Ottobre 1914

Le diverse facce dell’interventismo

Di Alessandro Salvador

"La Guerra è un’imposizione fulminea di coraggio, di energia e d’intelligenza a tutti. Scuola obbligatoria d’ambizione e d’eroismo; pienezza di vita e massima libertà nella dedizione alla patria."

(Filippo Tommaso Marinetti)

Allo scoppio della guerra nel 1914 l’Italia si trovò in una situazione di incertezza. Fin dal 1882 il paese era legato dalla triplice alleanza alla Germania e all’Austria-Ungheria. Questo patto, meramente difensivo, era stato rinnovato nel 1912, ma non vincolava in alcun modo l’Italia ad entrare in guerra al fianco degli imperi centrali. Per questo motivo e la mancanza di vantaggi evidenti nel partecipare al conflitto, la linea prevalente fu quella della neutralità, sostenuta dall’ex capo del governo, Giovanni Giolitti, insieme alla gran parte del panorama politico e sociale italiano di allora. A favore di questa linea si espressero anche i socialisti e i cattolici. I primi si rifacevano all’internazionalismo mentre i secondi al pacifismo, peraltro apertamente sostenuto dal pontefice Benedetto XV.

In questo panorama, in cui il neutralismo sembrava dominare incontrastato, emersero le voci discordanti dei cosiddetti interventisti, favorevoli ad una guerra contro gli imperi centrali. Le ragioni di questa minoranza erano molteplici, come diversi erano i profili di chi le sosteneva.

Un eterogeneo gruppo di politici, giornalisti ed intellettuali costituì i primi nuclei del movimento interventista. Letterati e artisti come Gabriele d’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti e i futuristi divennero i megafoni dell’entusiasmo bellico. Essi rappresentavano con la loro arte la bellezza e l’esaltazione della tecnica, dell’eroismo e dell’azione. La guerra, per i Futuristi, rappresentava l’igiene dei popoli.

Sul piano pratico l’interventismo dava particolare rilievo al desiderio di portare a compimento il processo risorgimentale, ricongiungendo all’Italia le terre “irredente”: Trentino e Venezia Giulia. Tra gli irredentisti vi erano sia ferventi nazionalisti, come Scipio Slataper, fautori di una politica aggressiva e imperialista, sia democratici come Cesare Battisti. I nazionalisti erano la componente più aggressiva del movimento interventista. Essi, oltre al completamento del processo risorgimentale, vedevano nella guerra un’opportunità tramite la quale l’Italia poteva imporre il proprio ruolo di potenza. Nella loro visione, gli obbiettivi di guerra dovevano portare al predominio italiano sull’Adriatico e i Balcani e all’avvio di una politica di espansione verso l’Asia e l’Africa. Le loro posizioni trovavano eco anche nel mondo della cultura.

Alle idee dei nazionalisti si avvicinavano, cautamente, anche i liberali conservatori, rappresentati dal capo del governo, Antonio Salandra, e dal ministro degli esteri Sidney Sonnino. Essi vedevano nel conflitto l’opportunità per consolidare l’unità della nazione grazie al conseguimento di un obbiettivo comune e rafforzare così l’immagine e il potere della monarchia. Al tempo stesso erano consci che una sconfitta avrebbe potuto compromettere l’immagine dell’Italia in modo irrimediabile.
Infografica sull'interventismo

Ragioni opposte animavano, invece, i sindacalisti rivoluzionari come Filippo Corridoni per i quali la guerra avrebbe provocato un apocalittico sconvolgimento delle strutture politiche e sociali esistenti. Ciò avrebbe favoritola nascita di un nuovo ordinamento sociale sulle macerie del vecchio mondo. È a queste idee che aderì, dopo una iniziale neutralità, Benito Mussolini, direttore del quotidiano socialista "Avanti!". La sua conversione all’interventismo e la critica feroce all’inazione socialista gli valsero l’espulsione dal partito e il licenziamento dalla carica di direttore del giornale.

