La giustizia militare nel Regio esercito

Nell’immaginario comune del primo conflitto mondiale, accanto alle trincee, agli assalti frontali e ai bombardamenti, è ormai radicata l’immagine del plotone d’esecuzione, di una giustizia militare severa, arbitraria e amministrata da ufficiali resi folli dalla guerra. Pur amplificata dalla memorialistica e dalla cinematografia, tale immagine risulta in parte veritiera. In Italia la Giustizia militare veniva applicata basandosi sulle norme del Codice Penale dell’Esercito, entrato in vigore nel 1870. La sua struttura era analoga al Codice militare del 1859, che si rifaceva al Codice militare sardo del 1840, antecedente allo stesso Statuto Albertino del 1848. Fattori questi che rendevano gli strumenti legislativi inadeguati rispetto alla grandezza del conflitto in corso. All’interno del Regio esercito si contarono 4.028 condanne a morte: 2.967 in contumacia, 750 eseguite e 311 non eseguite. A queste vanno aggiunte altre 300 esecuzioni sommarie, il che porta il totale a oltre mille esecuzioni eseguite. La drammatizzazione del rapporto militare in chiave di inasprimento repressivo, che faceva leva soprattutto sui giovani ufficiali, fu una conseguenza del concetto di guerra ed esercito propagandato dal generalissimo Cadorna, il quale concepiva una truppa sottoposta ad obbedienza assoluta, la netta separazione classista e autoritaria tra soldati e ufficiali e lo slegamento totale dei legami tra il mondo civile e militare. Così recitava una circolare del comando supremo del 28 settembre 1915:

Deve ogni soldato esser certo di trovare, all'occorrenza, nel superiore il fratello o il padre, ma anche deve esser convinto che il superiore ha al sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e vigliacchi (…) Ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato da quello dell’ufficiale.

Tredici mesi dopo – il 1° novembre 1916 - un’altra circolare forniva delucidazioni in tema di esecuzioni sommarie e decimazioni

(…) ricordo che non vi è altro mezzo per reprimere reati collettivi che quello di fucilare immediatamente i maggiori colpevoli, e allorché accertamento identità personali dei responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte. A codesto dovere nessuno, che sia conscio della necessità di una ferrea disciplina in guerra può sottrarsi e io ne faccio obbligo assoluto e indeclinabile a tutti i comandanti.

La severità della giustizia militare italiana è ancor più evidente se paragonata ai dati degli altri eserciti. Nell’esercito francese, che contava un numero doppio di effettivi e aveva subito il trauma degli ammutinamenti del 1917, si ebbero circa 600 fucilazioni, nell’esercito britannico le fucilazioni furono 300, mentre in quello tedesco poche decine. Pur mancando numeri certi, molte furono invece le esecuzioni nell’imperial-regio esercito, con cifre simili al dato italiano.

Esecuzione sul fronte orientale: «Fioi i mazza Chizzali»

La seguente testimonianza descrive la fucilazione del soldato trentino Domenico Chizzali, arruolato nell’esercito austro-ungarico e inviato in Galizia, sul fronte orientale. Nonostante Chizzali manifestasse evidenti segni di squilibrio mentale fu comunque fucilato. L’episodio viene ricostruito da un altro soldato dell’imperial-regio esercito, Giovanni Bresciani di Riva del Garda:

«Una sera si fece la sfida chì avrebbe raccontata la barzelletta di maggior effetto - Io ebbi la vittoria perché ero stato capace di far ridere anche Chizzali. Era questo Chizzali Dom[enico] un studente di 7ª ginn. che si era talmente impresionato all’idea della guerra da averne scosso il cervello. Non parlava mai - a Innsbruck aveva fuggito alcune volte da caserma non ebbe castighi perché appunto lo si riteneva pazzo - ma tuttavia venne inviato al fronte». Il 28 novembre mentre tutta la compagnia è in trincea con 25 gradi sotto zero a tenere i camminamenti sgombri dalla neve, Chizzali abbandonva il posto e fuggiva nelle retrovie. Il Tenente fu comprensivo e gli parlò con grande confidenza, gli «fece comprendere che dati i suoi studi aveva diritto a fare il volontario - lo incitò a farsi spedire i attestati - e lo assicurò che non avrebbe più lavorato di zappa e piccone». Il giorno successivo Chizzali, che durante la notte aveva sofferto di dissenteria, si presenta nel paese di Rarancze alla visita medica, ma venne rimandato in trincea. Durante il viaggio di ritorno «giunto al crocevia colto da un momento di follia spezza il fucile contro una croce e si da alla latitanza». È arrestato alla stazione di Czernovitz, mentre chiede un biglietto ferroviario per Trento. Come afferma Bresciani, il Chizzali sembrava non comprendere la gravità del gesto, «vive taciturno ma pacifico». Il 5 dicembre è sottoposto a visita medica e dichiarato «irresponsabile». In un primo momento sembra perciò che egli sia destinato a scampare il plotone d’esecuzione. Ma il mattino del 12 giunge improvvisa la notizia dell’imminente fucilazione di Chizzali. Bresciani e compagni così descrivevano la scena: «Essa si svolgeva a 200 m da noi vicino a 2 case, la fossa era già pronta davanti vennero allineati gli italiani circondati a loro volta da 3 plotoni di croati. Una pattuglia di 24 uomini con baionetta inestata viene a prendere il povero Chizzali che certo non si aspettava quel complimento - mentre 1 ora prima le avevan pagata la 10ª anticipata. La sorpresa devesser stata forte di certo passò davanti alla nostra porta (io mi ritirai per non incontrare il suo sguardo) si guardava attorno smarrito come trasognato - appena giunto al piano venne circondato lo seguii con lo sguardo continuava a girare la testa di quì e di là finché visto quanto era preparato fissò sempre davanti. Giunti sul posto la pattuglia si ritirò - diede uno sguardo alla fossa - girò gli occhi attorno vide i compagni. Le si avvicinarono allora gli ufficiali, il Dr e il Capellano militare. Letta la sentenza le fu mostrato il corpo…».

La memoria di Bresciani si tronca qui, rinunciando a descrivere la lettura della condanna, le ultime volontà e la scarica di fucileria.

Il Plotone d’esecuzione

Testimonianza del soldato canadese Deward Barnes, membro di un plotone d’esecuzione. Agli occhi dei soldati essere chiamati a far parte ad un plotone d’esecuzione era un compito ingrato e giudicato disonorevole. In alcuni eserciti furono perciò utilizzati metodi che rendessero il compito meno traumatico e impressionate per coloro che dovevano compierlo.

Prendemmo le nostre posizioni, cinque inginocchiati e cinque in piedi dietro; il sergente su un lato e l'ufficiale dall’altro per dare gli ordini. Se non l'avessimo ucciso noi, ci avrebbe pensato l'ufficiale. Non appena scese il sipario (il prigioniero era legato su una sedia a cinque passi noi, un cappuccio nero sulla testa e un grande disco rotondo sopra il suo cuore) ci diedero l'ordine di sparare. Nove colpi normali e uno a salve. Che esplodeva come gli altri. Io non avevo quello a salve. (…). Quando sparammo il suo corpo si mosse, poi alzarono la tenda. Avevo sentito dire che era il modo più semplice per una fucilazione. Il plotone d'esecuzione lo vide solamente per alcuni minuti. Ritornammo alla Battalion Orderly Room e ognuno di noi prese un grosso bicchiere di rum, andammo ai nostri alloggi, mangiammo, e andammo a letto. Avevamo il resto del giornata libera. Era un lavoro che mai avrei voluto fare.

Fucilazione per rifiuto d’obbedienza: «Non si può! Non si può! Non si può avanzare!»

Durante la Grande guerra, prima di un attacco, divennero sempre più frequenti azioni di protesta e di rifiuto collettivo, che tuttavia raramente sfociavano in aperta rivolta. Al più i soldati si limitavano a sparare qualche colpo in aria. Solo in rari casi si giunse alla rivolta armata con morti e feriti, come in occasione dell’ammutinamento della Brigata Catanzaro (15-16 luglio 1917). I seguenti atti del processo a carico di due soldati condannati a morte, dimostrano la durezza della giustizia militare nel primo conflitto mondiale e il costante timore - da parte degli ufficiali - della diffusione di sentimenti disfattisti e antipatriottici.

