In “fuga” dalla trincea: le retrovie e la scrittura tra i soldati

In guerra, le dure condizioni a cui erano sottoposti i soldati durante i turni in trincea resero indispensabile che a giorni di estremo pericolo e sacrificio si alternassero periodi di relativa quiete. Le retrovie erano situate a pochi chilometri dalla prima linea e si estendevano da ambo le parti del fronte, dove prendeva vita un ampio sistema organizzativo e logistico, grazie al quale diventava possibile approvvigionare le truppe dei generi di prima necessità, rifornirle di armi e munizioni, provvedere a cura e trasporto dei feriti, nonché ad addestramento e svago degli uomini a riposo. Ovunque erano distribuiti magazzini, depositi, officine, artiglierie pesanti, scali ferroviari, comandi ed ospedali.

 

Uno smisurato afflusso di uomini e materiali.

Gregorio Soldani, Capitano medico, brigata Casale.

A Romans ho incontrato S.M.; a Versa ho cominciato a trovare il primo accampamento di una truppa, e vicino al ponte sul Torre era un intiero reggimento di Fanteria (…). Dopo il ponte sul Torre la prima fila di carri di fieno; quanti saranno stati? Non so; certo non meno di 100. Subito dopo un intiero spedale da campo carreggiato, che veniva in zona di guerra. Poi un altro reggimento di Fanteria, ed altri carri di fieno. Tutto questo senza contare centinaia e centinaia di camions che andavano e venivano da Palmanova. A Visco nuovo attendamento di un altro reggimento di Fanteria; poco più in là una lunga fila di carri di artiglieria carichi di proiettili. Così, fermandosi 100 volte per far posto, siamo giunti a Palmanova dove si è dovuto fare una lunga sosta, mettendosi in coda a numerosi veicoli che aspettavano il loro turno per entrare nella stretta porta in città.

 

Ritrovare la tranquillità perduta.

Amleto Albertazzi, sottotenente di fanteria, brigata Bisagno.

15 giungo. Monfalcone ha perduto il suo aspetto ridente. Palazzi, ville, giardini, squassati in ogni senso non sono più che rovine. E il fante frettoloso, con accorata tristezza, rasenta le macerie che non cessano di fumigare.

Abbandoniamo la cittadina per andare ad attendarci a casa Randon, nei pressi di San Canziano.

Dopo un pranzo gustoso, ci ritiriamo sotto la tenda per dormire il più placido dei nostri sonni, lontani dal tumulto della battaglia.

Condizioni precarie anche in retrovia.

Attilio Frescura, ufficiale della Territoriale.

Le case hanno il tetto sforacchiato, libero a tutte le intemperie e i muri lacerati, liberi a tutti i venti. Sono sporche, puzzano di rifiuti, ma il soldato, forse per un istintivo amore nostalgico alla casa, trova modo di abitarci e di “viverci”.

 

Riposare per modo di dire: difficoltà e mansioni del soldato nelle retrovie.

Carlo Salsa, tenente di fanteria, brigata Palermo.

Dieci giorni di riposo. Baracche scheletriche, in cui, di notte, bisogna levarci ogni tanto e fare delle scorribande in tondo per non restare assiderati dal freddo come acciughe. Servizi di guardia, servizi di giornata, servizi di corvée, escogitati come esercitazioni quotidiane di sfottimento. Tenente colonnello inzuppato di abitudini di caserma, di norme regolamentari, di eresie quarantottesche, che ci annusa e ci perseguita, con un bagaglio di arresti da scodellare con prodigalità milionaria (…). Colonnello che ci chiama a rapporto per insegnarci come si fa la guerra, lui che non sa che giocare a tarocchi.

 

Iniziative ed intrattenimenti per lo svago degli uomini.

Giuseppe Poli.

Avuto il cambio, dopo ventiquattr’ore di riposo, era impossibile trovare uno di quei soldati che non fosse lindo e sbarbato come se arrivasse fresco fresco dall’ “Italia” e nei prati in cui si rizzava il loro accampamento, ogni giorno il comandante organizzava gare di tiro alla fune, di salto e di corsa sui quadrupedi.