Su posizioni moderate, infine, si erano attestati i socialisti riformisti, come Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, e i repubblicani democratici come Gaetano Salvemini. Essi vedevano nella guerra un passaggio essenziale verso un nuovo ordine europeo. Pur distanti dalle previsioni apocalittiche dei sindacalisti rivoluzionari, essi credevano che fosse doveroso promuovere una crociata che combattesse sistemi di potere anacronistici e despotici come quelli degli imperi centrali. Solo eliminando queste anomalie nel panorama europeo, sarebbe stato possibile inaugurare una nuova era caratterizzata dalla autodeterminazione dei popoli e dalla cooperazione internazionale. Obbiettivi, questi ultimi, che caratterizzavano anche l’interventismo cattolico, rappresentanti del quale furono giovani militanti di Lega Democratica come Eligio Cacciaguerra e Giuseppe Donati. Interventista fu anche Don Luigi Sturzo, che vedeva nella guerra la possibilità di una emancipazione della politica italiana dal trasformismo giolittiano.

Kriegsgefangene

By Matthias Egger

Zwischen August 1914 und November 1918 mobilisierten Mittelmächte und Entente insgesamt rund 71,5 Millionen Männer. Davon gerieten mehrere Millionen – die Zahlen variieren von sieben bis neun Millionen – in Kriegsgefangenschaft, d.h. rund jeder achte Mann, der im Ersten Weltkrieg mobilisiert wurde, fiel „in Feindeshand“. Während an der Südostfront insgesamt wohl ‚nur‘ zwischen 217.000 und 291.000 Militärpersonen dieses Schicksal ereilt hatte, fallen die Zahlen für die Südwestfront (770.000 bis 1.000.000) bzw. Westfront (ca. 1.500.000) schon deutlich höher aus. Setzt  man diese Zahlen aber in Bezug zu jenen für die Ostfront (ca. 5.300.000), so erscheinen auch sie verhältnismäßig niedrig. Dabei waren insbesondere Österreich-Ungarn und Russland mit dem Phänomen ‚Kriegsgefangenschaft‘ konfrontiert. Die Donaumonarchie war nicht nur die drittgrößte Gewahrsamsmacht, sondern es befanden sich auch rund 2,8 Millionen österreichisch-ungarische Kriegsteilnehmer in den Händen der Entente, d.h. jeder dritte in der k. u. k. Armee dienende Mann, geriet im Laufe des Konfliktes ‚in Feindeshand‘. Somit lässt sich festhalten, dass Kriegsgefangenenschaft im Ersten Weltkrieg ein Massenphänomen (Jochen Oltmer) war.

Trotz der Vielzahl an unterschiedlichen individuellen Erlebnissen und Erfahrungen lassen sich einige allgemeine Merkmale der Kriegsgefangenschaft im Ersten Weltkrieg herausarbeiten, auf die im Folgenden eingegangen werden soll.

Hunderttausende Kriegsgefangene waren während des Ersten Weltkriegs klimatischen Extremen ausgesetzt. So wurden in Russland nicht nur zahlreiche Lager entlang der sibirischen Eisenbahn und in Turkestan eingerichtet, sondern zehntausende Kriegsgefangene mussten auch in arktischen Regionen arbeiten, beispielsweise entlang der sogenannten Murmanbahn. Im Osmanischen Reich wiederum entstanden während des Krieges zwischen Konstantinopel und Mosul zahlreiche Kriegsgefangenenlager. Während im Sommer Hitze, Trockenheit und Sandstürme den Kriegsgefangenen zusetzten, konnte es im Winter in Internierungsorten wie Kastamonu im Norden der heutigen Türkei empfindlich kalt werden. Auch in Österreich-Ungarn waren die Gefangenen mitunter klimatischen Extremen ausgesetzt. Man denke nur daran, wie sich ein aus den zentralasiatischen Steppen stammender russischer Kriegsgefangener gefühlt haben muss, wenn er auf einem Tiroler Bergbauernhof arbeiten, oder im Winter Menage zu den vordersten österreichisch-ungarischen Stellungen auf der Marmolata tragen sollte.

Um die enormen Massen an Gefangenen unterzubringen, wurden großangelegte Lager, im Sprachgebrauch der Zeit Konzentrationslager genannt, errichtet. Im Mannschaftslager Eger (Böhmen) waren im Winter 1915/16 beispielsweise rund 3.070 Kriegsgefangene interniert, im Lager Wieselburg (Niederösterreich) waren es rund 8.500 und im Mannschaftslager Kenyermezö (Ungarn) befanden sich rund 11.750. Zur gleichen Zeit befanden sich im ostsibirischen Lager Nikolsk Ussurijski (Gouvernment Primorskaja) 57 Offiziere und 16.235 Mann,  im Lager Krasnojarsk (Gouvernement Jenissejsk) etwa 2.450 Offiziere und 10.615 Mann und im Lager Kokand (Turkestan) knapp 6.000 Kriegsgefangene. Gerade die Konzentration von mehreren tausenden Menschen auf engem Raum, gepaart mit extremen klimatischen Verhältnissen, mangelhafter Hygiene und Ernährung stellte ein großes Gesundheitsrisiko für die Kriegsgefangenen dar. In Sibirien und Turkestan sowie in Mittel- und Osteuropa führte diese Konstellation dazu, dass in den ersten zwei Kriegsjahren hunderttausende Kriegsgefangene Epidemien (Typhus, Cholera, etc.) zum Opfer fielen.

