Voci di donne dalla Grande Guerra

È noto come nella propaganda di guerra, l’immagine della donna fosse presentata all’insegna della riconferma dei ruoli tradizionali di madri, sorelle e mogli, sottomesse e solidali con i destini della patria, oppure di donne ridotte ad elemento di appagamento del desiderio maschile, o ancora elevate a rappresentazione allegorica dell’ideale patriottico o della nazione stessa. Le testimonianze del mondo femminile ci offrono uno scenario frammentato e disomogeneo, che varia in base all’estrazione sociale della scrivente. Le lettere delle donne di estrazione contadina lasciano sempre trasparire disagio e dolore per la partenza dei congiunti e sovente descrivono la guerra come una sciagura. Se si analizzano le testimonianze dell’universo femminile di estrazione borghese si scopre una maggiore adesione, a tratti anche entusiastica, alle ragioni della guerra, che si esplicita in forme di incoraggiamento e incitamento alla resistenza. Interessante notare come in alcuni casi di lettere dirette al fronte, l’entusiasmo patriottico di mogli, sorelle e madri, sia spesso smorzato dai soldati stessi, con inviti alla cautela e ad atteggiamenti più disillusi, affermando a volte la speranza di rimanere lontani dalla mischia e dai pericoli. In altri casi l’adesione tramuta in disillusione di fronte all’inaspettata brutalità del conflitto. Anche nelle lettere delle infermiere, che in genere pongono un forte accento al loro impegno, al nuovo protagonismo dovuto alla guerra stessa e alla gratificazione della loro posizione, spesso affiorano sentimenti di disillusione, stanchezza e repulsione di fronte alla cruda realtà della guerra. Di seguito verranno riportate una serie di lettere, campioni di diari e testimonianze di donne nella Grande guerra, provenienti da classi sociali differenti e che di volta in volta manifestano sentimenti differenti.

Stefania Turr, figlia di un generale che in ragione di ciò ha il raro privilegio di essere ammessa in zona d’operazioni, scrive:

Quando sull’automobile del Comando Supremo sento battere il cuore con impeto, il pensiero che vedrò i luoghi ove tante aspre lotte sono state combattute, ove tanti eroismi sono stati compiuti, mi fa sussultare tutti i nervi e mi ripeto: finalmente vedrò le sacre zolle calcate dagli eroi, bagnate dal loro sangue, vedrò dove giacciono i lacrimati figli d’Italia.

Un altro esempio di fervore patriottico ci giunge dalla lettera inviata al sergente Ottone Costantini dalla fidanzata Sandra, di professione impiegata, il 18 novembre 1917, dove traspare tutta la sua indignazione di fronte al presunto “tradimento” di alcuni reparti in occasione di Caporetto:

Riguardo ai cattivi veri, agli scettici immondi ed inetti, mio Ottone, io non ho parole che sappiano rivelare il mio disprezzo, il mio orrore! La viltà è stata grande volta, ed obrobriosa…ma il fio è scontato con pari intensità, non dubitare! Nello stesso tempo che essi si vendevano, c’era un Inferno che li comperava, quei vigliacchi! Essi hanno rovinato in pochi giorni, tutta la grandezza e l’onore di un popolo, essi hanno portato al disonore ed al disprezzo uno stuolo grande di famiglie innocenti, essi sono la causa di nuove lacrime e di nuovi sacrifici… Ma la maledizione per quella gente sarà eterna! […] alla viltà dei vili, dei rinnegati nulla rimedierà per la maledizione perenne e nessun fiore ricorderà quelle belve, nessuna lacrima di orgoglio bagnerà quelle zolle… la terra stessa avrà vergogna del riparo offerto, della custodia apportata! Ottone perdona la mia ira, il mio rancore… ma l’animo mio ripudia la viltà, disprezza il rinnegato, la bassezza che opprime, chiunque esso sia, da qualunque parte essa venga! Ho più odio per questi indegni fratelli che per lo stesso nemico.

Il 2 Agosto 1914 così scriveva alla madre l’infermiera canadese Agnes Warner, che si trovava in quel momento a Divonne-les-Bains, un villaggio della Francia orientale:

Cara madre, la terribile guerra che tutti noi stavamo temendo è alle porte, la Francia si sta mobilitando. Alle 5 è suonata la campana d’allarme del municipio e uomini donne e bambini sono accorsi per ascoltare il proclama letto dal sindaco. Esso chiamava alle armi tutti gli uomini in età militare tra i 20 e i 50 anni, e nell’arco di 24 ore 500 uomini erano partiti, senza sapere la propria destinazione. Il coraggio di questi paesani – uomini e donne - è notevole, e non va dimenticato. Nessun mormorio, nessuna lamentela, solo “Ma patrie” mentre legavano il loro piccolo fagotto, solo quello, e poi via, nessuno escluso, tranne donne, vecchi e bambini.

