Voci dall'inferno di fango

Passchendaele è entrata nella memoria collettiva inglese come il simbolo tragico della Grande guerra sul fronte occidentale, nonché come la débâcle militare per antonomasia. Le ragioni di tale considerazione nei confronti di una battaglia pur conclusasi con dei buoni successi locali e perdite inferiori rispetto alla Somme, possono essere ricercate in una serie di variabili di natura sociale, psicologica e militare. In primo luogo va osservato come in Inghilterra si fosse ormai da tempo affievolito l’entusiasmo patriottico attorno alla guerra, tanto che nel gennaio 1916 il governo inglese era stato costretto ad introdurre la leva obbligatoria. L’afflusso di volontari era infatti crollato dai 462 mila del settembre 1914 a poco più di 4000 nel giugno 1917. Dopo la terribile battaglia della Somme era inoltre opinione comune che non si sarebbero ripetuti più simili massacri e al contempo la facile vittoria di Messines aveva generato la speranza di ottenere grandi successi con poche perdite. Passchendaele riportò bruscamente il popolo britannico alla realtà della guerra di logoramento. Non solo la feroce resistenza tedesca ma in particolare lo scenario lunare, reso ancora più terribile da quell’inferno di fango in cui fu trasformato il campo di battaglia, scossero a tal punto i combattenti inglesi da consegnarci un’immagine di Passchendaele come il più duro e scioccante scontro dell’esercito britannico nella Prima guerra mondiale.

 

Dal giornale di trincea francese Le Bochophage

Gli uomini muoiono di fango, così come muoiono per i proiettili, ma in modo più terribile. Il fango è dove gli uomini affondano e - cosa peggiore – dove anche la loro anima affonda. L'inferno non è fuoco, sarebbe l'ultima delle sofferenze. L'inferno è fango.

 

Soldato H. QUIGLEY,

Passchendaele, Ottobre 1917.

Pochi giorni dopo essere stato ferito, il soldato Hugh Quigley, scrive a casa dall'ospedale. Sull'azione del 9 ottobre racconta: «Gli ufficiali ci hanno raccontato la solita storiella. "Una cosa da niente" ci hanno detto, e devo ammettere avrebbe anche potuto essere facile, se avessimo avuto un inizio decente. Ma nessuno di noi, quando l'artiglieria si mise a sparare, sapeva dove andare, se a destra o a sinistra...». Quigley con i suoi compagni raggiunse il primo obiettivo, fossato fortificato alla bell'e meglio, cosparso di cadaveri tedeschi poi lo scoppio di una granata lo lasciò per qualche tempo steso a terra, privo di sensi. «Stavo per proseguire, quando qualcosa mi fece rivoltare lo stomaco. Il sergente del mio plotone, incuriosito dalla strana posizione dell'elmetto sul capo di un ufficiale morto — l'elmetto era calato molto al di sotto dell'altezza del naso —, lo sollevò e così scoprimmo che gran parte della testa non c'era più: tutta la parte superiore era stata maciullata, ridotta a una poltiglia di materia cerebrale, ossa e carne.» Fatta eccezione per questo episodio, aggiunse Quigley, «l'esperienza in sé non mi è dispiaciuta. Nei momenti di grande pericolo, come si sa, ti prende una sorta di euforia. Mi scordai completamente che le granate erano fatte per ammazzare e non per creare complessi giochi di luce». Per qualche istante Quigley rimase a guardare il tiro di sbarramento «nostro e dei tedeschi, come fosse stato uno spettacolo che ci veniva offerto per divertirci: pura follia, direte». Quello stato d'animo svanì in fretta. Uno degli uomini del suo plotone, armato di cinquecento cartucce, «volle fare l'eroe. Si lanciò in avanti, ci inviò segnali e si comportò come se fosse stato a un'esercitazione in tempo di pace. L'ultima cosa che vidi di lui furo-no due braccia che si protendevano disperatamente verso la terra e il sangue che gli colava dalla bocca, mentre le gambe e il tronco sprofondavano in un cratere di granata pieno d'acqua». Poi i tedeschi aprirono un fitto fuoco d'artiglieria, sparando iprite e lanciando bombe ad alto esplosivo. «La campagna davanti a noi sembrava un'unica massa strisciante di fiamme» scrisse Quigley. A mano a mano che avanzavano, i soldati «avevano la sensazione di entrare in un incubo, di essere sommersi da una montagna di fuoco». Le granate inglesi, a causa del tiro troppo corto, scoppiavano in mezzo ai soldati che cercavano di avanzare. «Ma quando il fango e il fumo si diradarono erano ancora lì, inzaccherati ma illesi. L'argilla imbevuta d'acqua risucchiava le bombe e gli shrapnel, rendendoli innocui.» Proprio in quell'istante piombò in mezzo a loro una granata. «Un uomo accanto a me portò le mani alle orecchie con un grido d'orrore, completamente sordo, i timpani scoppiati.» Mentre continuavano ad avanzare Quigley fu ferito da una mitragliatrice. «Quattro uomini mi trasportarono su una barella fino alla strada per Passchendaele, fra la desolazione di orrende buche cosparse di cadaveri dissotterrati dalle granate. Ho un ricordo vivissimo: un prigioniero tedesco bianco in volto che si prendeva cura di un "camerata" ancora più terreo, con una ferita all'addome. Benché tutt'intorno scoppiassero le bombe, non lo abbandonò.» Due uomini che trasportavano un highlander ferito furono colpiti da uno shrapnel: morirono entrambi, mentre l'highlander sopravvisse. «Il guaio è che era caduto in un fetido cratere. Anch'io sono caduto un paio di volte, ma i barellieri dei Royal Army Medical Corps erano in gamba, non avevano paura di niente ed erano oltretutto gentili: si scusavano ogni volta che mi facevano sobbalzare.»