(…) Quelle corse sui muli costituivano uno spettacolo veramente bizzarro ed interessante e crediamo che una gran massa del pubblico che oggi accorre a San Siro od ai Parioli, avrebbe pagato molto volentieri, potendolo, per presenziare alle scorribande di quei trentotto animalacci che, montati “a pelo” dai loro improvvisati fantini, al via! partivano ventre a terra come demoni scatenati.

 

I postriboli militari.

Giovanni Comisso, ufficiale del Genio.

L’ingresso era pieno di soldati, molti scesi dalle trincee col vestito pieno di croste di terra rossa. (…) I soldati stavano in fila per le scale, addossati contro il muro per lasciare spazio verso la balaustra agli altri che scendevano.

(…) La fila di soldati si formava da un’attigua sala d’aspetto dove io e il mio amico passammo in attesa del nostro turno.

(…) Eravamo sul pianerottolo, vi erano davanti a noi solo pochi soldati. Si potevano vedere quattro porte che davano a quattro stanze e davanti a queste vi era una donna grassa e spavalda, quella che gridava: “Avanti a chi tocca, su da bravi ragazzi”. Ella ritirava i denari e metteva a ognuno una mano sulla spalla o faceva una carezza.

(…) Eravamo prossimi al nostro turno, si sentiva dall’interno delle stanze il cigolio dei letti e il rumore dell’acqua. Una porta si aperse, intravvidi una donna seminuda e un soldato uscì assestandosi le giberne.

 

La presenza di numerosi ospedali.

Giulio Bazini, mitragliere appartenente alla 577a compagnia mitragliatrici Fiat.

L’ospedaletto in cui il ritmo non si era allentato che di poco durante la notte, cominciò a rianimarsi intensamente verso l’alba per l’assestamento e cura dei feriti giunti nella notte, mentre iniziavano le partenze, da quella “centrale di dolore”, dei feriti smistati e indirizzati verso l’interno.

(…) Di frequente, sopra una delle tante barelle allineate in terra veniva steso un lenzuolo a coprire l’infelice che vi giaceva immobile per sempre. Un disgraziato che non aveva resistito al male: era spirato solo, su quell’arsa rossa pietraia, fra tanta umanità dolorante e lungi dagli affetti che avrebbero potuto procurargli almeno un prezioso ultimo conforto. Non bastava certo il pietoso e coraggioso cappellano a rendere meno duro il trapasso per tanti moribondi. Cominciavano a giungere ambulanze di ogni genere e carri attrezzati per l’urgente sfollamento.

 

Le retrovie cosparse di cimiteri.

Pietro Ferrari, soldato semplice, brigata Bergamo prima, brigata Murge poi.

Sfortunato piccolo cimitero, perché ogni tanto le granate vi scoppiavano dentro e squarciando le tombe ne rimetteva i corpi dei poveri soldati morti alla superficie, ove spandono un odore insoportabile.

 

Piste improvvisate per il volo degli aerei.

Antonio Baldini, corrispondente di guerra.

Dunque l’Albatros cacciato via come a spintoni dal cielo di Udine da due piccoli caccia inferociti è andato capofitto a rompersi le ali in piena campagna per dare uno spettacolo da ricordarsene per sempre ai piccoli villanelli di Remansacco e di Premariacco.

(…) Via via che usciva di chiesa si radunava gente ai crocevia, per quel po’ d’ora di spasso prima d’andare a mangiare, quando qualcuno s’accorse del mostro alato e dove andava a rovinare: e subito dopo dei due “caccia” che per un poco stettero a volteggiare sulla preda e poi atterrarono leggermente nei pressi.

 

Il rapporto con i civili.

Luigi Gasparotto, ufficiale del 154° reggimento fanteria, brigata Novara.

A sera, siamo stati ospiti alla mensa del terzo battaglione, in casa Piccoli, dove Celso Colombo aveva organizzato un pranzo pantagruelico, ambrosiano. Mentre ardeva il ceppo sul grande caratteristico focolare friulano, tutta la famiglia Piccoli ha cantato le canzoni di Zorutti; il padre, al piano, accompagnava il coro delle sue tante figliuole.

(…) Questa famiglia che sul margine della guerra si raccoglie attorno al focolare per cantare le canzoni della patria, mi piace.

 

Due modi differenti di fare la guerra: combattenti ed imboscati.

Attilio Frescura, ufficiale della Territoriale.

11 settembre

Dove sono alloggiato una vecchia e due cognate attendono i loro uomini, che sono dall’altra parte.

Mi ha detto una di costoro, che ha imparato il frasario dei soldati, fra cui vive da tanto tempo:

“Manco mal che mio marito xe imboscà!”.

“Imboscato? e come?”

“Eh sì… El sona la tromba al campo de aviazion…”

(…) La cognata, seria, ascoltava. A un tratto il cannone ha lanciato il suo urlo, sopra di noi, verso il “nemico”. La donna si è fatta pallida e s’è portata la mano al cuore. E la mia ospite mi ha spiegato:

“El suo non xe imboscà… Ogni volta che la senti el canon ghe se strensi el cuor…”.

 

Per il soldato la retrovia rappresentava, perciò, una dimensione sospesa tra la guerra e la normalità, tra la morte e la vita, non lontano dall’inferno della prima linea. Caratteristico di questo stato di sospensione tra il fronte e la società civile lasciatasi alle proprie spalle era la profonda esigenza di scrivere. La produzione di lettere, oltre che rassicurare i familiari circa il proprio stato di salute, serviva in primis a creare un collegamento tangibile con quella vita normale che il militare aveva dovuto lasciare e presso cui aspirava a ritornare.

Dalle testimonianze pervenute attraverso lettere e diari di soldati impegnati al fronte durante la Grande Guerra, emergono riferimenti ad attimi di quiete trascorsi anche tra le postazioni più avanzate, nel corso dei quali i fanti si dedicavano a svariate attività, prima tra tutte la scrittura, attraverso cui diventava possibile mantenere vivi i legami con il proprio mondo ed i propri affetti lontani, recuperando così un’individualità, troppe volte oscurata dalla guerra. L’incremento della pratica dello scrivere nel primo conflitto mondiale favorì non poco il processo di alfabetizzazione in Italia dando vita, nel linguaggio scritto come in quello parlato, ad una mescolanza notevole di idiomi tipici delle varie regioni della penisola.

 

Istanti preziosi per allontanarsi dalla dura realtà.

Carlo Salsa, tenente di fanteria, brigata Palermo.

I soldati scrivono, raggomitolati sulle loro cartoline in franchigia, brandendo le matite come se fossero intenti ad un’operazione chirurgica.

Sono le ore in cui l’inverno del cuore si popola di gente che vien di lontano: le ore dei ricevimenti e delle visite.

 

Il rito collettivo della chiamata.

Attilio Borrozzino, ufficiale appartenente alla quinta compagnia del 132° fanteria, brigata Lazio.

La distribuzione della posta, che rientra in uno degli ordinari servizi di compagnia, in guerra acquista una particolare importanza per il furiere. Questi, al centro della compagnia in circolo, legge il cognome; il fante risponde presente! e la lettera vola verso quella direzione.

Quasi sempre viene afferrata a volo e non cade, perché, anche se il lancio non è perfetto, viene afferrata da qualcuno e consegnata all’interessato che l’ha guardata e l’ha seguita finché non è arrivata nelle sue mani, tremanti di emozione e di gioia.

Basta dire: “Adunata per la posta”, che il fante scatta, corre, si precipita, al luogo indicato: lascia qualunque cosa perché sa che… la posta è pure un servizio e, per lui, più importante. Apre la lettera, la legge, la rilegge, cerca di riconoscere la scrittura della persona cara, s’indugia, la gira, la riguarda e poi la ripone quasi devotamente insieme alle altre che custodisce nella giubba, sul cuore.

 

La consegna della corrispondenza a qualsiasi costo.