Dies führt uns zu einem weiteren Kennzeichen: Die Kriegsgefangenen – insbesondere die Mannschaftssoldaten – litten vielerorts große Not. Der in Taschkent internierte Bozner Hans Kiene schrieb rückblickend, dass „die kriegsgefangene Mannschaft, größtenteils in Lagern zusammengepreßt, von schweren Typhusepidemien heimgesucht, mittelos der organisatorischen Unfähigkeit der russischen Kommandanten preisgegeben […]“ gewesen sei. Ein unbekannter russischer Kriegsgefangener wiederum versuchte (vergeblich) mittels einer kodierten Nachricht seine Angehörigen über die triste Lage in einem österreichisch-ungarischen Lager aufzuklären: „Jeden Tag kommen neue Kameraden, so zum Beispiel der Peter Tifnikov [russ. „Tif“ = „Typhus“], Iwan Ponossow [russ. „Ponos“ = „Diarrhoe“] und G. Olodow [russ. „Golod“ = „Hunger“], sind jetzt hier, die auch sicher bis zum Friedensschlusse in unserem Lager bleiben dürften.“ Obgleich völkerrechtlich die „Gewahrsamsmacht“ für eine adäquate Versorgung der Gefangenen zu sorgen hatte, hing deren Überleben im Alltag oft von der Unterstützung ihres Heimatstaates ab. Im Laufe des Krieges sahen sich daher – mit Ausnahme von Italien – alle europäischen Großmächte dazu veranlasst, Hilfsmaßnahmen für ihre Kriegsgefangenen im feindlichen Ausland zu ergreifen. Diese Unterstützung trug wesentlich zur Verbesserung der Lebensbedingungen der Kriegsgefangenen bei.

Deren Situation verbesserte sich aber auch mit dem Beginn der – völkerrechtlich gedeckten – Heranziehung zu Arbeiten (die Offiziere waren gemäß der Haager Landkriegsordnung von 1907 davon allerdings explizit ausgenommen), wodurch sich die Lager zu leeren begannen. In Deutschland und der Habsburgermonarchie wurde bereits im Frühjahr 1915 in großem Stil mit dem Arbeitseinsatz der Kriegsgefangenen begonnen. Im Herbst 1915 befanden sich schon zwischen 60 und 70 Prozent der in Österreich-Ungarn internierten Kriegsgefangenen – zumindest zeitweise – außerhalb der Lager auf Arbeit. Sie wurden zunächst in der Landwirtschaft und Industrie sowie beim Ausbau der Infrastruktur eingesetzt. Auch im Zarenreich lief im Sommer/Herbst 1915 der Arbeitseinsatz in größerem Stil an, aber „[z]u einer systematischen Heranziehung aller Gefangenen kam es in Rußland […] erst seit Frühling 1916.“ (Reinhard Nachtigal) Dieser zögerliche Anfang spiegelt sich auch in den Zahlen wieder. Während im Mai 1915 erst knapp 100.000 Kriegsgefangene in Russland auf Arbeit waren, zählte man im September 1915 immerhin bereits ca. 550.000. Im März 1916 waren es dann rund 610.000, im Dezember desselben Jahres 1,1 Millionen und im Frühjahr 1917 schließlich 1,6 Millionen. Ebenso wurden in Frankreich, Großbritannien und Italien im Laufe des Ersten Weltkrieges Kriegsgefangene im großen Stil als Arbeitskräfte eingesetzt.