 

Sergente R.C. BALDWIN

Egregio Signore,

Con grande piacere rispondo alla sua lettera datata 5 agosto 1917. Sono molto contento di sapere che si trova al sicuro a Blighty. Mi chiede dove sono arrivato quando siamo balzati fuori [dalla trincea]. Penso si ricordi che ci ordinò di fermarci e attestarci nella terra di nessuno. Beh, mentre stavo lì, il tempo sembrava lungo; Poi mi sono alzato e sono andato in testa al plotone per vedere cosa era andato storto. Quando sono arrivato ho scoperto che non lei non c’era più e il resto degli uomini non aveva idea di dove fosse. Così ho condotto avanti il resto [del plotone], orientandomi con la bussola. Ho raggiunto la collina lasciandomi la fattoria Schuler sulla destra. Abbiamo iniziato a risalire la collina e a un certo punto è accaduto qualcosa di divertente; Quelli già in cima scendevano di corsa urlando: "Tornate indietro e trinceratevi; Ci stanno aggirando". Raccolsi l'avvertimento, mi attestai su una posizione adeguata e lasciai che gli uomini approntassero le difese. Potevamo vedere i Boches [i tedeschi] che arrivavano sulla cresta come uno sciame di api. Quando si avvicinarono aprimmo il fuoco con le mitragliatrici e i fucili. Nel frattempo l'artiglieria aveva smesso di sparare, e iniziavo a sentirmi un po' scoraggiato. Poi le cose si calmarono un po'; Così ho detto ai ragazzi di preparare del tè, cosa che li ha resi abbastanza felici. Per tutto il tempo vedemmo i Fritz prepararsi a un contrattacco e sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato. Ho aspettato pazientemente osservando attentamente il loro arrivo. Avevo sempre più uomini fuori combattimento, fino a quando me ne rimasero solo cinque; E la mitragliatrice Lewis aveva una pallottola piantata nel caricatore che la rendeva inutilizzabile. Nulla è accaduto fino a sera, poi il bombardamento è iniziato e sapevamo che avremmo dovuto parare un assalto. Lanciai un razzo di SOS e la nostra artiglieria aprì il fuoco, ma le granate cadevano corte, colpendo i nostri uomini. Poi ci ritirammo di circa cinquanta metri occupando alcune buche da granata. Mi guardai intorno e scoprii che tutti i miei uomini erano scomparsi. Mi unii ad alcuni dei Cambridgeshires e Hertfordshires. Non sapevo cosa fare. Il fuoco dell’artiglieria si faceva più intenso e le nostre granate cadevano ancora troppo corte. In questo cratere c'era un altro sergente dei Cambridgeshires con pochi uomini; Gli dissi che tornavo indietro e che avrei cercato di mettermi in contatto con l'artiglieria. Al mio ritorno fui ferito alla gamba, e dovetti rifugiarmi in un cratere. Cominciò a piovere e piovve pesantemente tutta la notte. All’alba mi ritrovai coperto di argilla e fango, e fradicio attraverso la pelle. Iniziai a scrutare fuori e guardarmi in giro. Era una mattina tranquilla, tranne qualche granata che esplodeva di tanto in tanto, e riuscii a vedere alcuni uomini attraverso il mio binocolo, a circa un miglio di distanza, al lavoro su una strada. Mi avvicinai a loro. Come sono arrivato là non lo so, perché ero più morto che vivo. Chiesi loro dove si trovasse il posto di medicazione, che trovai dopo una lunga camminata. Sono stato poi trasferito in ospedale e inviato in Inghilterra il 6 agosto.

