La dissoluzione dell'Austria-Ungheria

L’armistizio

Quanto si è sperato, per tutta la guerra, nel giorno dell’armistizio, nel momento che pone fine ai delitti quotidiani! Quello, si pensava, sarà un giorno di liberazione, un giorno di gioia, allora si potrà tirare un sospiro di sollievo e sperare in tempi migliori. Ora l’armistizio è concluso e le nostre truppe hanno sospeso le ostilità. Successivamente anche quelle italiane, e il fatto che i nostri poveri soldati perlomeno non siano più esposti al pericolo di morte derivante da un attacco nemico o da una fuga senza fiato, è l’unico risultato portato dall’armistizio. […]

Le condizioni destinate ad affermare la vittoria militare degli avversari ovviamente non ci toccano affatto. Da tempo abbiamo diviso la nostra causa da quella della maledetta Grande potenza e se questa ora viene distrutta per sempre, si annienta solo un qualcosa che da tempo è diventato incapace di vivere. Quando, però, veniamo a sapere che agli avversari alleati vengono concessi il libero movimento delle loro truppe per vie ordinarie e l’utilizzo di tutti i mezzi di trasporto necessari al libero movimento [sic!], e quindi che gli Asburgo offrono agli avversari dell’Impero la possibilità − se a loro comoda − di attaccare la Germania alle spalle, a uno vengono meno le parole per esprimere questa catastrofe morale. È probabile che gli avversari non si avvarranno di questa possibilità, visto che la Germania, che ora si trova sotto pressioni fortissime, concluderà il suo armistizio prima; è certamente vero che al Comando supremo austro-ungarico […] non spettava scelta alcuna, dal momento che nel giro di pochi giorni, forse anche di poche ore, gli avversari non avrebbero più trovato alcuna resistenza e, quindi, avrebbero potuto attraversare marciando l’intero territorio della “monarchia”; ma il fatto che la miserabile Grande potenza, per la cui affermazione i tedeschi, accecati, si sono accollati questa guerra nefasta, agisca o – se si vuole – debba agire così con il confederato, è ugualmente tremendo. […]

L’armistizio segna la fine della vecchia Austria, una fine sporca, infame; ora vogliamo vedere che verrà formata una Repubblica dell’Austria tedesca migliore e più nobile.

[Fonte: Arbeiter-Zeitung. Quotidiano dell’organo centrale del partito socialdemocratico tedesco in Austria, edizione del lunedì, 4/11/1918, 1-2]

 

Diario della gardenese Filomena Moroder, 8/11/1918

Davvero è arrivato l'armistizio tra Austria e Italia! La grande e orgogliosa Austria ha perso su tutta la linea. L’imperatore Carlo ha abdicato; si dice che ora si trova in Svizzera. Da quando, il giorno di tutti i Santi, è giunto il telegramma dell’armistizio, non regna più l’ordine, ma la pura anarchia. Nessuno obbedisce, tutti rubano, non arriva la posta, dal giorno di tutti i Santi non arriva più nemmeno il giornale, perché nessun ufficio postale lavora, regna la rivoluzione! La gente si riversa a Chiusa e assalta i magazzini militari e i depositi delle derrate alimentari. I soldati distribuiscono vendendo, senza averne alcun titolo e diritto, cibo e bestiame. Il più viene rubato. Nel caos generale e nel disordine, la volgarità assume tratti spaventosi. Alcuni dei soldati sulla via del ritorno verso casa, qualcuno mezzo morto di fame altri completamente ubriachi, giacciono morti al margine della strada. Tra Egna e Bolzano la situazione deve essere triste: persone decedute, cavalli morti, soldati desolati. I treni non trasportano la popolazione civile: sono sovraccarichi di militari. Gli italiani attraversano il Tirolo per combattere sul fronte tedesco. Per la Germania è quasi impossibile cedere e concludere la pace, viste le condizioni impossibili poste dall’Intesa.

Sono in corso trattative, ma già ora è quasi sicuro che passeremo all’Italia. Oggi o domani, una truppa composta da 40 italiani stazionerà qui per creare ordine e va bene così. Infatti, la situazione appare insostenibile in loco, non avrei mai creduto che a Ortisei si nasconda tanta gentaglia. Sono inorridita dal loro comportamento. I vecchi gardenesi, più raffinati, sono invece molto più discreti, si vergognano di quel che accade. […]

[Fonte: Runggaldier-Mahlknecht, Margreth, ed. Wenn doch endlich Frieden wäre! Aus dem Tagebuch der Filomena Prinoth-Moroder, Gröden 1914-1920. Bolzano, Vienna: Folio Verlag, 2015, pagg. 169 e segg.]