Obwohl die Haager Landkriegsordnung (1907) festschrieb, dass die Arbeit der Kriegsgefangenen „in keiner Beziehung zu den Kriegsanstrengungen stehen“ dürfe, zogen fast alle kriegführenden Staaten Kriegsgefangene für militärische Arbeiten heran. Allein in der Habsburgermonarchie verrichteten Anfang 1917 vermutlich 295.000 Kriegsgefangene Tätigkeiten bei der ‚Armee im Felde‘. In Frankreich wiederum mussten 1917 40% „aller zur Arbeit eingesetzten  Kriegsgefangenen“ für die Armee arbeiten (Bernard Delpal), während in Russland vermutlich über 100.000 Kriegsgefangene im Front- und Etappenraum als Schanzarbeiter eingesetzt wurden. Wie diese Beispiele verdeutlichen, kam den Kriegsgefangenen nicht nur für die Kriegswirtschaft allgemein, sondern auch unmittelbar für die Aufrechterhaltung der Fronten eine große Bedeutung zu.

Schließlich war für die Gefangenschaft im Ersten Weltkrieg kennzeichnend, dass sie für Hunderttausende nicht mit dem Waffenstillstand endete, sondern über die Friedensschlüsse hinaus andauerte. Vergleichsweise früh, nämlich bereits im Laufe des Jahres 1919 begann der Heimtransport der in Italien und Großbritannien internierten Kriegsgefangenen. Die italienische Regierung fing sogar vor der Unterzeichnung des Vertrages von St. Germain mit dem Abtransport der österreichisch-ungarischen Gefangenen an. Frankreich hingegen begann erst „[u]nmittelbar nach der Unterzeichnung der Protokolle zur Inkraftsetzung des Versailler Vertrages am 10. Januar 1920“ damit, die deutschen Kriegsgefangenen in die Freiheit zu entlassen. Am längsten aber dauerte die Kriegsgefangenschaft im Osten. Zwar schwiegen dort bereits seit Anfang Dezember 1917 die Waffen, aber die sich hinziehenden Friedensverhandlungen und der Ausbruch des Bürgerkriegs in Russland standen einem raschen Heimtransport der deutschen und österreichisch-ungarischen Kriegsgefangenen im Wege. Auf der anderen Seite verzögerten auch Wien und Berlin den Heimtransport der russischen Kriegsgefangenen, da diese Gefangenen inzwischen für die Kriegswirtschaft der beiden Staaten unverzichtbar geworden waren. So kam es, dass erst 1920 die letzten russischen Kriegsgefangenen aus Österreich nach Russland zurückkehren konnten, während der Heimtransport der ehemals österreichisch-ungarischen und der deutschen Kriegsgefangenen aus Sowjetrussland erst 1922 offiziell abgeschlossen werden konnten.

Weiterführende Literatur:

Egger, Matthias. "Kriegsgefangene." In Katastrophenjahre. Der Erste Weltkrieg und Tirol, herausgegeben von Hermann J. W. Kuprian und Oswald Überegger, 439-460. Innsbruck: Universitätsverlag Wagner, 2014.

Gorgolini, Luca. I dannati dell'Asinara. L'odissea dei progionieri austro-ungarici nella Prima guerra mondiale. Turin: UTET Libreria, 2011.

Jones, Heather. Violence against Prisoners of War in the First World War. Britain, France and Germany, 1914-1920. herausgegeben von Jay Winter, Studies in Social and Cultural History of Modern Warfare. Cambridge: Cambridge University Press, 2011.

Moritz, Verena und Hannes Leidinger. Zwischen Nutzen und Bedrohung. Die Russischen Kriegsgefangenen in Österreich (1914-1921). herausgegeben von Wolfram Funk, et alii, Militärgeschichte und Wehrwissenschaften. Bonn: Bernard & Graefe Verlag, 2005.

Nachtigal, Reinhard. Rußland und seine österreichisch-ungarischen Kriegsgefangenen (1914-1918). Remshalden: Verlag Bernhard Albert Greiner, 2003.

Oltmer, Jochen, Hrsg. Kriegsgefangene im Europa des Ersten Weltkriegs. Herausgegeben von Stig Förster, Bernhard R. Kroener und Bernd Wegner, Krieg in der Geschichte. Paderborn [u.a]: Ferdinand Schöningh, 2006.

Procacci, Giovanna. Soldati e prigonieri italiani nella grande Guerra. Rom: Editori Rinuiti, 1993.

Rachamimov, Alon. POWs and the Great War. Captivity on the Eastern Front, The legacy of the Great War. Oxford, u.a.: Berg, 2002.

Tortato, Alessandro. La Prigionia di Guerra in Italia 1915-1919. Mailand: Mursia, 2004.

