Voci dalla prigionia

Le testimonianze dei prigionieri di guerra italiani, qui ripartate in forma epistolare, restituiscono una serie di atteggiamenti, opinioni e stati d'animo contrastanti e variegati. Argomenti principali della coirruispondenza erano la descrizione delle precarie condizioni di vita nei campi, la richiesta ossessiva dei pacchi viveri - unico elemento che poteva fare la differenza tra la vita e la morte, la difesa del proprio status i prigioniero e delle dinamiche della propria cattura, allontanando da sè lo spauracchio dell'accusa infamante di disertore, ma c' è anche chi rivendica con orgoglio la propria diserzione, motivata spesso da ragioni politico-umanitarie o a causa della durezza degli ufficiali.

 

Da Vienna (Austria) A Azeglio (Torino)

20.6.1918

[...] Le mutande e i calzetti li ho venduti per comprare da mangiare [.. .] qui fa sempre freddo... la maglia non l'ho ancora venduta fin che posso; ma prima di morire di fame vendo tutto; è brutto doversi spogliare per mangiare a 41 anni [...]

Da Zona di guerra [Ufficio Posta Militare] A Sigmundsherberg (Austria)

18.3.1917

Vi rispondo a nome di R. Siete indegno di scrivere ai nostri valorosi soldati. Siete un vile e un vigliacco. Avremo però la soddisfazione alla pace di vedervi fucilato da, coloro che un giorno furono vostri compagni. Non meritate che il disprezzo del mondo. Vile!

Tenente M.

Dico semplicemente: Vigliacco

S. Tenente P.

[Il destinatario della cartolina, sergente, non figura negli elenchi dei disertori]

Da L'Aquila A Mauthausen (Austria)

21.8.1917

Tu mi chiedi il mangiare, ma a un vigliacco come te non mando nulla; se non ti fucilano quelle canaglie d'austriaci ti fucileranno in Italia. Tu sei un farabutto un traditore; ti dovresti ammazzare da te. Viva sempre l'Italia, morte all'Austria ed a tutte le canaglie tedesche: mascalzoni. Viva I'Italia, viva Trieste italiana, Non scriver più che ci fai un piacere. A morte le canaglie [...]

[La lettera è diretta dal padre al figlio. Il destinatario non figura negli elenchi dei disertori]

Da Zona di guerra A Albiolo (Como)

27.11.1917

[...] La colpa di tutto questo di chi è? Tanti e tanti dicono che è del soldato ma io però non lo credo, la ricerco altrove, il soldato italiano non ne ha colpa alcuna perché se è stato forte sul Podgora, combatté e morì, come combatte e morì sul Sabotino, sul Vodice, sul Santo e sul Gabriele — cui videro i tacchi degli austriaci, avrebbe saputo anche questa volta non solo trattenere il nemico ma anche sconfiggerlo. Invece questa volta, presero l'esempio dei suoi capi, non più oltre voglio proseguire, io ho visto, ho udito e conservo triste memoria [...]

[Il mittente ha il grado di sergente. La lettera viene segnalata dal Reparto Censura «perché l'opinione dello scrivente si ripete con qualche frequenza nelle lettere dei soldati»]

Da Piacenza A Losanna (Svizzera)

3.7.1918

[...] Mi domandi come me la passavo in Austria, non posso descrivertelo. Se dovessi parlarti dei cattivi trattamenti del mangiare consistente in cavoli sotto aceto, arringhe mattina e sera, pane di frumentone col quale è macinato anche il tutolo. Si aveva anche erba secca cotta in Giugno e Luglio insalata cotta nell'acqua condita con aceto. Per piccole mancanze poi, c'è il nerbo e la frusta, e se non possono avere colui che deve essere castigato, c'è il fucile sparano adosso e amen. Immagina dunque come si può stare se dico solo questa. Ad un prigioniero morto ànno fatta la sezione e gli ànno trovato 3, 4 teste d'arringhe nello stomaco; con esse si era nutrito dalla fame e furono esse che le cagionarono la morte. E tu vedessi tanti giovani di 20 anni ridotti come scheletri, fanno pena a guardarli ed è doloroso pensare alla loro gioventù, sono senza abiti, senza scarpe [...], e l'Austria [...] danno loro abiti di carta, camicie sporche e stracciate, non sono che disinfet-tate. D'inverno muoiono di freddo e di fame, e in fatti in un concentramento dove eravamo in 30 000 ne morivano dai 100 ai 150 al giorno [...]

