Luglio 1918

Addio alle armi

Attirato dalle ostilità, nel 1918 Ernest Hemingway decise di raggiungere l’Europa vestendo l’uniforme da sottotenente di complemento, nonostante un problema ad un occhio. Entrò a far parte della Croce Rossa e, passando attraverso la Francia, giunse a Milano, dove, appena arrivato, dovette assistere con orrore alle conseguenze devastanti provocate dall’esplosione di una fabbrica di munizioni: Ernest ed i compagni furono costretti a recuperare corpi ridotti in brandelli. Dopo tre giorni, si spostò a Schio: anche in montagna il conflitto mieteva vittime ed il giovane Hemingway aveva il compito di trasportare in ambulanza i feriti da evacuare. In terra veneta conobbe John Dos Passos, originario di Chicago e destinato anch’egli a diventare un celebre romanziere americano.

Durante l’ultimo anno di guerra, gli Italiani si erano trincerati lungo la sponda occidentale del Piave. Qui i volontari dovevano rifornire i posti di ristoro della Croce Rossa nelle cittadine che si trovavano dietro le linee: Ernest, che desiderava essere sempre nel vivo dell’azione, si fece mandare a Fossalta, uno dei paesi lungo il fiume più segnati dalle manovre belliche. Una notte, mentre si recava a portare cioccolato e sigarette agli uomini in trincea, un colpo di mortaio austriaco cadde tra i soldati italiani ed egli, nel disperato tentativo di trasportare sulle proprie spalle un uomo gravemente ferito, si rese bersaglio di una mitragliatrice nemica, che gli dilaniò una gamba. Dopo essere stato operato in un posto di medicazione a Fornaci, dove gli furono estratte solo alcune tra tutte le schegge che erano rimaste conficcate nell’arto, fu condotto all’ospedale della Croce Rossa Americana, in via Manzoni a Milano. La guerra per Hemingway poteva dirsi conclusa. Una volta tornato a casa si sentì travolgere dall’insoddisfazione, nonostante fosse considerato un eroe: continuava ad indossare la mantella italiana, beveva vino, cantava le canzoni del Piave e non cercava lavoro. 

L’esperienza bellica in Italia definirono profondamente Ernest come uomo e come scrittore, tanto da spingerlo a raccontarla in una delle sue opere più famose: Addio alle armi.