Voci dell'interventismo italiano

Giovanni Boine (1887-1917): La lotta di classe come cancrena e la guerra come farmaco

Tra gli scritti più autorevoli delle riviste d’anteguerra, troviamo quelli di Boine. All’indomani dell’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, fu lui a pubblicare sulla Voce una sorta di “breviario” del bravo soldato. Nel testo lo scrittore esprime la sua avversione per il socialismo, la lotta di classe e la democrazia liberale, sostenendo la necessità di una guerra come farmaco per la rinascita della nazione.
“Cagioni estreme dello spegnersi del sentimento patrio (…) La lotta sociale si è impadronita degli animi, li ha mossi nell’ambito del diritto d’ognuno, ha formato partiti compatti come eserciti e li ha scagliati cozzanti gli uni contro gli altri (…) è inutile dir come e perché, far storie e cronistorie: la lotta sociale ha educato i figli dei patrioti del risorgimento a pensar la vita come una lotta per vivere materialmente meglio ed a considerare come nemico che a questo nostro meglio s’oppone o contrasta.”
“La guerra come sveglia dal torpore egoistico. Ciò che solitamente guarisce una nazione da codeste cancrene (…); ciò che guarisce da queste dispersioni materialistiche ed egoistiche è un entusiasmo comune che strappi violentemente se da se ciascuno e lo rifaccia da individuo, al più da gregario o di famiglia o di corporazione, cittadino cosciente. E può essere un comune dolore, può essere un avvenimento grande, una religione nuova, qualcosa che comunque appassioni e scuota.. E più solitamente come per cosmica legge è LA GUERRA. Arriva la guerra ed ogni altra voce della nazione tace; la nazione divisa si fonde, pende tutta ad una cosa sola, (…) LA NAZIONE SI RICONOSCE."
“La guerra libica e i suoi risultati morali. Ecco qui: la guerra ci ha insegnato o riinsegnato tangibilmente due cose innanzitutto, CHE SIAMO UNA NAZIONE E CHE C’È, PRIMA DI OGNI ALTRO, L’INTERESSE DI QUESTA NAZIONE DA TUTELARE PER NOI. E ci ha insegnato una terza cosa la quale dimenticavamo volentieri: che C’È UN ESERCITO E CHE FORSE È PER LA VITA DELLA NOSTRA NAZIONE PIÙ IMPORTANTE DI QUEL CHE SI CREDESSE. (…) In mezzo all’anarchica passione sociale, in mezzo alle lotte di interessi e di classe che ci fan smarrire il senso delle direzioni ideali L’ESERCITO È OLTRETUTTO SPECIE IN UNA NAZIONE MODERNA, COME UN GENERATORE DI ORDINE. Si chiede da ogni parte la regola e l’ordine; si sente il bisogno dell’ordine; si tenta inutilmente dalle scuole alle officine d’infondere il gusto dell’ordine (…) Ma l’ordine di che la società ha bisogno, di che i nostri tempi sono capaci ancora, solo un’idea superiore lo genera: quella della PATRIA (…)"

Benito Mussolini (1883-1945): Il Popolo d’Italia come voce dell’interventismo

Socialista interventista, Mussolini viene costretto a dimettersi dal giornale il 20 ottobre 1914 a causa di un articolo sull’Avanti! dove prospettava l’intervento italiano in guerra. Raccolti rapidamente i fondi necessari per aprire un nuovo quotidiano, il 20 novembre 1914 esce il primo numero del Popolo d’Italia dal quale Mussolini attacca violentemente i vecchi compagni. Il 29 dello stesso mese viene espulso dal PSI. 

"In un’epoca di liquidazione generale come la presente, non solo i morti vanno in fretta (…), ma i vivi vanno ancora più in fretta dei morti. Attendere può significare giungere in ritardo e trovarsi dinanzi all’inevitabile fatto compiuto (…). Se si fosse trattato o si trattasse di una questione di secondaria importanza, non avrei sentito il bisogno, meglio, il dovere di creare un giornale: ma ora checché si dica da i neutralisti, una questione formidabile sta per essere risolta: i destini dell’Europa sono in relazione strettissima coi possibili risultati di questa guerra; disinteressarsene significa staccarsi dalla storia e dalla vita. Ah no! Noi non siamo, noi non vogliamo essere mummie perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte, o rinchiuderci tra le siepi anguste della beghinità sovversiva (…); ma siamo uomini, e uomini vivi che vogliamo dare il nostro contributo, sia pure modesto alla creazione della storia. (…) Se domani ci sarà un po’ più di libertà in Europa, un ambiente quindi politicamente più adatto alla formazione delle capacità di classe del proletariato, disertori ed apostati non saranno stati tutti coloro che al momento in cui si  trattava di agire si sono neghittosamente tratti in disparte? Se domani invece la reazione prussiana trionferà sull’Europa, dopo la distruzione del Belgio, col progettato annientamento della Francia, abbasserà il livello della civiltà umana, disertori ed apostati saranno stati tutti coloro che nulla hanno tentato per impedire la catastrofe.  Da questo dilemma non si esce ricorrendo alle sottili elucubrazioni della neutralità assoluta (…) Oggi, io lo grido forte la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria. Ha fortuna perché vellica ed esaspera l’istinto della conservazione individuale. Ma per ciò stesso è propaganda antirivoluzionaria. (…) Il compito dei socialisti rivoluzionari non potrebbe essere quello di svegliare le coscienze addormentate delle moltitudini e di gettare palate di calce viva nella faccia ai morti, e son tanti in Italia, che si ostinano nell’illusione di vivere? Gridare “Noi vogliamo la guerra!” non potrebbe essere, allo stato dei fatti, molto più rivoluzionario che gridare “abbasso”?”

Giovanni Papini (1881-1956): La guerra come operazione malthusiana

Scrittore, poeta e aforista Papini fu un intellettuale ambivalente, rappresentante della parte più eversiva della borghesia italiana. Dalle colonne di Lacerba diede il via ad una massiccia campagna a favore dell’intervento dai toni cinici e nichilisti. Amiamo la guerra è uno dei più riusciti esempi delle argomentazioni di Papini.
“Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra (…). E' finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell'ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli! i civili son pronti a tornar selvaggi, gli uomini non rinnegano le madri belve (…) Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C'è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un'infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita. (…) il fuoco degli scorridori e il dirutarnento dei mortai fanno piazza pulita fra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un'arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione. Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi."