Luglio 1917

Soldati: gli uomini in guerra

Di Alessandro Chebat, Helena Trnkova, Gustavo Corni, Wojciech Lisek

“Che cosa mi è passato per la testa quando era scoppiata la guerra del '15? Eravamo innocenti totali, non sapevamo perché facevamo quella guerra, capivamo proprio niente. Ne parlavamo solo tra noi, tutta gente che non avevamo scuole, che non leggevamo i giornali (...) Io a scuola avevo imparato l'alfabeto e a coltivare i rapanelli e il prezzemolo, ho ancora quel libro sul quale abbiamo studiato sei tra fratelli e sorelle”

Pietro Balsamo (Margarita - Cuneo, classe 1894, Contadino)

Il soldato italiano nella Grande guerra: ufficiali intellettuali, soldati contadini e operai imboscati

Di Alessandro Chebat

La Grande Guerra ci ha consegnato l’immagine del fante italiano come un soldato-contadino, impaurito ma obbediente, poco istruito ma capace di atti d’eroismo. Le ragioni di questa costruzione culturale sono varie. I valori del ruralismo erano quelli che meglio si adattavano al paternalismo autoritario delle classi dirigenti, mentre i contadini ubbidienti e fatalisti, che non fanno domande e accettano l’autorità degli ufficiali come un figlio quella del padre, erano considerati il simbolo di una guerra dove obbedienza e sottomissione erano i valori fondamentali che avrebbero portato alla vittoria.

I conflitti sociali dell’anteguerra, l’avanzata dei socialisti, l’antimilitarismo degli operai e l’opposizione all’intervento in guerra, avevano generato tra militari e interventisti il timore della diffusione di idee antipatriottiche. L’esaltazione del sacrificio paziente e della rassegnata sottomissione dei contadini era perciò considerata efficace nel censurare i comportamenti combattivi del proletariato urbano, con la sua “smania” di rompere gli argini del paternalismo, il suo pacifismo e le simpatie per il socialismo. La contrapposizione tra fanti contadini e operai imboscati - molti operai furono infatti esonerati dal servizio in quanto necessari alla produzione bellica - fu costruita in modo da dividere le classi subalterne, dirottando su obbiettivi pretestuosi il risentimento per i sacrifici cui erano sottoposte. Il primato dell’obbedienza e il “culto” della rassegnazione contadina vengono evocate da più fonti. Padre Agostino Gemelli – consulente di psicologia presso il Comando supremo – scriveva: “Il soldato in trincea pensa poco, perché vede assai poco, pensa sempre le stesse cose. La sua vita mentale è assai ridotta, niente la alimenta”. Si arrivava così a “una specie di restringimento del campo della coscienza” necessario per sopravvivere alle tensioni, alle fatiche e agli orrori della guerra. Da questo punto di vista il contadino era privilegiato, in quanto gli riusciva più facile adattarsi al progressivo abbruttimento. Nell’analisi di Gemelli qualsiasi riferimento al patriottismo che avrebbe animato i soldati scompariva, confermando la debolezza dell’idea di patria tra le masse contadine. Debolezza dovuta allo scarso uso dell’italiano al posto dei dialetti, alla limitata opera di nazionalizzazione delle masse e all’alto livello di analfabetismo tra i ceti popolari (ancora al 40% nel 1911) che vanificava i primi interventi di pedagogia politica, volti a divulgare la “religione della patria”, attuati dai governi dell’Italia liberale. Per il fante-contadino la patria era ristretta ai compaesani o alla provincia, mentre la guerra era accettata non come un dovere o in base alle ragioni astratte del patriottismo, ma come un’imposizione, una fatalità che andava sopportata e dalla quale, prima o poi, se ne sarebbe usciti.