 

Capitano di stato maggiore generale Johann Hartl a Hertha Hartl, Innsbruck, 6/11/1918

[…] Quando arrivammo qui [a Innsbruck] il 4 all’ora di pranzo [sic!], ci siamo imbattuti in un caos totale. Il Consiglio nazionale si era impossessato del potere militare prima dell’arrivo del Comando d’Armata. Solo da ieri pomeriggio i comandi militari hanno ripreso a funzionare – in accordo con il Consiglio Nazionale – ora tutto è rientrato in un ordine più o meno regolare, se e nella misura in cui si possa parlare di ordine, con un simile sfaldamento dell’esercito. Sono molto preoccupato per te […]. Non riesco a collegarmi al telefono con Kitzbühel perché la nuova linea è continuamente occupata. Solo l’altro ieri sera, dopo aver atteso 2 ore e mezza, sono riuscito a parlare con il capitano Koretz, che mi ha detto che sei tornata sana e salva a K. Mi sono tolto un peso dal cuore. Ora, però, sono già preoccupato di nuovo, perché non so come la popolazione civile si comporta lì con gli ufficiali. Saccheggi da parte dei soldati lì sono da temersi di meno, visto che K. è solo una stazione di passaggio e i treni non si fermano a lungo.

[…]

Ora ho già recuperato un po’ di buon umore, il primo periodo qui è stato un po’ deprimente, perché tutto era caotico. Il nostro bell’esercito comune purtroppo se n’è andato. Noi ufficiali di formazione monarchica dobbiamo rassegnarci a questa situazione. Ora non ci resta che attendere che cosa nascerà dalle macerie della vecchia Austria dopo il grande disordine. Le nostre formazioni di marcia qui vengono messe tutte sui treni e trasportate nell’entroterra, dai loro quadri in patria. […] Penso che il 9 o il 10 tutto sarà portato via, e io arriverò con il resto del comando a K. […] A K. purtroppo non resteremo a lungo, visto che lì il comando verrà sciolto. Che cosa succederà poi non lo so, ma non ci fasciamo la testa per questo, vero Herdi.

[…]

[Fonte: Collezione Matthias Egger]

 

Principe Alfons von Clary-Aldringen, ufficiale della riserva

Il 28 ottobre 1918 mi trovavo in vacanza a Teplitz, quando a Praga fu proclamata la Repubblica. Già il giorno dopo, fu una grande confusione: sventolavano le bandiere rosse e ci furono episodi di fraternizzazione tra i soldati e i consigli provvisori dei lavoratori, anche con prigionieri russi e serbi.

Prima della mia partenza da Vienna mi ero accordato con degli amici che mi avrebbero fatto sapere se a Vienna sarebbe stata intrapresa un’iniziativa per il ripristino dell’ordine. Ce lo eravamo immaginati così che tutti gli ufficiali che si trovavano a Vienna, sotto il comando del comandante generale, si sarebbero messi a disposizione dell’imperatore assicurandogli protezione. Nonostante a Praga fosse scoppiata la rivoluzione si poteva telegrafare senza fatica e di fatto ricevetti un telegramma del tenore pattuito. Il trasporto ferroviario funzionava ancora, benché lentamente: il viaggio fino a Vienna durò 36 ore, che trascorsi in piedi nel vagone sovraffollato. Giunto a destinazione, venni a sapere che le azioni militari di qualsiasi natura erano state severamente vietate dal Comando cittadino. In un primo momento andai su tutte le furie, ma poi compresi che ormai era in ogni caso troppo tardi e che un’azione come quella che ci eravamo immaginati avrebbe portato solo a uno spargimento di sangue e avrebbe messo in pericolo la famiglia imperiale; la terribile fine dello zar russo e della sua famiglia ci era nota. Delle tristi impressioni dello sfaldamento che allora mi sopraffecero a Vienna non voglio parlare. Feci ritorno a Teplitz.

[Fonte: Clary-Aldringen, Alfons. Geschichten eines alten Österreichers. Berlino, Vienna: Ullstein, 1977.]