Gennaio 1917

La vita nei campi profughi

Di Francesco Frizzera

"Sono stata inviata nel Lager il 30 agosto, e sono stata trattata, da quel momento, come le bestie. […] La scorsa settimana, per tre giorni di fila, come cena abbiamo ricevuto un pugnetto di farina di mais; peccato che nessuno di noi avesse gli utensili per cucinarla. […] Mio figlio è ormai gravemente malato da giorni ed io ho perso 5 kg in 8 giorni. […] Ben più volentieri sarei andata sulla linea del fuoco, piuttosto che marcire lentamente in questa palude."

Maria Graziadei, profuga nel campo di Mitterndorf. Lettera di lamentela alla Direzione del campo, 06/09/1915. In NÖLA, Präs, Sign. P, XIIa, ZL. 3972.

 

L’impero austro-ungarico si trovò impegnato, a partire dalla primavera 1915, su tre fronti tra loro distinti: quello russo, quello serbo e quello italiano. La gran parte delle regioni di confine venne perciò inglobata nella cosiddetta “zona di guerra”, all’interno della quale i militari gestivano anche l’amministrazione civile. Soprattutto, vaste porzioni del territorio asburgico erano state invase tra il 1914 e il 1915.

Ne conseguì la fuga di centinaia di migliaia di civili di religione ebraica dalle regioni orientali, seguita dallo sfollamento di altrettante centinaia di migliaia di donne, anziani e bambini dalla Galizia, dalla Bucovina, dal Tirolo, dal Litorale e dalla Bosnia. Si stima che alla metà del 1915 i profughi che avevano trovato rifugio nelle regioni centrali dell’Impero fossero 1 milione e centomila. In particolare, la grandissima parte degli sfollati era stata ammassata nelle 4 regioni centrali dell’Impero (Alta Austria, Bassa Austria, Boemia e Moravia) e nella porzione settentrionale della Stiria, le uniche che non erano state dichiarate zona di guerra.

Le modalità della fuga e dell’allontanamento dalle aree di confine complicava la situazione dell’alloggiamento nell’interno: i militari non comunicavano al Ministero dell’Interno lo sfollamento delle località, i viaggi avvenivano a piedi o su carri bestiame, le evacuazioni venivano eseguite in poche ore, molto spesso in contesti di aperta violenza e razzia. Il risultato era l’indigenza estrema dei profughi, evacuati senza bagagli e cibo, cui si sommava l’impreparazione all’accoglienza delle autorità civili.

Pressato da questa situazione, il Ministero dell’Interno austriaco decise di alloggiare una quota consistente di profughi in campi di baracche, realizzati per l’occasione. Si trattava di sistemi di ingegneria urbanistica, che rispondevano a molteplici funzioni: evitavano che i profughi entrassero in contatto con la popolazione locale in contesti di scarsa accettazione, permettevano un miglior controllo degli sfollati, rendevano più facile realizzare economie di scala nei sistemi di approvvigionamento di cibo e vestiario, facevano sì che in tempi ragionevoli si potessero impiantare servizi scolastici, sanitari e religiosi ad uso degli sfollati, che di norma non parlavano la lingua degli ospitanti.

A tal fine, il Ministero dell’Interno decise di erigere almeno un campo profughi per nazionalità. Vennero creati dei campi per profughi di religione ebraica (in Moravia a Nikolsburg, Gaya, Phorlitz e in Boemia a Deutsch Brod; altri campi per i ruteni (Gmünd in Bassa Austria, Wolfsberg e St. Andrä in Carinzia); per i polacchi (a Chotzen in Boemia e a Wagna, in Stiria); per gli italiani (a Potterndorf e Mittendorf in Bassa Austria, a Braunau am Inn in Alta Austria, a Wagna in Stiria); infine furono realizzati campi per gli sloveni (Steinklamm in Bassa Austria) e per i croati (Gmünd in Bassa Austria).

Nonostante questi sforzi, le condizioni di vita degli sfollati nei campi di baracche si dimostrò fin da subito al limite della tollerabilità, sia a causa delle condizioni materiali di vita, sia a causa delle forti pressioni psicologiche legate alla sopravvivenza in un contesto di semi-prigionia e di controllo costante. I dati riguardanti la mortalità e l’apporto calorico giornaliero sono indicativi di questo stato di cose.

