Gli ammutinamenti del 1917 in Francia

Tra la fine del maggio e l’inizio del giugno 1917, l’esercito francese sul fronte occidentale è scosso da un’ondata di ribellioni e di atti di disobbedienza senza precedenti. Uno spirito di contestazione infiamma numerose unità, alimentato dalla congiuntura generale della primavera 1917 – segnata dal fallimento della grande offensiva Nivelle –, dagli echi della Rivoluzione russa e dalle manifestazioni dei civili. Le unità a riposo non vogliono tornare in prima linea, e quelli che già vi si trovano rifiutano di uscire dalle trincee. Vario e articolato, il movimento di contestazione si affievolisce rapidamente. Tuttavia, lascia un’impronta indelebile nella memoria dei contemporanei.

 

1917: La rivolta del reggimento, I diari di guerra di Louis Barthas, bottaio di Audes, caporale del 280° e del 296° reggimento di fanteria

 

[Il 23 maggio 1917] Restammo a Daucourt, per riposarci dalle fatiche dell’ultima offensiva di nove giorni. […]

Fu proprio allora che esplose la rivoluzione russa. Quei soldati slavi, ieri ancora piegati, asserviti a una disciplina di ferro, che andavano al massacro come schiavi rassegnati e incoscienti, avevano spezzato il loro giogo e proclamato la propria libertà, e imponevano la pace ai loro capi, ai loro carnefici.

Il mondo intero era sbigottito, pietrificato da quella rivoluzione e dal crollo dell’immenso e secolare impero degli zar.

Quegli eventi ebbero delle ripercussioni sul fronte francese, e un vento di rivolta si levò su quasi tutti i reggimenti.

Vi erano d’altronde delle ragioni di malcontento: il doloroso fallimento dell’offensiva dello Chemin des Dames, il cui unico risultato era stata una spaventosa ecatombe; la prospettiva di altri lunghi mesi di guerra, il cui esito era assai dubbio, e infine il grande ritardo con cui venivano concesse le licenze. Era questo, credo, a irritare più di tutto i soldati.

Non pretendo di raccontare quel che successe un po’ dappertutto in quel momento; mi limito a scrivere quello che so per quanto riguarda il nostro reggimento e la repressione che ne conseguì.

[…]

Alcuni soldati cantavano e intrattenevano i loro compagni con canzoni o battute comiche, ma una sera un caporale intonò delle parole di rivolta contro la triste vita di trincea, di denuncia, di addio ai cari che forse non avremmo più rivisto, di collera verso i responsabili di quella guerra infame e i ricchi imboscati che lascavano combattere chi non aveva niente da difendere.

Al ritornello, centinaia di bocche si univano in coro, e alla fine prorompevano degli applausi frenetici, ai quali si mescolavano le grida di «Pace o rivoluzione! Abbasso la guerra!», ecc., e  «Licenza! Licenza!».

Una sera, patrioti voltatevi dall’altra parte!, risuonò L’Internazionale e divampò la tempesta.

Stavolta i nostri superiori si sdegnarono. Al capitano-attendente-maggiore di nostra conoscenza, Cros-Mayrevieille, venne una tale irritazione al timpano che mandò in tutta fretta una pattuglia di quattro uomini accompagnati dall’immancabile caporale per ricordare a quei vigliacchi smidollati che alle otto suonate era ora di lasciare la strada, le osterie e le donne ai Signori Ufficiali e di andare a rispondere ai sergenti di giornata che, appello alla mano, attendevano alla porta dei nostri accantonamenti vuoti. Poiché la pattuglia aveva ritenuto prudente battere in ritirata, il nostro capitano-attendente-maggiore, nonché sbirro, venne di persona, scortato dall’intero comando di polizia.

Cercò di parlare con moderazione, ma fin dalle prime parole fu fermato da una quantità incredibile di fischi. Schiumante di rabbia, e sia pure impotente, se la prese con i malcapitati sergenti di giornata, che avevano incautamente riferito che «non mancava nessuno», e li obbligò a fare un rigoroso controappello.

Una folla di diverse centinaia di soldati che se ne infischiavano degli appelli si era ammassata davanti alla stazione di polizia, dove il capitano Cros si era rifugiato; per un’ora gli gridarono contro le peggiori ingiurie e delle minacce. Per fargli ancor più paura, un esaltato di tanto in tanto sparava in aria qualche colpo di pistola.

Il 30 maggio, a mezzogiorno, si tenne perfino una riunione fuori dal paese per costituire, seguendo l’esempio dei Russi, un «soviet» composto da tre uomini per compagnia, che avrebbe assunto la guida del reggimento.

Con mia enorme sorpresa, mi venne offerta la presidenza di quel soviet, cioè niente meno che di sostituire il colonnello!

Proviamo a immaginare: io, oscuro contadino, che avevo lasciato la zappa nell’agosto 1914, comandare il 296o reggimento: era una cosa che superava i limiti dell’inverosimile!

[…]

Nel pomeriggio fu comunicato l’ordine di partenza immediata. Venne fatta la promessa formale che le licenze sarebbero riprese fin dall’indomani con una cadenza di sedici su cento e senza interruzioni. Le autorità militari, così arroganti e autoritarie, avevano dovuto capitolare. Non c’era bisogno di altro per ristabilire l’ordine. Ciò nonostante, vi furono, soprattutto negli accantonamenti della 4a compagnia mitragliatrici, dei forti tumulti qualche istante prima della partenza, e gli uomini partirono solo dopo aver cantato L’Internazionale davanti agli ufficiali stupefatti ma passivi, di fronte alla propria impotenza.

Alle tre del pomeriggio, sotto un sole cocente, lasciammo Daucourt. Alle cinque il reggimento attraversò Sainte-Ménéhould, dove si erano appena verificati dei fatti tragici.

Si erano da poco ammutinati due reggimenti, che si erano impossessati della caserma gridando: «Pace o Rivoluzione!»

Il generale X, sopraggiunto per tentare di arringare i soldati, fu preso e messo al muro, e stava per essere fucilato, quando un comandante molto amato dai suoi uomini riuscì a salvarlo e ad ottenere che i rivoltosi si lasciassero condurre al campo di Châlons per godere di un lungo riposo.

Vennero sparati dei colpi di fucile su un gruppo di ufficiali che cercavano di avvicinarsi alla caserma, e dei proiettili finirono per fare delle vittime in città. Dieci persone, si racconta, rimasero uccise.

I vertici militari ritennero prudente isolare gli uni dagli altri i tre battaglioni del 296o reggimento, e fummo accantonati in luoghi piuttosto distanti. Il nostro battaglione fu alloggiato in baraccamenti a quattro chilometri da Sainte-Ménéhould. Fu solamente là che ci rendemmo conto che mancavano gli altri due battaglioni.

La sera seguente, alle sette, fummo radunati per partire per le trincee. Vi furono rumorose manifestazioni di protesta, grida, canti, urli, colpi di fischietto; ovviamente, risuonò L’Internazionale; se gli ufficiali avessero fatto un gesto o detto una parola contro questo chiasso, credo sinceramente che sarebbero stati massacrati senza pietà, tanta era l’esaltazione generale.

Ma presero la decisione più saggia: attendere pazientemente che tornasse la calma. Non si può gridare, fischiare e urlare ininterrottamente, e siccome tra i rivoltosi non c’era nessun leader capace di prendere una decisione o il comando, finimmo per incamminarci verso le trincee, non però senza brontolare e protestare.

 

Bibliografia:

Louis Barthas, Les carnets de guerre de Louis Barthas, tonnelier, 1914-1918, Paris, La Découverte, 1997.