Anche in questo caso, pur considerando la guerra un evento “terribile”, il sostegno patriottico della Warner, una giovane della media borghesia, è evidente. Esso non cambia nemmeno ad un anno di distanza, malgrado la guerra le avesse già mostrato buona parte dei suoi aspetti più brutali, tanto che il 28 maggio del 1915 scrive nuovamente alla madre:

Abbiamo avuto dodici pazienti in più mercoledì - sei sono usciti. Ne ho ancora quindici; erano tutti malati. Uno degli uomini è davvero particolare. Il medico lo ha messo a dieta con il latte dal primo giorno - ma lui non approvava, così è andato al villaggio e ha comprato una pagnotta di pane e prosciutto. Tra il fioraio del villaggio e la moglie di uno dei soldati ricoverati sono sempre ben fornita di rose. Vorrei poter condividere le mie ricchezze con voi. Sono in trepidante attesa di sentire se il XXIV (il reggimento locale ndr) è arrivato al fronte senza problemi; noi non abbiamo saputo nulla, ma devono stare tutti bene. È difficile vederli partire, ma non riesco a capire l'atteggiamento di coloro che non vogliono andare o che si oppongono alla chiamata alle armi del loro uomini e ragazzi. (…). C'era grande eccitazione qui, quando finalmente l'Italia ha dichiarato guerra. È terribile pensare che quei bruti lanceranno bombe su Venezia. Spero che non faranno alcun danno. Ora devo dirti buona notte, perché sono stanca. Sono sveglia alle cinque e mezza ogni mattina e raramente finisco il servizio prima delle nove di sera.

Le stesse testimonianze di Vera Brittain, un’altra infermiera, che in seguito sarebbe divenuta una fervente pacifista, testimoniano un sostegno iniziale, seppur moderato, alla guerra.

Ai primi di settembre ricevemmo la notizia della prima perdita nella nostra famiglia. Un cugino irlandese era morto in seguito alle ferite riportate dopo lo sbarco nella baia di Suvla. In realtà la sua ferita dietro l’orecchio non era grave, ma era rimasto senza cure per una settimana a Moùdros, e quando venne operato da un chirurgo esausto sull’affollata nave Aquitania, l’infezione aveva già raggiunto il cervello. Conoscevo appena quel mio cugino, ma fui sconvolta dal constatare che le vite umane andavano perdute per l’inadeguatezza del servizio sanitario nel Mediterraneo.

È evidente come in questo caso lo sfogo della Brittain non sia contro la guerra in sé ma si esplicita in una critica all’organizzazione sanitaria, come se il conflitto in corso non fosse responsabile delle tragedie umane che si consumavano quotidianamente. Tuttavia nel caso della Brittain si ha un graduale ravvedimento rispetto all’iniziale sostegno alla guerra. Il 4 luglio 1916, in piena battaglia della Somme, mentre prestava servizio all’ospedale di Camberweel, così descriveva l’arrivo dei primi feriti:

Giorno dopo giorno ero costretta a lottare contro la sensazione strana, spaventosa (…) che provavo nel vedere arrivare le barelle, una dopo l’altra, senza sapere, finché non correvo con il cuore in gola a guardare, quale tremenda vista o lamento o lezzo, quale agonia o morte imminente si celava sotto ogni coperta marrone.

Poco più di un anno dopo, la Brittain si trova all’ospedale militare di étaples. Il 5 dicembre 1917 in una lettera alla madre scrisse:

Vorrei che tutti quelli che con tono ispirato parlano di guerra santa e tutti i retori che insistono sulla necessità di andare avanti, senza badare alla durata della guerra e alle sue conseguenze, vedessero un solo caso – dieci sarebbe ancora meglio – di intossicazione da Iprite nelle fasi acute. Vorrei che vedessero quei poveri esseri dai corpi ustionati e ricoperti di grandi pustole color senape ì, con gli occhi ciechi – a volte temporaneamente a volte per sempre – tutti appiccicosi e dalle ciglia incollate, povere creature che lottano per respirare, per dire con voci ridotte a rochi sussurri, che gli si chiude la gola e che sanno di morire soffocati. L’unica cosa che posso dire è che pene così atroci non durano a lungo. Quei poveretti o muoiono quasi subito o migliorano, ma in genere si tratta del primo caso. (…) E, tuttavia, le persone continuano a dire che Dio ha fatto la guerra quando in realtà essa è solo un invenzione del diavolo.

Quello di Vera Brittain rappresenta un caso noto, ma non isolato, di ravvedimento dal precedente sostegno al conflitto dopo averne visto gli orrori. La giovane infermiera inglese perse in guerra il fratello, il fidanzato e due amici.