B.C., Calabrese, anni 25, incensurato; A.A., siciliano, anni 25, incensurato; entrambi soldati nel 144° fanteria; condannati alla pena di morte col mezzo della fucilazione alla schiena per rifiuto di obbedienza in presenza del nemico. Sentenza eseguita il 14 aprile 1916. Tribunale militare di guerra del VII corpo d’armata. Zona di guerra, 13 aprile 1916. Il 5 marzo 1916, trovandosi la compagnia cui apparteneva il B.C. nelle trincee di prima linea in faccia al nemico, il predetto, ricevuto ordine dal sergente D.M.F. di recarsi a lavorare al rafforzamento delle trincee avanzate, colla sua squadra, vi si rifiutava ostinatamente. Informato del fatto, il comandante la compagnia, capitano sig. D.R., ordinava a sua volta al B. di recarsi al lavoro, (…) al che il soldato rispondeva recisamente “Non voglio lavorare”. Sopraggiunto il comandante di battaglione, maggiore sig. R, il B. a domanda di quest’ultimo confermava di essersi rifiutato di lavorare e ciò perché essendo stato punito con 15 giorni di prigione di rigore per essere tornato dalla licenza con 6 giorni di ritardo, non intendeva lavorare per ugual tempo. Per tali fatti il B. veniva denunciato a questo Tribunale; ma pochi giorni dopo si rendeva colpevole di una ben più grave mancanza. Invero nel pomeriggio del 12 marzo era stato portato a conoscenza dei soldati che avrebbe avuto luogo una azione di guerra di lì a poche ore. Apparve subito allora che nella compagnia eravi un gruppo di soldati che a tale azione in particolare, ed in genere alla guerra, mostravasi contrario, sobillando inoltre i compagni con una propaganda demoralizzatrice esplicita in diversi modi, tra cui l’affissione di cartelli con scritti sediziosi. Di tele azione deleteria e funesta per la spirito patriottico e di disciplina dei soldati della compagnia, il B. era già da tempo segnalato ai suoi superiori come uno dei maggiori responsabili (…). Gli eventi successivi mostrarono la giustezza delle apprensioni. Il tenente V., rientrando il 12 detto mese nella compagnia accantonata nelle officine di Adria, dopo che i soldati erano stati informati dell'azione progettata pel giorno successivo, trovò che i soldati, riunitisi per loro conto e disarmati, vociavano e gridavano, ed il B. che era uno dei più scalmanati e gridava ai suoi compagni: «Vogliamo parlare al colonnello››. Il tenente afferrato per un braccio il B. lo costrinse a seguirlo, tentò di appartarlo dai compagni; ma in quel momento sopraggiunto il comandante del reggimento colonnello sig. P., riuscito ad ottenere il silenzio, arringò la truppa incitandola a fare tutto il suo dovere nell'azione che stava per essere impegnata, e cercando di elevare lo spirito ed il morale col linguaggio più adatto in simili circostanze. Ma un gruppo di 7 o 8 soldati fra cui erano il B. C. e l'A. A., rimaneva in attitudine ostile; e quando il colonnello, impressionato dal contegno di tale gruppo, terminata l'arringa, ebbe chiesto se alcuno volesse dire qualchecosa, il B. pel primo si avanzò dicendo al colonnello che non poteva marciare per una antica lesione riportata alla gamba sinistra durante la campagna libica. Il colonnello, ben sapendo che l’impossibilità di marciare era un pretesto, perché il B., visitato poco prima dai sanitari del battaglione era stato dichiarato pienamente idoneo alle fatiche di guerra, lo rimproverò pel suo contegno di soldato riottoso a fare il suo dovere e per l'opera nefasta di propaganda demoralizzatrice che spiegava in compagnia. Fu in quel momento che dallo stesso gruppo partirono grida confuse di: «Non si può! non si può!››. Il colonnello, distinto nel gruppo l'A., che era uno dei più scalmanati lo faceva uscire dalle file e gli chiedeva che cosa non si poteva. L'A. rispose: «Non si può avanzare», ed alla domanda del colonnello perché non si poteva avanzare, rispondeva, senz'altro aggiungere «Perché non si può››. Dopo ciò al colonnello non restò che ordinare ai due soldati riottosi di seguirlo, ed agli ufficiali di restare in compagnia per prevenire altri possibili incresciosi incidenti. Tali risultano i fatti che diedero origine alla denuncia a carico dei due accusati, per le concordi testimonianze di ufficiali e sottufficiali che ebbero a presenziare i fatti stessi in tutto od in parte. Vanamente il B., che è pienamente confesso quanto al primo reato di rifiuto di obbedienza da lui commesso, tenta di scagionarsi (…) negando di avere sobillati i compagni e di aver tumultuato e gridato coi medesimi allo scopo di obbligare il comandante a desistere dalla prossima azione. Quanto all'A. A. egli nega di avere partecipato al clamore ed al tumulto precedente ed afferma che pronunciò la frase «Non si può avanzare›› solo quando fu chiamato ed interrogato dal colonnello. Ma le sue asserzioni sono recisamente smentite dalle dichiarazioni concordi di quest'ultimo e dei tenenti sigg. P. e V. che affermano al contrario che il predetto colonnello chiamò a sé l'A., solo perché lo aveva distinto nel gruppo come uno dei più scalmanati a gridare «Non si può!››. E d'altronde la più elementare logica conforta l'asserto di questi ultimi, essendo intuitivo che il colonnello non avrebbe chiamato e fatto uscire dal gruppo proprio l'A., per domandargli che cosa non si poteva, se l'A. si fosse mantenuto silenzioso, come egli tenta di far credere. Il Tribunale non ritiene gli accusati meritevoli delle circostanze attenuanti generiche, sopratutto il B., sia per l'intrinseca gravità delle circostanze dei fatti, sia per 1'opera nefasta di sobillazione esplicata fra i soldati dal B., né ritiene opportuno concederle nell'interesse della disciplina militare per la necessità che un salutare esempio sia dato che neutralizzi i frutti della propaganda demoralizzatrice suddetta, dappoiché è risultato che in conseguenza dei fatti sopra accennati si ebbero durante l'azione suddetta e nei giorni successivi non pochi casi di rifiuti di marciare al nemico e di diserzioni con passaggio al nemico

Un caso di giustizia sommaria.

Accanto alle fucilazioni dopo regolare processo, in tutti gli eserciti erano diffusi casi di giustizia sommaria perpetrati da ufficiali e graduati, come questo episodio di insubordinazione apparentemente banale, ma dall’esito fatale. Così si legge in una relazione dell’avvocato generale militare al ministro della Guerra sul tema delle esecuzioni sommarie:

L’aspirante Russo Domenico così riferiva il fatto (…): stanotte (13-14 giugno 1917) il sottoscritto comandato con la compagnia al trasporto di cavalli di frisia, era ufficiale di coda al suo reparto. La compagnia, caricato il materiale da trasportarsi, s’era incamminata al comando del Tenente Crespi Sig. Giulio, il quale aveva dato ordini perché tutti i cavalli di frisia raggiungessero la linea. Si giunse così alla 3.a linea nostra di resistenza senza perdere il collegamento; ma dopo di quel punto trovai il collegamento interrotto. Gli uomini di testa dove il collegamento era interrotto erano fermi e avevano fatto passare la voce fra i soldati di zittire e di mettere a terra i reticolati, ciò perché s’era vicino alla linea nemica e per ordine del comando di compagnia. A tale voce corsi avanti per controllarla. Trovai tra gli altri in testa il soldato Greco Gregorio. Quanto sopra era completamente falso. Allora, trovata la strada che conduceva alla meta ordinata, invitai gli uomini in tutti i modi, feci tutti gli sforzi perché la marcia fosse proseguita: ciò, nonostante impiegassi tutta la mia autorità ed energia, il soldato greco Gregorio si rifiutava di proseguire dicendo “non vado avanti aspirante del cazzo”. Gli intimai parecchie volte di proseguire, ma egli sempre insisteva di non voler andare avanti. Fui perciò costretto a minacciarlo con la pistola. Le mie intimazioni non approdarono a nulla: ciò nonostante io continuai a gridare e a minacciare. Ma poiché il soldato greco ancora non si muoveva, io allora tirai due colpi di pistola: lui cadde riverso a terra. Feci ordinare subito che i due portaferiti lo raccogliessero. Bastò questo che tutti i rimanenti prendessero i reticolati in spalla e proseguissero la marcia.