Sono lieto di poter dire che mi sento molto meglio e la mia ferita sta andando bene. Spero che questa mia lettera la troverà bene, ha lavorato duramente per il meritato congedo. Ho scoperto nell'elenco delle perdite che il colonnello era morto per le ferite, l'aiutante ucciso, il tenente Gratton disperso, il capitano Andrews ferito e il signor Telfer disperso. Penso averle raccontato tutte le notizie che le servivano e spero che avrà piacere nel leggerle.

 

Capitano A.F.P. CHRISTISON,

VI Battaglione,

Queen's Own Cameron Highlanders.

Sabato 4 agosto il generale Gough, che era al comando della V Armata, visitò quel che restava del nostro reparto. Rimanendo a cavallo ci disse: "Beh, avete fatto del vostro meglio. Mi spiace per le vostre perdite. Sono certo che tutti vogliono vendicare i propri morti e breve preparerò un grande piano per poter tornare e vendicare i vostri compagni». Un uomo sul retro gridò con rabbia: "Sei un macellaio sanguinoso". [Gough] Si allontanò prendendo nota, ma dopo divenne noto nella V Armata come "Gough il macellaio".

 

Soldato REG LAWRENCE,

III S. African Infantry Battalion

South African Brigade.

18 Settembre, 1917. Abbiamo percorso un chilometro lungo la strada per Ypres e attraverso Ypres stessa - maestosa, anche se in rovina, e silenziosa tranne per gli echi degli stivali che marciavano sul selciato. C'era qualcosa di stupefacente in quel silenzio, spezzato solo dal rumore delle armi. Occasionalmente un proiettile illuminante brillava per un istante in lontananza, prima che il nero inchiostro lo inghiottisse. Non potevo fare a meno di pormi delle domande su ciò che mi sarebbe accaduto e per la prima volta mi sentivo nervoso. Abbiamo raggiunto le nostre trincee tutti interi ma stravolti, dando il cambio ai Manchester Fusiliers che, poveri diavoli, sembravano barcollare mentre si allontanavano. Avevamo dormito molto poco, poiché le batterie avanzate erano solo 100 metri dietro di noi e il loro rumore era prossimo alle nostre orecchie. Aprirono il fuoco prima dell'alba e quando la luminosità era buona, le esplosioni di fuoco si gonfiavano in un continuo ruggito dal momento che tutte le batterie lungo il crinale sparavano all’unisono. Ci preparammo per la battaglia, scrivemmo le nostre ultime volontà e facemmo testamento. Il mio era breve e carino, dato che avevo solo la paga di 10 sterline da lasciare. La compagnia di fratello Geoff era appostata poche centinaia di metri prima della nostra e aveva già subito alcuni vittime. Nel pomeriggio scese a trovarmi. Ci sedemmo e guardammo la truppa che arrivava in piccole colonne. Contro l’orizzonte sembravano delle linee di formiche. Roscoe osservò che non voleva morire ma se fosse capitato doveva essere rapido perché non sopportava il dolore. "Ma e Bunny?" [la fidanzata] Gli chiesi, e lui rispose: "Oh, lei lo supererà con il tempo". Alle 10 di sera ricevemmo il nostro ordine di marcia con l’indicazione della postazione dalla quale saremmo usciti all’attacco. C’era una pioggia lugubre e i nostri spiriti affondarono quando iniziammo a scivolare nel fango cadendo uno sopra l’altro. Dopo sette giorni di bel tempo era un peccato che piovesse la notte prima dell’attacco.

