumatori.

Le tessere garantivano – come scrisse un alto funzionario, Hans Loewenfeld-Russ – “l’assoluta equità nella distribuzione”. I detentori delle tessere non potevano ritirare più di ciò che era prefissato. Le tessere venivano affidate al capo famiglia anche per i membri del nucleo famigliare e non potevano essere rivendute o cedute.

Una delle principali difficoltà nel sistema delle tessere riguardava la determinazione delle quantità di prodotti da attribuire a ciascun consumatore. Non esistevano statistiche generali sui consumi alle quali poter fare riferimento. In fin dei conti a determinare le porzioni previste per ciascuna tessera era la disponibilità assoluta di quel determinato bene o genere alimentare, rastrellato dallo stato attraverso gli ammassi. I primi prodotti alimentari basilari che in Austria smisero di essere acquistabili liberamente furono i cereali, la farina e il pane.

Il 26 marzo 1915 il governo austriaco fissò una quota pro capite di pane e farina, suddividendo la popolazione in categorie: 1) coloro che producevano tali beni (in primo luogo i contadini e le loro famiglie) e 2) chi invece era costretto ad acquistarli. Per questi ultimi venne fissata una quota pro capite giornaliera di 200 grammi di farina. Per i produttori la quota giornaliera fu fissata a 240 grammi. In seguito fu aggiunta la categoria dei lavoratori “pesanti” (minatori, addetti a cave, fabbri, lavoratori nel settore delle armi, ferrovieri, gendarmi e poliziotti). Per costoro fu stabilita una quota di 300 grammi. 5 grammi di farina corrispondevano a sette grammi di pane. In teoria queste razioni restarono in vigore fino al gennaio del 1918. Tuttavia, molto spesso le forniture disponibili per i consumatori erano ben inferiori alle razioni prefissate. L’introduzione del tesseramento avvenne in un certo arco di settimane, a iniziare dalle principali città, come Vienna, Innsbruck e Trento.

Nel marzo del 1916 venne introdotta in tutto il territorio statale la tessera per lo zucchero, a luglio quella per il caffè. La carta dei grassi fu introdotta a partire da settembre 1916. La carta per la carne fu introdotta nella località di cura di Merano già nel luglio del 1917, ma a Vienna solo a partire da settembre 1918. A partire da ottobre 1917 le patate furono acquistabili esclusivamente tramite tessera annonaria; da luglio dell’anno seguente la stessa limitazione toccò il tabacco.

Nell’evolversi della guerra il governo austriaco fu costretto a ridurre progressivamente le razioni previste dalle tessere annonarie. L’insufficiente disponibilità di cibo provocò lo sviluppo di un fiorente mercato nero, mentre un numero crescente di abitanti delle città fu costretto a cercare nel contado, presso i produttori, il cibo necessario. Furti campestri o addirittura irruzioni nelle abitazioni e nei granai dei produttori agricoli avvenivano ormai in gran numero, ogni giorno.

Bibliografia:

Hautmann, Hans, Hunger ist ein schlechter Koch. Die Ernährungslage der österreichischen Arbeiter im Ersten Weltkrieg. In: Gerhard Botz u. a. (a cura di), Bewegung und Klasse. Studien zur österreichischen Arbeitergeschichte, Wien u. a. 1978, pp. 661-681.

Loewenfeld-Russ, Hans, Die Regelung der Volksernährung im Kriege (Carnegie-Stiftung für internationalen Frieden. Abteilung für Volkswirtschaft und Geschichte. Wirtschafts- und Sozialgeschichte des Weltkrieges. Österreichische und ungarische Serie), Wien 1926.

Rettenwander, Matthias, Stilles Heldentum? Wirtschafts- und Sozialgeschichte Tirols im Ersten Weltkrieg (Tirol im Ersten Weltkrieg. Politik, Wirtschaft und Gesellschaft 2), Innsbruck 1997.