Tre esecuzioni: «avrebbero potuto per lo meno esporsi in locale più frequentato»

Di seguito la sentenza a carico di tre soldati rifugiatisi in una cantina durante la marcia verso le linee nemiche. Accusati di diserzione furono poi passati per le armi:

S.U., della provincia di Ferrara, anni 25, celibe, analfabeta, incensurato, contadino; Z.E., della provincia di Rovigo, anni 25, celibe, analfabeta, incensurato, falegname; B.G., della provincia di Ferrara, anni 24, ammogliato, analfabeta, incensurato, contadino; tutti soldati del 27° fanteria; condannati alla pena di morte col mezzo della fucilazione alla schiena per diserzione in presenza del nemico. Tribunale militare di guerra del VI corpo d'armata. (Corno di Rosazzo, 28 novembre 1915). Nel giorno 13 novembre 1915, i soldati S.U., Z.E., B.G., (…) durante una marcia cui prendevano parte a scopo di operazione di guerra nella zona di Oslavia, si rifugiavano in una cantina dei locali occupati dal comando della brigata Lombardia ove vennero scoperti verso le ore 17 dello stesso giorno 13 in occasione di una ispezione nei detti locali praticata dal maresciallo dei carabinieri B.G. Gli accusati concordemente ammettono tali circostanze assumendo però il B. di avere cercato ricovero nel fabbricato di Pri-Fabrisu e di esservisi in fatto ricoverato insieme ai militari S. e Z. per autorizzazione avutane dal tenente T. in occasione che l'8a compagnia aveva perduto il collegamento con il rimanente del reggimento e al fine di ripararsi dalle piogge; gli altri due assumono invece di avere essi perduto il collegamento con la propria compagnia e di avere in conseguenza e senza autorizzazione cercato ricovero (…). Tali assunte circostanze oltre a trovare nel loro stridente contrasto i termini della nessuna veridicità circa la causa del loro allontanarsi dalla compagnia, restano anche smentite dalla risultanza che il colonnello comandante il reggimento, con sua nota, esclude che dal comandante la compagnia sia stato dato ordine alla compagnia stessa di porsi al riparo e afferma che nessuna autorizzazione ebbe a dare il tenente T. ai tre militari di ricoverarsi nel fabbricato di Pri-Fabrisu. Del resto è assurdo supporre che si fosse potuto verificare una perdita di collegamento alle 8 del mattino ora nella quale per la dichiarazione resa dai giudicabili ai RR.CC. risulterebbe che il loro reparto era passato dal luogo in cui essi accusati ebbero a ricoverarsi, tanto più quando si consideri che si marciava in una saputa direzione e il campo da percorrere non era a distanza maggiore di un chilometro dalle trincee da raggiungere. E quand'anche sussistesse che la compagnia alla quale i giudicabili appartenevano avesse perduto il collegamento con i restanti reparti, risulta sempre accertato ch'essi dalla compagnia stessa si assentarono senza autorizzazione e senza motivo giustificabile. Le circostanze che precedettero ed accompagnarono i fatti incriminati comprovano nel modo più sicuro che gli imputati nell’atto in cui commisero il fatto di assentarsi dalle file non ignoravano che il reparto si dirigeva verso Oslavia nella località cioè dove recentissimi e alterni combattimenti chiamavano i fratelli d'armi per mantenere le contrastate posizioni. Giova rilevare altresì che a confessione stessa degli imputati risulta che le trincee nemiche erano a breve distanza da essi, che erano percepibili a occhio nudo, circostanza questa che non lascia alcun dubbio sul concorso dello estremo giuridico dianzi detto. Occorre appena aggiungere il riflesso che se essi non fossero stati guidati nel loro atto dal proposito criminoso di sottrarsi ai doveri e ai pericoli che inerivano alla marcia ed all'obbiettivo da raggiungere e nel quale essi dovevano compiere il loro dovere di soldati in presenza del nemico, ben avrebbero potuto far nota la loro presenza in Pri-Fabrisu alle autorità militari o per lo meno esporsi in locale più frequentato del fabbricato, mentre invece si nascosero in una cantina in luogo cioè che offriva loro le migliori condizioni di immunità.