Anche i dati statistici paiono dar ragione alla vulgata del soldato-contadino. Nel 1911 l’Italia contava 36 milioni di abitanti e 7,7 milioni di famiglie composte in media da 4,6 persone. Il 58% era impiegato nell’agricoltura, il 23,7% nell’industria e il 18% nel terziario. Per quanto riguarda i dati sulla mobilitazione, gli uomini chiamati alle armi furono 5.900.000, ma escludendo inabili ed esonerati l’esercito era composto da 4.250.000 effettivi, dei quali 2.600.000 erano lavoratori agricoli. Nettissima era la prevalenza dei contadini nella fanteria, l’arma maggiormente colpita. Un’indagine sugli orfani di guerra del 1920 riportava che il 64% di essi erano figli di contadini, il 30% di operai, il 3,3% di imprenditori e commercianti e il restante 2,7% di impiegati e professionisti. Tuttavia tali dati vanno presi con cautela per l’incertezza delle categorie di classificazione - contadino poteva significare bracciante, mezzadro o piccolo proprietario – e dei criteri di rilevamento, spesso basati sull’autodefinizione dei soggetti. Quest’ultimo punto è caratteristico dei cambiamenti del rapporto tra città e campagna. Lo sviluppo industriale aveva attratto nell’orbita cittadina molta manodopera rurale, che risiedeva in campagna ed esercitava il lavoro della terra, ma che per lunghi periodi andava ad ingrossare le file della classe operaia. Ciononostante, essi continuavano a definirsi contadini, pur essendo in realtà una categoria “ibrida” di operai-contadini. Anche prendendo in considerazione il dato del censimento sugli orfani di guerra emerge che, paragonando le percentuali con la popolazione attiva, le perdite contadine non furono proporzionalmente maggiori rispetto a quelle registratesi tra gli operai. 

Se la popolazione rurale fornì la truppa, i ceti medi formarono la classe degli ufficiali di complemento, che fu l’ossatura dell’esercito facendo da raccordo tra gli ufficiali di carriera e la massa dei combattenti. Le centinaia di memorie, epistolari, diari e opere letterarie lasciateci dal corpo degli ufficiali di complemento documentano con precisione le loro diverse posizioni nei confronti della guerra - che variano dal nazionalismo esasperato al patriottismo democratico - e la descrizione viva, drammatica e a tratti infernale del fronte, senza che, tuttavia, il tragico impatto con la trincea e il conflitto moderno mettessero mai in dubbio l’adesione alle ragioni della guerra, la capacità di sacrificio e le consegne impartite. Per molti di loro il contatto con i fanti-contadini fu una scoperta, che essi descrivevano con stupore ed ammirazione.

Tuttavia, le numerose e spesso ammirate righe versate dagli ufficiali-intellettuali sulla resistenza fisica, la semplicità morale e la capacità di sopportazione dei contadini, non andavano ad intaccare il muro della cultura e della mentalità che separava gli ufficiali dai ceti popolari. Occorre, infatti, tenere conto della netta distinzione di classe tra ufficiali e soldati. L’acceso ai gradi superiori era volontario e permesso solo a coloro avevano frequentato le scuole superiori. Dopo i vuoti nei ranghi formatisi nel 1917 (tra i circa 200 mila ufficiali di complemento il numero di caduti fu molto alto) e il netto calo del numero di volontari, fu fatto obbligo a tutto i militari in possesso dei titoli richiesti di seguire il corso per aspiranti e sottotenenti. Al contempo il livello di istruzione fu abbassato all’iscrizione al penultimo anno delle scuole superiori.

Il divario tra comandanti e sottoposti era perciò elevato. Tuttavia, l’estrazione piccolo-medio borghese degli ufficiali fece sì che molti di loro avessero per i propri soldati un forte affetto e senso di responsabilità, all’insegna di una sorta di “paternalismo padronale” di chi tende o è costretto a decidere per tutti, senza chiedersi chi siano o cosa pensino i propri sottoposti. Come osserva Isnenghi in I vinti di Caporetto, all’immagine degli ufficiali che osservano con sgomento le masse di soldati in rotta sottrarsi alla loro guida, si contrappone il successivo senso di sollievo del ritorno alla normalità con la Battaglia d’arresto sul Piave, attribuendo la crisi della propria leadership ad una "ubriacatura collettiva" senza spingere oltre l’analisi sul comportamento dei propri uomini. Tra i pochi esempi di ufficiali fuori dal coro vi fu Curzio Malaparte, prima fante poi sottotenente, che nel suo provocatorio Viva Caporetto o La rivolta dei santi maledetti parlò della disfatta del ’17 come di uno sciopero militare contro la leadership degli ufficiali di carriera come Cadorna e in generale contro tutta la pedagogia politica e patriottica post-risorgimentale e liberale.