Da Csót bei Papa (Ungheria) A Zona di guerra [72 Sez. Sussistenza]

1 8.3 .1918

[...] Finalmente dopo una lunga e penosa malattia solo ora ti posso notificare di mia misera e tribolata salute... mi trovo in Austria dal 28 Ottobre 1917; puoi immaginare cosa non ho provato e quello che mi toccherà provare... ti prego di fare íl possibile di farmi avere qualche pacco di pane, o farina, riso, lardo, ti prego caro fratello, fa il possibile e quanto prima, che già da tempo soffro di tutto abbastanza - io temo di non più rivedersi, troppi sono i patimenti, se vedessi come son ridotto, povero me [...] ti prego caro fratello, che la fame mi tormenta, ti prego e poi ti prego, guardate in tutti di fare qualche cosa che io non sono più uomo [...] dunque di nuovo mi inchino dinanzi pregandoti di tutto ciò, pane che ho fame [...] carissimo, tu nemmeno puoi immaginarti quanto qui si soffre del tutto [...]

Da Sigmundsherberg (Austria) A Casalvolone (Novara)

28.1.1918

Carissima moglie - vengo ha darti mie notizie, che mi trovo Prigioniero, e stai tranquilla che mi trovo fuori pericolo quasi sto meglio che quando era quella vigliacca Batteria, comandata da assassini e furfanti - qui vado al lavoro e il mio comandante ha dove appartengo a rispetto meglio che gli Italiani, e mi vuole bene anzi mi offre sempre qualche cosa da mangiare. Ora stammi bene te e le care bambine e spero la pace sara prossima e cosi si riuneremo per sempre. Saluti e baci te e bambine tuo marito M. Emilio. Aspetta mandare pachi che Internano alla Galizia.

Da Marchegg (Austria) A Frassino (Cuneo)

15.7.1917

[...] tu mi dici che i pacchi ritornano indietro il motivo io lo so me lo ha detto mio padre; ma però io sono innocente di quella cosa. La disgrazia mi è toccata: la sera dell'11 Aprile fummo comandati di pattuglia. In tutto eravamo sedici uomini. Il nostro compito era di raggiungere il paese chiamato Plezzo in Valchiesa. Durante la marcia di esplorazione il nemico se ne accorse dei nostri movimenti,perché ad intervalli seguiva i nostri movimenti di avanzata servendosi del riflettore e facendo contemporaneamente su di noi. Scariche di fucileria che ci obbligarono più volte a sostare. Giunti sopra il paese abbiamo trovato alcuni fili di mine che traversavano la strada; ad uno ad uno li abbiamo soprapassati senza far esplodere le mine. Pur tuttavia al fare del giorno eravamo arrivati nel paese, e lo abbiamo esplorato. L'ufficiale ed il sergente si sono spinti ancora più lontano per vedere la posizione migliore. Occupammo la posizione migliore: il sergente un caporale e un soldato erano comandati a sinistra del paese in una casa dalla quale si poteva osservare la posizione nemica. Verso le 10 antemeridiane il nemico cominciò a sparare qualche colpo contro le finestre della casa, ma noi facevamo silenzio, facendo resistenza nel medesimo posto. Alle ore 16 il nemico bombardò ed incendiò il paese, e noi ci siamo ritirati sul grosso della pattuglia perché la casa dove eravamo prese fuoco. A detta ora il Sergente e il caporale ebbero ordine di andare a tagliare i fili di mine, ma appena furono sull'imboccatura, vennero sorpresi da un plotone nemico che già ci aveva aggirato e furono costretti a retrocedere. Il nemico cominciò a sparare ferendo iI sergente, mentre il paese era tutto in fiamme. Il tenente ordinò di uscire tutti, e voltare a destra per raggiungere la compagnia. Appena fummo usciti dal paese il nemico, che ci aveva circondato, si mise a far fuoco costringendoci a gettarci a terra. Non abbiamo avuto il tempo di rispondere, che ci saltarono addosso costringendoci a cedere le armi. Così fummo prigionieri, mentre mi hanno dato disertore. Io sono innocente di quella cosa: non avrei mai creduto di essere ridotto sino a questo punto. Sono innocente, non ho mai avuto l'intenzione di darmi disertore; mi hanno rovinato innocentemente [...]

Da Theresienstadt (Boemia) A Trinitapoli (Foggia)

3 agosto 1916

[...] Non mi degno più chiamarvi caro padre avendo ricciuto la vostra lettera, oggi dove lessi che fossi morto in guerra, e che ho disonorato voi e tutta la famiglia tutti parlano male di me. Perché capisco che non sentite più l'amor filiale, non sentite altro che l'amor patrio e pel vostro Re. Perciò d'ora in poi sarò il vostro più grande nemico, e non più il vostro Domenico. Vi ringrazio di tutto cuore, ma non mandatemi più nulla. Ricorda-tevi che non sono un bambino per lasciarmi trascinare dai compagni, come voi dite. Addio. Sapete che a scrivere non so tanto; ma sono mie parole lo stesso [...]