Giani Stuparich, volontario irredentista, sottotenente nel primo reggimento Granatieri di Sardegna

Dalla trincea bisogna consegnar la posta a terzi e quindi qualche volta può darsi che si dimentichino o la imbuchino irregolarmente. Io la consegno per solito a un granatiere fidatissimo; quando siamo in prima linea e seconda linea, a quello che ci porta la mensa. Viene alla sera: parte sull’imbrunire dal posto dove hanno le cucine e viene giù per strade scoperte col rischio di pigliarsi qualche fucilata o pallottola di shrapnel.

 

Una vera e propria ossessione postale.

Francesco Ferrari, sergente di fanteria, assegnato al gruppo esploratori del 123° reggimento, brigata Chieti.

Dalla trincea 26-4-16.

Cara sorella.

Tutte le mattine nello ’spuntar del sole il primo mio mestiere è quello di prender la matita e inviarvi i miei più sinceri saluti e baci a tutti di famiglia. Intanto chè vivo )e chè mi trovo a questo posto) venescrivo una al giorno. Io sto bene e così desidero pur da voialtri in famiglia. Ricevi un caldo bacio da tuo fratello Francesco.

 

La creazione di una rete di comunicazioni il più possibile efficiente.

Amleto Albertazzi, sottotenente di fanteria, brigata Bisagno.

Il servizio postale è migliorato. Le lettere non giungono più con uno o due mesi di ritardo.

 

Il continuo rifornimento di materiale per scrivere.

Francesco Ferrari, sergente di fanteria, assegnato al gruppo esploratori del 123° reggimento, brigata Chieti.

Cari genitori ora mitrovo con un po’ di scorte di carta e cartoline, non c’è più quella caristia come nei giorni passati se vi arrivera tutte quelle lettere e cartoline chè vimando vedrete ogni giorno vi arrivera qualchè cosa.

 

L’italiano popolare in trincea: una mescolanza tra dialetti e lingua standard.

Domenico Gamberini, bersagliere, 15° reggimento bersaglieri.

Quando il compagno bisognoso d’aiuto era meridionale o, ancor più, siciliano facevo una certa fatica a tradurre in italiano parole di un dialetto per me assolutamente incomprensibile.

(…) Mi si chiedeva di scrivere parole come “quartara” o “ficupala” e ce ne voleva per riuscire a intendersi sul loro significato: anfora per l’acqua, la prima, fico d’india, l’altra.

Un commilitone mi indicava di esprimere la sua contrarietà alla vendita, in progetto da parte dei suoi, di una “salma” di terreno. Non sapevo più dove sbattere la testa. Vendere una salma? “No, mi tranquillizzava l’amico; la “salma” da noi non significa un cadavere da inumare, ma una misura agraria equivalente a circa 3 ettari”.

Poi veniva fuori talvolta quella maledetta “caccarazza” che danneggiava le semine, parola che dal suono faceva pensare a un cattivo letame per i campi. E invece no: si trattava di una bella gazza ladra che beccava i semi appena sparsi e non sufficientemente interrati.

Una volta un amico della Sicilia, a un certo punto della dettatura, se ne esce con questa frase: “… Poi bisogna che il frate curi bene il bestiame.” Lo fermo immediatamente: “Come! Da noi i frati tengono le missioni in preparazione delle feste, sono ascoltati e rispettati come importanti personalità religiose! E tu vorresti mandare quel frate ad accudire il bestiame?”

L’amico siciliano mi guardò ridendo di gusto: “No, Domenico. Da noi frate sta per fratello e io mi rivolgevo a mio fratello. I frati veri anche noi li amiamo e li ascoltiamo con grande riguardo.”

 

Scrivere: la forte necessità di sentirsi più vicini alle famiglie.

Giuseppe Personeni, tenente di fanteria, brigata Belluno.

Fui assalito da un invisibile bisogno di pensare a casa, da un desiderio, che non avevo mai provato, di essere in continua comunione di spirito colla mia famiglia, di scrivere, di scrivere ciò che sentivo, ciò che vedevo, e scrissi (…).

 

Un sentimento di indissolubile attaccamento alla campagna.

Augusto Della Martera, caporale, brigata Macerata.

Tu mi ai detto che stava male una vacca e quando mi scrivi fammi sapere come va e se anno venduto nessuna bestia e se il fatore è a casa ossia se è richiamato e dove si trova se fa il soldato (…).