Prisoners of War

By Matthias Egger

Between August 1914 and November 1918 the Central Powers and the Allies mobilised about 71.5 million men. Of these, several million - the figures vary from seven to nine million - became prisoners of war, that means that about one in eight men mobilised during the First World War fell "into the hands of the enemy" Whilst on the South-Eastern Front a total of between "only" 217,000 and 291,000 military personnel suffered this fate, the figures for the South-Western Front were somewhat lower (770,000 to 1,000,000) whilst for the Western Front (about 1.500.000) they were significantly higher. Compared with those for the Eastern Front (about 5,300,000), these figures appear to be relatively low. Especially Austria-Hungary and Russia were confronted with the "Prisoner of War" phenomenon. The Habsburg Monarchy was not only the third largest detaining power, but it also found that about 2.8 million of the Austrians and Hungarians taking part in the war fell into the hands of the Allies, that means that one out of three men serving in the Austro-Hungarian army, fell "into the hands of the enemy" during the course of the war. So it must be said that the matter of Prisoners of War during the First World War was truly a mass phenomenon (Jochen Oltmer).

In spite of the vast number of different individual experiences we can determine certain general characteristics of what it was to be a prisoner of war during the First World War, which we will go into here below.

During the First World War, hundreds of thousands of prisoners of war were exposed to extreme climatic conditions. So in Russia it was not only that numerous camps had been established along the Trans-Siberian Railway and in Turkestan, but also that tens of thousands of prisoners of war had to work in Arctic regions e.g.along the so-called Kirov Railway. For its part, the Ottoman Empire created numerous prisoner of war camps between Constantinople and Mosul during the war. Whilst in summer prisoners of war were plagued with heat, drought and sandstorms, in Winter they suffered from the cold in internment camps like Kastamonu in the north of modern-day Turkey. Prisoners of war were also exposed to extreme weather conditions in Austria-Hungary. You only have to think how it must have been for Russian prisoners of war originating from the Central Asian steppes when they had to work on a Tyrolean mountain farm, orcarry supplies to Austro-Hungarian positions along the Dolomite front..

In order to accommodate the huge number of prisoners of war, the datainig powers erected large-scale camps, called concentration camps in the language of the day. For example, in the winter of 1915/16 some 3,070 prisoners of war were interned in the Eger "Mannschaftslager" or camp for rank and file (Böhmen), about 8,500 in the Wieselburg camp (Lower Austria) and about 11,750 in the Kenyermezö camp (Hungary). At the same time, in the Eastern Siberian Nikolsk Ussurijski camp (Primorskaja Administrative Division) there were 57 officers and 16,235 men, in the Krasnojarsk camp (Jenissejsk Administrative Division) about 2,450 officers and 10,615 men and in the Kokand camp (Turkestan) almost 6,000 prisoners of war. The mere concentration of several thousand people in a confined space, together with extreme climatic conditions, deficient hygiene and nourishment represented a severe health hazard for the prisoners of war. In Siberia and Turkestan as well as in Central and Eastern Europe this combination of factors lead to hundreds of thousands of prisoners succumbing to epidemics (typhoid, cholera, etc).

This brings us to a further hallmark: prisoners of war, especiallyrank and file , suffered great hardship in many places. This fact is well illustrated by the memoirs of Hans Kiene, an Austro-Hungarian reserve officer detained in Tashkent. Hewrote that the rank and file prisoners " mostly tightly-packed together in camps and plagued by typhoid epidemics, were destitute in the face of the organisational incompetence of the Russian commanders". An unknown Russian prisoner of war tried (in vain) over and over again to enlighten his relatives by means of a coded message on the dismal situation in an Austro-Hungarian camp: "New comrades arrive every day, Peter Tifnikov for example [in Russian "Tif" = "Typhoid"], Iwan Ponossow [in Russian "Ponos" = "Diarrhea"] and G. Olodow [in Russian "Golod" = "Hunger"] are now here, and they will be allowed to stay in our camp until peace is declared." Even though under international law the detaining power was obliged to take appropriate care of prisoners of war, their day-today survival often depended on support from their home country. Therefore, during the course of the war the major European powers, with the exception of Italy, found themselves having to implement relief measures to assist their prisoners of war in enemy territory. This support contributed considerably to an improvement in the living conditions of prisoners of war.