Da Salisburgo (Austria) A Terni

29.10.1916

Cara Mamma,

[...] ho ricevuto una lettera della sorella che diceva che io ero disertore [...] Non ci mancherebbe altro dopo aver fatto il mio dovere. Io sono stato comandato dì servizio di pattuglia con il Tenente e sergente, due caporali e 10 soldati e siamo andati dentro il Castello di Plezzo, e siamo stati circondati dai soldati austriaci e poi hanno incendiato questo castello con l'artiglieria. Dentro non si poteva più resistere al grande fuoco, o morire abbruciati o prigionieri. Eseguiti tutti i comandi del tenente e fatto modo e possibile per ritirarsi sulla nostra posizione, ma non siamo potuti più scappare, credo che abbiamo fatto il nostro dovere [...]

Da Mauthausen (Austria) A Roma

24.2.1918

[...] qui mia cara moglie ci fanno morire di freddo e di fame, come anche per i pidocchi. Da mangiare ci danno una pagnotta ogni otto soldati, che dobbiamo dividerci toccando appena cento grommi di pane per ognuno che si mangia in sei bocconi.

Riceviamo un'arringa per uno la sera con tre o quattro pezzetti di patate o carote e un mescolo di acqua calda; ecco tutto il rancio che ci passano giornalmente; questo serve per sostenerci, dato che non ci reggiamo più in piedi per la gran fame. I nostri panni sono stracciati e moriamo di freddo con la neve e siamo costretti a dormire per terra con dei grossi pidocchi mai visti sulle mie carni. Vi assicuro cara moglie che non potevo mai immaginare di venire a trovare questi guai e simili patimenti. Per questo muoiono molti soldati, specialmente per la fame, perché si ammalano per debolezza, e spero che la Madonna mi faccia la grazia di farmi ritornare in Italia, il morire dopo non mi fa più niente [...] Ogni volta che arriva un pacco facciamo una grande festa e ci serve per tirare avanti alla meglio, che quà non si vede altro che fame [...]

[Lettera inoltrata clandestinamente, tramite un compagno invalido rimpatriato]

Da Mauthausen (Austria) A Bianco (Reggio Calabria)

1.12.1916

Mia cara madre,

Ho ricevuto la vostra [...] Il contenuto di essa, riguardante la mia disgrazia mi ha recato dolore ed anche pianto. Mamma, io sono innocente, ve lo confesso con ampia sicurezza, perché la mia coscienza me lo dice e me lo rafferma. Sono libero da ogni rimorso [...] ho gran fede in Iddio perché lui riconoscerà la mia innocenza e mi aiuterà nella lotta che sosterrò ai mio ritorno. Si, ai mio ritorno, dico, perché io verrò, verrò a giustificare la mia ingiusta accusa. Anziché rinunciare la mia patria desidero anche ingiustamente soffrire la condanna [...] State tranquilla mamma perché vostro figlio non vi ha disonorato [...]

Da Zsadàni - Behar Megge (Ungheria) A S. Piero Patti (Messina)

11.2.1917

[...] Cara madre, il 1° Gennajo ho scritto una lettera appena saputa la triste notizia scrivendoci il fatto per come mi hanno fatto prigioniero, e tale lettera, presentarla al sindaco acciocché faccia lui verificare questo gravissimo errore, che è intanto la mia rovina e il dolore di tutta la famiglia [...]. Mi auguro che una lettera cosi interessante non si sia persa; prego Iddio le sia arrivata. Cara madre stia sicura e non tenga dubbio sul suo figlio, perché tutto è identico come le ho scritto io, tutta la verità, mi creda pure, sono innocente [...] no, mamma, non avrei fatto nemmeno per tutto l'oro del mondo una parte da vile in qualsiasi occasione. Come le ho raccontato, fui preso forzatamente, senza potermi muovere né io, né i miei compagni. Se potevamo, avremmo fatta ogni resistenza possibile, ma eravamo cinque contro venticinque. Spero che tutto avranno capito e che sia considerata la mia innocenza. Non creda, cara mamma, che io abbia potuto dimenticare lei come pure la mia sposa per fare un fatto simile, non l'avrei neanche immaginato! Sono stato sempre disgraziato e lo sarò sempre per tutta la mia vita; questa è l'ulti-ma condanna: essere disonorato e privo di rivedere la mia famiglia! Proprio mi è stata data la ricompensa per avere sempre fatto il mio dovere da cittadino e da fedele soldato. Ah! se vedesse quanto pianto ho fatto tutti i giorni, e quanto ne faccio tutti i momenti! È una condanna troppo brutta che la sfortuna mi ha recato, cosa che non mi passerà mai! [...]

