L'Ortigara nelle parole dei soldati

La perdita dell’effetto sorpresa

Gli austriaci non sapranno il giorno preciso in cui comincia l’azione sull’Altopiano: ma che un’azione ci sia lo sanno benissimo.

(Colonnello Angelo Gatti, 4 giugno 1917.)

 

Non è escluso che fra tre o quattro giorni ci possa essere l’attacco di sorpresa in Trentino. I generali che dovranno svolgerlo sono venuti ad assistere alla recente azione, per la precisa volontà del Capo. L’idea è stata ottima. In caso d’attacco al nord io mi sposterò.

(Il giornalista Rino Alessi in una lettera inviata da Udine al direttore de Il Secolo il 28 maggio 1917.)

 

La cattiva fama del generale Ettore Mambretti

Il tempo è bello e caldo. Domani M. ritenta l’operazione. Speriamo che egli riesca anche a sfatare la deplorevole leggenda di jettarore che gli hanno fatto. E’ una stupidaggine, ma in Italia compromette la reputazione e il prestigio. Figurati che, quando saltò prematuramente quella mina alla vigilia della fallita operazione, attribuirono la cosa alla sua jettatura.

 

La jettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo. Gli Austriaci, dopo una gran preparazione di artiglieria, hanno assalito e ci hanno preso l’Ortigara, malgrado una difesa strenua. (...) Ieri l’ho telegrafato a Lello (il figlio Raffaele jr.) e dice anche lui di non più ricominciare perché, quando i soldati vedono M. fanno gli scongiuri. In Italia purtroppo questo pregiudizio costituisce una grande forza contraria

 

La fama di M. cresce tutti i giorni ed ormai non può comparire in alcun luogo senza che soldati ed anche comandanti facciano i più energici scongiuri. Ne sono seccatissimo perché se gli affido una operazione offensiva non può riuscire perché tutti sono persuasi che non riesce. (…) Certo si è, per chi ci crede, le ha avute tutte: il mal tempo, scoppio della mina il giorno prima, che uccise quasi tutti gli ufficiali di due battaglioni che dovevano andare all’assalto, pare tiri corti della nostra artiglieria ecc. Pare che si era già fatto quella fama in Africa, dove aveva voluto andare lui invece di seguire la sua sorte.

(Lettere di Cadorna alla moglie tra il giugno e luglio del 1917.)

 

Una battaglia persa in partenza

Alla sera dello stesso giorno 10 l’insuccesso dell’impresa era già delineato ed i comandi se ne resero chiaro conto, in quanto che il possesso del massiccio dell’Ortigara avrebbe potuto servire ottimamente, ma solo ed esclusivamente come trampolino per l’ulteriore avanzata verso i preordinati obbiettivi.

(Generale Aldo Cabiati sul fallimento dell’azione già nel primo giorno dell’offensiva.)

 

La tenacità e la volontà di vincere delle potenti forze di cui disponeva il comando italiano, quel giorno vennero meno, con la sola eccezione della 52° divisione che combatteva sull’Ortigara; ma anche in questo settore il comando stesso non seppe, come già avvenuto il 10 giugno, sfruttare i successi ottenuti mediante le forti spinte della fanteria.

(La Relazione Ufficiale austriaca sulle azioni italiani del 19 giugno 1917.)

 

Gli Alpini e l’Ortigara

All’alba urla d’attacco, di vittoria, di morte, nel buio. Allarme sconnesso, poi un viso segnato di sangue che annuncia la cosa. Il presidio della 2003 è sopraffatto, gli austriaci son qui, il medico telefona che son già alla sua grotta e che si ritira, inutile richiamarlo, non risponde più, il soldato Pretto arriva e spiega come è andata la faccenda, e come è scampato, dopo esser già stato circondato. Dopo una notte così calma che gli pareva d’ essere in malga, ecco che da lassù a sinistra si son veduti ruzzolare addosso un battaglione ungherese che vociava «vigliacchi italiani arrendetevi»; e giù una grandine di bombe, una mischia accanita nei camminamenti e attorno alle nostre due mitragliatrici finchè non le spezzarono le bombe; e lui, Pretto, ha veduto il capitano Ripamonti ferito, svenuto, sulle spalle d’un alpino che cercava di salvarlo, ferito anche lui; e voleva aiutarlo, ma s’è visto addosso due giganteschi ungheresi che gli urlavano «in cinocchio, precare, precare», e tutt’attorno morti e feriti, e la posizione perduta; e allora «ghe go piantà la baionetta nela pansa a un, quel’altro lo go butà zo par la Valsugana, e mi son qua».

(Il sottotenente degli Alpini Paolo Monelli racconta un attacco austriaco.)

 

Passato il primo momento di sorpresa i nostri si organizzavano a strenua difesa…Nei punti invasi la lotta diventa una mischia serrata e un corpo a corpo furibondo. Le tenebre della notte, la pioggia, la ristrettezza dei camminamenti, l’ingombro di feriti e di caduti, il succedersi fragoroso degli scoppi, rendono confuso il tragico urto. Tuttavia l’ardimento e la tenacia dei nostri hanno man mano ragione degli ostacoli e gli elementi di trincea vengono via via rioccupati e difesi stabilmente.

(Il tenente degli Alpini Carlo Milani sul contrattacco austriaco del 15 giugno 1915.)

 

Appena messa fuori la testa dalla trincea il dottor Dogliotti s’è preso un cazzotto da una spoletta che lo ha fracassato. Tutta la Costa della Caldiera che si deve discendere è vulcanelli di granate; ma sembrano peggio le mitragliatrici cecchine che aspettano ai passaggi obbligati e fregano quasi sempre. C’è il mucchietto dei morti, però, che da l’allarme. Allora si prende fiato un momento, tutta la vita passa in un rimpianto d’un attimo, un presentimento s’affaccia  ed è respinto con terrore ed ecco ci si tuffa nel rischio. Tre quattro sibili di pallottole, è passata.

(Il sottotenente degli Alpini Paolo Monelli sul 25 giugno 1917)

 

La principale causa dell’insuccesso la si deve ricercare nel diminuito spirito combattivo di una parte delle truppe per effetto della propaganda sovversiva, in quella stessa causa cioè che già aveva prodotto le sue tristi conseguenze sul Carso nei primi giorni di quello stesso mese… A questi effetti si sottrassero bensì alcune unità, e principalmente gli Alpini della 52° divisione, i quali subirono il massimo delle perdite.

(Dalle memorie di Cadorna: le conclusioni tratte dalla battaglia dell’Ortigara.)

 

Bibliografia

Gianni Pieropan, Storia della Grande Guerra sul fronte italiano 1914-1918, Mursia, Milano, 1988.

Mario Rigoni Stern, Attilio Frescura, 1915-1918: la guerra sugli altipiani: testimonianze di soldati al fronte, Neri Pozza, Milano, 2001.

Leonardo Raito, Nicola Persegati, Nella modernità come fantasmi: esperienze, mitologia e memoria della Grande Guerra, Aracne, Roma, 2010.