Voci dal Carso: dalla trincea all'assalto

Durante la Grande Guerra, la trincea divenne simbolo assoluto della tragica esperienza bellica di milioni di uomini. Fu con il primo conflitto mondiale infatti che l’interramento dei soldati diventò pratica usuale, modificando significativamente le modalità di scontro: non più brutali ma brevi battaglie, bensì lunghi e violentissimi combattimenti su spazi ampi e contro un nemico spesso invisibile. Sul Carso e lungo l’Isonzo gli Italiani, inizialmente in svantaggio rispetto all’avversario per la mancanza di armi, la scarsa conoscenza del territorio e le posizioni sfavorevoli su cui erano attestati, opposero, a partire dall’inverno del 1915, un’efficiente linea difensiva ad un già sviluppato sistema di trinceramenti austro-ungarici.

 

La progressiva evoluzione delle opere di fortificazione italiana.

Leo Pollini, tenente di fanteria, brigata Ferrara.

Da principio furono i sassi e le sporgenze naturali del terreno, dietro a cui, dopo la breve follia dell’assalto, gli uomini schiacciarono la testa, toccando con la faccia il terreno, saggiando in bocca la terra rossa e premendo, senza dir parola, la ferita nel fianco contro gli spuntoni della roccia che entravan quasi nella carne.

Poi si innalzarono i piccoli muretti, tra buca e buca di granata, come una linea di comunicazione tra stazioni diverse (…).

Poi arrivò il sacchetto a terra. (…) Le trincee si innalzarono e furon più solide; a ridosso di esse cominciarono a sorgere i primi ricettacoli, case rudimentali, focolari trogloditici e primitivi. Si perfezionarono di mese in mese; (…) gli interni si allargarono, le pareti si abbellirono, i soffitti si alzarono in corrispondenza delle trincee e si poté stare comodamente, dove prima pareva di dover soffocare in tre minuti.

Si tracciarono i camminamenti, prima diritti e rudimentali da passarci solo la notte, poi defilati e coperti (…).

Poi vennero le caverne. (…) I Comandi in principio erano contrari, perché ritenevano che il soldato vi invilisse. Eppure quante volte, lasciato un uomo alle armi, vi ho rifugiato durante i bombardamenti gli altri, serbandoli intatti al momento decisivo della lotta. (…) V’erano alloggiati per il solito i Comandi, le riserve, i posti di medicazione.

 

La vita di trincea fu senza dubbio per i soldati un’esperienza sofferta e scioccante sotto innumerevoli punti di vista.

L’impatto visivo con la prima linea.

Carlo Salsa, tenente di fanteria, brigata Palermo.

Non ci si può muovere; questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe rattratte, di fucili, di cassette di munizioni che s’affastellano, di immondizie dilaganti: tutto è confitto nel fango tenace come un vischio rosso.

(…) Un bordo della trincea è tutto rigonfio di morti che si mescolano in un viluppo confuso: rintraccio faticosamente le figure umane ad una ad una.

(…) Cautamente, con un bastone, sollevo un telo da tenda che ricopre un groviglio: un’ondata fetida mi ributta: ma, nell’attimo, ho potuto intravvedere cinque o sei morti che fissavano attoniti il fondo di una buca aperta in mezzo a loro: solo uno avanzava la faccia livida, levando verso il cielo lo sghignazzo delle mascelle denudate.

(…) Dalle pareti pantanose della trincea affiorano qua e là scarpe chiodate, involti rigonfi, dita adunche di gente sepolta o sprofondata lentamente nella terra: anche il fondo su cui siamo sdraiati ha ogni tanto delle gibbosità più sode.

(…) Il terreno circostante è seminato di spoglie umane che s’aggrovigliano, s’allineano, s’ammucchiano (…).

Elmetti sforacchiati, fucili, cappelli piumati di bersaglieri, e un seminio di cartoline pavimentano il terreno.

(…) Vicino, un tronco strigliato dalle percosse, inclinato come in un continuo sforzo di fuga, regge, sulla sommità di un ramo reciso, qualcosa che gocciola in brandelli.

E su, più in alto, tra i morti insepolti, i sepolti vivi: le nostre buche imbottite di fanti, minuscole ampolle di vita in quel cimitero senza nome.

 

La costante presenza dei cadaveri.

Alfredo Graziani, tenente di cavalleria, aggregato alla brigata Sassari.