Sul rapporto tra comandanti e sottoposti sono interessanti le osservazioni degli ufficiali stessi. Il tenente di complemento Silvio d’Amico annotava: “Nessuno in mezzo a tutti questi duri settentrionali è benvoluto come Sorrentino [...] un napoletano [...] che sa far tutto, il sarto e il falegname, la barba ai compagni e le stufe agli ufficiali, abile a inalzar muretti per i ricoveri e a riparare tutti i guasti di tutti i meccanismi [...] Due cose non sa; leggere e scrivere; e adesso che un ufficiale gli sta insegnando ho paura che me lo rovinino.” In un altro passaggio egli annota: “Il conducente mi ha fatto le sue confidenze sulla bestia che cavalcavo […] e poi su altri argomenti affini: «Signor tenente, è vero che la pace è prossima? Al mio paese hanno trovato un uovo che dentro il guscio ci era scritto; 26 maggio 1917. Non è un miracolo? Non significa che è la data della pace?» Io gli ho fatto la mia predica sulla necessità di doversela meritare la pace, con una bella offensiva vittoriosa. Lui è tornato a parlarmi delle sue bestie.”

Pur nel rimescolamento delle classi sociali operato dalla guerra e nonostante la consapevolezza di dover guidare i propri uomini alla morte – a questo scopo Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altopiano offre un interessante descrizione dell’ufficiale impazzito o disperato, consumato dall’alcool e impegnato ad usare ogni mezzo per spingere gli uomini all’attacco – negli ufficiali non vi è alcuna rimessa in discussione delle gerarchie sociali in tempo di pace, che dovevano essere riprodotte anche in guerra. In essa, anzi, trovavano una valorizzazione del proprio ruolo e la soddisfazione della necessità di emergere. Tuttavia, è ancora Curzio Malaparte a fornirci l’immagine più vivida dei fanti-contadini come un gregge predisposto a seguire la corrente per inclinazione alla passività e all’obbedienza: “Quando gli ufficiali ci spiegavano le ragioni ideali della nostra guerra [...] i soldati ascoltavano con profonda attenzione, ammirando la cultura e l'intelligenza dei superiori: ma non ne capivano niente [...]che importava ai soldati saper per quale ragione si faceva la guerra? L'essenziale era questo: bisognava farla. Una volta il Comandante del IX Corpo d'Armata domandò a un soldato della mia squadra: «Chi sono gli austriaci?», «Eccellenza sì» rispose il soldato. Questa risposta è la definizione di uno stato d'animo.”

Le parole di Malaparte sembrano confermare quanto affermato da Gemelli: nella guerra di massa la migliore “qualità” del soldato era “l’assenza di qualità”, ovvero l’essere rozzo, ignorante e passivo.

 

Tra la fine del maggio e l’inizio del giugno 1917, un’ondata di rivolte si abbatte sull’esercito francese sul fronte occidentale. Gli uomini, sfiniti da quasi tre lunghi anni di combattimenti, rifiutano di continuare. Tuttavia, messo davanti a molteplici misure repressive, il movimento si smorza rapidamente, pur evidenziando quanto sia difficile mantenere l’autorità sui cittadini-soldati in guerra.

Gli ammutinamenti del 1917 nell’esercito francese 

Di Helena Trnkova

«I gendarmi sono cattivi quanto i crucchi, che li impicchino», «Compagni, la Repubblica ci prende in giro», «I nostri capi, li avremo!», si poteva leggere sui treni dei soldati francesi in licenza nella primavera del 1917. Questi graffiti erano altrettanti segni che esprimevano la demotivazione o perfino la disperazione che si era impossessata delle truppe francesi poco tempo dopo il fallimento della grande offensiva del generale Nivelle del 16 aprile 1917. I soldati si misero a cantare l'Internazionale, urlando «Abbasso la guerra» mentre andavano alle trincee e, peggio ancora, redassero petizioni e volantini e organizzarono delle assemblee generali. L’ondata di malcontento raggiunse due terzi delle unità di fanteria. Nelle retroguardie, i soldati si rifiutavano di tornare in prima linea, mentre quelli che già c’erano non volevano più uscire dalle trincee. Benché limitato nel tempo, questo movimento di disubbidienza rappresentò un fatto inusitato, che richiamò l’attenzione tanto dei contemporanei di quei fatti quanto degli storici, che stanno ancora indagando sulle sue cause.  

