Verdun: una testimonianza francese

Georges Caubet, nato a Tolosa, dal 1908 di professione insegnante, fu chiamato il 4 agosto 1914 e servì come sergente nella 67° divisione dell'esercito francese. I suoi diari conservano i ricordi dei momenti più significativi della sua esperienza militare, tra cui la sua esperienza nella fase iniziale della battaglia di Verdun, nel febbraio-marzo 1916. Catturato nel giugno 1918, la fine della guerra lo trovò prigioniero in Germania. Al suo ritorno in Francia, tornò all'insegnamento e, per i posteri, descrisse la propria esperienza di guerra in «Mémoires d'un sergent». I passaggi di seguito, tratti dai suoi taccuini, descrivono gli orrori dei combattimenti sul Mort-Homme tra il 7 e il 9 marzo 1916, nei quali la sete e il cattivo tempo si dimostrarono essere avversari altrettanto formidabili dei tedeschi.

«Le Mort-Homme», tratto da Mes souvenir sur Verdun. Cumières-Chattancour - le Mort-Homme, di Georges Caubet, maestro di scuola e sergente.

Non c'era niente di rassicurante per noi sulla collina del Mort-Homme, come era stata giustamente nominata; a sud, un piccolo bosco che giace entro i confini del paese, abbattuto e ridotto a brandelli dal fuoco delle mitragliatrici, non riusciva a nascondere i resti di alcune batterie francesi: questi però si sarebbero rivelati estremamente utili per noi in seguito; alla nostra destra, le acque tranquille della Mosa scorrevano indifferenti, in alcun modo turbate dalla terribile tragedia che si consumava lungo le sue sponde; sulla sinistra il terreno martoriato dalle granate; davanti, gli Unni e, cosa crudele, questa gola maledetta completamente priva di trincee; di rifugi, ad eccezione di quelli che ho citato in precedenza; qui ve ne erano due, uno dei quali era stato riempito di munizioni. [...]

All'alba del 7 marzo intorno 6,00-6,30, l'artiglieria tedesca rivolse un sistematico fuoco di distruzione su di noi; proiettili austriaci di grosso calibro, granate da 105, da 210 e 130 piovevano giù duro; i nostri piccoli rifugi garantivano una protezione dalle schegge, ma a volte un grido che non aveva nulla di umano ci suggeriva che una granata era caduta su un rifugio o in una buca, uccidendo o ferendo gli occupanti. È stato un pomeriggio infame per noi; i tedeschi hanno fatto piovere granate con gas asfissianti e lacrimogeni; Ho lavorato instancabilmente nel mio sotto-settore, aiutando i compagni più impacciati a ripararsi, fino a quando mi sono sentito violentemente malato; Tossii, starnutii, sbavando abbondantemente dalla bocca, o almeno così mi sembrava, barcollando e infine cadendo svenuto... non ricordo altro. [...]

Avrete notato che non ho mai parlato di cibo in questa storia ... e per una buona ragione; i rifornimenti non potevano essere consegnati; avevamo un po’ di biscotti, ma nessuno si sognava di mangiare: avremmo voluto bere, ma non avevamo l'acqua; abbiamo dovuto fare i conti con un nemico formidabile quanto i Fritz e contro il quale noi non avevano armi per combattere: la sete! [....]

Quello che abbiamo visto è stato orribile; una linea di fanti tedeschi un centinaio di metri di fronte a noi, ricevendo continuamente rinforzi, piegò i resti della 92° e 139° brigata costringendoli a ritirarsi, spinti indietro da forze molto superiori a loro; i combattimenti furono duri, ma le forze erano di gran lunga troppo disuguali; noi guardammo il dramma svolgersi, impotenti: aprire il fuoco avrebbe significato esporre compagni al rischio di essere uccisi; andare in loro soccorso, noi eravamo in cinque, avrebbe aggiunto un punto debole ad un altro. L’aiutante era strisciato via sulle mani e sulle ginocchia in cerca di aiuto; gli Unni stavano avanzando; dovemmo fuggire per evitare di essere uccisi o fatti prigionieri. “Indietro” ordinai! e ci spostammo da un foro di granata all’altro, sotto una pioggia di proiettili, cercando di aumentare la distanza tra noi e il nemico. Purtroppo, in quel momento, un fuoco di sbarramento dei cannoni da 77 e 105 ci costrinse a muoverci più velocemente: "Nel bosco", ho urlato! E lì ci rifugiammo, i miei tre compagni e io nel bosco di cui ho parlato all'inizio della storia, dopo essere miracolosamente sfuggiti a morte quasi certa.

Bibliografia:

Claude Rivals, Georges Caubet, instituteur et sergent : mémoires de guerre et de captivité, Carcassonne, Fédération Audoise des Œuvres Laïques, collection : La mémoire de 14-18 en Languedoc, 1991.