Settembre 1916

La psichiatria in tempo di guerra: soldati, civili e storiografia

Di Anna Grillini

Una della immagini più potenti impresse nella memoria collettiva della Grande Guerra è quella del soldato traumatizzato, uomini che furono spesso tacciati di codardia o accusati di essere simulatori. Ancora oggi non abbiamo cifre certe sul numero di vittime dei traumi mentali e delle violenze sui civili.

Le nevrosi di guerra nel loro complesso sono entrate nel cuore del dibattito storiografico a partire dagli anni Settanta con l'opera di Eric J. Leed, No man's land, pubblicata in Italia a metà degli anni Ottanta, quasi contemporaneamente a all’opera di Paul Fussell, The Great War and Modern Memory. Nelle loro diverse tematiche e impostazioni entrambe le opere pongono un marcato accento sulla novità della realtà bellica della Grande Guerra: l'industrializzazione. «La guerra non può essere intesa secondo i termini tradizionali: la mitragliatrice da sola, è sufficiente a renderla così unica e particolare che non se ne può davvero parlare come se fosse una delle tante guerre della storia.».

 La guerra industrializzata è la guerra dei bombardamenti, delle raffiche impersonali delle mitragliatrici, della sproporzione tra mezzi di attacco e di difesa. E' anche il conflitto dei mezzi di trasporto che portano le truppe rapidamente verso il fronte, che contribuiscono a trasportare i feriti lontano dal fronte, che disperdono una moltitudine di persone ormai senza casa e che deportano i prigionieri di guerra in campi lontani.

Durante i primi mesi di guerra i medici militari accolgono con sgomento migliaia di uomini traumatizzati che giungono dal fronte dopo ogni assalto. Ben presto però, iniziano a notare che per molti uomini i sintomi che si presentano non sono poi così nuovi. Elementi di novità sono la quantità, la varietà e l'insistenza con cui i sintomi nevrotici si manifestano, non la patologia nel complesso. I traumi che durante il conflitto prendono nomi quali sindrome da “soldato sepolto vivo” o “da gas” sono tipologie di traumi che si possono riscontrare anche in tempo di pace, ciò che cambia è il fattore scatenante la malattia e i soggetti colpiti. Prima della guerra l'isteria è considerata una malattia tipicamente femminile o riscontrata in conseguenza a disastri come incidenti ferroviari e terremoti. Dallo scoppio del conflitto quelle stesse tipologie di traumi diventano le più diffuse tra i combattenti al fronte. L’interrogativo che assilla gli alienisti dell’epoca può essere riassunto in questo modo: «sono le paure a scatenare le manifestazioni patologiche o più semplicemente si ammalano talune categorie si soggetti la cui predisposizione li avrebbe condotti comunque verso tali forme morbose?». La classe medica dell’epoca era sostanzialmente concorde nell’affermare che i soggetti colpiti da patologie mentali durante la guerra fossero persone già predisposte alla malattia e che, di conseguenza, la guerra non fosse responsabile della loro condizione.

 

La storiografia è, invece, abbastanza concorde nell'affermare che queste nevrosi riconducibili direttamente al conflitto non siano state un frutto generico di una guerra qualsiasi ma la diretta conseguenza della guerra moderna e industrializzata. Il nodo cruciale su cui molti storici sono divisi e su cui difficilmente si troverà una visione comune è quello dell'intrinseca motivazione che si celava dietro le nevrosi belliche. Tra i primi storici italiani ad avvicinarsi alla questione vi sono Antonio Gibelli e Bruna Bianchi. Per questi storici le nevrosi possono essere manifestazioni psicofisiche di un disagio, conseguente all'orrore circostante, così grande da essere intollerabile per la mente. In questa interpretazione la nevrosi è rifiuto e resistenza: rifiuto per una guerra non compresa e non condivisa; resistenza verso un sistema di valori che rende tutti gli uomini uguali in modo impietoso, omologandoli e annullandone la personalità e inserendoli in un sistema di violenza che si scontra con tutto ciò che rende tale l'essere umano. A questa visione si contrappone l’interpretazione di Mario Isnenghi e Giorgio Rochat che sottolineano l'importanza dell'inquadramento del soldato nell'istituzione militare e nel piccolo gruppo che compone il plotone. La vita di trincea non permette di conservare altra identità se non quella militare e altro ruolo se non quello che viene assegnato dall'istituzione. Questo rigido inquadramento non può essere considerato solo come coercitivo ma anche come portante nuovi valori e soprattutto rapporti umani destinati ad essere il principale sostegno psichico del soldato in trincea. 

Nonostante il filone storiografico inerente alla psichiatria militare e alle malattie mentali sia ben lungi dall’essere esaurito, negli ultimi anni la storiografia sta progressivamente spostando l’attenzione verso la popolazione civile. Le esperienze dei civili che subiscono bombardamenti, evacuazioni, internamenti e lutti non possono essere considerate meno fondamentali o traumatiche di quelle dei soldati in trincea e risulta pertanto spontaneo domandarsi se e quali conseguenze abbia lasciato la guerra su queste persone.

Volendo indagare sul “destino mentale” della popolazione civile, il manicomio di Pergine Valsugana (situato vicino a Trento, nell’Impero austriaco) rappresenta un interessante punto di partenza.   

Nel marzo del 1916 il manicomio fu evacuato a causa dell’avvicinarsi del fronte e i 509 pazienti presenti nella struttura vennero trasferiti in varie strutture psichiatriche dell’Impero. I giorni dell’evacuazione sono gli ultimi momenti di vita del secondo manicomio del Tirolo, alla riapertura, nel 1919, Pergine e il suo istituto saranno italiani. 

Dei malati trasferiti solamente 181 fecero ritorno a Pergine, tutti gli altri perirono nei manicomi di destinazione: la mortalità media fu del 66% ma negli istituti di Ybbs e Vienna si aggirò rispettivamente intorno al 90% e 95% mentre a Kremsier fu del 43%.

Tre anni dopo, nel marzo 1919, il manicomio di Pergine riaprì le porte e cambiò il proprio nome in «Ospedale provinciale della Venezia Tridentina». Il “nuovo” istituto si differenziava da quello prebellico per due ragioni principali: l’hinterland e la legislazione. Il neo ospedale provinciale della Venezia Tridentina aveva una giurisdizione molto più ampia rispetto al precedente manicomio tirolese grazie all’inclusione dell’Alto-Adige, prima del conflitto i malati sudtirolesi sceglievano regolarmente di ricoverarsi nell’istituto di Hall in Tirol, soprattutto per una comunanza linguistica, ma la ridefinizione dei confini statali modificava la situazione obbligandoli a rivolgersi a Pergine.

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