Voci dalla guerra bianca

Arnaldo Berni (1894-1918) di Mantova, sottoufficiale, poi capitano degli alpini di stanza in Valtellina (Battaglione “Tirano”), morirà in uno degli ultimi scontri tra Italiani e Imperiali sul monte San Matteo. La sua esperienza è descritta in una corposa raccolta di lettere alla famiglia.

Febbraio 1916, lettera ai genitori.

La valanga ha fatto altre dodici vittime sulle rampe di Spondalunga. Ci sono anche dei feriti e dei dispersi (...) Per il funerale dei dodici ragazzi sepolti dalla neve salgono anche i comandanti di zona: un colonnello, un maggiore ed altri “cani grossi” (…) Quel che più secca è la morte stupida che si fa. Si cadesse almeno per il piombo nemico! Invece te ne vai tranquillo per i fatti tuoi e ti capita addosso un po’ di neve che ti scaraventa chissà dove e ti copre in modo da rimanere asfissiato in pochi minuti.

 

Celeste Paoli (1897-?), trentino, fu soldato leale all’Austria-Ungheria, non venne inviato sul fronte orientale, come la maggior parte degli Italiani presenti entro i confini dell’Impero degli Asburgo. Combatterà sul Monte Piana (ad ovest delle Cime di Lavaredo, oggi tra le province di Belluno e Bolzano) a quota 2.300 m, insieme ai Tiroler Landschützen. (testo di Q. Antonelli, I dimenticati della Grande Guerra).

Novembre 1915, lettera ai genitori, dopo un bombardamento dell’artiglieria italiana che non portò alcun danno ai suoi commilitoni.

(È un) castigo al nemico nostro traditore, che sono quelli che parlano la nostra lingua spero capirete, questi non possono avere fortuna, perché un traditore non avra (sic) mai fortuna.

17 gennaio 1916, lettera alla sorella in cui espone la sua esasperazione dopo 5 mesi di guerra in montagna.

(Ho passato di tutto) di tutto insoma (sic) quello che si può immaginarsi di male, fin’ora sopportai tutto questo pazientemente, e della morte ho sempre avuto fin’ora una paura terribile, ma ora vi dico proprio la verità sono stufo e stanco fino alla gola, se ora mi toccasse la sorte di restar morto non mi premerebbe più come per il tempo passato.

 

Hans Schneeberger (1897-1971), tirolese, partecipò come alfiere (ufficiale cadetto) del 3° reggimento Kaiserjäger agli scontri sulle Tofane, vivendo in prima persona lo scoppio della mina del Castelletto. Descriverà la sua esperienza nella Grande Guerra nel libro Der berstende Berg (la Montagna che esplode, 1941). Successivamente, diverrà un regista di cinema molto apprezzato.

 Alle prime ore dell’11 luglio 1916, la mina italiana esplode, dopo sette mesi di duro lavoro di scavo da parte dei genieri del 7° reggimento alpino; Schneeberger è nel presidio del Castelletto sulla Tofana di Rozes:

Si sta facendo giorno e il ritaglio di cielo nel riquadro della finestra sta diventando grigio. In un attimo scompare. Una mano gigante mi afferra e mi scaraventa da qualche parte nel buio. Resto a terra, intorno a me un tuono fragoroso, incessante. La testa mi rintrona come se il cervello dovesse schizzar fuori. La parte anteriore del rifugio crolla, e dentro ritornano la notte e l’oscurità. Pensieri concitati: l’esplosione .. già adesso .. così presto .. Lo scoppio e la fine. Il petto si stringe, mi stringe, riesco appena a respirare. L’aria è impastata di polvere e puzza di zolfo. Mi alzo, barcollo, esco fuori. Il cielo è sparito. Una nuvola copre ogni cosa: le rocce e le baracche, il cielo e le stelle.

 

Felix Echt von Eleda (1894-1917) tenente del 1° reggimento Kaiserjäger, combatté prima in Galizia, poi nelle Valli Giudicarie ed infine sul Corno di Cavento, nel gruppo dell’Adamello. L’ufficiale austriaco redasse un diario della sua esperienza bellica, rigorosamente scritto in stenografia, che venne raccolto da un ufficiale italiano successivamente all’assalto in cui Echt morì. La traduzione del documento dovette però attendere il 1967.

 Monte Folletto (3296 m.), 17 febbraio 1917

Una giornate piena di arrabbiature e dispiaceri, e per di più mi venne comunicato in via confidenziale che le “Tigri” (nome con cui venivano chiamati gli alpini italiani dai loro nemici austriaci) avrebbero probabilmente attaccato il Corno di Cavento il giorno 20.

A sera l’artiglieria italiana di Cresta della Croce bombardò il nostro avamposto del Cavento. Durante la notte l’alfiere Schiechtl guidò due pattuglie di sciatori in perlustrazioni sul ghiaccio: un’impresa non comune date le pessime condizioni atmosferiche.

Ho fatto amare considerazioni: gli ufficiali qui al fronte girano con la barba e le sopracciglia incrostate di ghiaccio, con quaranta cartucce nelle giberne, tascapane pieno di bombe e moschetto a tracolla, nella medesima ora in cui quei porci degli ufficiali imboscati nei comandi tappa se ne vanno al cinema in pantaloni neri e scarpe di vernice.

Monte Folletto, 19 febbraio 1917

In mattinata mi sono recato sul Corno di Cavento. Per giungere agli avamposti si percorre una galleria dalla volta di ghiaccio sottile con bellissimi riflessi verdi, azzurri e gialli (la decisione di difendere posizioni così elevate, anche nel periodo invernale, costrinse i due schieramenti a sforzi titanici in materia di baraccamenti e vie di comunicazione ad alta quota; i tunnel nella neve, a volte, raggiungevano e superavano i 5 km). Da un’apertura osservai il luogo ove si era svolta la sparatoria di ieri (…) Più tardi arriva da Pinzolo il tenente Kalischko “referente alpino”, che si fa calare con delle corde dal sergente maggiore Moser, giù per il canale di ghiaccio sul versante della Val di Fumo. Ha riscontato che si può passare e lo riferirà al comando per una prossima azione.

 

Giovanni Braschi (1891-1959), romagnolo, fu sottotenente dell’81° reggimento di fanteria (brigata “Torino”) a presidio della zona antistante il Col di Lana ed il Sass de Stria. Il sottotenente Braschi venne fatto prigioniero il 18 ottobre 1915, successivamente all’assalto, fallito, al Sass de Stria. Membro del Partito Popolare, dopo la seconda guerra mondiale diverrà senatore democristiano nelle prime tre legislature della Repubblica. 

Lettera al fratello minore Riccardo, 10 ottobre 1915.

Vuoi che ti parli di guerra? Sai cos’è la guerra? Credi che sia un incrocio di schioppettate e baionettate? Quello che voi dite guerra è l’atto meno penoso, più poetico, più soddisfacente della guerra: è la Battaglia, la corona, desiderata come il pane (…) Guerra sono i disagi che preparano la battaglia; le notti insonni, le veglie su massi ghiacciati e duri; le piogge che bagnano le ossa senza che ci si possa cambiare; il vento pieno di ghiaccioli che taglia la faccia (…) Le lunghe e pazienti attese sotto le buche improvvisate, goccianti acqua e umidità (spesso, sui fronti di montagna, le trincee furono sostituite da buche, scavate nella neve dai singoli soldati); i piedi ghiacciati che gelano;  i viveri che non arrivano, guerra è subire il fuoco, la pioggia nemica di granate e non potersi difendere e dover star fermi a mordersi di rabbia per non poter arrivare al fianco di chi ci è nemico e che non conosciamo.

 

Bibliografia:

E. Camanni, Il fuoco e il gelo, La Grande Guerra sulle montagne, Laterza, Roma-Bari, 2014.

L. Viazzi, I diavoli dell’Adamello, La guerra a quota tremila, 1915-1918, Mursia, Milano, 1981.

P. Robbiati, L. Viazzi, Guerra bianca, Ortles-Cevedale-Adamello, 1915-1916, Mursia, Milano, 1995.

G. Pieropan, Storia della Grande Guerra sul Fronte Italiano, 1914-1918, Mursia, Milano, 2004.

D. Leoni, La guerra verticale, Einaudi, Torino, 2015.

M. Thompson, The White War: life and death on the Italian front, Faber, London, 2008.