Voci dalla Strafexpedition

Fritz Weber (1895-1972), ufficiale dell’esercito austro-ungarico, fu a forte Verle (oggi in Trentino), combatté sull’Altipiano dei Sette Comuni, sul Pasubio e sul Carso. Dalla sua opera, Tappe della disfatta, sono tratte queste testimonianze riferite ai primi giorni della Strafexpedition (titolo originale Das Ende einer Armee, prima traduzione italiana nel 1934).

Maggio 1916, da Monte Verle a Monte Verena (Tn e Vi).

Nelle nostre retrovie stanno preparando una grande offensiva. Noi, però, siamo condannati a tenere la prima linea, fino a quando non verrà sferrato l’attacco. Intanto benché si sia al principio di maggio, nevica ancora (…) ed è impossibile, se questo stato di cose si prolungherà, scatenare l’offensiva il giorno stabilito. Dovranno passare molte settimane e allora per noi potrà essere, forse, troppo tardi. (Weber temeva di poter subire un attacco con “la mina”. Ossia il posizionamento di esplosivo in una galleria scavata vicino al forte da lui comandato). L’alba del 15 maggio ci porta finalmente la liberazione. L’offensiva si scatena nel vicino settore di Folgaria. Il 19 maggio noi pure apriamo il fuoco. Poche ore dopo la nostra fanteria si lancia contro le posizioni che, per un anno intero,erano state un inespugnabile baluardo nemico (…) La sera del 20 maggio 1916, gli Italiani si ritirano su tutta la linea (…)Per otto giorni ci viene concesso, come ricompensa per aver validamente difeso quella zona, di riposare un poco. (…) Saliamo, anzitutto, sul Verena, per fare una ispezione del forte italiano, il nostro acerrimo nemico d’un tempo (il forte Verle ed il forte Verena erano posti l’uno di fronte all’altro, sovrastanti la Val d’Assa, a circa 7 kilometri l’un dall’altro) Mentre ci arrampichiamo sulle macerie, una granata passa mugolando sulle nostre teste e va a scoppiare, con un fragore spaventoso, proprio in mezzo alla città di Asiago, che giace ai nostri piedi. È il “Lungo Giorgio”, il cannone d’assedio da 350 mm, che spara i suoi ultimi colpi.

 

Attilio Frescura (1881-1943) fu ufficiale della Milizia Territoriale nella zona dell’altopiano d’Asiago. Presente sia nelle retrovie del “Saliente trentino” che sul Carso, racconterà la sua esperienza in un’opera: Diario di un imboscato (1919). Questa testimonianza fa riferimento al bombardamento di Asiago e dell’area circostante nei primi giorni della Strafexpedition.

15-16 maggio 1916, Altopiano dei “Sette comuni” (Vi).

15 maggio 1916, ore 7 – Primo colpo di cannone su Asiago. È un cannone di marina da 381, appostato, sembra dietro il Basson. Un aeroplano nemico era su Asiago alle 5 del mattino per segnalare. (…) Il rombo è stato enorme. Sono corso dove il polverone si alzava lento. Ho avuto la visione tragica per via: un soldato portava, correndo, un bambino (…), con gli occhioni da cui già fuggiva la vita (gridava): “Largo! Largo! Passa la morte!”…

Ore 18 – Tutta la popolazione si rifugia a Gallio, il vicino paese. Asiago, Asiago! Città morta, città muta, dopo gli urli di angoscia!…

16 maggio 1916, ore 14 – Il cannone infuria anche su Gallio. Snida anche di là i profughi, che potevano sorvegliare le loro case vicine. Ancora il cannone li caccia. (…)

Ho fatto un giro per Asiago. Dei soldati, ubriachi, turbano la maestà delle rovine. Nulla di più ripugnante di questi sciacalli che si aggirano per la città morta. (…) Bisognerebbe fucilare questi soldati di sacco e di dolo. Ma si può aggiungere questo delitto al loro?

 

6 graduati e 60 soldati del 141° reggimento di fanteria vengono condannati dai 2 ai 3 anni di reclusione militare per abbandono del posto di combattimento sul monte Mosciagh, sperone settentrionale dell’Altipiano di Asiago. Il 28 maggio Asiago sarà occupata dalle truppe austriache.

Sentenza del Tribunale militare del XIV Corpo d’Armata, Breganze (Vi), 1° luglio 1916.