 

Fuciliere HANS OTTO SCHETTER,

III Compagnia, 231° Reggimento di fanteria della riserva

50° Divisione della Riserva.

Nella notte del 19/20 settembre entriamo in prima linea. Ledeghem, l'ultima stazione aperta al traffico, è il nostro punto di arrivo. Molte colonne di munizioni transitano verso il fronte e la cannonate crescono di intensità - dandoci un benvenuto! Il nemico sta sparando feroce e la nostra artiglieria risponde. Questa mattina la fanteria britannica ha rotto le nostre prime linee, la Wilhelmstellung. Spesso dobbiamo buttarci al coperto a causa delle granate che esplodono sulla strada. Ansiosamente, guardo avanti verso il fronte dove le granate stanno scoppiando con nubi di fumo scure. Sono rimasti solo tronchi di alberi, e cerco di capire come posso capire meglio questo inferno. Sto guardando a bordo della strada per cercare i veicoli del reggimento 231. Stiamo procedendo con pacchi di caffè e sacchi di pane verso il nostro reparto, che ha occupato dei buchi da granata e quel che resta delle trincee - la posizione delle Fiandre. Sto osservando ansiosamente il campo di battaglia: i bunker in cemento contraddistinguono la posizione. Non ci sono alloggi per noi, quindi di notte dormiamo in un fienile in cima alle patate. Alle 3 del mattino siamo svegliati e ci incolonniamo compatti sulla strada Menin-Ypres. Su entrambi i lati della strada le nostre batterie stanno sparando e le loro salve di acciaio ricevono risposta immediata dal nemico. Dobbiamo spostarci velocemente perché sono quasi le 6 del mattino e dobbiamo raggiungere la nostra linea prima dell'alba. Arriviamo alla postazione sul fronte, da dove siamo guidati ai nostri reparti che occupano dei crateri di granata a 150 metri di distanza. I soldati sono riluttanti a lasciare i loro buchi e non sono desiderosi di mangiare. Tutta la terra è arata dalle granate, le buche sono piene di acqua e se non si viene uccisi dalle granate si può annegare nei loro crateri. I carri distrutti e i cavalli morti vengono spostati ai lati della strada; Anche qui, ci molti soldati morti. Feriti gravi che sono morti nel carro ambulanza e che sono stati scaricati qui con gli occhi che ci fissano. A gli volte manca un braccio o una gamba. Ognuno sta correndo, correndo, cercando di sfuggire a una morte certa in questa grandine di granate nemiche sulla strada, che è l'unico passaggio agibile dato che i campi sono coperti di crateri. Riesco a respirare più facilmente quando raggiungiamo il nostro carro cucina. Oggi ho visto il vero volto della guerra.