Per quanto si faccia di tutto per seppellire, al più presto possibile, i caduti, la loro quantità è tale che più se ne porta via e più ce n’è; ne rimane sempre tanti! E col sole cocente, di giorno, e con la pioggia dirotta, di notte, tutti questi cadaveri vanno disfacendosi con una rapidità inverosimile.

È un fetore insopportabile, un lezzo penetrante ed ammorbante. (…) Abbiamo invocato, come una grazia, l’invio di alcuni quintali di calce o di altro; il Comando di Corpo d’Armata ha risposto che non ha nulla, e si seppelliscono i cadaveri a fior di terra, pur di nasconderli e sottrarli al morso delle mosche fameliche e innumerevoli, ma è lo stesso. Tutta la zona non è che un vastissimo cimitero; mangiamo fra i morti; dormiamo sui morti, facciamo vita comune coi morti.    

 

L’incessante contatto con i pidocchi.

Salvino Diana, soldato semplice, telefonista del Genio.

Intanto, per adesso, erano arrivati i pidocchi, quei bastardi! Non ti lasciavano più vivere! Un giorno al comando c’era un tenente-colonnello che mi dettava un fonogramma; quest’uomo andava avanti e indietro e io capivo che aveva tanti pidocchi anche lui. A un certo s’è seduto su una panchetta d’assi e ha chiamato l’attendente, gli ha dato un bastone che teneva in mano e ha detto:

“Gratta”; quello ha infilato il bastone nella schiena e ha cominciato a grattare. (…) Ma tanto eravamo tutti pieni, soldati e ufficiali; almeno i pidocchi non facevano differenze.

 

La temibile insidia del colera.

Amleto Albertazzi, sottotenente di fanteria, brigata Bisagno.

Intanto sulle trincee intrise di sangue una nuova sciagura si abbatte: serpeggia nelle file un nemico ancor più terribile: il colera. Già è sorto, laggiù, fra i dirupi del monte, un vasto attendamento: il lazzaretto.

(…) Dalle tende salgono pietosi e laceranti i gemiti dei colerosi e lugubri risuonano nella valle.

 

Il supplizio della sete.

Alfredo Graziani, tenente di cavalleria, aggregato alla brigata Sassari.

Avevo una sete d’inferno; ho chiesto la borraccia ad un soldato.

“Su tenè, boida est, non d’hamos; tota die cun mesa ghirba semus”.

[Signor tenente, è vuota, non ne abbiamo; siamo tutta la giornata con mezza ghirba]

Pazienza! Mi son messo a mordere l’ennesima sigaretta, illudendomi di aver bevuto.

 

L’attesa del rancio.

Carlo Orelli, soldato semplice, brigata Siena.

Spesso il rancio non arrivava puntualmente perché gli addetti che dovevano rifornire le prime linee venivano dalle retrovie dove si trovavano le cucine da campo. Per arrivare fino a noi spesso dovevano correre in campo aperto e venivano quindi presi di mira dai cecchini. Molte volte venivano feriti o peggio rimanevano uccisi.

Non si poteva quindi correre il rischio di perdere il rancio e soprattutto il vivandiere addetto. Così si saltava spesso il pasto e non c’era niente da fare. Bisognava soltanto aspettare con pazienza il prossimo turno di rancio e sperare che andasse meglio. Si rischiava di rimanere anche per giorni interi senza mangiare. In guerra dovevamo sempre arrangiarci per sopravvivere. Se non era per le cannonate, era per procurarci qualcosa da mangiare.

 

Le insidie del clima.

Mario Muccini, tenente di fanteria, brigata Caltanissetta.

I soldati stramazzano sul fondo ghiacciato del camminamento, il freddo è intenso specialmente di notte e non c’è modo di scaldarsi. Qualcuno demolisce il baracchino e brucia le tavole.

I piedi sono sempre bagnati e senza calze (…).

Il numero dei soldati con gli arti congelati sale ad una cifra impressionante; il reggimento si distrugge giorno per giorno in questo inferno bianco, si sfascia, si consuma nella neve e nel fango. Il fante non ride, non sorride più. Nel suo volto sembra cristallizzato l’incubo di un dolore cosmico.

 

Un abbigliamento sovente inadeguato.

Carlo Orelli, soldato semplice, brigata Siena.

Il nostro abbigliamento era molto leggero, la divisa era di cotone e non avevamo la mantella, perché quando io ero al fronte era estate e faceva molto caldo. Anche le scarpe non erano di cuoio, ma di tela leggera. Ai polpacci avevamo legate le fasce, di cotone o di lana a seconda della stagione.