La sera del 26 maggio ultimo scorso (1916), reparti del 141° fanteria occupavano le posizioni di Monte Mosciagh (…) Verso le ore 19 del giorno suddetto, si scatenò sul Mosciagh un violentissimo uragano (…) e di ciò approfittò il nemico per attaccare con irruenza. In un tratto della prima linea si determinò il panico; gruppi di soldati fuggenti si abbatterono sulle linee retrostanti, mentre alcuni graduati urlavano: “Ritiratevi! Scappate! Se no ci fanno prigionieri!”(…) Tutto ciò determinò lo sbandamento di qualche centinaio di soldati. (Il giorno successivo) il comando del reggimento, per dare un esempio che servisse da ammonimento alla massa, nello intento di evitare che simili fatti si ripetessero (…) faceva passare per le armi un sottotenente, tre sergenti ed altri otto militari di truppa (fucilazione sommaria per gli ufficiali e decimazione per i soldati) (…) deferendo altri settantaquattro a questo Tribunale di guerra, di cui sessantasei sono oggi portati a giudizio.

 

Giani Stuparich (1891-1961) Triestino, irredentista e volontario nella Grande Guerra. Fu ufficiale del I reggimento dei Granatieri di Sardegna insieme al fratello Carlo, morto nella battaglia difensiva di Monte Cengio (giugno 1916) a cui fa riferimento il testo. Entrambi saranno decorati con la medaglia d’oro al valor militare. Scrisse La guerra del’15, dal taccuino di un volontario (1931). 

Fine Maggio, inizio giugno 1916, Monte Cengio, settore centrale dell’avanzata austriaca.

La sensazione che avevamo era precisa e tragica. In pochi giorni la nostra brigata era stata ridotta all’estrema difesa.(…) Terra nostra, che il nemico invadeva e copriva di ferro e fuoco; ultimo baluardo che dovevamo difendere, perché egli non dilagasse giù per la dolce pianura vicentina. Eravamo calmi. In tutte le facce, dai solchi lividi, si leggeva una disperata fermezza: morire. Senza mezzi, senza artiglieria, con poche cartucce, contro un nemico equipaggiato che avanzava baldanzoso, coprendosi il terreno davanti con una fitta barriera di shrapnels, e di granate.

Ma dalla parte nostra c’era qualcosa di supremo, di vicino a Dio, che sorreggeva i nostri cuori. (Il 3 giugno 1916 le truppe austro-ungariche sconfiggono le rimanenti truppe italiane, arroccate sul monte).

 

Alfredo Graziani, ufficiale di cavalleria sardo, fece eccezionalmente parte della Brigata Sassari (una formazione di fanteria). La sua figura sarà d’ispirazione per il personaggio del tenente Grisoni, nell’opera di E. Lussu Un anno sull’altipiano (1938). Presterà servizio sulla linea del Monte Fior. Il testo fa riferimento alla ritirata austriaca, avvenuta alla fine di giugno del 1916.

La ritirata austriaca

25 giugno (…) Qualche uomo, dalle varie pattuglie, si è avventurato, con circospezione, dentro la linea avversaria. Ma è tornato indietro bestemmiando e urlando:

-Vuote! Non c’è nessuno! Sono vuote! Boidas sunt! (sono vuote in dialetto sardo)-

La notizia si è sparsa fulmineamente per tutto il battaglione. -Le trincee evacuate! La linea abbandonata! Ma quando? Sapristi (sic), che beffa!- Come un sol uomo le compagnie avrebbero scavalcato i parapetti e si sarebbero lanciate all’inseguimento; ma la notte era ancora fonda, il terreno affatto sconosciuto (…) Ha prevalso l’opinione di occupare le trincee con pattuglie ed attendere l’alba.

 

Bibliografia:

M. Rigoni Stern (ed.) 1915-1918. La Guerra sugli Altipiani. Testimonianze di soldati al fronte. Neri Pozza Editore, Vicenza, 2000.

E. Forcella, A. Monticone, Plotone di Esecuzione, i processi della Prima Guerra Mondiale, Laterza, Bari, 1968.

G. Pieropan, Storia della Grande Guerra sul Fronte Italiano, 1914-1918, Mursia, Milano, 2004.

E. Acerbi, Strafexpedition, Maggio-Giugno 1916. Fatti – Memorie – Immagini – Ricordi dell’Offensiva in Trentino ed Altipiani. Gino Rossato, Vicenza, 1996.