Fino ad ora sono state prese in esame testimonianze di donne d’estrazione borghese. Di carattere ben diverso sono le testimonianze dal mondo contadino, dove con toni più o meno accesi l’opposizione alla guerra e il considerarla una sciagura e un pericolo per la propria sopravvivenza emerge da subito:

Lettera di Franzoni Carolina al genero:

Caro Zenero sarete anche voi atriste condizioni e duncue come si farimediare ci vuole altro che l’aiuto del Signore speriamo, che venga presto la pace che tanto la desideriamo. Vi prego di mandarmi anche amè una cartolina è così mi diportero a casa vostra portandoli una bela nova e schrivete su quelo che via domandato. Giacomo e dai 30 che non schrive imaginate come si pensa mal la Luce e dal’ondeci che non sa di voi. Vi facio sapere che il vostro cognato Giovani e a Torino nei Bersaglieri. Altro non so che dirvi solo di salutarvi con tuti di famiglia saluti da Ema e Inda. Mi firmo vostra seconda mama. Franzoni Carolina. Atendo risposta non vi dimentica”

Luigia Senter Dalbosco, contadina di 33 anni, sopraffatta dal pensiero del marito al fronte inizia a tenere un diario lungo, circolare, ripetitivo che sembra quasi assumere una funzione riparatrice all’assenza del marito.

Di mio Marito non so niente o Dio che pena e questa ossi quando verà quel giorno della pace ovieni giorno aspetato da me e spero datutti e voi omio Dio fate che torna presto quei giorni che si pasava in compagnia delle nostre famiglie. Adesso sono 16 giorni che mi trovo qui e non so più niente del mio povero Antonio ne seè vivo omorto non so soche loò lasiato allastazione di rovereto ma altro non so più niente ne del tirol ne di altre parti dove sono flagelo ma mio Dio qua e pegio che in una prigione non sapere proprio nula di nissuno ne meno di colui che amo tanto.

Il 15 ottobre 1915 - nel settimo anniversario di matrimonio - Giuseppina Filippi Manfredi, contadina, annota:

La guerra ci tolse anche l’incanto che dà il dovere compiuto con amore e la gioia di poter stare uniti uno accanto all’altro felici di poter amarci e vederci crescere attorno i nostri figli. Da otto mesi entrambi soffriamo torture d’ogni colore; io ad un modo, tu in un altro. Chi mai avrebbe previsto un disastro si terribile? Come finirà? Saremmo uniti in un altro anniversario?

4 aprile 1915 - Cecilia Rizzi Pizzini, contadina di 24 anni, annota sul suo diario la militarizzazione e la distruzione, da parte dell’esercito austro-ungarico, dei luoghi della sua infanzia, poco prima dell’ingresso in guerra dell’Italia:

Camin facendo osservo quà e là, Oime! Sei tu mio caro fae luogo mio delizioso memore di tante mie dolcezze verginee?? Sei tu? Io non ti conosco!!. Ad un tratto mi fermo quasi immobile e alla testa mi fo apoggio colle mani e mi trovo nella più profonda mestizia, pensando specialmente a bei giorni trascorsi che come il lampo fuggi e non tornano più mormorando solo qui riposano i fiori della mia gioventù. Ah! Che scorgo? Dove sono? (…) Addio caro fae! Addio deliziosa selva! Addio piante sotto le quali siamo statti più duna volta difesi dalle temperie addio in somma mio caro luogo di delizie ora non sei più nostro.

Non mancano inoltre testimonianze di donne che, divenute vedove di guerra e madri di orfani, oppure private dei mariti e dei figli maggiori chinati al fronte, chiedevano un sussidio per garantire il sostentamento della propria famiglia, o una licenza per i propri cari.

 La moglie del soldato Pasquato Antonio il 3 ottobre 1918 scriveva:

Al Comando Supremo dell’Esercito - Ufficio Personale - Zona di Guerra, La sottoscritta, madre di cinque bambini, trovandosi in condizioni miserevoli dovendo ad essi provvedere priva di mezzi. Ha l’onore pertanto di pregare codesto Comando Supremo a voler concedere che suo marito Pasquato Antonio della classe 1879 attualmente soldato all’8° artiglieria di Campagna in Verona, possa ottenere un esonero provvisorio onde aiutare la sottoscritta in questo momento in cui maggiori sono le difficoltà che la sottoscritta incontra nella vita. Ringraziando al benignità di codesto Comando Supremo, si sottoscrive Devotissima Virginia Valdi in Pasquato.

