La guerra dei forti vista da Fritz Weber

Fritz Weber, scrittore e giornalista austriaco, nato nel 1895 e deceduto a Vienna nel 1972, partecipò alla Grande Guerra e raccontò la sua esperienza in numerosi libri. Ufficiale di artiglieria, prestò servizio per tutta la durata del conflitto sul fronte italiano, prima sugli Altipiani e poi sull’Isonzo. Alla conclusione della guerra era schierato sul fronte del Piave e partecipò all’ultima battaglia lì combattuta dall’esercito imperiale austro-ungarico. Il libro di maggior successo di Fritz Weber è senza dubbio Das Ende einer Armee: uscito in edizione originale nel 1931 riscosse grande successo editoriale venendo più volte ristampato. Per il pubblico italiano fu tradotto e pubblicato dall’editore Ugo Mursia nel 1965. È un racconto autobiografico amaro quello che ci lascia Weber, nel quale emerge come lo scrittore austriaco sia segnato da una profonda contraddizione interiore. Il militare, pur disgustato dall’insensatezza della guerra, rimane fermamente deciso nel fare il proprio dovere.

Dal libro traiamo alcuni brani che raccontano la primissima fase della guerra. Qui il tenente Weber è di servizio sul forte Verle.

Solo i forti sono veramente in ordine e costituiscono la spina dorsale di questa linea in apparenza così debole. Nessuno, tuttavia, può ancora sapere quale sarà la loro effettiva resistenza al fuoco.

Cima di Vezzena, il più settentrionale dei quattro forti, costruito su un cocuzzolo roccioso a 1900 metri d’altezza, non ha un campo di tiro vasto. Esso venne, appunto per questo, concepito soltanto come posto di osservazione fortificato e armato con cinque mitragliatrici. Verle, Luserna e Gschwendt sono, invece, in piena efficienza: ogni forte ha una guarnigione di trecento uomini e dispone di quattro obici posti in torri corazzate girevoli, di due cannoni affiancati dietro scudi frontali, di quattro cannoni in casematte per battere l’antifosso…Infine, viveri e munizioni per cento giorni….

Il presidio dovrebbe comprendere nove ufficiali e trecento uomini. Verle, invece, ha solo due ufficiali: il comandante, tenente Gimpelmann, e il sottotenente Papak, oltre a tre aspiranti e a un medico. Gli artiglieri sono duecento e cento gli zappatori del genio. Si tratta in gran parte di elementi giovani, sui quali si può contare….

I giorni passano, uno uguale all’altro…I fonogrammi incalzano: tenersi pronti, pronti il più possibile…Di notte, collochiamo sentinelle nella linea avanzata, per evitare possibili sorprese. Non notiamo però nulla di sospetto. Il paesaggio è sprofondato nel silenzio e, ad eccezione della sentinella del forte Verena, non si vede un solo italiano…

Un baccano infernale ci strappa dal sonno.…Un tuono: per alcuni secondi percepiamo il caratteristico mugolio del proiettile, quindi lo scoppio. Le pareti tremano. Poi, di nuovo silenzio….

Ogni tre minuti un colpo. Il cemento armato vibra come bronzo. Si direbbe che i proiettili scoppino sulle nostre teste. A un tratto, un’esplosione più forte delle altre: una seconda batteria ha aperto il fuoco su di noi….

Ci arrampichiamo sui contorti gradini della scaletta. La piattaforma è sconvolta, il pezzo giace di traverso, lo scudo presenta un enorme squarcio. Il fumo è soffocante….

Sopra Forte Cima di Vezzena ondeggia una nuvola di fumo a forma di grappolo. Anche Luserna è bombardata…

Scompariamo di nuovo; questa volta la granata scoppia davanti a noi, sugli spalti in cemento. La torretta è immersa in un nugolo di polvere…Ci rialziamo e attendiamo. La stessa scena si ripete per sei ore consecutive. Ogni tre minuti ci appiattiamo, mentre una esplosione lacera i nostri timpani. La testa ci gira come una trottola. Dopo sei ore di fuoco, dodici di sosta; quindi altre sei d’inferno, se primo non veniamo fatti a pezzi….

All’improvviso, la nebbia, che avvolgeva il Costesin, si dissolve e noi possiamo scorgere una vera e propria città di tende. Molte sono mezze nascoste sotto gli alberi, ma altre stanno allo scoperto. Vediamo distintamente gli italiani muoversi, dato che la distanza non supera i milleseicento metri. Questo accampamento rappresenta uno di quei tipici fenomeni d inesperienza bellica possibile solo nei primi giorni di guerra. Forse, gli italiani credevano di avere già ridotto al silenzio il forte….

Nel frattempo, si svolge a Luserna una tragedia provocata dalla perdita di controllo dei propri nervi, e che, per vero miracolo, non provoca la perdita dell’intera linea di Lavarone. Il comandante, certo tenente Nebesar, nel timore di una sorpresa nemica, aveva tenuto in piedi tutti i suoi uomini per tre giorni e tre notti, senza lasciarli dormire. Un allarme si susseguiva all’altro, le torrette erano occupate in permanenza e nelle postazioni per le mitragliatrici vegliavano uomini spossati dalla stanchezza. Tutto ciò, perché il cervello, che doveva comandare, era incapace di valutare esattamente la situazione in cui il forte si trovava….

Verso le 16, l’osservatore di servizio, nella torretta corazzata girevole, comunica che quattro bandiere bianche sono state issate su Luserna. Non possiamo credere alla cosa e fremiamo di sdegno. Se uno dei forti cade, tutta la linea va in pezzi…

Soltanto chi per settimane intere è rimasto chiuso in uno scatolone di cemento, sotto il martellare delle granate, può rendere giustizia agli uomini di Luserna. La guarnigione era composta dagli stessi soldati fidati e valorosi, che costituivano la guarnigione degli altri forti. La colpa fu tutta del comandante, pazzo più che vile.

 

Bibliografia:

F. Weber, Tappa della disfatta, Milano, Mursia, 1965, pp. 6ss.