A partire dalla fondamentale opera di Guy Pedroncini, pubblicata nel 1967, gli ammutinamenti vengono sistematicamente ricollegati al fallimento della grande offensiva Nivelle dell’aprile 1917 e alle colossali perdite umane da essa prodotte. Si tratta però di una visione meccanicistica dell’esercito e della società, basata su un modello alquanto semplicistico: disperazione, reazione – sfogo, calma. La correlazione nello spazio e nel tempo, messa abitualmente in risalto come argomento principale, è imperfetta. Il lasso temporale tra l’offensiva del 16 aprile e l’ondata più consistente di ribellioni, registrata dal 15 maggio in poi – la data della sostituzione di Nivelle con Pétain alla guida dell’esercito francese – esclude la possibilità di stabilire un nesso di causalità diretto. Inoltre, i reggimenti ammutinati non sono necessariamente quelli che hanno preso parte all’offensiva. Non è dunque l’accresciuta durezza dei combattimenti e delle condizioni venutesi a creare a rendere la guerra ormai insopportabile, ma piuttosto il cambiamento nelle aspettative individuali. La speranza principale, ampiamente condivisa e interiorizzata dai combattenti, è che la guerra giunga presto a conclusione. Non che la situazione successiva alla disfatta incrementi in sé le sofferenze, ma, in rapporto all’ampiezza delle attese deluse, questo ritorno al «ritmo ordinario della guerra» diventa più difficile da sopportare.

Dal quadro più ampio dei fatti emergono poi altri fattori. La primavera 1917 è effettivamente caratterizzata da una serie di eventi che aumentano l’incertezza e l’imprevedibilità del futuro. Come testimoniato dalle fonti, l’eco della rivoluzione russa di febbraio raggiunge le linee francesi: «Viva la rivoluzione!» è la seconda scritta più frequente che si trova in occasione degli ammutinamenti. Certe unità, come la 41a DI, combattono il 16 aprile accanto a soldati russi che hanno accettato di attaccare soltanto dopo una turbolenta votazione. Questo esempio di soldati liberi che compiono delle scelte non resta privo di effetti sui cittadini in armi dell’esercito francese. In tale situazione, la sostituzione di Nivelle con Pétain, più che frenare, incoraggia i soldati a passare alle vie di fatto. È una ammissione di insuccesso, che rivela il profondo sconcerto delle autorità e la vulnerabilità dell’istituzione. 

In termini più generali, una forte ondata di scioperi, in questo preciso momento, spezza la coesione dell'Union sacrée. I picchi d’intensità degli scioperi e degli ammutinamenti coincidono perfettamente, attestando la permeabilità dell’esercito rispetto alle informazioni che giungono da dietro le linee. Questo contesto instabile apre delle brecce nel sistema generale dei rapporti di forza e di potere, ampliando così i margini di manovra dei soldati in ordine alla manifestazione del loro rifiuto di combattere.

Il rapporto di forza tra i combattenti e il loro inquadramento gerarchico immediato si rivelano complessi. I mezzi di cui gli ufficiali dispongono per tenere gli uomini al loro posto, infatti, sono limitati: «Se vogliono andarsene, come impedirglielo? Sparare, ucciderne uno, ucciderne dieci, e poi?» un tenente colonnello del 97o RI, di stanza nei pressi di Braine, affida la propria impotenza al suo diario, il 4 giugno. Considera perfino la possibilità di suicidarsi, per far riflettere i suoi uomini...