Quando partimmo da Napoli venimmo affardellati con tutto l’armamento di guerra.

All’inizio avevamo in dotazione il berretto e solo dopo anche l’elmetto.

 

La costrizione all’immobilità diurna.

Alfredo Graziani, tenente di cavalleria, aggregato alla brigata Sassari.

Il “budello” è preso da tutte le parti; è una posizione che, in gergo trinceristico, si definisce “puzzolente”.

(…) Chi vi entra deve strisciare, chi vi abita deve continuamente rimanere accovacciato e costantemente desto. Vi si penetra puliti e se ne sorte rossi di fango, con le membra indolenzite e con le ossa rotte. 

(…) È il sepolcro momentaneo dei vivi!

 

Il febbrile lavoro notturno.

Paolo Caccia Dominioni, sottotenente del Genio Pontieri e, successivamente, comandante di una sezione di Lanciafiamme.

Mancanza di sonno ed eccesso di fatica, barbe lunghe, facce emaciate: a poco a poco stiamo diventando simili ai famosi mendicanti delle stampe di Callot.  

 

In un teatro devastato dalla violenza incontenibile della guerra, la trincea divenne la casa di milioni di soldati, che vi dovettero sopportare, loro malgrado, patimenti e sofferenze inenarrabili.  

Per i soldati coinvolti nel conflitto, esisteva un’esperienza ancora più sconvolgente della logorante permanenza nelle trincee, quella cioè legata al terribile momento dell’assalto. Con l’avvento della Grande Guerra, l’industria bellica subì una notevole evoluzione, portando sui campi di battaglia armi potentissime, che resero gli scontri molto violenti ed i cui effetti sulle carni degli uomini colpiti potevano definirsi devastanti.

Sul Carso e sull’Isonzo, i fanti italiani mantennero generalmente un atteggiamento offensivo, costretti com’erano ad un’estenuante corsa in salita su un terreno brullo, privo di ripari e scavato in profondità dai bombardamenti, verso le postazioni austro-ungariche, dominanti e ben fortificate.

 

L’assalto: uno sconcerto che le sole parole non riuscivano a descrivere.

Attilio Borrozzino, ufficiale appartenente alla quinta compagnia del 132° fanteria, brigata Lazio.

Alle 15.15 precise l’artiglieria allungò il tiro e scattammo all’assalto. (…) Ci arrestammo a pochi metri dai reticolati ed alla meglio ci trincerammo nella madre terra. Ad uno spettacolo simile non avevo assistito prima d’allora!

(…) Dunque quello spettacolo di sangue e di morte mi dava per la prima volta l’impressione di orrore: vedere a pochi metri le mitragliatrici nemiche scoppiettare e fumare, sterminando mezza compagnia; udire i lamenti dei feriti gravi e non poter far nulla per essi; restare inchiodati a terra, bocconi, sotto i reticolati, ed aspettare di minuto in minuto che uno dei tanti proiettili che mi fischiavano intorno agli orecchi fosse proprio quello a me destinato, senza potersi difendere né aiutare i feriti che schiantavano il cuore con i loro rantoli, era cosa da far impazzire.

Vedersi accanto morti e morti dalle facce contratte dagli spasimi dell’agonia, i miei fanti coi quali avevo diviso il ricovero, la trincea ed il sorso d’acqua, udire i gemiti dell’attendente impigliato nei reticolati nemici, vederlo morire crivellato di colpi dai fucilieri austriaci, e non poter far nulla, dover restare per forza inchiodato alla terra in attesa che venga il proprio turno di morte, è spaventevole. Solo chi l’ha vissuto può immaginarlo, chè la penna non potrà mai rendere l’esatta figurazione!

 

Il duplice trauma del soldato: l’accettazione della pratica omicida ed il pericolo di essere ucciso.

Nunzio Coppola, sottotenente, brigata Barletta.

Caro padre, ora vi devo confessare una cosa. Nel furore della mischia, quando il nemico venne a corpo a corpo con noi io dovetti far uso della rivoltella contro di loro, ne colpii più d’uno (…).