 

Soldato LEONARD HART,

1st Otago Infantry Battalion,

5th New Zealand Reinforcements

Francia, 19 Ottobre, 1917

Carissima madre, Padre e Connie, in una cartolina, che ti ho inviato circa due settimane fa, ti dicevo che eravamo alla vigilia di un grande evento. Beh, quel grande evento è finito, e per qualche strano colpo di fortuna, sono tornato ancora una volta senza un graffio. Per la prima volta nella nostra breve storia come esercito, i neozelandesi hanno fallito nel loro obiettivo, il massacro più spaventoso che abbia mai visto. Il mio reparto è entrato in azione forte di 180 uomini e siamo tornati in 32. Tuttavia, non abbiamo nulla di cui vergognarci, il nostro stesso comandante dopo ci ha detto che nessun reparto al mondo avrebbe potuto prendere quella posizione, ma questo è solo un piccolo conforto quando pensiamo alle centinaia di vite che sono state perdute inutilmente. La nostra brigata ha ricevuto l'ordine di supportare una brigata di Tommies che due notti prima era avanzata di duemila metri. Tuttavia, questi Tommies non erano riusciti a prendere il loro ultimo obiettivo e ora toccava a noi cercare di conquistarlo. Al crepuscolo, siamo partiti in ordine di combattimento. Il tempo era stato umido e freddo per alcuni giorni e il fango in alcuni punti arrivava fino alle ginocchia. Il terreno, prima di essere preso ai tedeschi, era diventato tutto un acquitrino a causa delle nostre granate e per quei cinque chilometri che portavano alla nostra trincea in prima linea non c'era nient'altro che una desolazione completa, non un filo d'erba o albero, numerose cisterne bloccate nel fango, e per il resto, solo un cratere dopo l’altro. Le uniche strutture per nulla intaccate dal bombardamento erano le postazioni delle mitragliatrici tedesche. Queste sono strutture meravigliose in calcestruzzo con pareti spesse dieci metri di calcestruzzo rinforzato con ferri ferroviari e barre in acciaio. Il terreno era disseminato con i cadaveri di numerosi Unni e Tommies. I cavalli e i muli morti erano ovunque, ma non erano stati fatti tentativi di seppellire nessuno di loro. Beh, alla fine siamo arrivati ​​a destinazione – la prima linea - e rincalzato gli spossati Tommies. Non avevano tentato di scavare trincee, ma avevano semplicemente tenuto la linea occupando una lunga fila di crateri da granata, con due o tre uomini in ogni buca. Molti di loro sembravano troppo stravolti per camminare bene e non so come alcuni riuscissero ad attraversare la lunga passerella attraverso il fango verso gli alloggi. Ognuno di noi aveva con sé una pala, quindi abbiamo deciso di scavare qualche trincea. A questo punto eravamo circa a metà strada su un pendio della cresta che nel corso di quarantotto ore dovevamo cercare di prendere. Il fango non era così brutto perché l'acqua scorreva verso una palude ai piedi della cresta. Comunque, all'alba, avevamo scavato a sufficienza e, sebbene bagnati e coperti di fango da capo a piedi, ci sentivamo pronti per mangiare pane e carne di manzo, per la prima colazione. Ci siamo alloggiati nelle nostre nuove trincee tutto quel giorno e anche il seguente durante il quale ha piovuto e i Fritz hanno reso le cose vivaci con la loro artiglieria. Alle tre della terza mattina abbiamo ricevuto l’ordine di attaccare la cresta alle 5:30. Era buio e pioveva pesantemente. [...]