Le misure di richiamo all’ordine sono tutto tranne che uniformi, oscillando tra la fermezza e la negoziazione, la severità e la clemenza. La prima reazione, in effetti, dimostra fermezza. Il 1° giugno Pétain istituisce un tribunale speciale. Da quando, però, diviene evidente che il movimento sta perdendo vigore, il 18 giugno, cambia orientamento. Grazie all’intervento dei poteri civili, moltissime condanne a morte – oltre cinquecento in quel periodo – vengono commutate. Da qui un bilancio piuttosto clemente: 26 uomini vengono giustiziati per dare l’esempio in relazione ai «fatti collettivi», uno si suicida e un altro evade alla vigilia dell’esecuzione, mentre 31 soldati sono fucilati per «fatti individuali». Queste punizioni esemplari sono accompagnate da un grande ventaglio di strategie complementari miranti a riconquistare il rispetto e la fiducia degli uomini.

Nonostante la loro durata limitata e la relativa clemenza della repressione, gli ammutinamenti del 1917 hanno lasciato una traccia duratura nelle cronache della Grande Guerra in Francia. Le controversie suscitate dal discorso che rendeva omaggio a coloro che erano stati fucilati per dare l’esempio, pronunciato da Lionel Jospin a Craonne il 5 novembre 1998, mostrano che il posto da riconoscere ai ribelli costituisce comunque, ancor oggi, tanto un oggetto di dibattiti storiografici quanto una questione politica.

“Alle ore 24 [del 30 ottobre] i difensori di Col Caprile, dell’Asolone, del Pertica e dello Spinoncia prendono commiato da quelle quote insanguinate. A loro resta soltanto la gloria di avere combattuto fino all’ultimo momento anche senza ricevere rinforzi dalle retrovie e di avere riportato l’ultima vittoria difensiva di un esercito ormai agonizzante, mentre alle loro spalle dilagava la più completa anarchia”

(La Relazione Ufficiale Austriaca sugli ultimi giorni di guerra)

L’esercito di “Cecco Beppe”

Di Gustavo Corni

L’esercito austro-ungarico, assecondando la struttura dualistica dell’impero, sancita dall’Ausgleich del 1866, era una struttura molto complessa. Vi era un esercito comune, che sottostava al ministro della guerra di Vienna, accanto al quale funzionavano due eserciti, più piccoli, uno austriaco e uno magiaro, denominati rispettivamente Landwehr e Honved. Allo scoppio della guerra, tutte le componenti dell’esercito contavano circa 450.000 effettivi. Collante principale del sistema era l’anziano imperatore, verso il quale si concentrava la fedeltà di ufficiali e soldati. Nell’estate del 1914, allo scoppio della guerra, assunse il comando di tutte le parti dell’esercito imperiale l’arciduca Federico (il ruolo sarebbe dovuto spettare all’erede Francesco Ferdinando, assassinato a Sarajevo). Ma il vero cervello dell’esercito in guerra era il generale Franz Conrad von Hötzendorff, che con una breve parentesi deteneva questo ruolo cruciale dal 1906. Uomo ambizioso, volitivo, aveva molti nemici sia a corte che ai vertici delle forze armate. L’esercito imperiale era ovviamente una struttura multinazionale; la grande maggioranza degli ufficiali (oltre due terzi) erano tedeschi e magiari, mentre in quasi tutte le unità vi era la compresenza di soldati di etnia diversa, tenuti insieme dalla gerarchia, dal cameratismo e dalla lingua di comando, il tedesco o il magiaro.

A seguito del proclama “An meine Völker” del 25 luglio 1914 avvenne la mobilitazione generale degli abili alla leva, che entro dicembre portò al reclutamento di altri 2.750.000 militari, ufficiali e soldati. Di questi, circa due milioni furono schierati sui fronti: quello settentrionale (noi lo chiamiamo orientale) contro la Russia e quello balcanico contro la Serbia.

I primi cinque mesi di guerra provocarono enormi perdite, soprattutto sul fronte russo. Le perdite qui assommarono a circa 731.000 combattenti, in gran parte fatti prigionieri (o arresisi) nel corso delle ripetute avanzate e contro-avanzate. Se sommiamo queste perdite ai quasi 300.000 uomini perdite nell’inutile campagna contro la Serbia, possiamo dire che nei primi mesi di guerra, l’esercito schierato sul fronte si era dimezzato. Particolarmente grave fu la perdita di una gran parte degli ufficiali di carriera, sostituiti da civili, addestrati alla bell’e meglio come ufficiali di complemento.