L’immagine di quel giovanetto che impallidì sotto i miei colpi e allargò le braccia lasciando cadere il fucile e, nel cascarmi addosso, perché io ero alquanto più in basso di lui, fece come per abbracciarmi senza dire una parola, mi si presenta continuamente alla vista e molte notti la sogno. Molte volte penso a tante cose strane, ma non mi riesce di cacciarlo dal pensiero. Io non ne seppi il nome e non lo potrò mai sapere; ma non so perché penso con insistenza alla madre che lo aspetta, forse egli non avrà neppure madre come non l’ho neppure io; eppure se io non uccidevo lui egli avrebbe fatto sì che anche voi mi aspettereste invano; con tutto ciò io non riesco a cacciarmelo dal pensiero.

 

I drappelli notturni prima dell’assalto: le pinze tagliafili ed il tubo di ferro con carica di gelatina.

Alfredo Graziani, tenente di cavalleria, aggregato alla brigata Sassari.

I pionieri della morte, colle pinze taglia-fili, hanno cercato di aprire la via all’irruenza dell’assalto imminente.

(…) I nostri hanno continuato ad avanzare, strisciando, sono arrivati sotto il reticolato, si sono rannicchiati, quanto più è stato possibile, in angolo morto.

Le pinze hanno cominciato a funzionare, ma un improvviso tintinnìo di campanelli ha interrotto quel lavoro che voleva essere silenzioso e, quasi contemporaneamente, tutto il rotondo trincerone si è acceso di fiamme ed ha vomitato una tempesta di ferro. Dalla prima linea, già occupata, i nostri, della terza ondata, hanno risposto, ma i primi usciti sono rimasti lì, bloccati, distesi bocconi, sotto la bufera del fuoco; i taglia-fili continuavano, imperterriti, il loro lavoro (…).

Il fuoco nemico, per quanto violento, era innocuo. Con la protezione dei nostri, il lavoro di taglio dei reticolati procedeva alacremente e quasi indisturbato; si attendeva la parola “avanti” per scagliarci.

 

Gaetano Filastò, caporal maggiore, assistente di sanità, brigata Brescia.

Ma che cosa è il mio pericolo di fronte a quello cui si esporranno, fra poco, i volontari della morte?

(…) Uscire dalla trincea, andare ai reticolati nemici, infilarvi dei lunghi e pesanti tubi di ghisa ripieni di gelatina esplosiva, accendere la miccia, rinculare e attendere lo scoppio e poi lanciarsi all’assalto. E tutto questo occorre farlo mentre il nemico trincerato spara addosso a chi si arrischia di avanzare.

 

La preparazione dell’artiglieria.

Nunzio Coppola, sottotenente, brigata Barletta.

Cominciò a spuntare l’alba, e con l’alba i primi colpi di cannone, ai quali seguirono immediatamente le bombarde, da prima come colpi cadenzati di tamburi giganteschi e numerosi, che andavano via via crescendo d’intensità e di numero, fino a confondersi in un boato unico terribile assordante di scoppi di schianti di urli prolungati, da non potersi immaginare né rappresentare.

(…) Migliaia di bocche da fuoco di tutti i calibri, in tutti i toni, rovesciavano tonnellate di proiettili in ogni metro di linea. Aggiungete a tutto questo il fuoco di risposta nemico, che se non poteva gareggiare col nostro in intensità, non era affatto indifferente.

(…) E tutto questo inferno non per un’ora o due, ma per ore ed ore, continuamente, senza un secondo d’intervallo; quando ti illudevi che ci fosse una pausa, allora ripigliava più intenso.

 

La cessazione del fuoco, preludio dell’assalto imminente.

Carlo Salsa, tenente di fanteria, brigata Palermo.

I tiri si sono raccorciati: ora le granate battono il reticolato che s’aggroviglia in tendini recisi nelle sfere delle esplosioni, e i cavalli di frisia che balzano e barcollano come zanzare impigliate. L’aria è accaldata da un fervore di distruzione e da un sentore di strage, quasi che nel terreno imbevuto rifermenti il sangue.

Negli appostamenti vicini, i soldati s’ammassano immobili nell’attesa, tra una rastrelliera di fucili, come bestiame stivato.

Improvvisamente il bombardamento cessa. Nella pausa è un’angoscia sospesa.

Negli appostamenti del plotone d’assalto la massa pigiata tumultua; dei brandelli di fumo si attorcigliano, pigri, sulla trincea nemica che tace e attende.

 

La distribuzione dei generi di conforto: superalcolici e cioccolata.

Carlo Orelli, soldato semplice, brigata Siena.