 

Francesco Ferrari, sergente di fanteria, assegnato al gruppo esploratori del 123° reggimento, brigata Chieti.

Zona di guerra. 2-5.16.

Carissima sorella.

L’altro ieri ricevetti la tua cara lettera la cuale mi racconti tante cose.

Tu l’ai scritta il giorno 26 e io ò saputo permezzo del giornale Cittadino chè il giorno 27 è venuto una gran tempesta sul giornale lavevano fatto scrivere quelli di Scarpizzolo, e se è venuta a Scarpizzolo certo chè sara venuta anchè a Trignano Questo mi dispiace assai. Certo chè il frumento sara tutto rovinato e non potrete raccogliere nemmeno la simensa. L’erba bisognerà tagliarla subito e colla machina non si pota le viti e i gelsi saranno politi.

 

Scrivere per comunicare con le famiglie di feriti e defunti.

Carmine Cortese, cappellano militare, brigata Brescia.

Io sono inchiodato con la corrispondenza alle famiglie dei feriti e dei morti. E sono solo, E vorrei tanto dormire. E non posso.

 

Un ricordo sul cuore: le lettere addosso ai caduti.

Angelo Raffaele Baldassarre, tenente di fanteria, brigata Savona.

Vicino alla bocca del bersagliere c’era il suo portafoglio aperto dal quale uscivano spiegazzate delle carte ed una fotografia di una donna attempata. (…) La raccolsi insieme alle altre carte. Le avrei spedite alla famiglia comunicandole che l’eroe era morto di schianto, in un attimo, senza soffrire nemmeno un minuto. Così si usava fare sempre in guerra.

 

La censura di guerra.

Tenente Anonimo, ufficiale di artiglieria.

Incominciai a compilare e spedire lettere d’amore e cartoline struggenti di desiderio. Spesso mi scappava dalla penna qualche frase censurabile che mi veniva depennata, e spesso il testo perdeva quel poco senso comune che conteneva e gli scritti, alle volte, giungevano a destinazione addirittura incomprensibili.

Quando ricevevo le risposte alle mie lettere, spesso mi capitava di non capirci niente: ero lontano dall’immaginare che il censore vi aveva messo lo zampino. Una volta scrissi che sarei sceso per otto giorni a riposo e di venire a trovarmi: mi rispose in modo incomprensibile, da lasciarmi di stucco, e cominciai a credere di aver a che fare con una deficiente. Constatai più tardi che il censore aveva modificato una mia frase. Io avevo scritto: “Scenderò per otto giorni a Zanè, nei pressi di Livenza”. Il censore aveva corretto in questo modo: “Scenderò otto giorni con Zanè, nei pressi di Licenza”.

Io restai a Zanè e lei a Milano, così entrambi ci siamo amati, aspettando.

 

Bibliografia:

Albertazzi Amleto, L’inferno carsico, Bologna, Cappelli, 1933

Baldini Antonio, Nostro purgatorio. Fatti personali del tempo della guerra italiana 1915-1917, Milano, Treves, 1918

Bazini Giulio, Da Venezia a… Venezia. 1915-1918 tra diario e storia le avventurose vicende di un volontario della Grande Guerra, a cura di Franco Bottazzi, Udine, Gaspari Editore, 2010

Comisso Giovanni, Giorni di guerra, Milano, Longanesi, 2009

Ferrari Pietro, Vita di guerra e di prigionia. Dall’Isonzo al Carso. Diario 1915-1918, a cura di Maria Teresa Aiolfi, Milano, Mursia, 2004

Frescura Attilio, Diario di un imboscato, Milano, Mursia, 1999

Gasparotto Luigi, Diario di un fante, Chiari (Bs), Nordpress, 2002

Poli Giuseppe, Uomini del Carso, Milano, Codara, 1928

Salsa Carlo, Trincee. Confidenze di un fante, Milano, Mursia, 1982

Soldani Gregorio, Dal fronte del sangue e della pietà. Il diario del capitano medico Gregorio Soldani nella Grande Guerra, a cura di Silvio Ficini, Udine, Gaspari Editore, 2000