Anche il 1915 fu un anno terribile per le armate di “Cecco Beppe”, che perse in tutto altri 1.250.000 uomini sul fronte orientale. Alle terribili perdite non seguirono altrettanto abbondanti reclutamenti, perché le classi disponibili alla leva erano sempre più scarse. Tuttavia, nel corso di tutta la guerra l’esercito austro-ungarico reclutò in tutto circa nove milioni di uomini, con un drastico calo di reclutamenti dal 1916 al 1918. In quest’ultimo anno furono reclutati appena 181.000 nuovi coscritti. Si potrebbe dire che dopo i primi due anni di guerra l’esercito imperiale non fece altro che tenersi a galla.

Questo aveva come conseguenza una sempre più forte dipendenza dall’assistenza militare dell’alleato germanico. Per la cosiddetta Strafexpedition, o offensiva di primavera, del 1916 sugli Altipiani Conrad fece dipendere i suoi piani dall’aiuto germanico, che non venne. E un anno e mezzo dopo la dodicesima battaglia dell’Isonzo, a Caporetto, fu vinta grazie al decisivo intervento di sette esperte divisioni germaniche, con ingenti dotazioni di cannoni e lanciabombe, sotto il comando del generale von Below.

La situazione militare era complicata dalle crescenti difficoltà di far fronte alla produzione di beni necessari per la guerra, nonostante una generalizzata militarizzazione dell’economia. Ancora più difficile la situazione alimentare, che soprattutto nella metropoli viennese si fece via via più difficile, provocando centinaia di migliaia di ammalati e di morti per fame. La penuria alimentare fu accentuata nell’inverno 1917/18 dal crescente "egoismo" del governo ungherese, che difendeva con tutti i mezzi le proprie riserve alimentari (la parte magiara dell’Impero era produttrice di surplus agricoli, quella austriaca ne era invece deficitaria). Basti pensare che il raccolto complessivo di grano e orzo, che nel 1913 era stato di 8,5 milioni ton nel 1913, nell’ultimo anno di guerra crollò a 4,8 milioni ton. Eppure, nonostante questi problemi strutturali, l’esercito imperiale non cedette. Vittorioso sul fronte balcanico (seppur con il decisivo aiuto germanico), in fondo vittorioso anche sul fronte orientale, dopo l’uscita di scena della Russia bolscevica, l’esercito in Feldgrau (“grigio da campo”) resistette anche sul Piave per un anno intero.

Gli scioperi nelle fabbriche e le proteste fra i consumatori (soprattutto donne) a Vienna e nelle altre città si assommarono ai primi scricchiolii in un esercito che fino a quel momento era rimasto complessivamente saldo: un ammutinamento fra i marinai della base di Cattaro nel febbraio 1918 diede il via a proteste sempre più massicce di soldati, perlopiù ex-prigionieri, provenienti dalla Russia. Spesso convertiti agli ideali rivoluzionari dalla diretta esperienza delle vicende russe, ufficiali e soldati provenienti da Est, anziché rafforzare l’esausto esercito sul Piave, aprirono la strada ai moti rivoluzionari che sarebbero scoppiati a Vienna e a Budapest dopo la guerra. Non si può dire, invece, che il fattore nazionale abbia rappresentato un motivo decisivo per indebolire lo sforzo militare austro-ungarico, se non nell’ultimissima fase della guerra. A parte alcuni casi eclatanti di reparti a maggioranza ceca passati in massa dalla parte russa, la struttura gerarchica e la fedeltà verso l’imperatore restarono un collante adeguato. Certo, il collasso di alcuni reggimenti a maggioranza ceca sul fronte orientale, nella primavera del 1915, era stato attribuito dalle autorità militari a un vero e proprio tradimento; più probabilmente, si trattava di un evento causato dall’immissione (come abbiamo visto) di reclute non addestrate in quel fronte terribile. A fronte di 80.000 cechi combattenti nella Legione dalla parte dell’Intesa, non possiamo dimenticare la lealtà di un milione di soldati cechi nelle fila dell’esercito imperiale.