. Lo sbarramento della nostra artiglieria doveva iniziare alle 5:25, battendo con una cortina di fuoco le posizioni tedesche sulla cima, un centinaio di metri di fronte a noi. Alle venticinque e un secondo, e con un ruggito che scosse il terreno, le nostre artiglierie aprirono il fuoco su un settore di cinque miglia. A causa di qualche errore di taratura lo sbarramento d'artiglieria si aprì a circa duecento metri di distanza rispetto al punto indicato, cadendo proprio in mezzo a noi. Era un momento veramente terribile: dozzine dei nostri uomini venivano fatti a pezzi dai nostri stessi cannoni. Ho sentito un ufficiale gridare, ordinando agli uomini di ritirarsi a breve distanza e aspettare che lo sbarramento di fuoco si allungasse. Alcuni, che avevano sentito l'ordine, arretrarono. Altri, senza sapere che cosa fare in queste circostanze, rimasero dove si trovavano, mentre altri avanzarono verso le posizioni tedesche solo per essere abbattute dal fuoco mortale dei fucili e delle mitragliatrici. Finalmente il nostro sbarramento si alzò e noi tutti ancora una volta ci radunammo e iniziammo a correre su per la cresta. Quale fu il nostro sgomento quando, raggiunta quasi la cima della cresta, trovammo una lunga fila di postazioni tedesche in calcestruzzo per mitragliatrici, praticamente intatte, con campi di filo spinato davanti ad esse profondi 50 metri! Il filo era stato tagliato in pochi punti dalla nostra artiglieria, consentendo di far passare solo pochi uomini alla volta. Decine sono rimasti impigliati nel filo e colpiti davanti agli occhi dei compagni. Era ormai giorno e quelli che rimanevano di noi si resero conto che la giornata era persa. Di conseguenza, ci siamo appostati in buche o in qualsiasi ricovero che potevamo trovare e aspettammo. Ogni uomo che tirava su la testa veniva colpito immediatamente. [...]. Avevamo perso quasi l'80% della nostra forza e avevamo guadagnato circa 300 metri di terreno. Questi 300 metri erano inutili per noi con i tedeschi ancora attestati in posizione dominante. Aspettammo tutto il giorno e la notte. Non c'era nessuno che ci desse ordini, tutti i nostri ufficiali del battaglione erano stati uccisi o feriti. Tutti gli ufficiali della mia compagnia erano stati uccisi, uno dei quali, un figlio del Reverendo Ryburn di Invercargill, è stato ucciso vicino a me. Il secondo giorno dopo questa tragedia, siamo rimasti sorpresi di vedere che circa una mezza dozzina di Unni apparire improvvisamente agitando una bandiera bianca. Erano uomini di Croce Rossa e stavano chiedendo una tregua per prendere i feriti e seppellire i loro morti. Era un atto umano e cavalleresco. I nostri barellieri riuscirono a prendere tutti i nostri feriti dal filo spinato prima della notte. Non avevamo tempo di seppellire i nostri morti, ma i feriti avevano la precedenza in quel momento [...]. La mia compagnia è rientrata con nessun ufficiale, solo un sergente su sette, un caporale e trenta uomini. E comunque non siamo stati i peggiori. Ho appena deciso di inviare questa lettera a qualcuno in viaggio per l’Inghilterra, quindi ti racconterò alcuni altri fatti, che non sarebbe stato consigliabile menzionare altrimenti. È stato fatto un terribile errore. Qualcuno è responsabile di quel filo spinato che non era stato spezzato dalla nostra artiglieria. Qualcuno è responsabile dell'apertura del fuoco di sbarramento su di noi invece che 150 metri più avanti. Qualcun altro è responsabile di quegli appostamenti di mitragliatrici rimasti praticamente intatti, ma i giornali diranno tutti che in quel giorno abbiamo colto un altro glorioso successo, e nessuno, tranne quelli che hanno effettivamente preso parte ad esso, conosceranno come è andata veramente. Ora ti racconterò uno o due altri piccoli incidenti che non arrivano mai alla stampa, o se ciò avviene, vengono "censurati" per ingannare il pubblico. Questo incidente, quasi incredibile ma perfettamente vero, è il seguente. La notte dopo aver rimpiazzato i Tommies, prima del nostro attacco sul crinale, siamo rimasti sorpresi di sentire le grida agonizzanti di un portabandiera, "Aiuto", Per amor di Dio venite qui", ecc. provenienti da tutti i lati. Quando la luce del giorno arrivò, tutti noi, me incluso, rimanemmo scoraggiati e stupiti vedendo che in un cratere di granata lì vicino, da dove provenivano le grida, una