Il pericolo socialista

Durante la lunga permanenza al comando di Cadorna, forte fu il timore della diffusione di stampa e opuscoli socialisti, che divennero il simbolo della propaganda antipatriottica e sediziosa. Nella sentenza riportata il possesso di una copia del manifesto di Zimmerwald e il parlarne in pubblico, era motivo sufficiente a causare una lunga pena detentiva.

D.L., della provincia di Milano, anni 32, cappellaio, soldato nel 1° genio; condannato a 15 armi di reclusione per tradimento. Tribunale militare del IX corpo d’armata. Agordo, 5 maggio 1917. Il 17 aprile p.p. i CC. della 17° sezione denunciavano a questo Tribunale di guerra il soldato D. L., appartenente alla 17° sezione telefonica della 78° compagnia del 1° genio. I carabinieri erano venuti a conoscenza che il detto soldato aveva letto e commentato ad un gruppo di militari un foglio stampato dal titolo «Seconda conferenza socialista internazionale di Zimmerwald: Ai popoli che la guerra uccide». La lettura e il commento sarebbero stati fatti una prima volta il 10 marzo scorso in una cucina di Falcade, presenti un sergente ed un caporalmaggiore dello stesso reparto, ed una seconda volta il 9 aprile in una osteria di Falcade ad altro soldato del genio, alla presenza di alcuni soldati, di alcuni giovinetti ubriachi e di un operaio al quale appunto il D. L. aveva ceduto il foglietto incriminato che venne sequestrato. Dall'istruttoria è risultato che l'accusato, appartenente al partito socialista, rientrando dalla licenza invernale, portava sé quattro copie del detto foglio, delle quali due vennero trovate tra le sue carte, la terza fu sequestrata all'operaio indicato, e la quarta non poté essere ritracciata, perché, assicura l’imputato, venne da lui distrutta. Nella perquisizione eseguita tra gli oggetti di proprietà del D. L. vennero trovati parecchi opuscoli di indole sovversiva. Basta riprodurre alcune frasi estratte dal manifesto incriminato, per dimostrare di quanto antipatriottismo, di quanta deleteria influenza, trabocchi il manifesto stesso. Tra l'altro vi si dice: «Scendete in lotta per imporre una immediata pace senza annessioni!››; «Con tutti i mezzi che sono in vostro potere affrettate la fine del macello mondiale››; «Fate sentire ai governi in tutti i paesi che cresce in voi di continuo l'odio contro la guerra e la ferma volontà di una rivincita sociale, così l'ora della pace sarà avvicinata››, ecc. Qualora detti mali consigli potessero insinuarsi nell'animo dei combattenti sarebbe la rovina, lo sfacelo di tutte le nostre energie, la disfatta sicura; tradimento peggiore di questo quindi non vi potrebbe essere. Indubbiamente si verificano nella fattispecie gli estremi voluti dall'art. 72 n. 7 del C.P.E., là dove dice che è reo di tradimento colui che in qualsivoglia modo avrà tolto o tentato di togliere all’esercito o ad una parte di esso alcun mezzo di agire contro il nemico, o avrà facilitato a questo il modo di meglio difendersi o maggiormente nuocere. Il tribunale ritiene tuttavia doversi applicare nella fattispecie le attenuanti previste dall’art. 74 C.P.E. Nel caso attuale ci troviamo infatti davanti ad un individuo il quale più che per proposito di nuocere alla compagine del nostro esercito, ha agito perché, come affigliato al Partito socialista, e come tale schiavo dei caporioni suoi, che purtroppo rimangono nell'ombra e quindi nell'impunità, non ha avuto la forza di non ottemperare alle istruzioni malsane a lui date; d'altra parte gli ottimi precedenti come cittadino e specialmente come soldato, come risulta dai rapporti dei suoi superiori, stanno a suffragare nei giudicanti la convinzione che il D. non avesse la perfetta cognizione del male che avrebbe potuto fare.

 

Bibliografia:

E. Forcella, A. Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza 1998

A. Gibelli, L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Torino, Bollati Boringhieri, 2014

M. Isnenghi, G. Rochat, La grande guerra: 1914 – 1918, Bologna, Il Mulino, 2008