Fu la politica, nell’autunno del 1918, nelle retrovie dell’esercito schierato sul Piave, a mettersi improvvisamente in moto: il nazionalismo prese il sopravvento a Praga, a Zagabria, a Cracovia, con una serie di proclamazioni d’indipendenza fra la fine di ottobre e i primi di novembre del 1918. Ai resti dell’esercito imperiale, fino all’ultimo fedele alle consegne, non restò che tornare precipitosamente verso le nuove patrie, incalzato dagli italiani, nella battaglia finale di Vittorio Veneto.

 

"C'è ancora molta anarchia e decadimento. Ci sono però varie misure per migliorare la disciplina e lo spirito combattivo tra i soldati."

 (Il dott. Juri Zywago scrive alla moglie durante il servizio militare)

L’esercito zarista

Di Wojciech Łysek

C'è ancora molta anarchia e decadimento. Sono state però adottate varie misure per migliorare la disciplina e lo spirito combattivo tra i soldati.

Il dott. Juri Zywago scrive alla moglie durante il servizio militare

Nel mese di ottobre del 1914 le forze armate russe erano composta da 5 milioni di persone, di cui 460.000 ufficiali, rappresentando il 50% delle forze alleate. A cavallo tra il 1915-1916 l'esercito russo si trovò in una situazione difficile dopo l'espulsione dai territori dell'ex stato polacco. Le perdite entro la fine del 1915 si stimarono in 66.000 ufficiali e 754.000 soldati russi. Fu il fior fiore del popolo russo a sostenere il sistema zarista. Da gennaio a settembre 1916 infatti furono 1.740.000 i soldati che vennero arruolati tra riservisti e reclute. Ma la nuova leva ebbe una formazione più breve e soprattutto un desiderio di tornare alle famiglie molto forte, utilizzando anche l'autolesionismo. Negli anni tra il 1914 e il 1917 i ranghi dell'esercito russo videro passare tra il 14 milioni e i 15 milioni e mezzo di persone.

Le debolezze dell'esercito russo si rivelarono rapidamente. Tra le ragioni per questo stato di cose vi erano: indifferenza verso uno studio complessivo del moderno campo di battaglia e delle sue variabili, la mancanza di un apparato segreto, lo scarso addestramento dei soldati che comportava una inadeguata capacità movimento sul campo e l’incapacità di fare proprie le innovazioni tecniche. Vi era inoltre una frattura con gli apparati di comando. I generali erano considerati incompetenti in quanto a leadership ed erano accusati di mandare i soldati al macello. Dopo la guerra russo-giapponese (1904-1905) il criterio selettivo principe all'interno dell'esercito non era la competenza ma bensì la lealtà. Infine gli ufficiali in carriera non godevano di una grande reputazione a causa dei salari bassi e dello scarso prestigio.

Durante la prima guerra mondiale si avvertì una cronica carenza di ufficiali che caddero in gran numero sulle prime linee. Durante i combattimenti erano infatti alla testa dei loro subordinati, diventando un facile bersaglio. A sua volta l'Alto Comando non godeva della fiducia dei soldati. I vertici militari spesso rifiutarono di cooperare l'uno con l'altro. E anche se la pur rinomata Accademia Mikołajewska a San Pietroburgo avesse preparato personale di alto livello, esso non fu sufficiente a compensare le carenze generali. Le principali debolezze emersero soprattutto contro la macchina da guerra tedesca. 

Inizialmente l'esercito russo - composto nella sua totalità da contadini - fu caratterizzato da un alto livello di disciplina. Fino a metà 1915 i comandanti usavano le punizioni corporali. Il coraggio dei soldati, così come la resistenza alla fame e alla paura suscitavano ammirazione e rispetto. Secondo Stanislaw alla base della loro forza vi era una profonda fede religiosa. Dopo gli scontri spesso si riunivano in preghiera e anche durante l'attacco a poche centinaia di metri dalle posizioni nemiche si fermavano a pregare insieme.