mezza dozzina di Tommies, feriti gravi, alcuni resi folli, altri quasi morti di fame, si trovano bloccati nel fango e troppo deboli per muoversi. Abbiamo chiesto a un uomo che sembrava stare un po' meglio degli altri cosa stesse accadendo, ed egli rispose che se avessimo voluto strisciare tra i crateri intorno a lui, ne avremmo trovati decine di altri in condizioni simili. Siamo rimasti sbalorditi, ma la terribile verità era tale, questi ragazzi, feriti in difesa del loro paese, erano stati lasciati lì a morire senza alcuna considerazione, la più terribile delle morti, nel fango, semi-congelati, mentre decine di migliaia di uomini abili erano accampati a non più di cinque miglia da loro. Tutti questi Tommies [...] erano stati feriti durante il loro fallito attacco sul crinale che avevamo poi cercato di prendere noi e nel momento in cui li abbiamo trovati, dovevano essere nel fango e sotto la pioggia ormai da quattro giorni. Quelli che erano ancora vivi erano sopravvissuti grazie razioni e all'acqua che avevano portato con loro o forse l'avevano presa ai compagni morti accanto a loro. Ho visto scene piuttosto brutte durante i due anni e mezzo di servizio attivo, ma devo dire che questa mi ha molto scosso. Li abbiamo trascinati verso le nostre trincee e nel giro di un'ora tutti i nostri barellieri erano al lavoro come degli eroi quali erano, e in faccia al nemico che, a suo merito, non ha aperto il fuoco su di loro. Hanno lavorato tutto il giorno per salvare quei Tommies. Trasportare feriti in un terreno coperto al fango, è il lavoro più duro che si possa immaginare e non voglio dire che i Tommies feriti (i sopravvissuti del primo attacco a Passchendaele Ridge) fossero fisicamente capaci di farlo, ma io dico che i loro ufficiali avrebbero dovuto mandare uomini freschi che portassero via i feriti che non erano in grado di muoversi. Forse hanno mandato qualcuno in aiuto, ma rimane il fatto che nulla è stato fatto fino a che i nostri ragazzi non si sono avvicinati e chiunque sia responsabile del sacrificio inutile di quelle vite merita di essere preso a fucilate più di qualsiasi altro Unno. Se avessero chiesto una tregua per raccogliere i loro feriti, non dubito che gli Unni l’avrebbero concessa poiché loro come i Tommies avevano numerosi feriti da assistere. Suppongo che i nostri leader sulla poltrona chiamino questa cosa testardaggine britannica. Se questo rappresenta l'ostinazione britannica allora è il momento di chiamarlo con un nuovo nome. Vorrei suggerire brutalità insensibile come sostituto. Dopo aver letto questo non credete alla nostra stampa menzognera, che vi racconta come tutta la brutalità di questa guerra è opera degli Unni. L’Unno non è un angelo, tutti lo sappiamo e la concessione di una tregua, come quella che abbiamo avuto, è un fatto raro. In particolari reggimenti che stavano tenendo la cresta al momento del nostro attacco sono conosciuti come "Jaegers", ma nonostante tutte le terribili perdite che questi Jaegers ci hanno inflitto, noi sopravvissuti di Passchendaele Ridge dobbiamo tutti ammettere che in questa occasione hanno combattuto con onore.

 

Fuciliere V. SHAWYER

XIII Battaglione,

The Rifle Brigade

Sulla Somme prima o poi i barellieri venivano a prenderti, ma a Passchendaele i feriti non avevano scampo. Un medico disse ad un barelliere: "Recuperi solo gli uomini che abbiano la possibilità di essere curati. Se trovate un uomo gravemente ferito, lasciatelo morire tranquillamente. Troppe volte portate qui dei feriti che muoiono prima che possiamo aiutarli State perdendo il vostro tempo e il nostro." Pensavo che fosse una cosa terribile da dire. Ma quello era Passchendaele!

 

Bibliografia:

Lyn Macdonald, 1914-1918: Voices & Images of the Great War, Penguin, 1988 

Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Mondadori, 2017