But their situation also improved with the start of enlistment for work - under the terms of international law - (though officers were specifically excluded under the Hague Conventions of 1907), as a result of which the camps began to empty. Early in 1915 Germany and the Habsburg Empire had already started to put prisoners of war to work on a large scale. By the spring of 1915 between 60 and 70 per cent of prisoners of war interned in Austria-Hungary had already been put to work outside the camps, at least on a part-time basis. At first they were employed in agriculture and industry as well as in expanding infrastructures. In Russia employment also started on a large scale in the summer/autumn of 1915, but the "systematic employment of all prisoners of war did not take place in Russia […] until the spring of 1916." (Reinhard Nachtigal) This hesitant start is reflected in the figures. Whilst in May 1915 barely 100,000 prisoners of war were put to work in Russia, in September there were at least 550,000. In March 1916 there were about 610,000, in December of the same year 1.1 million and eventually in early 1917 there were 1.6 million. Likewise during the course of the First World War prisoners of war were put to work on a large scale in France, and Italy.

Although the Hague Convention (1907) stated that the work of prisoners of war should "not be in any way related to the war effort" almost all the countries involved in the war enlisted prisoners of war for military tasks. At the beginning of 1917 in Austria-Hungary alone 295,000 prisoners of war are believed to have been performing tasks for the "army in the field". In France in 1917 40% "of all prisoners of war employed" had to work for the army (Bernard Delpal), whilst in Russia over 100,000 prisoners of war are believed to have been employed as trench workers at the front and in the staging areas. As these examples demonstrate, prisoners of war were extremely important not only for the war economy in general, but also directly for the maintenance of the fronts.

Finally, a feature of prisoners of war during the First World War was that for hundreds of thousands of them captivity did not end with the armistice.For those prisoners of war interned in Italy and Great Britain their return home began relatively soon, during the course of 1919. The Italian Government started to repatriate Austro-Hungarian prisoners even before the signing of the Treaty of St. Germain. France however did not begin to release German prisoners of war until "immediately after the signing of the Protocol for the Enactment of the Versailles Treaty on the 20th January 1920". It was in the east however where the confinement of prisoners of war lasted longest. Although hostilities had already ceased by December 1917, the protracted peace negotiations and the outbreak of civil war in Russia stood in the way of a swift return of German and Austro-Hungarian prisoners of war. For their part, Vienna and Berlin delayed the return of Russian prisoners of war since in the meantime they had become an integral part of the war economy in both countries. Hence it was not until 1920 that the last Russian prisoners of war returned to Russia, whilst the repatriation of former Austro-Hungarian and German prisoners of war from Soviet Russia was not officially completed until 1922.

Further reading:

Egger, Matthias. "Kriegsgefangene”. In “Katastrophenjahre. Der Erste Weltkrieg und Tirol” (Prisoners of War. In the years of Disaster. The First World War and the Tyrol) published by Hermann J. W. Kuprian and Oswald Überegger , pages 439-460. Innsbruck: Universitätsverlag Wagner, 2014.

Gorgolini, Luca. I dannati dell'Asinara. L'odissea dei progionieri austro-ungarici nella Prima guerra mondiale. Turin: UTET Libreria, 2011..

Jones, Heather. Violence against Prisoners of War in the First World War. Britain, France and Germany, 1914-1920 published by Jay Winter, Studies in Social and Cultural History of Modern Warfare. Cambridge: Cambridge University Press, 2011.

Moritz, Verena and Hannes Leidinger. “Zwischen Nutzen und Bedrohung. Die Russischen Kriegsgefangenen in Österreich (1914-1921)", (Between Utility and Threat. Russian Prisoners of War in Austria, 1914-1921), published by Wolfram Funk and others, "Militärgeschichte und Wehrwissenschaften" (Military History and Science). Bonn: Bernard & Graefe Verlag, 2005.

Nachtigal, Reinhard. "Rußland und seine österreichisch-ungarischen Kriegsgefangenen (1914-1918)" (Russia and their Austro-Hungarian Prisoners of War 1914-1918). Remshalden Verlag Bernhard Albert Greiner, 2003.

Oltmer, Jochen, publisher. "Kriegsgefangene im Europa des Ersten Weltkriegs" (Prisoners of War in Europe in the First World War. Published by Stig Förster, Bernhard R. Kroener and Bernd Wegner, "Krieg in der Geschichte" (War in History). Paderborn [and others]: Ferdinand Schöningh, 2006.

Procacci, Giovanna. Soldati e prigonieri italiani nella grande Guerra. Rome: Editori Rinuiti, 1993.

Rachamimov, Alon. POWs and the Great War. Captivity on the Eastern Front, The Legacy of the Great War. Oxford, and others: Berg, 2002.

Tortato, Alessandro. La Prigionia di Guerra in Italia 1915-1919. Milan: Mursia, 2004.