Nei campi che ospitarono profughi italiani i dati assoluti mostrano una situazione eccezionale: nel campo di Mitterndorf morirono in 3 anni 1913 persone su circa 10.500 ospiti; in quello di Braunau 728 profughi, su circa 8000 alloggiati; a Wagna, dove venivano ospitati i profughi del Litorale, i morti furono 2980 su circa 20.000 ospiti; a Potterndorf morirono 650 sfollati sui 6000 presenti. In breve, almeno una persona su 10 tra chi entrava nei campi profughi moriva, con livelli di mortalità paragonabili a quelli dei maschi adulti richiamati al fronte. Questo fatto segnò l’esperienza di guerra dei profughi in maniera indelebile: a Wagna, ad esempio, il tasso di mortalità era 19 volte maggiore rispetto al periodo prebellico. A morire erano in prevalenza bambini di età inferiore ai 5 anni, che con più facilità contraevano malattie infettive in un contesto di sovraffollamento (anche 500 ospiti per baracca, in alcuni casi), malnutrizione e freddo intenso. Nei campi profughi eretti nel 1914, che ospitano ruteni, polacchi ed ebrei, la situazione era ancora peggiore. A Chotzen tra il dicembre 1915 e il marzo 1916 morivano in media 293 persone al mese su 12500 ospiti del campo. Cifre simili nell’inverno 1915/16 si registravano anche a Steinklamm (274 morti nel dicembre 2015 su 5000 sfollati) e Gmünd, dove si raggiunge il picco di 1500 decessi nel novembre 1915 su 26.000 ospiti. La sensazione di morte, che aleggiava nel campo, era enfatizzata dall’alimentazione scadente e poco nutriente (1600 calorie al giorno in media) e dalla vita in baracche comuni.

L’ulteriore elemento di pressione che colpiva gli sfollati che erano stati inviati nelle strutture collettive era dato dalla tensione psicologica che derivava dalla vita all’interno di queste città di legno. I campi erano recintati da filo spinato, sorvegliati da gendarmi e soggetti al coprifuoco; l’uscita dagli stessi era prevista solo mediante richiesta di legittimazione e il regolamento interno si presentava come marziale ed arbitrario. Non mancavano sanzioni pecuniarie ed arresti anche per infrazioni di piccolo conto. Col tempo le strutture si trasformarono, perdendo la primitiva pianta militare e vedendo una crescita nei servizi assistenziali e lavorativi erogati. Tuttavia, rimava tra gli ospiti una sensazione di straniamento, che appesantiva l’esistenza in molte di queste strutture. Molti diari e report delle autorità preposte all’accoglienza riportano infatti valutazioni negative riguardo alla vita nei campi.

L’Hilfskomitee für die Flüchtlinge aus dem Süden [Comitato di assistenza per i profughi meridionali] scriveva ad esempio, nel suo report annuale del 1915, che i profughi nei campi vivevano “con l’impressione di essere trattati come prigionieri”. Alcune righe dopo si nota come le difficili condizioni portino “non di rado a causare una depressione emotiva, che per predisposizione e temperamento si manifesta velocemente in sentimenti di apatia, indifferenza, di patimenti e disgrazia generale che porta ad eccessi di nostalgia e insofferenza”. Osservazioni analoghe emergono con vigore plastico dalla lettura di alcuni diari. Anna Giongo, ad esempio, non può fare a meno di appuntare come le baracche siano vissute come “capriccio” o “tortura inventata per crudeltà od insania”. Dominica Daldoss, pur notando gli sforzi del Governo per dotare gli accampamenti di strutture assistenziali, appunta sul suo quaderno come “con tutte queste comodità, a noi poveri fuggiaschi manca il più necessario, cioè il vivere”. Lo stato d’animo della scrivente è ben indentificato dall’uso di aggettivi e avverbi: “Sotto questo cielo crudo e inospitale, quasi senza accorgerci, passiamo amaramente e miseramente per la seconda volta le feste Pasquali. S’impossessa di noi una mestizia lugubre e fallace, cerchiamo e tentiamo di liberarci, ma invano, siamo poveri profughi e vuol dir molto per poter poco”. Il momento del pasto viene descritto in poche righe da Filomena Boccher: “alcune briciole di formaggio e una scodella di caffè che non è altro che broda sudicia”. La stessa scrivente, descrive in tal modo l’alloggiamento: “223 pagliericci disposti su 4 file”. Il risultato di questa pressione materiale e psicologica è riassunto da queste righe: la presenza di scuole, opifici ed ospedali “non basta a calmare i nervi strapazzati, a confortare il cuore spasimante di nostalgia, a sopire l’esasperazione dell’anima contro tante ingiustizie, tante prepotenze, tanta tirannia”.

Le peculiarità della guerra dell’Austria-Ungheria, accerchiata su tre lati e costretta a gestire in uno spazio ristretto un enorme numero di sfollati, di diversa nazionalità, lingua e religione, aveva portato all’ideazione del campo profughi come strumento di assistenza temporaneo. La performance di queste strutture collettive di alloggio e assistenza si dimostrò però disastrosa, in termini di condizioni di vita e pressioni psicologiche. Ciononostante, il Governo continuò a erigere campi fino al 1916, nonostante fossero ormai note le precarie condizioni di vita degli ospiti ricoverati nei campi, nonché l’anti-economicità delle città-baracche rispetto allo stanziamento in piccoli villaggi o in aree industriali. I circa 130.000 cittadini asburgici che vissero l’esperienza dello sfollamento nei campi videro perciò erodersi a velocità sorprendente la fiducia verso uno Stato che si dimostrava incapace di garantire la loro sussistenza dopo averli evacuati e che, in virtù di necessità poliziesche, trattava i propri cittadini come oggetti da amministrare, impendendo fino al settembre 1917 l’autodeterminazione della località di stanziamento provvisorio.