Tuttavia, secondo l'opinione comune, fu la carenza di materiale bellico a contribuire significativamente alla sconfitta russa nella Grande guerra. Fin dall'inizio l’economia russa non riusciva a produrre un numero sufficiente di fucili per coprire l’attrito delle perdite. Ogni mese dovevano essere rimpiazzati 200.000 fucili, quando solo nel 1915 la Russia riuscì a produrne a malapena 100.000. Nel dicembre dello stesso anno mancavano all'appello 160.000 fucili. Gli Alleati furono costretti a correre in aiuto alla Russia inviandone oltre un milione nel 1916.

Alla carenza di fucili andava aggiunta anche la penuria di munizioni. Questa fu aggravata dalla decisione dei comandanti di introdurre premi in denaro per i soldati che fossero riusciti a recuperare proiettili. Ciò innescò furti collettivi nei magazzini e la tendenza a lasciare volutamente le munizioni in trincea, che andavano spesso perse in caso di ritirata. In questo modo i comandanti pianificavano le dimensioni delle operazioni in base al numero di munizioni possedute, pur non essendo in grado di quantificare i proiettili realmente in dotazione. Inoltre, la necessità di munizioni per l’artiglieria fu per lungo tempo sottostimata a 500 granate al mese, quando la reale richiesta era doppia. Soltanto nel 1916 ci fu un aumento significativo della produzione.

A livello sociale, politico ed economico, l'arruolamento di milioni di cittadini russi nell'esercito comportò una grave carenza di manodopera nelle aree rurali e un crescente malcontento. Allo scoppio della guerra la popolazione si aspettava un conflitto di breve durata, tuttavia, il prolungarsi del conflitto e l’assenza di prospettive di vittoria provocarono un crescente aumento dei consensi nei confronti dei bolscevichi. Entro la fine del 1916 1,5 milioni di soldati disertarono. La pratica si intensificò dopo la rivoluzione di febbraio: rifiuto di obbedire agli ordini e fraternizzazione con il nemico. Diserzioni e ammutinamenti ebbero luogo su vasta scala durante il cessate il fuoco di Pasqua nel 1917. Tuttavia, tale fenomeno, definito da Allan Wildman "Bolscevismo da trincea", non fu dovuto tanto all'attività dei bolscevichi, quanto alla disperazione dei soldati. Lo slogan bolscevico della pace “senza annessioni né indennità” fu per la maggior parte dei soldati troppo astratto e difficile da comprendere. Il caos che travolse l'esercito zarista a metà del 1917, non era una semplice conseguenza della rivoluzione. Nel mese di marzo, i soldati non avevano perso completamente la speranza nella vittoria. Tuttavia il fallimento dell'offensiva di luglio (Kerenskij) li privò in ultima analisi di questa illusione.

Per paura di una restaurazione della monarchia il 14 marzo 1917 il governo provvisorio istituì la figura dei commissari politici, i quali furono preposti al controllo della truppa. A complemento di tali modifiche venne annunciato nel marzo 1917: La “Dichiarazione del Diritti dei lavoratori e soldati”, nella quale si aboliva tutto il tradizionale inquadramento militare. Di conseguenza decadde la disciplina, e vi furono molti casi di ufficiali insultati, percossi e uccisi. Nel 1917 disertarono oltre 900.000 soldati.

Secondo i calcoli riportati da Czerepa nella monografia La battaglia di Lutsk, tra gli eserciti che combatterono nella Prima guerra mondiale, l'esercito russo subì le perdite maggiori fino al luglio 1917. Si stimano 900.000 morti e 400.000 deceduti successivamente per le ferite. Nei campi di prigionia vennero reclusi 3,9 milioni di soldati. I dati di cui sopra mostrano chiaramente le gravi condizioni nelle quali versava l'esercito russo quando si ritirò dai campi di battaglia nel 1917. L'anarchia nelle sue fila fu uno dei fattori destabilizzanti della Russia zarista, contribuendo in maniera significativa alla disintegrazione dello Stato e alla presa del potere da parte dei bolscevichi nel novembre del 1917.

Testimonianze

Gli ammutinamenti del 1917 in Francia

Tra la fine del maggio e l’inizio del giugno 1917, l’esercito francese sul fronte occidentale è scosso da un’ondata di ribellioni e di atti di disobbedienza senza precedenti. Uno spirito di contestazione infiamma numerose unità, alimentato dalla... Leggi tutto