Tra le tante possibili immagini femminili non è un caso che quella comune e rassicurante della madre abbia assunto un ruolo di spicco nella propaganda. La visibilità mediatica attribuita alle donne impegnate nell’assistenza ai soldati, quali le madrine di guerra, le infermiere, le dame di carità, era parte di quella costruzione culturale delle donne come “madri di tutti”, di quel maternage di massa che durante la Grande guerra ebbe il suo massimo sviluppo. Interessante a questo scopo è quanto emerge dagli opuscoli dedicati ai caduti, la cui dedica è spesso redatta dalle madri stesse. Nell’opuscolo dedicato al soldato Ettore Arculeo, la madre scrive:

L’infame piombo ti ha reso esanime. / Dove ti ha colpito? In fronte? No…non può essere. Il piombo non poteva spezzare la fronte dov’era la traccia del bacio materno. In fronte ti baciavo io quando tu, sgomento di una vita di delusioni, ti oscuravi in viso. Ti baciavo e ribaciavo, per lenire i tuoi tristi pensieri.

Nell’opuscolo dedicato a Delio Trozzi la madre rievoca il dolore per la morte del figlio:

Dalle labbra di Alberto, dell’amato fratello tuo, che straziato è corso a te vicino, per baciare le tue membra gelide e composte nella bara, dalle sue labbra, ho succhiato il bacio della morte! l’estremo bacio dell’addio! [...] chi sa quante volte le tue labbra aride avran desiderate invano le mie! chi sa quante volte il tuo sguardo smarrito avrà cercato me, cui non fu dato il supremo conforto di baciare la tua adorata bocca, nell’ora del tuo supremo sacrificio! me cui non fu dato stringerti forte forte, nel mio cuore, nel momento che venivi rapito per sempre! Come superare gli rovi e spezzarli, anche che lacerino le carni? Ettore mio, Tu solo, Tu, potrai venire in aiuto della tua mamma. Solo Tu, potrai togliere questa spina acutissima dal mio cuore. [...] Vieni a leggere vicino a me. È la tua voce ch’io voglio sentire. È la tua fronte ch’io voglio baciare. Non vieni? Perché? Ah! Si lo so. L’infame piombo nemico ti ha reso esanime.

Il dolore che traspare da questi necrologi e lo strazio per la perdita del figlio in guerra viene, tuttavia, solo in parte mascherato dall’intento propagandistico della costante dicitura “caduto per la patria”, che appare in ogni opuscolo. Non è dato a noi sapere se queste madri fossero a favore dell’intervento in guerra né se in seguito cambiarono opinione, tuttavia è assodato come spesso il dolore per la perdita di un proprio caro generò un’opposizione al conflitto. In taluni casi infatti il dolore, le premure e la cautela tipiche del mondo femminile furono guardate con sospetto, tanto che un quotidiano scrisse in proposito:

Quando si parla di sentimento di amor patrio non devesi pretendere che le donne lo sentano nella stessa misura e nella stessa forma degli uomini, né è da meravigliarsi che la donna patriotta non esista che come eccezione. La donna è madre prima di tutto, ed ella vedrà la patria e la gloria di servirla più attraverso i sentimenti dei figli che attraverso i propri. E qualunque sia la sua patria, ella odierà sempre la guerra, l’odierà più dell’uomo, perché l’uomo potrà anche dalla guerra sperar vantaggi, onori, potenza: la donna invece da questa non ha niente da sperare, tutto da temere, principalmente la cosa che le sta a cuore più della sua stessa vita, la vita dei suoi figli. 

Interessante rilevare anche una testimonianza dal mondo del femminismo, dove la riconferma della donna nei suoi ruoli tradizionali nella mobilitazione di guerra, malgrado la visibilità senza precedenti, fu colta immediatamente. Nell’ottobre del 1917, in occasione del convegna nazionale femminile a Roma, Margherita Ancona affermò come:

Alle donne che sperano nella bontà del legislatore io vorrei chiedere: che cosa pensate che sarà dopo la guerra (quando gli uomini crederanno di non aver più bisogno del nostro aiuto) se ci trattan bene così bene ora che la nostra collaborazione è indispensabile? Leggano quelle donne i giornali, sentano i discorsi degli uomini politici e, senza bisogno d’esser dotate di spirito profetico, vedranno profilarsi la politica antifemminista di domani.

Bibliografia:

ASP, «Scritture di guerra», n. 4, 1996. 

A. Gibelli, La grande guerra degli italiani: 1915-1918, Milano, Rizzoli, 2014

Agnes Warner, Nurse at the Trenches: Letters Home from a WWI Nurse, Diggory Press, 2005.

M. Gilbert, La grande storia della Prima guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1998

Letters From A Lost Generation, ed. by M. Bostridge-A. Bishop, London, Virago, 1998