Da Selyp Nógrad (Ungheria) A Palazzuolo( Firenze)

Selyp 20.5.917

Mia carissima Adalgisa, Domani scade un anno di mia prigionia, questa data sarà per me indimenticabile. Eh!, il giorno fatale della mia decisione non lo potrò giammai dimenticare, ti racconterò tutto sì; «la guerra» l'hanno voluta fare gli assassini, gl'incoscienti, oggi però?... Non posso lamentarmi di essere in Ungheria (solo dico e insisto che l'avrebbero potuto evitare i nazionalisti aspiranti imperialisti). Qui sto bene, spero avrai ricevuto la mia fotografia e quindi potrai constatare; il vettovagliamento è discreto - pane un Kg. al giorno di frumento, vestiario anche non si possiamo lamentare, abbiamo tutti due tenute, una pel lavoro e l'altra per la festa, biancheria lo stesso tutte le settimane si mutiamo, e di paga abbiamo attualmente tre corone giornaliere, sono sempre assieme ai L. e spero ci resteremo sino alla pace, solo da un pezzo non si prende nessuna corrispondenza dall'Italia, questo che ci da a pensare di più di tutto, pel resto state pur tranquilli ch'io sto bene.

Da Meiringen (Svizzera) A Roma

4.9.1918

[...] Dapprima devo dirvi che vostro figlio va molto bene ora, dunque nessuna in-quietudine; ma senza volervi spaventare voglio raccontarvi quanto il povero Giovanni ha sofferto, non a lungo fortunatamente, poiché io l'ho adottato qualche giorno dopo il suo arrivo e fu dappoi il mio protetto. Arrivando nel campo i boches separarono gli italiani dai francesi, senza lasciarli comunicare fra loro; per fortuna fui designato ad andare nel loro campo. Il sistema tedesco è di esaurirli completamente, non dando loro da mangiare. Erano dunque degli scheletri ambulanti li ho visti mettersi in ginocchio per supplicarci di dar loro da mangiare, ne morivano in media sette per giorno, cadendo nei cessi, camminando, mangiando. Ah, quale spettacolo! Se detta zuppa cadeva per terra non era che dell'acqua sporca e puzzolente, mangiavano persino la terra. Oh, la fame è terribile; altri andavano nel letamaio a cercare delle vecchie immondizie [...] Per la minima colpa nel campo li privano di pane, vedete un po' quei disgraziati; della minestra detestabile e senza pane. E orribile. Tutti i francesi avevano adottato un figlioccio, in questo modo noi ne abbiamo salvati molti. I francesi portano della minestra dentro a scatole da conserva e gliela passano senza essere visti dai boches. Se i vostri mezzi ve lo permettono non tralasciate di inviargli dei pacchi poiché non bisogna contare sulla minestra dei boches dell'acqua sporca e puzolenta. Ecco la migliore confezione dei pacchi per un prigioniero; dei biscotti da soldato, dei legumi secchi, delle paste, una scatola di carne, del grasso o lardo, del cioccolato, del latte condenzato, del sapone [...]

Georges H. [Lettera tradotta dal francese]

Otoshniya (Ungheria) Cuasso al Monte (Varese)

25.3.1918

[...] perché qui se non arriva qualche pacco si deve smarrire (morire); per forza perché oramai noi poveri prigionieri siamo tutti rovinati, già del mio gruppo qualcuno muore dalla sfinitezza. La settimana scorsa un dottore ci passò una visita, e ci disse che siamo quasi tutti tubercolotici che vuol dire tisici e con quella malattia lì non si guarisce più [...] mentre ti scrivo piango [...] Vedo che deperisco tutti i giorni sempre più. Oramai non mi interesso più di niente [...] Quando mi arrivano i pacchi mi sfamo per due o tre giorni. Cari genitori in certi momenti mi trovo così triste ed addolorato che più di una volta ho maledetto anche quando sono nato e fino voi, cari genitori, che non avete nessuna colpa [...]

Da K. u. K. Station (Austria) A Cremona

22.2.1918

[...] Oggi stesso ho mangiato una gavetta di carne di cane che mi è parsa buonissima. La debolezza si è impossessata di me a tal punto che quando cammino mi sembra di essere un ubriaco, un sonnambulo e per di più la vista mi è venuta meno, che non ci vedo quasi più [...]

 

Bibliografia

G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra: con una raccolta di lettere inedite, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

A. Gibelli, La grande guerra degli italiani:1915-1918, Milano, Rizzoli, 2007