Prima dell’assalto, a noi soldati davano da bere liquori che ci aiutavano a non renderci conto di quello che succedeva. Ma io non ho mai bevuto quella roba, perché volevo rimanere lucido.

 

L’ora K: il momento dell’assalto.

Arnaldo Calori, ufficiale di fanteria, brigata Lombardia.

Gli ultimi istanti, con la sigaretta in bocca, per ingannare la tensione nervosa, un ronzìo nel capo, un senso di vuoto allo stomaco, una specie di rassegnazione, … dieci secondi, … cinque secondi, … gli occhi febbricitanti dei soldati fissi sulla mia faccia, … un secondo…

È l’ora K: un urlo, una corsa, un primo ferito che si trascina in terra e ci grida che dobbiamo andare avanti.

All’intorno soldati che si fermano: morti?… feriti?... chi ci capisce nulla?

(…) Avanti, a piccoli sbalzi, tra schianti di granate, sibilare di mitragliatrici.

(…) I proiettili s’abbattono intorno come gragnuola, gli srhapnells disegnano i contorni dei cocuzzoli e delle sellette, infiorano i muretti delle trincee e dei camminamenti dietro di noi.

Ci fermiamo, aggrappati ad un sasso, dentro una buca di granata, a piccoli gruppi: soldati di tre o quattro reggimenti.

(…) Intanto il nemico continua a bombardarci rabbiosamente, fin che la notte non ci porta, col buio, qualche istante di tregua.

 

Aurelio Baruzzi, tenente di fanteria, brigata Pavia.

Due ostacoli insormontabili: reticolati e mitragliatrici.

Ed è stato così che la fanteria, lanciatasi all’attacco, disperatamente cercava in mezzo al reticolato un varco che non trovava mai aperto, sotto lo sventagliare delle mitragliatrici che seminavano tra i suoi ranghi numerosi morti e feriti, lasciando su quel terribile filo spinato il fior fiore dei suoi uomini, con poche speranze di una tangibile vittoria. 

 

Obiettivo principale: resistere ad ogni costo.

Mario Muccini, tenente di fanteria, brigata Caltanissetta.

Le linee telefoniche sono spezzate, i centralini saltati in aria. I portaordini non ritornano più indietro. Siamo isolati, non comunichiamo più con nessuno, né alcun comando ci fa pervenire ordini o disposizioni. Un ordine solo ha ricevuto il battaglione, ieri sera. Resistere, fino all’ultimo. Non ripiegare.

 

La brutalità della lotta all’arma bianca.

Alfredo Graziani, tenente di cavalleria, aggregato alla brigata Sassari.

La lotta era diventata furiosa, feroce; i nostri si servivano della baionetta come di un pugnale, del fucile come di una clava. Il nemico opponeva un’accanita resistenza e (…) teneva testa, vigorosamente e valorosamente, ai nostri sforzi.

Si vedevano corpi avvinghiati cadere per terra, anelando; avvoltolarsi nel fango ed or l’uno or l’altro avere il sopravvento; poi uno dei due rialzarsi, ancora barcollante, sciogliendosi dalla stretta dell’avversario, che restava sul terreno, per sempre. Le baionette grondavano sangue dalle scanalature.

 

L’esperienza dell’assalto fu un dramma che segnò profondamente i corpi e gli animi di tutti coloro che vi presero parte, a qualsiasi esercito essi appartenessero.

 

Bibliografia

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Calori Arnaldo, L’ora K, Ravenna, Edizioni Sterm, 1933, pp. 31-34.

Coppola Nunzio, Un professore al fronte. Diari e lettere di guerra e di prigionia, a cura di Giuseppe Coppola e Matteo Ermacora, Udine, Gaspari Editore, 2011, pp. 42, 45-46.

Filastò Gaetano, Memorie di Gaetano Filastò. Diario di un assistente di sanità. Monte San Michele 1915-1916, a cura di Giorgio Seccia, Chiari (Bs), Nordpress, 2008, p. 60.

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Muccini Mario, Ed ora, andiamo! Il romanzo di uno “scalcinato”, a cura di Sergio Spagnolo, Basaldella di Campoformido (Ud), La Tipografica srl, 2013, p. 177.

Salsa Carlo, Trincee. Confidenze di un fante, Milano, Mursia, 1982, pp. 83-84.

Albertazzi Amleto, L’inferno carsico, Bologna, Cappelli, 1933, p. 118.

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Pollini Leo, Le veglie al Carso, Milano, Amatrix, 1928, pp. 113-115.

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